Frankenstein

USA 2025, Netflix
con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery, Charles Dance, Christoph Waltz
regia di Guillermo del Toro

Screenshot

I membri di una spedizione danese verso il Circolo Polare Artico stanno cercando di liberare la loro nave dai ghiacci quando sentono una forte esplosione e trovano un uomo malconcio inseguito da una bizzarra creatura. Il capitano porta il capitano sulla nave ed ascolta la sua storia: si tratta del Barone Frankenstein figlio di un noto chirurgo di cui ha seguito le orme. Ossessionato dalla morte della madre, Victor Frankenstein ha come obbiettivo sconfiggere la morte, ci riesce con l’aiuto di Harlander, un ricchissimo venditore d’armi che presto sarà suo parente visto che la nipote Elizabeth sta per sposare il fratello di Victor, William. Anche Victor s’innamora di Elizabeth ma la ragazza lo rifiuta però il suo aiuto sarà fondamentale per permettere a Victor di oltrepassare i confini della morte e riportare in vita la sua Creatura. Nonostante la riuscita dell’esperimento Victor è deluso dalla scarsa intelligenza dimostrata dall’essere che il creatore aveva immaginato come superuomo e arriva persino ad odiarlo dopo aver visto l’affinità elettiva che il mostro ha creato con Elizabeth e cerca di distruggerlo ma l’essere si rivela immortale.
Il racconto è interrotto dall’ingresso della creatura che ancora una volta è sopravvissuto ed è venuto a reclamare Victor, la creatura racconta la sua storia, come sia sopravvissuto all’esplosione che ha distrutto la torre, di come si sia evoluto e abbia scoperto il mistero della sua creazione rintracciando Victor perché gli creasse una compagna per sfuggire alla solitudine. L’incontro avviene la vigilia delle nozze di Elisabeth e William; il rifiuto di Victor di creare una compagna alla creatura scatena l’ira del mostro, Elizabeth muore nel tentativo di salvarlo da Victor. Rimasti soli, creatore e creatura iniziano ad inseguirsi raggiungendo i confini del mondo. Ormai in punto di morte Victor comprese ragioni del mostro e chiede perdono morendo tra le sue braccia. Il capitano della nave lascia andare la Creatura che in cambio libera la nave dai ghiacci e invece di proseguire la spedizione, la nave fa rotta verso casa.

Diviso in prologo, due capitoli e un epilogo, l’attesissimo film di Guillermo del Toro che il regista sognava di realizzare da anni, si rivela molto simile alla sua creatura: un innesto di vari rimandi cinematografici tra le varie versioni del romanzo di Mary Shelley più altre suggestioni tra tutte The Elephant Man da cui la Creatura di Del Toro prende l’autodeterminazione di voler essere riconosciuto come essere umano, o quantomeno vivente e senziente.

È un ibrido strano non sempre felice nelle soluzioni (il racconto della Creatura è un po’ ridondante nel ribadire chi sia il vero mostro) che personalmente ho apprezzato molto.
Tornano alcuni punti salienti della teoretica del regista messicano e il rapporto creatore / creatura approfondisce quanto già sviluppato in Pinocchio una metafora del rapporto complesso sulla genitorialitá e anche sul processo creativo.

Ancora una volta Del Toro umanizza il mostro regalandogli un’umanità antispecista che nasce dalla sofferenza e crea un’affinità elettiva con  anime che si sentono incomprese.

Trovo molto interessante lo spostamento temporale: il film è ambientato nel 1857, nel pieno della rivoluzione industriale, quando al positivismo scientifico risponde la nascita di movimenti spiritisti e l’esplosione della letteratura fantastica, di cui il romanzo della Shelley era stato un antesignano essendo del 1818.

Lo slittamento temporale permette di giocare con la tensione tra positivismo e spiritismo ma permette all’opera di parlare più chiaramente del nostro tempo. Quel corpo in attesa di essere riportato in vita sembra un robot e non dimentichiamo la grossa battaglia che negli ultimi anni le maestranze cinematografiche americane stanno combattendo (il famoso sciopero del 23 che fermò diverse produzioni seriali) contro l’uso dell’intelligenza artificiale. Non a caso il capitano alla guida della spedizione che si era detto affine allo spirito di ricerca di Frankenstein, dopo aver visto consumarsi il dramma del barone e della sua creatura, decide di tornare indietro. Direi che il messaggio del regista è chiaro ed è piuttosto beffardo che lo lanci da una delle piattaforme più coinvolte nell’uso degli algoritmi.

