Turista per caso

The Accidental Tourist
USA 1988 Warner Bros
con William Hurt, Kathleen Turner, Geena Davis, Amy Wright, David Ogden Stiers, Ed Begley Jr., Bill Pullman, Robert Hy Gorman, Bradley Mott, Seth Granger
regia di Lawrence Kasdan

Un anno dopo la tragedia che ha sconvolto le loro vite, la morte del figlio adolescente durante una rapina in un fast food, Sarah Leary decide di separarsi dal marito, Macon. Lui è uno scrittore di guide turistiche spesso in viaggio e deve lasciare Edward, il cane, in una pensione per animali. Muriel, la tenutaria della pensione è una donna molto estroversa che fa subito capire a Macon di essere interessata a lui. Dopo molte titubanze Macon si mette con Muriel quando al matrimonio della sorella Sarah gli chiede di tornare insieme e Macon accetta ma durante un viaggio di lavoro a Parigi Muriel lo segue e anche Sarah lo raggiunge…

Turista per caso è certamente l’opera più nota del regista Lawrence Kasdan, candidata a quattro premi Oscar risolti con la vittoria di Geena Davis come miglior attrice.
Pur essendo coinvolto come sceneggiatore in diversi capitoli della saga di Star Wars, Kasdan nelle sue regie punta a toni intimistici, a commedie agrodolci che sovente girano intorno al tema della morte.

Turista per caso racconta la rinascita di un uomo introverso che pur facendo lo scrittore non ha la capacità di elaborare il lutto che gli ha sconvolto la vita.
Del resto il settore in cui lavora è piuttosto peculiare: Macon scrive guide turistiche per chi viaggia per lavoro, gente che forse preferirebbe stare a casa, quindi i suoi consigli sono volti a razionalizzare l’esperienza del viaggio in modo che l’inatteso impatti il meno possibile sulle abitudini del viaggiatore.
La metafora è lampante e usata per illustrare i vari capitoli della trama: Macon vive e scrive in modo da controllare ogni imprevisto e proprio il suo bisogno di controllo lo rende più inerme davanti agli sconvolgimenti della morte e dell’amore.

La rinascita di Macon irrompe nella sua vita con l’incontro con Muriel, figura bizzarra chiaramente costruita sulla falsariga di Susanna!: una donna sopra le righe, madre single di Alexander, ragazzino con problemi di salute e vittima di bullismo; la presenza di Muriel sconvolge alquanto quel che resta della famiglia di Macon, tre fratelli (una sorella che guida la casa con piglio deciso e maniacale e due fratelli ultra quarantenni incapaci di badare a sé stessi).
Macon si lascia trascinare nella relazione con Muriel forse anche per la tenerezza verso il figlio di lei ma appena l’ex moglie riappare, l’uomo torna alla vita di famiglia e ci vorrà ancora il bizzarro viaggio a Parigi in cui è conteso tra le due donne per fargli comprendere l’imprevedibilità della vita e dei sentimenti.

Alita – Angelo della battaglia

Alita: Battle Angel
USA 2019
con Rosa Salazar, Christoph Waltz, Jennifer Connelly, Ed Skrein, Mahershala Ali, Jackie Earle Haley, Keean Johnson, Eiza González, Michelle Rodriguez, Lana Condor, Casper Van Dien, Jeff Fahey, Marko Zaror
regia di Robert Rodriguez


Alitaangelodellabattaglia


Anno 2563, trecento anni dopo la guerra con l’Unione delle Repubbliche di Marte, la Terra sconfitta è un luogo desolato, alla “Caduta” sopravvive solo l’ultima delle città sospese ai cui piedi si stende la Città di Ferro dove la gente si arrabatta tra i rifiuti di Zalem, luogo di eletti dove tutti sognano di arrivare. In una discarica il dottor Ido Dyson trova il nucleo di un cyborg dormiente e la porta a casa per ripararla. La ragazzina si sveglia senza ricordare nulla di sé ma ha un’innato istinto alla battaglia. Una delle sue conoscenze nel nuovo mondo è Hugo, un ragazzo con cui nasce una forte simpatia che presto diventa amore. Un giorno Hugo e i suoi amici portano Alita a vedere il residuato di un’astronave marziana e Alita sente l’istinto di entrarvi e qui trova una tuta che sembra reagire ai suoi comandi. Alita chiede a Ido di inserire il suo nucleo nella tuta ma il dottore si rifiuta spiegando alla ragazza le sue origini: il Berserker resta però l’unica opzione quando il corpo di Alita viene distrutto nella battaglia con Grewishka, un cyborg al servizio dell’entità a capo di Zalem e che vuole la distruzione di Alita. Anche Hugo viene coinvolto nello scontro tra Nova e Alita e alla ragazza non resta che diventare una campionessa di motorball per poter accedere alla città sospesa e regolare i suoi conti.



