Ricomincio da tre

Italia 1981
con Massimo Troisi, Lello Arena, Fiorenza Marchegiani, Jeanne Mas, Marco Messeri, Michele Mirabella, Marta Bifano, Michetta Farinelli, Carmine Faraco, Vincent Gentile, Marina Pagano, Renato Scarpa, Giuliano Santi, Deddi Savagnone, Lino Troisi
regia di Massimo Troisi


Ricomincioda3


Gaetano decide di lasciare Napoli per trasferirsi a Firenze da una zia, qui incontra Marta, dottoressa in un centro d’igiene mentale e inizia una relazione con lei, quando la ragazza rimane incinta senza sapere chi è il padre, Gaetano decide di accettare la paternità

Il debutto alla regia di Troisi è sicuramente debitore al suo passato televisivo nel gruppo comico de La Smorfia soprattutto la prima parte è un po’ una successione di sketch che s’inanellano uno con l’altro facendo procedere la storia ma come Gaetano vuole girare il mondo per crescere, anche il film evolve e sia regia che sceneggiatura si fanno più sicuri nel procedere. L’inizio ha il sapore di una quinta teatrale anche anche se rappresenta tutta la tragicità della Napoli ferita dal terremoto, nella trasferta fiorentina invece gli esterni sono reali e riconoscibilissimi pur evitando l’effetto cartolina.
Un altro punto di vista interessante espresso dal film è il rapporto con la napoletanità: il fatto che il napoletano non possa viaggiare per piacere o per curiosità ma debba per forza emigrare è uno dei tormentoni più divertenti e innovativi del film, Troisi però non risparmia qualche stoccata alla tradizione soprattutto nella scena del matrimonio della sorella, la rappresentazione della tradizione più stantia e superficiale che spinge Gaetano a fare ritorno a Firenze.
Molto importante, e lo sottolinea il critico cinematografico Brunetta, lo sguardo sul femminile: Marta è una classica ragazza dei tardi anni’70 femminista, indipendente e disinibita, culturalmente predisposta alla coppia aperta anche se poi quando s’innamora si trova ad affrontare sentimenti che credeva superati come la gelosia. La timidezza di Gaetano non può che farlo soccombere davanti a un femminile così risolto e anche se molto brevemente e con il sorriso il personaggio di Troisi si trova ad affrontare tutti i sentimenti che il maschilismo atavico (non certo solo meridionale) gli ha inculcato eppure ha la forza di riconoscerli e superarli, cosa che il patriarcato contemporaneo non è più in grado di fare cedendo all’orrore del femminicidio.
Divertente ritrovare nel cast diversi personaggi che hanno avuto fortuna televisiva: Lello Arena spalla di Troisi anche ne La Smorfia, è il petulante amico di Gaetano, la sorella è Cloris Boschi, la zingara della Luna Nera di un game di qualche decennio fa, Fiorenza Marchegiani è stata la matriarca della soap di Canale 5, Vivere e non ha bisogno di presentazioni la carriera televisiva di Michele Mirabella che nel film è il depresso con manie suicida che carica l’autostoppista Gaetano e poi si fa accompagnare al centro d’igiene mentale dove avviene l’incontro con Marta.

5 è il numero perfetto

5èilnumeroperfetto

Italia 2019
con Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Giovanni Ludeno, Vincenzo Nemolato, Lorenzo Lancellotti, Angelo Curti, Mimmo Borrelli, Nello Mascia, Rocco Giordano, Emanuele Valenti
regia di Igort

Napoli 1978 Peppino Lo Cicero vecchio scagnozzo della mala, vive solo per il figlio anche lui arruolato dalla malavita. Nino viene ucciso al suo primo incarico e Peppino scatena una guerra uccidendo sia il suo boss che quello della banda rivale, non si rende conto però che la sua vendetta è stata manipolata…