Anche fare di Harlander un mercante d’armi che ha a disposizione una ricchezza infinita e ha uno scopo ben preciso sulla ricerca di Frankenstein è un riferimento ben preciso ai nostri giorni tra guerre e ricerca soggetta alle esigenze del capitalismo.

Se la trama è il messaggio del film possono aver fatto storcere qualche naso, la bellezza della messa in scena ha ben pochi o nulli detrattori.

Anche nelle scenografie Del Toro ruba pezzi di altri film: la torre è una ziggurat che richiama Metropolis (e anche lì un robot prende vita per arringare le folle) i convertitori d’energia dai colori psichedelici di una tipica produzione di Corman e al suo La maschera della morte rossa fa pensare l’abito inopinatamente rosso della madre di Victor.

Ad interpretarla sempre l’attrice Mia Goth: la sua Elizabeth non viene riportata in vita dopo la morte ma il doppio ruolo della protagonista rimanda a La moglie di Frankenstein sequel del 1935 dove Elsa Lanchester oltre la Sposa veste anche i panni di Mary Shelley nel prologo.

I costumi sono meravigliosi non solo per fedeltà storica (alcuni gioielli sono originali) ma anche perché i tessuti rimandano al mondo dell’entomologia di cui Elizabeth è cultrice, una passione che le permette di interessarsi alla Creatura ed entrare in connessione con lei, poi falene ed altri insetti sono tutti animali psicopompi (atti cioè a trasferire le anime dopo la morte).

Come in Crimson Peak il regista realizza un serrato dialogo con l’arte se nel film precedente lo stile di riferimento era quello preraffaellita, qui abbiamo un rimando al ritratto di Sissi coi i capelli sciolti di Franz Xaver Winterhalter del 1865 mentre molti avranno riconosciuto il famoso quadro che imperversa da Barry Lyndon a Emma.

Evidente anche un interesse di Del Toro per la scultura, la plasticità del corpo inanimato rimanda al Rinascimento o al Neoclassicismo se vogliamo fare paragoni azzardati nella posa della creatura incatenata ho rivisto la Maddalena del Canova, nell’innaturalezza del corpo dissezionato le pose di Rabarama il cui stile  mi sembra tornare anche nel gioco di cicatrici sul corpo della Creatura, interpretato da un Jacob Elordi giudicato troppo bello e non adeguatamente imbruttito.

Ho letto che Del Toro ha una passione per Boris Karloff che oltre l’iconico Frankenstein del 1931 è stato anche La Mummia del 1932 è proprio a quest’interpretazione di Karloff sembra l’ispirazione del dagherrotipo del volto della Creatura che guarda caso- si anima tra le bende e diventa rabbioso dopo l’attacco dei lupi, come detto in apertura questo Frankenstein è un innesto di tanti corpi cinematografici e soprattutto cannibalizza altre due grandi maschere dei mostri Warner La mummia e L’uomo lupo

Beetlejuice Beetlejuice

USA 2024, Warner Bros
con Winona Ryder, Jenna Ortega, Michael Keaton,Monica Bellucci, Catherine O’Hara, Justin Theroux, Willem Dafoe, Arthur Conti, Burn Gorman, Danny DeVito, Mark Heenhan, Stephen K. Amos, Santiago Cabrera
regia di Tim Burton

Lidia Deetz è diventata una star televisiva con un programma sulle case infestate, ha un pessimo rapporto con la figlia adolescente Astrid che non crede ai suoi poteri paranormali visto che non può metterla in contatto con il padre morto; quando Charles Deertz viene a mancare, Astrid, Lidia e la matrigna Delia riaprono la casa di Winter River per il funerale. Qui Astrid s’innamora di un ragazzo dalle malevoli intenzioni tanto che per salvarla Lidia è costretta a chiedere l’aiuto di Beetlejuice e ad accettare di sposarlo ma dal passato del bio esorcista è riemersa Delores, la sua prima moglie…

Per la prima volta Tim Burton gira un sequel di un suo film originale, la scelta, vagheggiata da tempo, ricade sull’irrispettoso bio esorcista dando la possibilità al regista di riaggiornare al presente la satira sul mondo della televisione, l’arte e gli onnipresenti influencer.

