Shanghai Express

USA 1932, Paramount
con Marlene Dietrich, Clive Brook, Anna May Wong, Warner Oland, Eugene Pallette, Lawrence Grant, Louise Closser Hall, Gustav von Seyffertitz, Emile Chautard, Claude King, Neshida Minoru
regia di Josef von Sternberg



Shanghai express


Nella Cina sconvolta dalla guerra civile, la prima classe del treno che da Pechino va a Shanghai è in subbuglio per la presenza a bordo di due vistose prostitute: la cinese Hui Fei e l’occidentale Shanghai Lily. Grande sarà la sorpresa dell’uficiale britannico Harvey nello scoprire che Shanghai Lily altro non è che Madeleine, la donna che non ha mai dimenticato, Durante il viaggio il treno viene fermato per arrestare un capo dei ribelli a quel punto Henry Chang si rivela come il capo dei rivoluzionari e prende possesso del convoglio cercando un’importante personalità da scambiare con il suo braccio destro arrestato. il capitano Harvey è il prescelto. L’ufficiale però aggredisce Chang quando cerca di insidiare Shanghay Lily. Scoperto che prima di effettuare lo scambio dei prigionieri Chang ha intenzione di accecare Harvey, Shanghai Lily accetta di diventare l’amante del signore della guerra ma Hui Fei uccide Chang per vendicare un’insidia che aveva subito durante il viaggio. Il reverendo Carmichael che pure era tra i più scandalizzati dalla presenza delle due cortigiane, vorrebbe rivelare ad Harvey il sacrificio che la Shanghay Lily era disposta a compiere per lui ma la donna glielo impedisce perché vuole essere amata nonostante il suo passato, cosa che puntualmente avviene.



Shanghai express


Il più celebre dei sette film girati dalla coppia Dietrich / von Sternberg che rende perfetta e iconica l’immagine della diva tedesca con eccezionali giochi di luce (il film fu premiato per la miglior fotografia) che esaltano la bellezza dell’attrice.
La storia è un melodramma amoroso non originalissimo e che vedremo anche in seguito ad esempio in Ombre Rosse con il contrasto tra la prostituta di buon cuore e i borghesi ipocriti che si rivelano essere meno nobili d’animo di chi si prostituisce. Anche i vari compagni di viaggio di Shanghay Lily non sono poi così irreprensibili come vorrebbero apparire, per esempio l’ufficiale francese cacciato dal corpo per furto che viaggia ancora in divisa per non dare un dolore alla sorella quando la incontrerà alla fine del viaggio…



Shangha-express


Su questo sfondo corale s’innesta la storia d’amore tra Shanghay Lily e il capitano Harvey: il loro amore è finito per la gelosia irragionevole di lui, il nuovo incontro riaccende la passione in entrambi ma la donna sa che il rapporto non potrà durare se l’amato non è disposto a mettere da parte l’orgoglio e ad accettarla per quello che è.


Shanghai-express.


Nonostante sappia tenere il punto fino alla fine, l’incontro con il suo grande amore mai dimenticato ha lasciato un segno profondo in Lily che ritrova il coraggio di pregare per salvare la vita di Harvey in balia di Chang, suscitando così l’ammirazione del reverendo Carmichael, in fondo come lascia intuire il nome della donna Madeline, quella di Shanghay Lily è la storia di una Maddalena redenta dalla forza dell’amore terreno e anche la scena più iconica del primo piano di Marlene Dietrich ripresa da una luce che la illumina dall’alto rimanda a un’iconografia religiosa dei santi che Josef von Sternberg sa sdrammatizzare con l’immancabile fumo di sigaretta.

Orizzonte Perduto

Lost Horizon
USA 1937 Columbia
con Ronald Colman, Thomas Mitchell, Edward Everett Horton, Jane Wyatt, Sam Jaffe, John Howard, Margo, Henry Byron Warner, Isabel Jewell
regia di Frank Capra



Orizzonteperduto


1935: gli occidentali fuggono dalla Cina in guerra con il Giappone; a Baskul le operazioni sono dirette da Robert Conway, diplomatico, militare e letterato che alla fine s’imbarca su un aereo con il fratello e altre tre persone. Il veivolo però non si dirige verso Shanghai ma punta verso il Tibet e conduce i passeggeri nella misteriosa città di Shangri-La dove regna la serenità e le persone vivono centinaia di anni. Tutti trovano una ragione di vita nella pace della vallata tibetana, tranne George il fratello di Robert, e il diplomatico, anche se di malavoglia, decide di accompagnarlo nel ritorno alla civiltà perché sa che Maria, l’amante di George che ha organizzato la fuga, non sopravviverà ai rigori della montagna accusando la sua vera età. Quando vede Maria invecchiata George impazzisce e finisce in un crepaccio, Robert è l’unico a sopravvivere al tremendo viaggio e farà di tutto per tornare a Shangri-La.