Alitabattleangel


Non conosco il manga a cui è ispirato il film che ho trovato piacevole anche se non perfetto e con il solito problema che mi allontana dal filone fantastico: a partire da Star Wars, Blade Runner, Terminator, Matrix, fino a Il Signore degli Anelli questo genere cinematografico era sicura fonte iconografica in grado di creare stili e costumi ora è tutto un grande dejà vu, senza più nessuna voglia di creare nuovi immaginari e per Alita è un peccato perché la Città di ferro si ispira alle città dell’America Latina, riconoscibile la cattedrale dell’Avana, e il confronto tra la Città di Ferro e l’irraggiungibile Zalem avrebbe potuto avere una lettura politica molto attuale invece lo stelo che collega Zalem al suolo mi ha ricordato l’Albero della Vita dell’Expo di Milano, evito di elencare tutti i rimandi a Blade Runner e la motocicletta monoruota di Hugo ereditata da Star Wars.
Detto questo il film, pur sfiorando velocemente i temi, risulta intrigante nel viaggio della ricerca di sé, nel tema del rapporto uomo macchina, “fissa” di James Cameron, che avrebbe dovuto dirigere il film posticipando il progetto per anni e finendo per ritagliarsi il ruolo di produttore e affidando la regia a Robert Rodriguez.



Alita battle angel



Si alternano scontri epici con il romanticismo dell’amore adolescienziale tra Alita e Hugo ed è molto bello anche il rapporto paterno che si instaura tra la cyborg e il dottor Ido che la chiama Alita come la figlia che ha perduto e per cui aveva costruito il primo corpo robotico indossato dalla ragazza.
I misteri irrisolti della trama: Alita riemerge dopo trecento anni dalla rumenta o è stata gettata di recente da Zalem? avranno credo, una spiegazione nell’inevitabile sequel con la quasi certezza di trovarci davanti all’ennesima trilogia.
Da menzionare il notevole livello d’interazione tra la live action e la computer grafica con cui sono stati alterati i tratti del volto di Rosa Salazar.

Blade Runner 2049

Nel futuro post apocalittico del 2049 intelligenze artificiali sempre più evolute sono al servizio dell’uomo. L’agente K è un Nexus di ultima generazione che lavora per la polizia di Los Angeles con il compito di ritirare i vecchi modelli ribelli. Quando rintraccia e uccide il replicante Sapper Morton che vive solitario in una fattoria, K trova una sorta di bara sepolta accanto a un vecchio albero, all’interno vengono scoperti i resti di una Nexus femmina morta per le conseguenze del parto: è Rachel, il modello esclusivo della Tyrell fuggito con Deckard.
La notizia è sconvolgente perché nessuno ha mai sospettato che i replicanti fossero in grado di riprodursi anche se il capo dell’azienda che ha rilevato la produzione di androidi, Niander Wallace, da tempo sogna di creare umanoidi in grado di riprodursi per colonizzare gli extra mondi su cui far rifiorire la civiltà terrestre.
Nelle sue ricerche del bambino androide, K si convince di essere il figlio di Rachel e Deckard e si mette sulle tracce del presunto padre che trova tra le rovine dell’antica Las Vegas completamente distrutta dalle radiazioni. Ma K è stato seguito e Deckard viene condotto da Wallace che cerca di comprarlo proponendogli una fedele riproduzione di Rachel. Intanto K, salvato da un gruppo di androidi ribelli scopre il segreto che si cela dietro la misteriosa nascita del figlio di Rachel e Deckard.