Il film è divertente ma la scorrettezza del primo film si è molto ammorbidita, punto accettabile essendo un chiaro segno dei tempi. Torna la sarabanda surreale tra mondo dei vivi e mondo dei morti ancora più mescolati che nel primo film.

Come al mondo dell’audiovisivo su cui satireggia (più divertente la critica sottile al mondo dell’arte contemporanea che l’osannata scena degli influencer risucchiati dal cellulare) Burton presta più attenzione alla superficie che ai contenuti: precisa la citazione del cinema espressionista del Gabinetto del Dr Caligari, bella la fotografia, i balletti e gli effetti speciali; rimane un po’ di delusione per la trama tirata via in fretta eppure sia il fidanzato fantasma di Astrid e soprattutto la ex di Beetlejuice, Delores avrebbero meritato di essere molto più che sbiaditi comprimari: erano personaggi degni di entrare nell’universo burtoniano, asfittico da troppi anni: forse forse era un progetto più adatto ad una serie? 

Inside out 2

USA 2024, Pixar Disney
regia di Kelsey Mann

Riley Anderson affronta la pubertà e nuove emozioni arrivano a turbare l’equilibrio della ragazzina, portandola anche a vivere un’attacco di panico…

Ho preferito il secondo capitolo al primo, che come scrissi all’epoca mi sembrava un’opera un po’ troppo intellettualmente compiaciuto, mentre il sequel mi sembra aver raggiunto, anche in fase di scrittura, un perfetto equilibrio tra mente e cuore: le esperienze di Riley sono capitate a tutti e trascendono il periodo adolescenziale: l’accettazione sociale, la paura della solitudine, la necessità di riuscire sono esigenze transgenerazionali che riguardano ogni spettatore.

Ho trovato molto interessante anche la rappresentazione dell’universo mentale, nel primo capitolo forse era più creativo culminando nel capolavoro visivo dell’area del pensiero astratto mentre in Inside out 2 il disegno resta più omogeneo ma in grado di spiegare bene i processi mentali e la costruzione del proprio io interiore.

Che l’attenzione sia tutta per Ansia lo dimostra anche il disegno: la nuova protagonista che contende il comando a Gioia è un bislacco esserino arancione ben diverso dal tratto tipicamente umano che contraddistingue le altre emozioni: tutta la mia simpatia va a Ennui e le sue pose dinoccolate. Continua lo strano incrocio con Follemente visto che Ansia è doppiata da Pilar Fogliati.

Le tombe dei resuscitati ciechi

La noche del terror ciego
Spagna 1972
con César Burner, María Elena Arpón, José Thelman, Lone Fleming, Rufino Inglés, Verónica Llimerá, Simón Arriaga, Francisco Sanz, Juan Cortés, Andrés Isbert, Antonio Orengo, José Camoiras, María Silva, Carmen Yazalde
regia di Amando De Ossorio


Letombe deiresuscitaticiechi


Due amiche dei tempi del liceo si rincontrano casualmente dopo anni, in vacanza. Virginia è col fidanzato Roger che invita Betty a unirsi a loro in una gita su un treno a vapore. Virginia un po’ per gelosia e un po’ per vergogna per l’amore lesbo con l’ex compagna di scuola decide di scendere dal treno in aperta campagna. Raggiunge una vecchia abbazia diroccata dove decide di passare la notte, non immaginando che il luogo sia infestato da una congrega di templari scomunicati che resuscitano ogni notte per ripetere i loro riti satanici. Il giorno dopo Virginia viene ritrovata cadavere, Betty e Roger indagano sul mistero della sua morte e scoprono la leggenda dei templari ciechi, mentre Virginia resuscita a sua volta e uccide fino a quando non finisce divorata dalle fiamme. Roger e Betty sono più propensi a credere che gli omicidi attorno al villaggio abbandonato siano opera di una banda di contrabbandieri che sfrutta la leggenda per tenere lontane le persone dalla zona dei loro traffici, Roger decide quindi di sfidare il capobanda Pedro e così Betty, Roger, Pedro e la sua amante trascorrono la notte nell’abbazia finendo vittime dei resuscitati ciechi, si salva solo Betty perché il fuochista ferma il treno a vapore per salvarla ma ne seguirà una strage…



Le tombe dei resuscitaticiechi


Amando de Ossorio viene considerato il maestro dell’horror iberico grazie all’invenzione dei resuscitati ciechi, una congrega di templari che si sono votati al demonio e per questo sono stati scomunicati e uccisi dopo essere stati accecati, le pratiche immonde di vampirismo che vediamo in apertura del film, li hanno resi immortali per cui ogni notte i templari resuscitano e cercano di replicare i loro riti sui malcapitati che incontrano, le vittime terrorizzate dal vedere gli scheletrici esseri non possono fare a meno di urlare e così i monaci li individuano facilmente pur essendo ciechi.



