Il dio dell’amore

Italia 2026
con Vanessa Scalera, Isabella Ragonese, Vinicio Marchioni, Corrado Fortuna, Anna Bellato, Francesco Colella, Elia Nuzzolo, Marco Quaglia, Angelo Orlando, Benedetta Cimatti, Enrico Borello, Chiara Ferrara
regia di Francesco Lagi

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Ada finalmente rimane incinta del suo compagno, Filippo che per questo motivo lascia la sua amante, Silvia una sua studentessa che si mantiene facendo la cameriera ed è al ristorante che ha conosciuto Arianna, una cardiochirurga che si sta separando dalla moglie Ester che fa la psicologa ed è attratta da Jacopo un suo paziente che sviluppa un attaccamento ossessivo per le ragazze che ama, ne sa qualcosa Linda la sua ex, una maestra che ora si è innamorata del padre di un suo allievo, Pietro che scopre di essere il padre biologico della figlia che Ada avrà con Filippo…

La colonna sonora del film è di Stefano Bollani, quasi tutta strumentala a parte una canzone Il dio dell’amore, cantata da Valentina Cenni, che ricalca lo stile dei brani anni’60 e solo in un secondo tempo si intuisce che è un brano originale. Questo discorso vale un po’ per tutto il film: il girotondo amoroso che lega tutti i personaggi rimanda a La ronde di Ophüls, la Scalera in palese imbarazzo davanti a Jacopo ricorda un po’ i patemi della Tataranni davanti a Calogiuri; Jacopo fa l’autista di autobus e per colpa delle sue ossessioni gestisce le corse in maniera tale che nemmeno l'”autobussiere” Celentano di Innamorato Pazzo.

Per dire che c’è molto di già visto ne Il dio dell’amore eppure mentre tornano certi temi ti accorgi che è una musica nuova come la canzone di Bollani.
Sarà l’idea di far raccontare gli strani percorsi amorosi da Ovidio grande cantore dell’amore dell’età augustea che diventa anche genius loci dell’Urbe: La Grande Bellezza (altro possibile referente) di Roma è una componente importante del film, dai monumenti alle borgate la città diventa lo sfondo ideale per quest’umanità brulicante sempre in cerca d’amore e vittima del capricci di questo dio bambino.
C’è poi un lavoro interessante sul montaggio che alterna stili diversi, una fotografia più amatoriale che stacca dal racconto del film per indagare i sentimenti dei protagonisti tra ricordi e sguardi in macchina. 

Il maestro

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Italia 2025
con Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno, Astrid Meloni, Dora Romano, Paolo Briguglia, Valentina Bellè, Edwige Fenech, Chiara Bassermann, Roberto Zibetti, Fabrizio Careddu
regia di Andrea Di Stefano

Il tredicenne Felice Milella diventa campioncino regionale di tennis sotto la guida del padre che, visto il successo del figlio, decide di far rinunciare alle vacanze tutta la famiglia per iscrivere il ragazzino ai tornei nazionali facendolo seguire da un allenatore accompagnatore. Quello che Pietro Milella non sa è che Raul Gatti è stato sì un tennista di talento ma soffre di forti crisi depressive tanto da essere appena uscito da una clinica…

Dopo il successo del noir L’ultima notte di Amore, Favino e il regista Andrea Di Stefano tornano a lavorare insieme in una commedia all’italiana che si muove tra il racconto di formazione, il road movie e il buddy movie.

C’è il classico protagonista all’italiana caciarone e sbruffone, un ex tennista che ha sprecato il suo talento dietro le donne e la bella vita ma Di Stefano ammanta il suo protagonista di una debolezza raramente caratterizzante un protagonista maschile, Raul Gatti soffre di gravi crisi depressive. i polsini da tennis che non toglie mai non sono il corollario del suo imbarazzante look da tennista in declino ma servono a nascondere le cicatrici di un tentato suicidio. È forse il resto che diventa una maschera pacchiana costruita attorno a un segreto da celare.