Il fumettista Igort porta sul grande schermo la sua omonima graphic novel del 2002.
Una storia di guapperia ben lontana dai gangster movie cinematografici e televisivi che oggi vanno per la maggiore.
Il suo è un mondo dilatato, notturno, nostalgico e doloroso come può esserlo un padre a cui hanno ucciso un figlio ventenne, anche l’annoiata precisione delle posizioni da sparatoria, i due amici di spalle le braccia allargate per tenere a bada chi arriva a destra e a sinistra, trasuda la stanchezza di una vita sbagliata e una latente ironia verso il filone action movie.
Peppino può contare sull’amico di sempre, Totò o’ Macellaro e ritrova una vecchia fiamma, Rita che lo aveva lasciato perché odiava la violenza della vita che Peppino si era scelto, anche qualche altro cane sciolto si schiererà con questo manipolo che sulla carta non ha nessuna probabilità di portare a termine una vendetta sacrosanta.
Dalla Napoli buia e piovosa l’azione termina nel sole di una sperduta località caraibica dove Peppino si ritira dopo la vendetta, anche per raccontare in prima persona al fratello del dottore come questi aveva sacrificato la vita per aiutarlo e sarà da un giornale italiano ormai datato che Peppino scopre chi aveva manipolato la sua rabbia, un bel colpo di scena, amaro, perfetto per le atmosfere noir della pellicola.

Assunta Spina

Italia 1915, Caesar Film
con Francesca Bertini, Gustavo Serena, Carlo Benetti, Luciano Albertini, Amelia Cipriani, Antonio Cruichi
regia di Gustavo Serena e Francesca Bertini


Assunta Spina

Assunta Spina è innamorata del macellaio Michele Boccadifuoco e Raffaele, corteggiatore respinto, invia una lettera anonima all’uomo in cui lo avverte che la donna lo tradisce, Michele allora porta con sé a Napoli la ragazza, facendola assumere in una stireria adiacente al suo negozio. Raffaele però non demorde e si presenta alla festa di compleanno di Assunta, a Posillipo; stanca delle gelosie del fidanzato, Assunta balla con Raffaele scatenando l’ira di Michele che la sfregia. In tribunale la donna nega che a ferirla sia stato il fidanzato ma la pena inflitta è di due anni di carcere.
Il cancelliere del tribunale, Don Federigo Funelli, si interessa alla donna e le promette che Michele sconterà la pena a Napoli se lei diventa la sua amante, Assunta cede e ben presto si scopre innamorata dell’uomo. Quando Michele scarcerato con sei mesi d’anticipo, torna inaspettatamente, Assunta gli confessa di non amarlo più e l’uomo uccide il rivale appena entra in casa; Assunta Spina si assume la responsabilità dell’omicidio.


AssuntaSpina

Il più noto dei film di Francesca Bertini che ne assunse anche la direzione artistica e la regia. L’attrice era molto legata al dramma di Salvatore Di Giacomo perché nel 1909 aveva debuttato a teatro, assieme all’opera, nel ruolo di una stiratrice.
Assunta Spina è un capolavoro del cinema verista, girato praticamente tutto in esterni e la Bertini scelse personalmente gli scorci più incantevoli di Napoli, da Posillipo a Marechiaro. Il film entra anche nei quartieri della città partenopea restituendo un perfetto quadro della vita dell’epoca.


AssuntaSpina

La telecamera è fissa ma ci sono delle costruzioni d’inquadrature molto interessanti, in particolare mi ha colpito una ripresa dall’interno della casa di Assunta verso l’esterno, la porta è sulla sinistra e vedremo la protagonista arrivare ed entrare in casa mentre il lato destro è occupato da un grande dipinto di una Madonna che sottolinea il momento drammatico.
Le scene sono corali e la Bertini si fa notare più per la presenza scenica che per l’espressività del volto, aiutandosi con uno scialle bianco che l’attrice drappeggia attorno al corpo sottolineando la gamma dei suoi sentimenti.



GIUDIZIO DEL DVD


Assunta Spina

Il dvd fa parte del cofanetto Dive! curato dalla Cineteca di Bologna, dedicato a Francesca Bertini e Lyda Borelli, Quattro DVD che presentanto i loro film più noti: Assunta Spina e Sangue bleu per la prima e Rapsodia satanica e Ma l’amor mio non muore! per la Borelli con l’aggiunta di alcuni cortometraggi, gallerie fotografiche e estratti d’interviste.
Ottimo il riversamento con viraggi smaglianti, Assunta Spina si caratterizza per una colonna sonora molto particolare, fatta di celebri canzoni napoletane, fra tutte Marechiaro, che immergono ancora di più nell’atmosfera della Napoli d’inizio secolo.