Letombedeiresuscitaticiechi


Il regista ambienta parte delle gesta dei resuscitati ciechi in veri monasteri gotici che ben suppliscono alla mediocrità degli effetti speciali degli avelli che si scoperchiano, la vera genialata è però quella di usare un rallenti esasperato che rende indimenticabile la cavalcata dei templari, facendo passare in secondo piano la debole trama che non sa bene dove andare: l’inizio che punta sul presunto triangolo tra i protagonisti, la figura del lavorante all’obitorio un po’ sadico e un po’ necrofilo, prima vittima della resuscitata Virginia; i buchi di sceneggiatura dei cavalli in carne ed ossa a perenne disposizione dei morti viventi senza una plausibile spiegazione e l’evidente derivazione del film da La notte dei morti viventi di George Romero a cui s’ispira l’inopinata invasione finale del treno da parte dei resuscitati ciechi: non sempre le buone azioni pagano.
Il film ebbe tre sequel tra il 1973 e il 1975.

Un uomo chiamato Cavallo

A Man Called Horse
USA 1970
con Richard Harris, Judith Anderson, Jean Gascon, Manu Tupou, Corinna Tsopei, Dub Taylor, James Gammon, Tamara Garina, Michael Baseleon, Eddie Little Sky, William Jordan, Lina Marin
regia di Elliot Silverstein



Un uomochiamato cavallo


L’affettato lord inglese John Morgan è in America per cacciare quando viene catturato da una banda di Sioux. John diventa l’uomo di fatica di Orsa Grigia, la madre del capo tribù e viene chiamato Shunka Wakan, Cavallo. Nel villaggio indiano c’è anche un altro prigioniero, Batise, che si finge pazzo perchè gli indiano rispettano i folli. Dopo alcuni tentativi di fuga e la pretesa di essere rispettato come essere umano, Shunka Wakan inizia ad esser rispettato quando sventa un attacco Shoshone. John chiede in sposa Tortora Bianca, la sorella del capo ma per poterla sposare deve sottoporsi a un doloroso rito d’iniziazione. Anche se il progetto di Batise e John è la fuga per tornare tra i bianchi, John è veramente innamorato di Tortora Bianca che però muore durante un attacco Soshone, come Batise. La tribù rivale viene sconfitta grazie alle tecniche militari inglesi suggerite da John che potrebbe andarsene ma preferisce restare al campo fino alla morte di Orsa Grigia.



Unuomochiamatocavallo


Uno dei titoli più celebri dell’ondata di western “revisionisti” sui nativi americani della fine degli anni’60 e dei primi anni ’70. Un uomo chiamato Cavallo evita di raccontare lo scontro tra bianchi e indiani ma vuole quasi essere un trattato etnologico della vita Sioux, da qui la figura, anche buffa, di Batise che serve per spiegare a John e al pubblico gli usi e i costumi della tribù.
Nonostante il desiderio di tornare alla civiltà John Morgan rimane affascinato dalla vita dura ma fedele ai ritmi della natura dei nativi: la vecchia depredata di tutto dopo la morte del figlio in battaglia e lasciata a vagare sulla neve in attesa della morte, il dolorosissimo rito d’iniziazione che mette in contatto con il Grande Spirito in un tripudio di scene lisergiche che si sommano a molti inserti naturalistici di aquile e altri predatori in caccia proprio per sottolineare la profonda connessione con la natura dei popoli indiani.
Una visione molto romantica del mondo indiano che però paga pegno nelle interpretazioni, la vecchia Orsa Grigia, madre di Mano Gialla e Tortora Bianca, è niente meno che Judith Anderson, la perfida signora Danvers, la governante di Rebecca la prima moglie, e anche la bella indiana che ruba il cuore di Morgan è interpretata dalla debuttante attrice greca Corinna Tsopei, mentre Mano Gialla è un attore originario delle Fiji: insomma il percorso di rivendicazione indiana è ancora molto lungo.
Rivisto oggi il film sente i segni del tempo e si presenta come un classico prodotto dell’epoca, ma l’ottima interpretazione di Richard Harris e la trama classica ma sempre avvincente lo rendono ancora un film piacevole: all’epoca ebbe così tanto successo da avere due sequel.