LostHorizon


Orizzonte Perduto è un capitolo a parte della produzione di Frank Capra che, ispirato dal romanzo omonimo di James Hilton, realizza una storia fantastica dove i classici “buoni sentimenti” delle sue commedie si concretizzano in una filosofia che mescola principi cristiani e buddisti. Il senso avventuroso ed epico della vicenda alimenta la vena pessimista, insolita per Capra, che esalta l’utopica vita condotta a Shangri-La esplicitamente in contrasto con lo stile di vita americano fortemente competitivo.
Oltre l’apologo filosofico forse un po’ ingenuo e certamente verboso, resta la grandiosità cinematografica del film con cui la Columbia voleva fare il salto di qualità per diventare una grande casa di produzione appoggiando il progetto immaginifico del regista che, pur girando tutto il film negli studios, utilizzò un immenso capannone frigorifero dove girare le scene tra le tempeste di nevi e le valanghe con ottimi risultati, seppur costosissmi.
Il film vinse due Oscar, uno per il montaggio e uno meritatissimo per le scenografie: pur cercando di inventare un mondo fantastico, il lavoro di Stephen Goosson diventa un manifesto del tardò deco americano anni trenta, opulento ed elegante.
Orizzonte perduto rappresenta anche un importante tassello nel restauro cinematografico: la pellicola era già seriamente compromessa negli anni ’60, quando l’American Film Institute decide di restaurare il film nel 1973, viene ritrovata l’intera colonna sonora mentre mancavano sette minuti d’immagini dovuti ai vari tagli; si sopperì con l’uso di immagini fisse per le brevissime parti mancanti. Un’escamotage molto interessante che rende ancora più peculiare un film la cui trama e realizzazione sono già piuttosto insoliti.

Ai Weiwei – Libero

Aiweiweilibero

Si è conclusa domenica scorsa la bellissima mostra dedicata al più famoso artista cinese, noto per il suo attivismo politico che lo ha portato più volte in prigione e a un perenne scontro con il governo che tenta in ogni modo di controllarlo.
La mostra di Palazzo Strozzi è stata la prima monografica italiana dedicata ad AiWeiwei e la strabordante personalità del divisivo artista cinese ha coinvolto l’edificio stesso: due lati della facciata sono diventati parte integrante della istallazione site-specific Reframe che ha ricoperto le arcate delle finestre del piano nobile con i gommoni di salvataggio per i migranti che attraversano il Mediterraneo, tema che sta molto a cuore all’artista. Istallazione molto discussa fin dall’apertura della mostra, personalmente non l’ho trovata brutta anzi sono rimasta fortemente colpita dal fatto che le strutture nautiche si adeguassero perfettamente alle proporzioni del palazzo costruito in un periodo in cui l’Umanesimo era il metro per misurare il mondo.
ForeverAnche Refraction, l’istallazione che si trova nel cortile ha un rimando rinascimentale: rappresenta la struttura di un’ala (facendomi subito pensare a Leonardo) realizzata assemblando cucine solari: l’opera è stata presentata per la prima volta nel 2014 in un altro luogo dalla forte valenza simbolica l’isola di Alcatraz, che acuisce il significato dell’opera la mancanza di libertà che l’artista ben conoscosce e mi sovviene ora che nel celebre film L’uomo di Alcatraz il protagonista allevava uccelli.
Per entrare nel percorso espositivo bisogna attraversare Forever un portale fatto di biciclette assemblate che crea una vertiginosa foresta metallica, l’opera rivela i modelli artistici di Ai Weiwei che s’ispira a Duchamp e alla sua ruota di bicicletta e sottolinea un altro tema importante per l’artista cioè l’impatto ambientale.
L’importanza di rispettare e coesistere con l’ambiente emerge chiaramente in Sichuan, la sezione dedicata al tremendo terremoto che nel 2008 ha distrutto la regione omonima della Cina: la determinazione nel portare a galla le responsabilità politiche dietro l’altissimo numero di vittime è costato ad Ai Weiwei lagalera e le continue limitazioni di libertà. Snake Bag è una delle opere nate dalla tragedia: un lunghissimo serpente (forza tellurica) formato da oltre trecento zainetti scolastici a ricordare il grande numero di studenti morti nelle strutture scolastiche scadenti.
Al Rinascimento, tema che abbiamo già visto comparire è dedicata una sezione in cui i poliedri in legno si ricollegano anche alla sezione precedente sull’uso del materiale nella cultura cinese mentre i quattro ritratti di celebri personaggi della Firenze rinascimentale, Galileo, Savonarola, Dante e Filippo Strozzi alludono di nuovo a uno scontro diretto con il potere che comporta variabili forme di limitazione della libertà, dall’esilio alla pena di morte. I ritratti sono realizzati con i LEGO, i celebri mattoncini che l’artista cinese utilizza spesso, l’effetto ottenuto mi ricorda la riproduzione dei quadri celebri fatti a mezzo punto.
Oggetti di uso comune invece, sono riprodotti dall’artista in materiali nobili, giada, cristallo, marmo: il valore della materia prima rappresenta il valore che un oggetto anche umile può assumere assume nella vita di una persona: una gruccia per poter stendere i propri panni lavati, nella vità di un recluso diventa il simbolo di una dignità che non si vuole perdere.