Bladerunner2049
attenzione spoiler


Trama piuttosto complessa per uno dei film più attesi degli ultimi anni e che non ha avuto il successo sperato al botteghino.
Si tratta di una buona pellicola ma pensare che potesse essere all’altezza dell’originale era impensabile, l’unica idea davvero originale è quella di far credere che K sia erede di Deckard e poi fargli seguire il destino di Roy Batty con tanto di ripresa della musica di Vangelis con una morte sotto la neve invece che sotto la pioggia.
Per il resto Blade Runner 2049 non si discosta troppo dalla pioggia di sequel o prequel di classici scifi degli ultimi anni da Star Wars ad Alien: con l’obbligo di non discostarsi troppo dall’originale per non tradire i vecchi fan dei film originali che non sono poi neppure così anziani (e lo affermo parlando con cognizione di causa!)
Scatta quindi l’obbligo di esasperare alcuni tratti salienti: l’amore tra il replicante K e l’intelligenza artificiale Joi che si manifesta solo in un ologramma enfatizza l’amore impossibile tra Deckard e Rachel, mentre Mariette è una Prissy meno inquietante e Luv una Rachel maggiormente in grado di controllare le proprie emozioni.
Di certo anche se i nomi di richiamo sono maschili, l’universo di Bale Runner 2049 è declinato al femminile come dimostrano anche i personaggi del Tenente Joshi e quello di Freysa, capo dei Nexus ribelli.




Bladerunner 2049


Ridley Scott sta dimostrando da tempo un’attenzione morbosa ai sui due capolavori Alien e Blade Runner, se del primo si sta quasi perdendo il contro tra sequel e prequel per il secondo film non si contano le versioni riviste e corrette per ogni anniversario dalla director cut in poi anche se il sequel sembra ispirarsi alla prima versione con il lieto fine della fuga di Deckard e Rachel imposto dalla casa di produzione e realizzato con scene di scarto di Shining di Kubrick quindi in un mondo metacinematografico i due fuggitivi stanno correndo verso l’Overlook Hotel, dove solo un destino di morte poteva toccare a Rachel, pur non trovando nessun psicopatico sulla propria strada.




Bladerunner2049


La morale sembrerebbe dunque quella di fermarsi al primo film, come conferma anche il responso del pubblico ma l’incontro tra Deckard e la vera figlia, Ana Stelline, lascia la via aperta per nuovi capitoli della saga che ho il vago sentore, parlando di extramondi, che voglia allacciarsi all’attuale prequel di Alien dove il tema della coscienza degli androidi è il tema portante.

Amore folle

AmorefolleMad Love
USA 1935 MGM
con Peter Lorre, Frances Drake, Colin Clive, Ted Healy, Edgar Brophy
regia di Karl Freund

Gogol chirurgo geniale, è ossessionato da Yvonne, attrice di uno spettacolo Grand Guignol. Quando le rivela il suo amore scopre che la donna è sposata a un pianista che sta tornando da una tournèe. Il treno su cui viaggia l’uomo deraglia poco prima di entrare a Parigi e Stephen Orlac si ritrova con le mani maciullate. Yvonne si rivolge al dottor Gogol perché le mani del marito non vengano amputate e il chirurgo trapianta gli arti di un assassino appena ghigliottinato al pianista inconsapevole. Durante la lunga riabilitazione Orlac sembra aver perso il suo talento al pianoforte sviluppando un’insana passione per i coltelli, arma prediletta dall’omicida Rollo, e Gogol decide di sfruttare la situazione a su vantaggio per sedurre Yvonne: farà in mondo che il pianista si accusi dell’omicidio del patrigno..




Madlove


La più riuscita delle tante versioni filmiche del romazo di Maurice Reanrd, la storia delle mani dell’assassino trapiantate che vivono di vita propria conservando gli istinti omicidi del corpo originario.
La prima versione, Orlacs Hände, è del 1925 firmata dal maestro del cinema espressionista Robert Wiene; anche Karl Freund ha origini tedesche: fu l’operatore di Metropolis e lasciò la Germania all’avvento del nazismo.
In America Freund si cimenta come regista in una decina di film lasciandoci il capolavoro horror La Mummia con Boris Karloff; Amore Folle fu la sua ultima regia cinematografica dove ripropone la lezione espressionista nei giochi di ombre e negli ambienti gotici: Parigi non è mai stata così lugubre come in questa pellicola.




Amore folle


Protagonista del film è Peter Lorre al primo film americano: la testa calva, gli occhi sgranati che sanno prendere anche una luce crudele quando rivelano gli istinti sadici del suo animo: imperdibile la scena della condanna a morte per ghigliottina di Rollo, tutta fuori inquadratura ma leggibilissima sul volto del chirurgo che è solito non perdersi mai una condanna capitale.
Anche il suo amore per la bella Yvonne si sviluppa vedendola protagonista di uno spettacolo macabro dove la donna viene sottoposta a torture.