Il grande ammiraglio

That Hamilton Woman
GB 1941
con Vivien Leigh, Laurence Olivier, Alan Mowbray, Sara Allgood, Gladys Cooper
regia di Alexander Korda



Thathamiltonwoman


Emma Hart, giovinetta dal passato equivoco, viene spedita dal ricco amante inglese presso lo zio ambasciatore alla corte di Napoli. Scoprirà di esser stata venduta al vecchio per ripagare i debiti del nipote. Emma finisce per sposare Lord Hamilton e diventa una lady molto amica della regina di Napoli presso la quale intercede perché il capitano Oratio Nelson abbia le navi per combattere la flotta napoleonica.
L’amicizia tra Nelson e Lady Hamilton si trasforma presto in un amore travolgente che mette da parte le convenzioni sociali: lei lascia il ricco marito quando si scopre incinta dell’ammiraglio, lui si ritira a vivere con lei ma l’ultima battaglia, quella decisiva per sconfiggere Napoleone, gli costa la vita e Emma conclude i suoi giorni in solitudine e povertà.




Ilgrandeammiraglio


Secondo film americano della coppia Vivein Leigh/Laurence Olivier che si erano innamorati sul set del film inglese Elisabetta d’Inghilterra del 1937.
Si tratta di un film di propaganda bellica adombrato nel biopic romanzato dell’amore scandaloso tra Emma Hamilton e Oratio Nelson: e nelle lunghe tirate contro Napoleone non è difficile riconoscere che in realtà si parla di Hitler; per l’esaltazione dello spirito patriottico Il grande ammiraglio era uno dei film preferiti di Churchill e arriva ancora oggi la commozione per i due innamorati che non piegano il loro amore davanti a nessuna convenzione ma si sacrificano per il bene supremo della nazione e la libertà dal dittatore.
Affidata a un cast prettamente inglese, il film è diretto da Alexander Korda, regista ungherese naturalizzato inglese che caratterizza le sue pellicole con la rilettura molto romanzata della vita privata di personaggi storici, come nel caso de Il Grande Ammiraglio.
Il suo è un mondo molto fantasioso anche nei costumi e nelle scenografie, a loro volta non troppo fedeli alla realtà storica, anche se sono presenti alcuni quadri di Lady Hamilton dipinti da Romney con il volto di Vivien Leigh




Ladyhamilton


Il granitico Oratio Nelson di Laurence Olivier (che sa morire sullo schermo molto bene) si scompone solo per amore della bellissima Emma Hamilton, interpretata con grande passione da Vivien Leigh, certo, quando l’attrice ha delle acconciature boccolute scatta inevitabilmente il confronto con Rossella O’Hara ma nel film l’attrice ha modo di sbizzarrirsi con costumi ed acconciature di ogni tipo, anche di mostrarsi vecchia e ubriacona nella cornice iniziale e finale che racchiude il flash back della vita di Lady Hamilton, altro titolo con cui è noto il film.

I peggiori

I fratelli Massimo e Fabrizio Miele e la sorellina tredicenne Chiara vivono a Napoli da sei anni, da quando la madre è fuggita all’estero lasciando decine di famiglie sul lastrico, compresi i figli che tentano di sbarcare il lunario con l’incubo che gli venga tolta la sorella.
Presi dalla disperazione decidono di rapinare l’albanese per cui lavora come manovale Fabrizio che non viene pagato da mesi. Nella loro goffaggine, i due fratelli scoprono, involontariamente, un traffico di passaporti sequestrati agli extracomunitari e diventano delle star del web: decidono quindi di diventare I Demolitori facendosi pagare per smerdare furbetti e furbastri di ogni risma..