Alita – Angelo della battaglia

Alita: Battle Angel
USA 2019
con Rosa Salazar, Christoph Waltz, Jennifer Connelly, Ed Skrein, Mahershala Ali, Jackie Earle Haley, Keean Johnson, Eiza González, Michelle Rodriguez, Lana Condor, Casper Van Dien, Jeff Fahey, Marko Zaror
regia di Robert Rodriguez


Alitaangelodellabattaglia


Anno 2563, trecento anni dopo la guerra con l’Unione delle Repubbliche di Marte, la Terra sconfitta è un luogo desolato, alla “Caduta” sopravvive solo l’ultima delle città sospese ai cui piedi si stende la Città di Ferro dove la gente si arrabatta tra i rifiuti di Zalem, luogo di eletti dove tutti sognano di arrivare. In una discarica il dottor Ido Dyson trova il nucleo di un cyborg dormiente e la porta a casa per ripararla. La ragazzina si sveglia senza ricordare nulla di sé ma ha un’innato istinto alla battaglia. Una delle sue conoscenze nel nuovo mondo è Hugo, un ragazzo con cui nasce una forte simpatia che presto diventa amore. Un giorno Hugo e i suoi amici portano Alita a vedere il residuato di un’astronave marziana e Alita sente l’istinto di entrarvi e qui trova una tuta che sembra reagire ai suoi comandi. Alita chiede a Ido di inserire il suo nucleo nella tuta ma il dottore si rifiuta spiegando alla ragazza le sue origini: il Berserker resta però l’unica opzione quando il corpo di Alita viene distrutto nella battaglia con Grewishka, un cyborg al servizio dell’entità a capo di Zalem e che vuole la distruzione di Alita. Anche Hugo viene coinvolto nello scontro tra Nova e Alita e alla ragazza non resta che diventare una campionessa di motorball per poter accedere alla città sospesa e regolare i suoi conti.



Alitabattleangel


Non conosco il manga a cui è ispirato il film che ho trovato piacevole anche se non perfetto e con il solito problema che mi allontana dal filone fantastico: a partire da Star Wars, Blade Runner, Terminator, Matrix, fino a Il Signore degli Anelli questo genere cinematografico era sicura fonte iconografica in grado di creare stili e costumi ora è tutto un grande dejà vu, senza più nessuna voglia di creare nuovi immaginari e per Alita è un peccato perché la Città di ferro si ispira alle città dell’America Latina, riconoscibile la cattedrale dell’Avana, e il confronto tra la Città di Ferro e l’irraggiungibile Zalem avrebbe potuto avere una lettura politica molto attuale invece lo stelo che collega Zalem al suolo mi ha ricordato l’Albero della Vita dell’Expo di Milano, evito di elencare tutti i rimandi a Blade Runner e la motocicletta monoruota di Hugo ereditata da Star Wars.
Detto questo il film, pur sfiorando velocemente i temi, risulta intrigante nel viaggio della ricerca di sé, nel tema del rapporto uomo macchina, “fissa” di James Cameron, che avrebbe dovuto dirigere il film posticipando il progetto per anni e finendo per ritagliarsi il ruolo di produttore e affidando la regia a Robert Rodriguez.



Alita battle angel



Si alternano scontri epici con il romanticismo dell’amore adolescienziale tra Alita e Hugo ed è molto bello anche il rapporto paterno che si instaura tra la cyborg e il dottor Ido che la chiama Alita come la figlia che ha perduto e per cui aveva costruito il primo corpo robotico indossato dalla ragazza.
I misteri irrisolti della trama: Alita riemerge dopo trecento anni dalla rumenta o è stata gettata di recente da Zalem? avranno credo, una spiegazione nell’inevitabile sequel con la quasi certezza di trovarci davanti all’ennesima trilogia.
Da menzionare il notevole livello d’interazione tra la live action e la computer grafica con cui sono stati alterati i tratti del volto di Rosa Salazar.