Dropping

L’artista nutre anche un profondo interesse per l’antiquariato denunciando da oltre vent’anni il disinteresse dello Stato per il patrimonio culturale a partire dalla performance del 1995 Droppin a Han Dinasty Hurn qui rappresentata dalle tre foto in versione LEGO. L’intento provocatorio della performance torna nei vasi antichi ricoperti di vernice per carrozzeria: solo sfregiando platealmente un’antichità si riaccende l’attenzione sulla sua importanza storica
FingerChe nell’arte di Ai Weiwei sia molto forte la componente provocatoria, ironica, una miscela esplosiva di alto e basso dovrebbe essere stranoto eppure mi è capitato ancora di leggere note di biasimo sull’opera più celebre di Ai Weiwei la virale Perspective cioè il dito medio ai simboli del potere a partire dalla foto in bianco e nero del 1995 fatta in Piazza Tienanmen, ora non starò qui a spiegare il significato concettuale dell’opera ma vi dirò che per quel che ha subito l’artista, spiegato molto bene da diversi video che tenevano incollati gli spettatori, il fuckoff di Ai Weiwei è persino signorile!
Il gesto torna anche sulla carta da parati Finger che mi ha richiamato alla mente un’altra opera tutta italiana, la Testa di cazzi di Francesco Urbini, a suo modo anticipatore di Arcimboldo (e proprio nella mostra viennese dedicata al maestro milanese vidi il piatto in questione).
La mostra si avvia alla chiusura con Souvenir from Shangai macerie dello studio realizzato da Ai Weiwei e fatto demolire dallo stesso Stato che l’aveva commissionato, come sua abitudine l’artista ha trasformato un gesto di sopruso in un happening con un party per la demolizione, come ricordano i granchi in porcellana ma nel video che testimonia la demolizione si vede il commovente sconforto di un uomo che utilizza la sua arte per non cedere al sopruso, ci si indigna anche pensando allo spreco: almeno i Medici si tennero il bellissimo palazzo di Strozzi esiliato per vent’anni, nel nostro tempo si continua a sprecare soldi e suolo pubblico.
A chiudere la mostra Surveillance camera and plinth, riproduzione in marmo di una videocamera di sorveglianza puntata sul pubblico che sta lasciando la mostra: l’artista alludere alla sua detenzione ma la costruzione dell’oggetto rivela una forza totemica anche positiva per chi vede nella continua sorveglianza un motivo di sicurezza.

Yul Brynner

Yul Yul Brynner morì il 10 ottobre 1985 lo stesso giorno in cui si spense anche Orson Welles.
Come la scomparsa di Rock Hudson una settimana prima, anche quella dell’attore di origini russe ebbe un grande impatto sociale perché Yul Brynner morì di tumore ai polmoni e poco tempo prima della morte, aveva registrato un’intervista in cui invitava la gente a smettere di fumare. Trasmesso con molto scalpore dopo la scomparsa dell’attore, il video divenne un’impattante campagna mediatica contro il fumo.
Le origini di Yul Brynner sono ancore oggi avvolte nel mistero, le fonti ufficiali lo dicono essere nato l’11 luglio 1920 a  Vladivostok, città che gli ha anche dedicato un monumento mentre veste i panni de Re del Siam, il ruolo che lo rese celebre.
Dopo un breve soggiorno in Cina, Brynner arriva a Parigi tredicenne e svolge diversi lavori tra cui quello di circense e di suonatore di chitarra.
Nel 1940 si trasferisce a New York per studiare arte drammatica e si mantiene traducendo in francese i messaggi che l’esercito americano invia alla Resistenza Francese.
Il debutto sulle scene teatrali avviene del 1946 mentre al cinema debutta nel 1949 nella parte del cattivo nel poliziesco Il porto di New York di Laslo Benedek, futuro regista de Il Selvaggio con Marlon Brando.
Il re ed io Il successo arride a Brynner sul palcoscenico di Broadway quando nel 1951 interpreta Il Re ed Io, facendogli vincere il Tony Award. Nel 1956 viene realizzata una versione cinematografica (la seconda per l’esattezza) del musica e Yul Brynner vincerà anche l’oscar per il ruolo del re Mongkut: non sono nemmeno dieci gli artisti che hanno vinto sia il Tony che l’Oscar per lo stesso ruolo, filmico e teatrale.
Sempre nel 1956 esce l’altro film che consacra l’attore: nel Kolossal di  Cecil B. De Mille, I dieci Comandamenti, veste i panni del  faraone Ramesse II: la sua interpretazione è memorabile tanto quanto, se non più di quella di Charlton Heston che interpreta Mosè.