Ipeggiori


Esilarante opera prima di Vincenzo Alfieri, anche protagonista del film assieme al divo televisivo del momento Lino Guanciale, I peggiori rientra nel filone di commedie che definirò spaghetti comics, quello che strizza l’occhio ai blockbuster americani rivisitati nella povertà di mezzi e di situazioni tipicamente italiane, le punte di diamante del genere sono ovviamente Smetto Quando Voglio e Lo chiamavano Jeeg Robot ma trovo che I Peggiori non sia esattamente (solo) un emulo dei film sopra citati, a differenziarlo c’è sicuramente la dimensione del buddy movie, la strana coppia formata da due caratteri agli antipodi: il posato Fabrizio e il superficiale Massimo che debbono prendersi cura della piccola di famiglia, la scafatissima Chiara che, a differenza dei fratelli, non ha avuto problemi ad integrarsi nella realtà napoletana e parla in dialetto, mentre i fratelli maggiori rimpiangono la precedente lussuosa vita romana a cui hanno dovuto rinunciare per lo scandalo provocato dalla fuga della madre.
IPeggioriLa similitudine maggiore con Smetto quando voglio sta nel denunciare la profonda crisi economica che spinge a dover ricorrere al malaffare per sopravvivere, ma i due fratelli sono sicuramente più sfigati della banda dei ricercatori e tutto quello che gli capita dopo il furto all’albanese è dovuto al caso. C’era il rischio che il film cavalcasse i malumori del paese invece la pellicola mette all’erta, seppur con grande leggerezza e nel suo modo tipicamente sgangherato, dalle derive di emulazione del web.
Il merito più grande del film resta la prova recitativa degli attori perfetti nell’adeguarsi ai personaggi sopra le righe e bidimensionali, tipicamente da fumetto soprattutto il personaggio di Eva Perrot forse il primo caso italiano di cattiva, anzi cattivissima, al femminile ottimamente interpretata da Antonella Attili.
Sorprendente la prova di Biagio Izzo che, messe da parte le vesti comiche, si cimenta nel ruolo del commissario con una faccia stropicciata e malinconica, degna di un polar francese.

Giotto, l’Italia

Giottolocandina Chiuderà domenica prossima 10 gennaio la mostra milanese dedicata al genio di Giotto. Piccola perché gran parte delle opere del grande maestro del trecento giunte fino a noi sono affreschi, la mostra segue un criterio cronologico per raccontare l’arte del pittore. Si inizia con una chicca l’opera giovanile la Madonna con il Bambino di Borgo San Lorenzo. Un frammento di tempera su legno di quella che doveva essere una Maestà, resta solo il volto severo della Madonna e le mani del Bambino: una accarezza il volto materno e l’altra gioca con la mano della Vergine.
Un’opera giovanile che racchiude già tutta la grandezza di Giotto che la mostra va a spiegare nelle opere esposte: la monumentalità e la naturalezza del gesto. Il gusto per il colore, l’espressività dei volti si rivelano già nel Polittico di Badia, opera che risale agli ultimi anni del Duecento.
Dalla Cappella degli Scrovegni di Padova arriva un Dio Padre in Trono, una grande tavola che aveva il compito di celare un passaggio come una porta. Ora nella cappella vi è una copia e il dipinto è conservato presso i Musei Civici di Padova.
Come sottolinea il titolo dell’esposizione, la mostra vuole sottolineare l’attività imprenditoriale di Giotto, attivo in tutta Italia dal regno di Napoli fino a Padova, passando per Bologna, Milano, spesso con cantieri aperti contemporaneamente come Roma e Assisi. Quindi la grandezza di Giotto non sta solo nella sua abilità tecnica e nella sua originalità ma anche nella capacità di influenzare tanti regionalismi del trecento italiano.

Polittico baroncelli

Tra le varie opere la mia preferita rimane il Polittico Baroncelli che qui troviamo riunito almeno idealmente: dal Museum of Art di San Diego arriva la cuspide con Dio Padre tagliata nel tardo quattrocento per ornare il polittico con una cornice rinascimentale francamente molto pesante.
Nonostante le manomissioni il polittico resta un trionfo di colori, le tavole laterali con le teste dei santi, tutte diverse avvolte dall’oro delle aureole sono meravigliose e indirizzano lo sguardo verso la serena composizione centrale dell’incoronazione della Vergine.

Giotto, l’Italia
2 settembre 2015 – 10 gennaio 2016
Palazzo Reale
Piazza del Duomo 12, Milano

In fondo al bosco

Infondoalbosco

Durante la festa dei Krampus, a Croce di Fassa, si perde il piccolo Tommi di soli quattro anni. La scomparsa si trasforma in un’ipotesi di omicidio di cui è indiziato il padre, Manuel che ha problemi di alcolismo e non è originario del luogo, la madre, Linda, distrutta dal dolore, tenta il suicidio.
Cinque anni dopo, a Napoli viene ritrovato un bambino che ha lo stesso profilo genetico di Tommi ma il reinserimento in famiglia non è per niente facile..