La figlia di Dracula

Dracula’s Daughter
USA 1936 Warner Bros
con Gloria Holden, Otto Kruger, Marguerite Chruchill, Edward Van Sloan, Gilbert Emery, Irving Pichel, Billy Bevan, Nan Grey, Hedda Hopper, E.E. Clive
regia di Lambert Hillyer


La figlia di dracula


Van Helsing viene catturato da due solerti poliziotti di Scotland Yard subito dopo aver ucciso il Conte Dracula e chiama a difenderlo lo psichiatra Jeffrey Garth. Intanto il corpo di Dracula svanisce misteriosamente: è stato prelevato e bruciato dalla contessa Marya Zaleska, la figlia di Dracula che spera in questo modo di liberarsi dal vampirismo ereditato dal padre; il tentativo fallisce e quando la donna incontra Garth rimane affascinata dalle sue teorie sul potere guaritore della mente e vorrebbe farsi curare da lui, intanto su di lei si addensano i sospetti di vampirismo e per convincere lo psichiatra a seguirla in Transilvania Marya Zaleska rapisce Janet, la ragazza di cui Garth è innamorato…



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Il primo sequel del celebre Dracula del 1931 ha una storia produttiva piuttosto complicata: l’idea venne nel 1933 a David O. Selznick che voleva girarlo per la MGM ispirandosi al racconto di Bram Stoker Dracula’s Guest. Il progetto venne ceduto alla Universal nel 1935, l’intento era quello di farlo girare a James Whale, reduce dal successo de La moglie di Frankenstein, sequel dell’altro celebre mostro della Universal, ma il regista si manifestò dubbioso sul fatto di girare un nuovo horror subito dopo il precedente e così la regia passò a Lambert Hillyer più abile nelle commedie e infatti i tocchi comici non mancano nella pellicola, forse sono addirittura eccessivi e la causa dello scarso successo dell’opera.



La figlia di dracula


Del cast di Dracula resta solo Edward Van Sloan che interpreta nuovamente Van Helsing ma il personaggio di  Marya Zaleska è molto interessante: vampira suo malgrado fa di tutto per liberarsi della sua condizione, prima incenerendo la salma del padre poi affidandosi alla psichiatria, nonostante gli sforzi non riesce a liberarsi dalla sete di sangue e l’ipnosi su Lili, una modella trovata in fin di vita permette di capire chi è il nuovo vampiro che infesta Londra dopo la morte di Dracula.



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Marya vorrebbe che il professor Garth si dedicasse solo a lei seguendola in Transilvania ma l’uomo rifiuta allora la donna lo costringe a seguirla rapendo Janet e rivelando al fedele servitore Sandor che è innamorata del medico e vuole trasformarlo in vampiro, Sandor, a cui la donna aveva promesso l’immortalità, la uccide per gelosia.



La figlia di dracula


La rivelazione dell’innamoramento per Garth suona un po’ strana perché La figlia di Dracula è intriso di sottotesti omoerotici e del resto la prima vampira della letteratura, Carmilla di Sheridan Le Fanu, era lesbica. Se con Garth non vediamo mai un interesse che vada oltre le discussioni sulla psichiatria (tecnica sempre alla ribalta come cura all’omosessualità) è lampante la venatura saffica della scena con Lili e anche la scena nel castello con Janet svenuta lascia intendere un interesse della contessa per la fanciulla.

Gli invasati

GliinvasatiThe Haunting
GB 1963 MGM
con Julie Harris, Claire Bloom, Richard Johnson, Russ Tamblyn, Fay Compton, Rosalie Crutchley, Lois Maxwell, Valentine Dyall, Diane Clare, Ronald Adam
regia di Robert Wise

L’antropologo John Markway convince Mrs. Sanderson, proprietaria di un maniero dalla fama sinistra, a concedere a lui e ai suoi assistenti di passare un certo periodo nella villa per dimostrare scientificamente se la casa sia infestata o meno. La donna accetta a patto che al gruppo si unisca anche il nipote Luke, futuro erede di Villa Crain. Dei sei assistenti invitati da Markway si presentano solo due ragazze, la raffinata Theodora dalle riconosciute doti di sensitiva e Eleanor Lance, una giovane donna, nell’infanzia scatenatrice di poltergeist, afflitta da un profondo senso di colpa per la morte della madre, invalida da anni, di cui si ritiene responsabile. L’effettiva presenza di fenomeni paranormali e le ambigue relazioni che si instaurano con i compagni d’avventura portano Eleanor alla morte.