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Il terzo film girato nel 1956 ha anch’esso una sua rilevanza storica: Yul Brynner è il Generale Sergei Pavlovich Bounine che cura la trasformazione della girovaga smemorata nella principessa Anastasia Romanoff. Anastasia è il primo lavoro americano di Ingrid Bergman dopo la scandalosa fuga in Italia per Roberto Rossellini e l’attrice riesce a riconquistare il suo pubblico vincendo anche un’Oscar.
Nel 1958 Brynner è Dimitrij Karamazov, il presunto assassino del padre in Karamazov la versione del romanzo di Dostoevskij girata da Ricahrd Brooks.
L’anno seguente è ancora protagonista di un kolossal: per King Vidor interpreta il re saggio Salomone e la regina di Saba, interpretata dalla nostra Lollobrigida.
Sempre nello stesso anno è protagonista del dramma diretto da Martin Ritt e ambientato negli Stati del Sud, L’urlo e la furia tratto dal romanzo di Faulkner L’urlo e il furore. Vidi il film diversi anni fa e ricordo di essere rimasta sconcertata nel vedere l’attore capelluto, un tratto distintivo di Yul Brynner infatti era il cranio rasato, esigenza scenica per interpretare il Re del Siam che divenne una connotazione così smaccata che solo di recente sta scomparendo la definizione look (testa/capelli ecc.) alla Yul Brynner per i calvi/rasati.
Nel 1960 un altro film entrato nella storia del cinema: I magnifici sette diretto da John Sturges e ispirato a  I sette samurai di Akira Kurosawa. Il cast era eccezionale, oltre a Yul Brynner recitavano Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Eli Wallach e Horst Buchholz. La colonna sonora del film è passata alla storia e la pellicola ebbe tre sequel. Brynner fu l’unico del cast originale a partecipare al primo seguito, Il ritorno dei magnifici sette.

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La carriera di Yul Brynner prosegue con pellicole che lo vedono sempre legato agli stessi ruolo, o western, o film di guerra o di avventura (Taras il magnifico) o comunque ruoli basati sulla spiccata personalità autoritaria di Brinner. La carriera sembra volgere prematuramente al declino e nel 1972 l’attore torna a rifugiarsi nel suo più grande successo girando la versione tv del musical che gli diede la fama, Anna ed io. Ma per Yul Brynner c’è in serbo ancora un altro capolavoro: è il 1973 quando partecipa all’esordio alla regia di Michael Crichton, Il Mondo dei Robot racconta di un parco divertimenti per adulti dove gli automi si ribellano, Brynner veste i panni di un replicante pistolero, facendo il verso al suo Chris Adams de I magnifici sette.
Nel 1976 l’attore partecipa anche al sequel, Futureworld – 2000 anni nel futuro diretto da  Richard T. Heffron (regista di V – Visitors del 1984) .
L’ultimo film interpretato dall’attore fu una produzione italiana diretta da Antonio Margheriti che si firmava Anthony M.Dawson: Con la rabbia agli occhi del 1976 accanto a Massimo Ranieri e Barbara Bouchet.
Poco nota forse è la grande passione di Yul Brynner per la fotografia, e particolare interesse cinefilo rivestono i suoi lavori scattati sui set cinematografici.

L’amico pubblico n°1

Toohottohandleloc Too hot to handle
USA 1938 MGM
con Clark Gable, Mirna Loy, Walter Pidgeon
regia di Jack Conway

Chris Hunter è uno spregiudicato cinereporter che non esita a manipolare o falsificare i filmati in nome del sensazionalismo; l’esasperato collega del cinegiornale rivale decide di fargli uno scherzo coinvolgendo l’aviatrice Alma Harding che accetta perché alla ricerca di sponsor per finanziare la ricerca del fratello disperso in una trasvolata sulla Guyana. Tra Alma e Chris nasce l’amore ma quando si scoprono gli inganni del reporter, oltre all’amore, per Alma viene meno anche la credibilità per realizzare la missione di soccorso. Hunter rimedierà, sempre con i suoi modi poco ortodossi.