Obbiettivamente siamo stati fortunati, la morbosa attenzione che l’infotainment televisivo riserva alla cronaca nera avrebbe potuto sfociare in qualche pessimo instant movie o qualche miniserie strappalacrime, invece nella medesima stagione abbiamo avuto la bella serie Rai Non uccidere e ora questo film prodotto da Sky, dove si mescolano gli echi di diversi delitti che hanno monopolizzato l’attenzione pubblica.
In fondo al bosco è una pellicola più complessa di quello che appare, con diversi piani di lettura legati alla famiglia: l’infanzia negata di un bambino che non ha memoria del traumatico passato, il dramma di una famiglia impossibilitata a ritrovare la pace dopo una tragedia, il legame di Manuel con il figlio ritrovato che rappresenta anche il desiderio di rivalsa dell’uomo che per cinque anni è stato creduto un mostro.
La disfunzionalità della famiglia e delle piccole comunità dove è più facile attribuire al diavolo le più banali (!) colpe umane trova la sua ragion d’essere nel racconto di genere, un noir dai toni e dai ritmi sospesi, sfumati che lascia spazio all’allusione horror per trovare una soluzione molto realistica e quanto mai attuale nel finale, ben più terribile di qualsiasi favola demoniaca.
Ottima la prova degli attori, soprattutto di Filippo Nigro.

Per amor vostro

Anna, finalmente assunta a tempo indeterminato in una casa di produzione televisiva, sembra dimenticare nelle attenzioni che le riserva il divo di una soap opera, i problemi famigliari: le esigenze dei genitori sempre più anziani, gli scontri con i figli adolescenti, di cui uno sordomuto e soprattutto il pessimo rapporto col marito che negli anni si è trasformato in uno strozzino della camorra, ma un giorno Anna sarà costretta a prendere coscienza della realtà che la circonda e smettere di far finta di nulla..

PerAmorVostro

Quello che davvero intriga in Per amor vostro, è lo stile di regia: fondamentalmente è un film in bianco e nero dove l’assenza di colore sta a sottolineare il grigiore di una normalità a cui ci si è rassegnati, sprazzi di colore e inserti a cartoni animati stanno a significare i moti dell’anima, i sogni e i desideri di Anna, la protagonista del film da cui la macchina da presa non si distacca mai, cercando di cogliere tutti gli aspetti della sua vita. Valeria Golino, memorabile come ai tempi di Respiro di Crialese, sorregge tutto il film e ha meritato ampiamente la Coppa Volpi assegnatale all’ultima Mostra di Venezia.
Oltre alla tecnica, il film si distingue anche per l’uso della colonna sonora: la pellicola è divisa in tre segmenti che sono introdotte da tre ballate che ampliano la vicenda, come da tradizione dei cantastorie e anche come nel coro greco, funzione che viene ripresa in maniera più puntuale dai passeggeri dell’autobus su cui più volte si ritrova Anna, sottolineando i suoi pensieri, le ansie, le paure. Le ballate degli Epsilon Indi sono in dialetto napoletano stretto, come gran parte del film e il miscuglio linguistico è un tratto fondamentale della pellicola, recitata in italiano, napoletano e nella lingua dei segni.
L’opera racconta della presa di coscienza di una donna, del suo coraggio di ritrovare la forza e la libertà che le erano stati strappati da bambina ma si tratta anche di un film di denuncia; Napoli è molto presente in Per Amor Vostro non solo per il riferimento camorristico, ma soprattutto per la dimensione tradizionale (memorabile la scena di Anna con la madre al cimitero delle Fontanelle), la denuncia che il film compie esula dal contesto napoletano e si allarga a tutta Italia, da sempre paese ignavo (Ignavia è stato un titolo preso in considerazione per il film) da sempre disposto a far finta di non vedere, a pagare lo scotto minore in nome di un bene comune ristretto all’ambito famigliare: l’Italia dove tutto si fa “per amor vostro”.