Gli invasati



Un classico della cinematografia horror tratto da un romanzo cult della letteratura gotica novecentesca, L’incubo di Hill House di Shirley Jackson.
Il film è penalizzato da una certa verbosità: se l’introduzione dei fatti del 1873 che sono alla base della fama sinistra della magione sono interessanti, come anche il dialogo interiore di Eleanor, certe spiegazioni pseudo scientifiche delle varie branche della parapsicologia sono francamente inutili.



The haunting



A funzionare ancora molto bene è la scenografia: gli esterni Hill House sono quelli di una magione inglese a quanto pare realmente infestata, fotografata con perizia da Davis Boulton.
Gli interni furono ricostruiti in studio, lo stile barocco e sovraccarico dell’arredo contribuisce ad accentuare la sensazione claustrofobica del film.
La caratteristica di Hill House, viene detto, è quello di avere superfici distorte che acuiscono il senso di alienazione, la scenografia non sottolinea questo fatto che viene messo in risalto da angolature di riprese azzardate.



Gliinvasati



Memore della lezione di Val Lewton, mitico produttore della RKO che risollevò con una serie di horror a basso costo, alcuni, come Il Giardino delle Streghe, sequel de Il Bacio Della Pantera, diretti da Wise, il regista punta tutto sulla paura nata dall’invisibile e dall’inconoscibile così ne Gli Invasati non ci sono effetti speciali ma la presenza del sovrannaturale è evocata da suoni spaventosi (pianti, lugubri mormorii, passi, colpi ecc..) abbinati a dettagli bizzarri della decorazione degli interni come la parete intarsiata che rivela un volto ghignante reso mobile dai giochi di luce.



Thehaunting



Altro elemento fondamentale è la recitazione degli attori, tutti molto bravi e ben caratterizzati ma è davvero grande la prova della attrice protagonista Julie Harris nota al grande pubblico per il ruolo equilibrato di Abra, quasi cognata e confidente del tormentato Cal Trask (James Dean) ne La Valle dell’Eden (1955).

La forma dell’acqua – The Shape of Water

Elisa Esposito è una donna delle pulizie muta che lavora in un  laboratorio governativo a Baltimora. Rimane incuriosita da uno strano essere acquatico trasportato nella struttura e ben presto si rende conto che la creatura, torturata dal perfido colonnello Richard Strickland, ha una sensibilità ed è in grado di comunicare con lei. Quando Elisa scopre che l’anfibio sarà ucciso dopo pochi giorni, coinvolge il suo vicino di casa, un vecchio illustratore gay, nel tentativo di far fuggire la creatura. Il piano sarebbe destinato a fallire ma l’inserviente trova degli inaspettati alleati nella collega Zelda e nel professor Hoffstetler, lo scienziato che sta studiando l’anfibio e ritiene inutile la sua morte anche se è voluta dai suoi veri capi, essendo il professore una spia russa.




La forma dell'acqua


Sono tra quelli che ritengono eccessiva la pioggia di premi riservata all’ultima fatica di Guillermo del Toro.
La storia ha indubbiamente qualche buco di sceneggiatura: evidentemente era sbagliata la dieta dell’anfibio dato che una bella dose di piombo è servita a renderlo immantinente eroico e battagliero dallo stato stremato in cui si trovava appena arrivato al dock.
Molto nello stile di ripresa così movimentato dai dolly e dalla steadycam mi ha ricordato lo stile di Tim Burton a cui sarebbe stata congeniale anche la vicenda di un amore tra mostri dal cuore d’oro ed umani emarginati.




The shape of water


Il merito che riconosco alla pellicola ed è forse quello che ha incentivato i numerosi riconoscimenti, è l’abilità di aver trovato una via originale che supera il mero remake di un film di culto, in questo caso Il mostro della laguna nera. La forma dell’acqua non è un remake né un sequel ma prende spunto da un momento preciso perché nel film del 1956 la spedizione si divide sulla cattura o meno dell’essere. Guillermo del Toro immagina che abbia vinto la parte “cattiva” della spedizone e racconta il destino del povero mostro catturato, studiato e torturato per comprendere la sua respirazione anfibia e sfruttarla nella corsa spaziale contro i russi. Un destino molto simile a quello di chi oggi è discriminato per vari motivi e in nome di un bene superiore della nazione viene ritenuto sacrificabile o indegno di godere dei diritti civili più elementari.
Un altro elemento peculiare del capolavoro di Jack Arnold era la vena erotica del film con il mostro invaghito della bella della spedizione. Se nel 1956 ci si limitava al voyerismo acquatico  della creatura, il regista messicano non teme di raccontare un amore fisico tra “razze diverse” consumato con passione.
Forse la capacità di stravolgere un classico adattandolo alla lettura storica del nostro tempo è stata -giustamente- più apprezzata che il mero gioco citazionista a cui siamo abituati.