Madlove


Tutta la vicenda ruota attorno al tema del doppio: la doppia personalità di Gogol che oscilla tra l’estrema tenerezza per i pazienti e il sadismo, Yvonne e la statua di cera che la rappresenta e che Gogol ha acquistato alla fine dello spettacolo sognando di portarla in vita come Galatea, le personalità Orlac e Rollo fuse insieme dall’intevento chirurgico.
Amorefolle
Se è chiara la derivazione di Darth Vater da Metropolis (a cui Freund, come abbiamo già detto, partecipò attivamente) anche il mostruoso abbigliamento a cui Gogol ricorre per far impazzire Orlac trova dei rimandi nel cattivo di Star Wars: le mani metalliche, il sostegno per la testa ricucita da Gogol dopo esser stata spiccata dal collo dell’assassino.

Star Wars Il risveglio della Forza

Starwarsilrisvegliodellaforza Trent’anni dopo la sconfitta dell’Impero Galattico, la Repubblica vacilla sotto la spinta del Nuovo Ordine che tenta nuovamente di riprendere il potere con il lato oscuro della Forza. A guidare la Resistenza c’è Leia Organa, alla ricerca del fratello, Luke Skywalker scomparso da tempo, dopo che uno dei suoi migliori allievi ha ceduto al lato oscuro..

La visione dell’anteprima di Star Wars dimostra quanto questa saga sia entrata nell’immaginario collettivo: essendo il sequel della prima saga avrebbe dovuto attirare prevalentemente un pubblico di cinquantenni invece le sale sono piene di un pubblico eterogeneo che durante la visione si mette ad applaudire alla comparsa sullo schermo di ogni protagonista della vecchia serie, a partire dal Millenium Falcon per finire con C3P0 e R2D2. Gli applausi a scena aperta sono un fenomeno piuttosto raro al cinema, almeno di questi tempi, quindi nel pubblico c’è la soddisfazione di ritrovare un mondo intatto di essere tornati a casa, come dice la prima battuta di Han Solo. Questo è lo spirito giusto per vedere Il risveglio della forza, almeno per questi primi giorni: l’idea di partecipare a un happening gioioso punteggiato dalla luce delle spade laser dei fan più sfegatati.

Spadelaser arcadia

Che ad alimentare il mito della saga abbia contribuito l’oculato spirito imprenditoriale di George Lucas è ovvio: più che al ciclo del prequel, la fama di Guerre Stellari si deve probabilmente alla riedizione dei tardi anni ’90 che precedette l’uscita della saga di Anakin, l’internalizzazione della comunicazione grazie ad internet ha inoltre fatto sì che i protagonisti abbiano recuperato i nomi originali senza suscitare nessun problema, quindi addio alla Principessa Leila, a Jan Solo e C1-P8.
Venendo al film per quel poco che si può dire senza fare spoiler, è un classico film in stile J.J.Abrams che ancora una volta come per Star Trek o Super 8, dimostra la sua capacità di rielaborare i temi fondamentali della pellicola ispiratrice e presentarli in una veste nuova che non intacchi, casomai rafforzi il fascino dell’opera precedente. L’incipit del film richiama, per specularità, il terzo episodio, La vendetta dei Sith: se allora la repubblica moriva in uno scroscio d’applausi, qui è la ribellione di un singolo, del più umile degli strormtrooper a mettere in moto una serie di eventi che riporterà appunto, al risveglio della Forza.

L’uomo che fissa le capre

L'uomochefissalecapre The Men Who Stare at Goats
Usa 2009
con George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges, Kevin Spacey
regia di Grant Heslov

Deluso dalla fine del proprio matrimonio, il giornalista Bob Wilton decide di seguire la guerra in Iraq per fare uno scoop giornalistico e riconquistare la ex moglie. Mentre è in Kuwait incontra Lyn Cassady, di cui aveva già sentito parlare qualche tempo prima mentre conduceva un’inchiesta su un corpo segreto dell’esercito militare che negli anni ’80 sperimentava super soldati con poteri paranormali: mentre attraversano il confine con l’Iraq, Cassady gli racconta come è stato travisato il sogno di un super soldato che abbia il potere di sventare la guerra..