All’uscita il film scandalizzò i critici per l’eccessivo cinismo del protagonista, visto cos’è diventato il giornalismo oggi la pellicola di Conway rivela doti di preveggenza basti pensare allo scambio di battute tra Chris e Alma quando lei chiede se sia giusto mostrare scene cruente attirando l’attenzione sui momenti più drammatici.
Solo Clark Gable aveva il carisma giusto per l’adorabile canaglia Hunter che è spericolato nel riprendere dal vero scene pericolose ma se per caso la pellicola si rovina non esita a ricostruirle con l’aiuto di comparse locali prezzolate e la scena del finto bombardamento aereo resta la più esilarante del film: del resto il gagman non accreditato era niente meno che Buster Keaton!
Il film è una grossa produzione che ai trasparenti e alle ricostruzioni tramite modellini, aggiunge anche riprese originali di danze rituali delle tribù indigene della Guyana; le ambientazioni spaziano quindi dalla Cina al Sud America, dalla caotica New York alla tranquilla fattoria degli Harding: è più un film d’avventura che una commedia sentimentale infatti si registra un solo bacio perché anche nell’happy end Hunter è impegnato a modificare i fatti e la fidanzata a beneficio delle riprese, ma del resto nel corso del film sostiene che questo è il compito del cinema: “abbellire” la realtà.

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La pellicola uscì in Italia con l’assurdo titolo L’amico pubblico n°1 sicuramente nel dopo guerra (chissà se oltre all’embargo pesava la critica all’informazione cinematografica, amatissima arma di educazione di massa di Benito) e nel doppiaggio si verifica un curioso blooper: Hunter, per riaccendere l’attenzione sulla scomparsa di Harding, falsifica la matricola di una bussola facendo credere che sia appartenuta all’aviatore scomparso ma viene (al solito) scoperto perché il modello “è del ’42 mentre quella di Harding era del ’40” peccato che il film sia stato girato nel 1938.

Internazionale a Roma – I migliori documentari su attualità e diritti umani

Immagine Torna anche quest’anno al Palazzo delle Esposizioni il programma di documentari che Internazionale ha selezionato per il festival di giornalismo che organizza ogni anno a Ferrara.
La rassegna, che dopo Roma toccherà molte altre città italiane, presenta una nuova selezione di otto recentissimi documentari da tutto il mondo, scelti nei migliori festival, su attualità, diritti umani, informazione e libertà di espressione.
Il tema dominante della rassegna è quello del rischio, quello che si corre continuando a prendere posizione, informare e sfidare norme e sistemi, anche in situazioni in cui dominano violenza e censura. Rischiano la vita i redattori del settimanale Zeta che in Messico si ostinano a sbattere in prima pagina narcotrafficanti e politici corrotti, come l’ha rischiata il regista danese Mads Brügger nella sua nuova controversa inchiesta-performance, questa volta sulla diplomazia in Africa centrale.
Rischiano la repressione i membri di Voina Art Group, creativi e impavidi oppositori del regime russo; rischiano il carcere gli attivisti di Anonymous che si sono schierati contro le corporation e Scientology in nome della libertà in rete; rischiano la censura i blogger cinesi che grazie alle nuove tecnologie sfidano i mass media ufficiali e il controllo poliziesco. Rischiano gli immigrati clandestini in Svizzera di essere messi su un “volo speciale” e allontanati per sempre dalla loro nuova vita. Rischia l’Unione Europea di fallire finanziariamente e culturalmente, complici le lobby che pilotano la politica comunitaria. E rischiamo tutti noi di non sapere mai abbastanza, ad esempio di come si instaura e sviluppa un sistema legale come quello grazie al quale lo stato di Israele ha giustificato e mantiene l’occupazione dei territori palestinesi.
Questi otto film tornano ad aiutarci a scongiurare proprio questo rischio: quello di essere poco o male informati, di rinunciare all’approfondimento e al dissenso, in tempi di ossessivi e più che mai sospetti appelli all’unità e alla coesione ad ogni costo. L’intero programma di documentari vedrà la presenza di redattori di Internazionale, che presenteranno al pubblico le proiezioni e i temi dei film.

martedì 9 ottobre, ore 21.00
EUROPA
The Brussels business
di Friedrich Moser e Matthieu Lietaert. Belgio, Austria, 2012 (85′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presentano Gabriele Crescente (Internazionale) e Sergio Fant (CineAgenzia)
Nei primi anni novanta due giovani ambiziosi scoprono che anche a Bruxelles, sede delle istituzioni europee, l’influenza delle lobby è molto forte. Questa scoperta cambia la loro vita. Uno dei due comincia a indagare sulla faccenda e diventa uno dei più esperti conoscitori dei lobbisti europei e un attivista impegnato a contrastare il loro strapotere. L’altro, affascinato da questo mondo, lascia un lavoro sicuro alla Commissione europea per intraprendere la carriera del lobbista. Che ruolo hanno i 15mila lobbisti che lavorano a Bruxelles tra think tank e intrighi di potere? Un viaggio nelle zone d’ombra delle politiche dell’Unione europea, una storia non ufficiale dell’integrazione e della ristrutturazione neoliberista delle istituzioni comunitarie avviata negli anni ottanta.