Il giovane favoloso

Ilgiovanefavoloso Pur apprezzando molto l’immagine che si delinea di Leopardi nell’ultima fatica di Mario Martone, ci sono alcune scelte registiche che non ho apprezzato fino in fondo: una certa mancanza di originalità autoriale che mi ha rimandato ad altri registi, ad esempio ho ritrovato un afflato un po’ troppo alla maniera di Malick nelle sequenze del poeta estasiato dalla natura e poi mi ha urtato la colonna sonora che invece leggo essere molto apprezzata o quanto meno citata: le sonorità sono belle ed adatte al film ma mi ha sconcertato il fatto i testi fossero in inglese in un film su uno dei massimi poeti italiani ambientato in un periodo storico in cui la nascita dello stato italiano era un’impellenza, in altre parole trovo che la lingua italiana sia un tema portante della pellicola che dovrebbe rientrare anche nella colonna sonora.
Il Giovane Favoloso è film diviso in due parti speculari, la prima racconta l’infanzia e ancor più l’adolescenza di Leopardi, la seconda si concentra sul soggiorno fiorentino e soprattutto sugli ultimi anni di vita del poeta trascorsi a Napoli, dove morì nel 1837.
La prima parte racconta la costrizione del giovane Leopardi nell’angusto mondo recanatese, soggetto alle oppressive leggi familiari imposte dall’austera madre Adelaide Antici e dal reazionario padre Monaldo che spingeva i figli a istruirsi salvo poi impedire loro la libertà di pensiero e soprattutto d’azione. Se Giacomo, in virtù delle sue qualità osa infrangere il rigore paterno, in quanto donna tutta la mia comprensione è andata a Paolina Leopardi destinata a obbedire ancor più rigorosamente e l’impazienza mista a rassegnazione ben trapelavano dall’interpretazione di Isabella Ragonese.
Alla prima parte in cui è l’ambiente natale a frenare gli slanci di Leopardi fa da contraltare la seconda dove è la società e la salute a rendere infelice il protagonista: pur riconoscendogli il merito di essere un ottimo poeta anche il mondo letterario si stanca ben presto del pessimismo leopardiano attribuendolo alle sue disgrazie fisiche. Con lo stesso slancio Leopardi si ribella alle diverse costrizioni che segnano la sua parabola esistenziale e dal film di Martone emerge la figura di un uomo che nel suo pessimismo cosmico non viene meno alla capacità di amare anche quelli che sono involontariamente i suoi carnefici, il padre e l’amico Antonio Ranieri con cui condivide gli ultimi sette anni di vita anche se è il suo peggior rivale in amore in forza della sua prestanza fisica ottimamente resa da Michele Riondino.

Perez.

Demetrio Perez è un avvocato d’ufficio del foro di Napoli, un giorno il capo clan Buglione sceglie di farsi rappresentare da lui e lo invischia un traffico di diamanti. L’avvocato accetta il ricatto purché Buglione lo liberi da Corvino, un giovane camorrista di cui la figlia si è follemente innamorata..

Perez

Non c’è recensione o promo del film che non sottolinei l’ambientazione (effettivamente molto bella) nel Centro Direzionale di Napoli dimenticando che anche il film di Pappi Corsicato Il seme della discordia aveva la medesima ambientazione.
L’appunto vale un po’ per tutto il film che nell’insieme è sufficiente ma analizzato nel dettaglio rivela sempre qualche pecca. La peggiore è sicuramente il risvolto grottesco del recupero dei diamanti che sono giunti in Italia in boli piazzati nello stomaco di un toro e che devono essere estratti da un mandriano sikh connivente che però non potrà essere d’aiuto con tutta una serie di gag tra Perez e il suo collega che culminerà nello svenimento alla vista del sangue.
Insopportabile anche il personaggio della figlia di Perez, Tea, una ventenne sbruffona che, a giudicare da come sclera quando scopre che il fidanzato è un camorrista, veramente era convinta dell’onestà del povero guaglione col padre al 41 bis che le regalava anelli da un carato per il compleanno.
Nonostante i buchi di sceneggiatura e i deja vu da Gomorra (non tanto la presenza di Marco D’Amore quanto l’appartamento dei Savastano ripresentato in maniera identica, mancava solo la cornice dorata al televisore) Perez. nel complesso si salva, sicuramente per la fotografia e non solo del Centro Direzionale ma anche per i la coppia di protagonisti, padre e figlia vittime sventate di meccanismi più grandi di loro da cui si salvano rivelandosi più sgradevoli di coloro che li hanno messi in mezzo: genuino spaccato di un’Italia senza più morale sempre pronta al compromesso e disposta a giocare il tutto per tutto.