L’uomo che fissa le capre è una divertente commedia antimilitarista che prende spunto da un un vero libro inchiesta sugli esperimenti Esp condotti dall’esercito americano e le follie in ambito militare sono tali che ritengo molto probabile che si sia cercato di sfruttare anche i poteri della mente a fini bellici.
Strutturato come un road movie, il film è una parodia della vita militare: l’esercito Nuova Terra nasce dall’idea di Bill Django, veterano del Vietnam che sviluppa una sua teoria per prevenire la guerra coniugando un lasco regime militare con il “flower power” degli hippies e la saggezza orientale. Questa pratica è il fondamento del soldato jedi, votato alle forze del bene ma come nell’ispiratore Star Wars arriva qualcuno che vuole sfruttare il lato oscuro della forza: si tratta di Larry Hooper da sempre invidioso dei successi di Cassady, l’allievo più bravo di Django. Hooper fa in modo che Django sia congedato con disonore e prende il comando, costringendo Cassady a usare i suoi poteri per uccidere una capra: affascinato dal lato oscuro il soldato cede e uccide l’animale attirando la sventura sull’esercito Nuova Terra. Venti anni dopo Casady è in Iraq in cerca di redenzione sulle tracce di Django che gli è apparso in una visione e ritroverà i suoi commilitoni riportando l’equilibrio nella forza.
A parte la capacità di rendere credibile una trama così demenziale, il film ha anche un sottile gioco metacinematografico. Tutti i personaggi che ruotano attorno a Clooney interpretano ruoli che hanno a che fare con i loro successi del periodo: il Django di Jeff Bridges ricorda Il grande Lebowski, la vena crudele di Hopper permette a Kevin Spacey di parodiare i suoi cattivi per eccellenza, Keyser Söze e il serial killer di Seven. Il gioco si fa ancora più scoperto nel caso di Ewan McGregor che interpreta il giornalista a cui viene spiegata la filosofia del soldato jedi quando nella seconda trilogia di Star Wars l’attore veste i panni del maestro Obi Wan Kenobi.

Pixels

Nel 1982 in una capsula della Nasa lanciata nello spazio per entrare in contatto con gli extraterrestri, vengono inviate anche le finali di una gara nazionale di videogiochi, trentatrè anni dopo una civiltà aliena risponde al messaggio che ha completamente frainteso: crede che la VHS dei videogiochi sia un ultimatum di guerra e risponde aggredendo la Terra con la riproduzione letale dei più celebri videogiochi e solo le vecchie glorie dell’Arcade potranno salvare il pianeta.

Pixels

Prendendo spunto da un corto francese del 2010 Adam Sandler produce ed interpreta questa divertente commedia di pura evasione dal sapore fortemente nostalgico. Personalmente non amo Sandler ma lo spunto della trama mi sembrava interessante e la presenza di Peter Dinklage un buon incentivo per vedere la pellicola che non mi ha per nulla deluso. Per inciso oltre alla presenza del Folletto Tyrion Lannister, Il trono di Spade mette in campo un altro attore: Sean Bean, Eddard Stark nel ruolo del comandante delle forze speciali inglesi.
Come già detto Pixels è una commedia leggera con poche pretese se non quelle di far divertire, cosa in cui riesce piuttosto bene: sono gustose anche le schermaglie amorose tra il nerd fallito Sam Brenner e l’ufficiale Violet Van Patten.
Molto pepata è la scena in cui il Presidente degli Stati Uniti (amico d’infanzia di Brenner) dimostra di non saper leggere durante una visita a una scolaresca ricostruendo molto fedelmente l’attività in cui era impegnato il presidente Bush durante l’attacco dell’11 settembre.
Ottima la ricostruzione dei primi anni ’80: non casuale la scelta dell’anno, il 1982 di E.T. e di Tron (nel finale i protagonisti “entrano” a loro volta nel videogioco) mentre l’imprescindibile Star Wars viene citato al contrario: Tohru Iwatani (che interpreta se stesso) cerca di stabilire un contatto con Pac-Man  ricordandogli di essere suo padre ma per tutta risposta la palla gialla gli divora una mano rovesciando il rapporto Luke Skywalker / Darth Fener sulla celebre battuta.
Forse il limite più grande del film è proprio quello di lavorare su elementi così caratteristici di un dato periodo storico: se i quaranta/cinquantenni trovano esilarante il modo di comunicare scelto dagli alieni, utilizzando spezzoni di personaggi e telefilm in voga in quel periodo dalla Madonna di Like a Vergin a Fantasilandia, le generazioni più giovani probabilmente faticano a riconoscere e ad identificarsi con un mood anni ’80 così dettagliato.