mercoledì 10 ottobre, ore 21.00
CINA
High tech, low life
di Stephen Maing. Stati Uniti, Cina, 2012 (87′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presenta Junko Terao (Internazionale)
Due blogger attraversano la Cina, nel pieno della crescita economica, a caccia di notizie trascurate dai mezzi d’informazione ufficiali. Armati di portatili, cellulari e telecamere, devono aggirare la censura senza superare il confine tra libertà d’espressione e dissidenza. “Tiger Temple”, 57 anni, racconta il mondo che lo circonda senza dimenticare la storia cinese recente. “Zola”, 27 anni, con il suo stile provocatorio, vuole diventare una celebrità sul web. I loro percorsi offrono un ritratto originale della società e del sistema dell’informazione cinese contemporaneo e invitano a una riflessione sul ruolo del giornalismo nell’era dei social network.

giovedì 11 ottobre, ore 21.00
ISRAELE
The law in these parts
di Ra’anan Alexandrovicz. Israele, 2011 (101′) – v.o. con sottotitoli in italiano
presenta Jacopo Zanchini (Internazionale)
Una moderna democrazia può convivere con un’occupazione militare prolungata senza contraddire i suoi principi fondamentali? Con la guerra del 1967 che ha portato all’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, l’esercito israeliano ha imposto leggi, istituito tribunali, condannato e incarcerato centinaia di migliaia di palestinesi, autorizzato mezzo milione di coloni a stabilirsi nei territori occupati. Inoltre ha imposto una giurisdizione militare a lungo termine senza precedenti nel mondo. Gli uomini incaricati di creare questo sistema normativo e di amministrarlo sono magistrati militari che hanno operato come architetti sotto la supervisione della Corte Suprema israeliana. Questi giudici continuano a dover gestire un sistema giudiziario molto complesso, che serve ad amministrare una realtà in continuo cambiamento, tra dilemmi morali e l’esigenza di rispettare il diritto internazionale.

venerdì 12 ottobre, ore 21.00
WEB
We are legion: the story of the hacktivists
di Brian Knappenberger. Stati Uniti, 2012 (91′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presenta Giulia Zoli (Internazionale)
Anonymous è un collettivo di hacker e attivisti, famoso per gli attacchi ai siti web di grandi gruppi come Scientology, PayPal, Sony. Gli hacktivist che fanno parte del gruppo rifiutano le gerarchie, si battono per la libertà d’espressione e contro il potere economico delle multinazionali, e le loro azioni hanno ridefinito il concetto di disobbedienza civile su internet. Grazie alle testimonianze di attivisti ed esperti, il documentario ricostruisce la storia del gruppo dalle origini, gli hacker di Cult of the dead cow e i siti di riferimento come 4chan, fino alla maturazione politica e al ruolo assunto nella primavera araba e nel movimento Occupy. Nato come forum sul web, Anonymous è diventato un movimento globale capace di sfuggire a ogni strumentalizzazione.

sabato 13 ottobre, ore 18.30
MESSICO
Reportero
di Bernardo Ruiz. Stati Uniti, Messico, 2012 (72′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima europea
presenta Camilla Desideri (Internazionale)
A Tijuana, una città messicana al confine con gli Stati Uniti, fare il giornalista può costare la vita. Ma i reporter Sergio Haro, Adela Navarro Bello e i loro colleghi della rivista Zeta hanno scelto di correre il rischio. Tra mille difficoltà ogni settimana pubblicano una rivista indipendente che da trentadue anni diffonde inchieste sul narcotraffico e sulla corruzione, sfidando i boss e i vertici corrotti delle istituzioni, in uno dei luoghi più pericolosi del mondo. Dal dicembre del 2006, quando l’ex presidente Felipe Calderón ha lanciato una campagna di repressione contro i cartelli della droga, in Messico più di quaranta reporter sono scomparsi o sono stati assassinati. L’operazione non ha ridotto il traffico di droga e le violenze tra i cartelli per il controllo del territorio, mentre i rischi per i giornalisti sono sempre più alti e anche l’ultima voce libera di Tijuana rischia di rimanere in silenzio.

sabato 13 ottobre, ore 21.00
REPUBBLICA CENTRAFRICANA
The ambassador
di Mads Brügger. Danimarca, 2011 (97′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presenta Francesca Sibani (Internazionale)
Cosa succede quando un europeo (molto) bianco acquista illegalmente le credenziali per diventare un diplomatico liberiano e sbarcare in uno dei paesi più corrotti e pericolosi del continente africano? Dopo l’avventura in Corea del Nord di The Red Chapel, Mads Brügger torna alla rassegna Internazionale a Roma con una nuova “performance giornalistica”, un’inchiesta condotta in prima persona sul mondo segreto e corrotto della diplomazia in Africa. Il regista danese indossa i panni di un ambasciatore liberiano in Repubblica Centrafricana e si accredita presso le élite locali. Con il pretesto di avviare una fabbrica di fiammiferi, in realtà cerca di accaparrarsi una partita di diamanti, provenienti da miniere illegali.