Blade Runner 2049

Nel futuro post apocalittico del 2049 intelligenze artificiali sempre più evolute sono al servizio dell’uomo. L’agente K è un Nexus di ultima generazione che lavora per la polizia di Los Angeles con il compito di ritirare i vecchi modelli ribelli. Quando rintraccia e uccide il replicante Sapper Morton che vive solitario in una fattoria, K trova una sorta di bara sepolta accanto a un vecchio albero, all’interno vengono scoperti i resti di una Nexus femmina morta per le conseguenze del parto: è Rachel, il modello esclusivo della Tyrell fuggito con Deckard.
La notizia è sconvolgente perché nessuno ha mai sospettato che i replicanti fossero in grado di riprodursi anche se il capo dell’azienda che ha rilevato la produzione di androidi, Niander Wallace, da tempo sogna di creare umanoidi in grado di riprodursi per colonizzare gli extra mondi su cui far rifiorire la civiltà terrestre.
Nelle sue ricerche del bambino androide, K si convince di essere il figlio di Rachel e Deckard e si mette sulle tracce del presunto padre che trova tra le rovine dell’antica Las Vegas completamente distrutta dalle radiazioni. Ma K è stato seguito e Deckard viene condotto da Wallace che cerca di comprarlo proponendogli una fedele riproduzione di Rachel. Intanto K, salvato da un gruppo di androidi ribelli scopre il segreto che si cela dietro la misteriosa nascita del figlio di Rachel e Deckard.



Bladerunner2049
attenzione spoiler


Trama piuttosto complessa per uno dei film più attesi degli ultimi anni e che non ha avuto il successo sperato al botteghino.
Si tratta di una buona pellicola ma pensare che potesse essere all’altezza dell’originale era impensabile, l’unica idea davvero originale è quella di far credere che K sia erede di Deckard e poi fargli seguire il destino di Roy Batty con tanto di ripresa della musica di Vangelis con una morte sotto la neve invece che sotto la pioggia.
Per il resto Blade Runner 2049 non si discosta troppo dalla pioggia di sequel o prequel di classici scifi degli ultimi anni da Star Wars ad Alien: con l’obbligo di non discostarsi troppo dall’originale per non tradire i vecchi fan dei film originali che non sono poi neppure così anziani (e lo affermo parlando con cognizione di causa!)
Scatta quindi l’obbligo di esasperare alcuni tratti salienti: l’amore tra il replicante K e l’intelligenza artificiale Joi che si manifesta solo in un ologramma enfatizza l’amore impossibile tra Deckard e Rachel, mentre Mariette è una Prissy meno inquietante e Luv una Rachel maggiormente in grado di controllare le proprie emozioni.
Di certo anche se i nomi di richiamo sono maschili, l’universo di Bale Runner 2049 è declinato al femminile come dimostrano anche i personaggi del Tenente Joshi e quello di Freysa, capo dei Nexus ribelli.




Bladerunner 2049


Ridley Scott sta dimostrando da tempo un’attenzione morbosa ai sui due capolavori Alien e Blade Runner, se del primo si sta quasi perdendo il contro tra sequel e prequel per il secondo film non si contano le versioni riviste e corrette per ogni anniversario dalla director cut in poi anche se il sequel sembra ispirarsi alla prima versione con il lieto fine della fuga di Deckard e Rachel imposto dalla casa di produzione e realizzato con scene di scarto di Shining di Kubrick quindi in un mondo metacinematografico i due fuggitivi stanno correndo verso l’Overlook Hotel, dove solo un destino di morte poteva toccare a Rachel, pur non trovando nessun psicopatico sulla propria strada.




Bladerunner2049


La morale sembrerebbe dunque quella di fermarsi al primo film, come conferma anche il responso del pubblico ma l’incontro tra Deckard e la vera figlia, Ana Stelline, lascia la via aperta per nuovi capitoli della saga che ho il vago sentore, parlando di extramondi, che voglia allacciarsi all’attuale prequel di Alien dove il tema della coscienza degli androidi è il tema portante.