Cloud Atlas

Cloudatlas Cinque storie più una cornice ambientate tra la fine del XIX secolo e un futuro post-apocalittico in cui i destini dei protagonisti sono saldamente legati tra loro, probabili reincarnazioni delle medesime persone.

Cloud Atlas non mi è piaciuto per niente, anche se credo che il libro da cui è tratto potrebbe essere una lettura interessante. Da un punto di vista stilistico non ho amato il modo approssimativo in cui si sono amalgamati i toni delle cinque storie: l’avventuroso viaggio per nave dell’avvocato, la romantica storia d’amore gay, l’inchiesta della giornalista d’assalto, la comica disavventura del vecchio editore rinchiuso in un ospizio contro la propria volontà, la drammatica esperienza di una replicante che scopre il destino dei suoi simili, la futuribile esistenza tribale su un pianeta Terra distrutto dalla nostra civiltà.
Il montaggio poteva essere anche interessante: quando si apre una parta da una storia si entra nell’altra ma il cambio di tono troppo repentino soprattutto quando si incrociava con la vicenda comica dei vecchi in fuga dall’ospizio poteva risultare irritante: nel mezzo di una risata ci si poteva ritrovare in un momento drammatico di un’altra vicenda.
La decisione di sviluppare in proprio le storie assegnate a ognuno dei tre registi ha probabilmente causato questa disomogenia.
A completare la sensazione straniante il trucco a cui sono stati sottoposti i protagonisti che sono sempre gli stessi in ogni storia e ricoprono anche ruoli minori. Se è interessante scoprire tutte le trasformazioni (alcune effettivamente impensabili) a cui sono stati sottoposti gli attori mentre scorrono i titoli di coda, il trucco pesante, i camei strampalati, anche se non riconosciuti creano una continua dissonanza che non permette di farsi coinvolgere dalla complessa connessione delle sei vicende.
Anche da un punto di vista scenografico non c’è nulla di originale, tutto è già visto, soprattutto nelle vicende futuribili i Wachowski li limitano a copiare di sana pianta da Star Wars a Blade Runner fino al loro stesso Matrix.
Infine ho trovato irritante il messaggio del film: c’è una sorta di predestinazione giansenista, i buoni si riconoscono da una strana voglia a forma di cometa mentre i cattivi sono grami per l’eternità, solo il personaggio di Tom Hanks riesce ad evolvere (forse più per disperazione che per amore) e a superare la cupidigia e la codardia che nei secoli ha attanagliato le sue altre identità.

Argo

Quando il 4 novembre 1979, gli studenti iraniani assaltano l’Ambasciata Usa a Teheran, sei impiegati riescono a sfuggire alla prigionia trovando rifugio presso l’ambasciatore canadese. L’esfiltratore della CIA Tony Mendez si inventa un piano rocambolesco per farli uscire dall’Iran: farli passare per una troupe cinematografica canadese in visita alla Repubblica Islamica per dei sopralluoghi relativi a un film di fantascienza intitolato Argo.

Argo

Alla sua terza regia Ben Affleck ricostruisce perfettamente le atmosfere di un film anni ‘70 con un grande lavoro di montaggio alternato che sottolinea gli inseguimenti mozzafiato e la suspense al cardiopalma e un grande lavoro sugli attori, a partire da sè stesso che disegna un eroe suo malgrado, costruito tutto in sottrazione.
Affleck non si limita a realizzare un solido thriller politico, approfondisce con filmati d’epoca e bozzetti (che vogliono riprendere la tematica della produzione filmica ma che mi hanno ricordato anche la Satrapi di Persepolis) gli eventi che hanno portato alla Rivoluzione Khomeinista e ai 444 giorni di prigionia nell’Ambasciata americana fornendo una rilettura della storia contemporanea in prospettiva che non fa sconti agli States e al suo coinvolgimento nelle manovre politiche occidentali che hanno portato al potere Reza Pahlavi.
La parte ambientata ad Hollywood è quella più divertente, racconta di un mondo cinico e guascone nel momento di peggior declino (la scritta Hollywood stracciata e cascante) ma che ha ancora la capacità di incantare (la trama del film raccontata alle guardie della rivoluzione) con un genere che in fondo ha permesso alla Mecca del cinema di risorgere grazie al successo planetario di Star Wars, epopea che ha costruito un mito di cui il regista, classe 1972, ha certamente vissuto tutto il fascino.