domenica 14 ottobre, ore 18.30
IMMIGRAZIONE
Vol spécial
di Fernand Melgar. Svizzera, 2011 (100′) – v.o. con sottotitoli in italiano
presenta Annalisa Camilli (Internazionale)
Ogni anno in Svizzera migliaia di uomini e donne sono incarcerati senza processo, per la sola ragione di essere irregolari, cioè di non avere un permesso di soggiorno. In attesa dell’espulsione rimangono in carcere per mesi. Alcuni di loro vivono in Svizzera da molto tempo, hanno una famiglia, un lavoro, pagano le tasse e mandano i figli a scuola. Ma le loro vite vengono stravolte dal giorno in cui la polizia decide di chiuderli in centri di detenzione come quello di Frambois, vicino a Ginevra. Da quel momento comincia un lungo percorso amministrativo per costringerli ad accettare il rimpatrio. Vittime di un implacabile sistema legale, umiliati e disperati, quelli che si rifiutano di partire volontariamente sono costretti alla soluzione estrema: imbarcarsi su un “volo speciale”, e tornare in un paese che da anni non è più il loro.

domenica 14 ottobre, ore 21.00
RUSSIA
Tomorrow
di Andrej Grjazev. Russia, 2012 (100′) – v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presenta Andrea Pipino (Internazionale)
Il collettivo di artisti russi Voina (guerra) è il fenomeno più interessante e provocatorio dell’arte contemporanea russa. I fondatori Vor e Koza vivono in clandestinità, insieme al loro bambino di un anno e mezzo. Le loro performance artistiche denunciano lo stato di polizia in Russia e provocano il Cremlino in modo irriverente, intelligente ed efficace. All’estero il gruppo ha conquistato critici e galleristi, ma in Russia gli artisti sono vittime di una dura repressione e rischiano il carcere, per questo sono diventati il simbolo della resistenza al governo di Vladimir Putin. Difficile restare indifferenti alle loro trovate, al coraggio con cui vivono alla giornata, sperando di cambiare la situazione nel loro paese.

Informazioni
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 a, Roma
www.palazzoesposizioni.it
INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
Possibilità di prenotare riservata ai soli possessori della membership card

La battaglia dei tre regni

Laguerradei3regni

Nel II sec d.C. il primo ministro Cao Cao e’ piu’ potente del pavido imperatore Han Xiandi. Con la scusa di prevenire la ribellione nei regni del sud, Cao Cao scatena la guerra contro i sovrani Liu Bei e Sun Quan. Su consiglio di Zhuge Liang, stratega di Liu Bei, i due regni si alleano e nonostante l’inferiorita’ nei confronti del potente esercito imperiale riusciranno a giocare d’astuzia il supponente Cao Cao. 

John Woo ritorna nella madre patria per firmare un wuxia formato deluxe, tipico prodotto della Cina odierna. Si tratta della produzione piu’ costosa realizzata dalla Repubblica Popolare Cinese, tratta da uno dei classici della letteratura epica del Paese. Per il mercato orientale il film ha una durata di circa cinque ore ed e’ e’ uscito diviso in due capitoli, la versione realizzata per il mercato occidentale e’ praticamente dimezzata con una durata di 148 minuti. Nonostante i pesanti tagli la trama regge anche se si vede che alcune figure restano solo abbozzate, ad esempio non risulta chiaro come e quando la principessa Sun Shangxiang finisca a fare l’infiltrata nel campo nemico e credo che sicuramente nella versione integrale si dia molta piu’ importanza al fatto fatto che Cao Cao scateni la guerra per amore di Xiao Qiao la bellissima moglie del vicere’ Zhou Yu, con un curioso parallelo tra la guerra di Troia e questa battaglia tra i tre regni dell’antica Cina.
La versione occidentale dell’opera patisce un po’ l’eccessiva lunghezza ma resta comunque un film di grande respiro dove la mano del grande regista si avverte soprattutto nella jam session musicale che sancisce l’amicizia tra Zhuge Liang e Zhou Yu. La perfezione della messa in scena delle battaglie e dei duelli e’ fuori discussione e l’accuratezza e’ maniacale per quanto riguarda costumi e scenografie. Di grandissimo impatto la fotografia di paesaggi mozzafiato e credo che il film si adegui alle esigenze del momento con un chiaro messaggio ambientalista: la vittoria arride a chi sa interpretare il linguaggio di madre natura, sfruttandolo a proprio vantaggio.

Kung fu Panda

Kungfupanda Po, panda pasticcione e un po’ imbranato, e’ ammaliato dal mito del kung fu, ma e’ rassegnato a raccogliere l’eredita’ paterna di ristoratore.
Quando tutto il villaggio si raccoglie al monastero shaolin per l’elezione del guerriero dragone, inaspettatamente la scelta cade su Po che dovrebbe diventare il paladino della giustizia contro il perfido Tai Lung, fuggito di prigione.. 

Nell’anno delle olimpiadi in Cina, la Dreamworks sfrutta furbamente l’attenzione verso il Celeste Impero anche con una simpatica rielaborazione del proprio logo iniziale in chiave “occhi a mandorla”. Come esplicitato fin dal titolo, il cartone si ispira ai film di kung fu degli anni ‘60/’70 e lo dimostra subito con l’onirica sequenza iniziale, per altro molto bella. Anche gli stili piu’ celebri del kung fu, tigre, gru, scimmia, vipera e mantide vengono incarnati dai cinque animali da cui prendono il nome, ma per una piu’ attenta analisi delle citazioni filmiche rimando all’accurata recensione di FilmTV.

Per il resto il film e’ una godibile commedia sull’esser se’ stessi e trasformare i propri punti deboli in punti di forza, per un attimo ho temuto che il flaccido e goloso panda si sarebbe trasformato in un forzuto e atletico combattente durante l’allenamento, ma Po riuscira’ a portare a termine la sua missione senza perdere le sue caratteristiche peculiari.
A dare la voce al simpatico panda c’e’ Fabio Volo, con una recitazione un po’ costruita, ma ammetto che il mio giudizio potrebbe essere parziale: non riesco a reggere quell’uomo, neppure come doppiatore.

2046

2046 Nella Hong Kong degli anni ‘60 il giornalista Chow Mo Wan scrive un romanzo di fantascienza ambientato nel 2046 nel quale convergono tutti i ricordi delle donne che hanno attraversato la sua vita.

Siamo di fronte a un film molto complesso da valutare, come e’ difficile spiegare cosa sia effettivamente il 2046 del titolo: un anno del futuro (quello in cui Hong Kong tornera’ definitivamente a far parte della Cina), il numero di una camera d’albergo che ritorna sempre (anche volutamente) nelle peregrinazioni del protagonista, il luogo dove confluiscono i ricordi e da cui non e’ possibile tornare nel romanzo di fantascienza che Chow sta scrivendo.
Sulla pellicola grava anche una genesi sofferta: idealmente sequel del bellissimo In the mood for love, il film si e’ staccato sempre piu’ dal precedente lavoro di Kar-Wai anche se il protagonista maschile mantiene lo stesso nome e svolge il medesimo mestiere.
La complessita’ della trama, e conseguentemente del giudizio, e’ dato dall’argomento trattato : Kar-Wai non sceglie di raccontare una vicenda personale ma di sviscerare un tema che ha sempre avuto un ruolo importante nella sua teoretica: la memoria.
E allora ecco una pellicola affascinate e coinvolgente, dove la logicita’ della trama puo’ avere degli scossoni, ma sfido chiunque a ricordare i fatti nella loro esatta consequenzialita’, soprattutto quando l’esperienza e’ a sua volta il tentativo di rivivere una vicenda gia’ passata, perche’ il segreto del protagonista e’ quello di aver amato e perduto una donna, Su Li Zhien, che tenta di ritrovare in tutte quelle che incontra dopo di lei.
Un film sul rimpianto, dunque? anche, ma non solo dato che nel romanzo che fa da contrappunto alle vincende sentimentali di Chow, il protagonista e’ l’unico ad esser ritornato da 2046, il luogo dove tutti i ricordi rivivono e da cui piu’ nessuno torna.

Fearless

Fearless

Cina, 1910: la nazione e’ allo sbando e sottomessa all’influenza delle potenze straniere; l’ennesima occasione di umiliazione, si trasforma pero’ in un’occasione di riscatto: il campione di arti marziali Huo Yuanjia sfida da solo i quattro rappresentanti piu’ valenti delle discipline straniere.
Prendendo spunto da questo episodio entrato ormai nella leggenda, il film racconta la vita dell’eroe cinese, come da giovane ambizioso che punta esclusivamente a diventare un campione del wu-shu, si ritrovi a pagare le conseguenze della sua esistenza vanagloriosa, capendo il significato piu’ profondo dell’arte marziale, fondando una scuola attiva ancora oggi, e morendo avvelenato a soli 42 anni.

Per chi, come la sottoscritta, del genere wuxia conosce solo quel che arriva sui circuiti meanstream e cioe’ poco altro che l’esasperato virtuosismo cromatico degli ultimi lavori di Zhang Yimou di quest’opera colpisce soprattutto la concreta fisicità dei sempre eccelsi combattimenti firmati da Yuen Woo Ping: volti tumefatti, ossa spezzate, casse toraciche sfondate e piu’ di una volta ci si ritrova a ritirarsi sulla poltrona mormorando tra i denti un “ahia”.

A questo si unisce il respiro epico della vicenda, fornendo allo spettatore una concreta soddisfazione per l’esperienza cinematografica, il che non e’affatto poco, soprattutto in periodo estivo.