Il film è ambientato nei primi anni Ottanta e parte subito un’ondata nostalgica e d’identificazione: a quell’epoca chi non ha conosciuto, se non è stato, un ragazzino schiacciato dalle ambizioni dei genitori? Quelli con veri o presunti talenti sportivi erano ben più torchiati di noialtri che dovevamo “solo” studiare per agganciare l’ascensore sociale.
A parte la colonna sonora anche la scenografia è estremamente nostalgica: sono state recuperate location che restituiscono tutto il sapore di quelle estati in camere spartane.

Pur con qualche eccesso il film ha tematiche interessanti soprattutto perché riguardano un universo maschile che deve imparare a scendere a patti con la sconfitta e con i propri limiti.
Un altro tema fondamentale, che giustifica il cambio di trama a metà film, è quello della paternità: quella ossessiva, quella negata, quella recuperata diventando un mentore o diventato il padre del figlio di qualcun altro.

A Romance of Seville

anche The Romance of Seville
GB 1929
con Alexander D’Arcy, Marguerite Allan, Randle Ayrton, Cecil Barry, Hugh Eden, Eugenie Amami
regia di Norman Walker

Fin dalla più tenera età il ricco Ramon Duniga è promesso a Dolores ma quando i due giovani s’incontrano non scatta la scintilla: Dolores è innamorata di un ufficiale e Ramon s’invaghisce di Pepita dopo aver sventato una rapina a casa sua…

Film muto inglese a cui venne aggiunta una colonna sonora nel 1930 noto per annoverare tra gli sceneggiatori anche Alma Reville, già moglie e collaboratrice di Alfred Hitchcock. È anche il primo film inglese realizzato a colori con il Pathéchrome.

Più che una commedia romantica A Romance of Seville è un film d’azione che ha per protagonista Ramon Duniga, il più obbediente figlio di Siviglia, come si presenta lui stesso che ha la fortuna di trovarsi sempre al momento giusto nel posto giusto: uscito in giardino a fumare dopo la presentazione alla fidanzata, la scopre amoreggiare con l’ufficiale Juan, ben contento di potersi liberare del matrimonio di convenienza, Ramon rimane colpito dalla bella Pepita ma il loro gioco di sguardi viene interrotto dai ladri che sono entrati in casa della ragazza. L’azzimato signorino in frac e brillantina riesce a scacciare i tre malintenzionati e, liberato anche il padre della ragazza, diventa ospite gradito della famiglia.

Nella rapina a casa di Pepita è coinvolto Esteban un suo spasimante ricattato per debiti dal bandito Ruffo. Ramon ha ancora la fortuna d’intercettare un biglietto che Esteban lascia a Ruffo con la combinazione della cassaforte e ruba la collana per metterla in salvo. Non trovando i preziosi, Ruffo e i suoi rapiscono Pepita ma ancora una volta Ramon ha la fortuna d’intercettare uno dei banditi e riesce a liberare l’amata prima che Juan arrivi con il suo drappello di soldati a sgominare la banda.

A sottolineare la sicurezza nella propria fortuna sono le grandi risate con cui Ramon accoglie i cambiamenti di rotta: la scoperta che Dolores ama un altro, il biglietto caduto dall’alto.
Sempre elegante e impomatato, Ramon ha il fascino di Zorro pur facendo esclusivamente i propri interessi… amorosi.

A romance of Seville è un film che procede senza scossoni verso il naturale lieto fine, piacevole nell’accuratezza delle scenografie e della bella fotografia che esalta la luce spagnola e presenta qualche raffinato gioco di luce sui volti dei protagonisti.

La figlia di Ryan

Ryan’s Daughter
UK 1970, MGM
con Sarah Miles, Robert Mitchum, Trevor Howard, Christopher Jones, John Mills, Leo McKern, Barry Foster, Marie Kean, Evin Crowley, Arthur O’Sullivan
regia di David Lean

Irlanda 1916: Rose è la figlia dell’oste di un villaggio sulla costa; è la più ricca del paese e conduce una vita solitaria inseguendo i suoi sogni passeggiando lungo la spiaggia. S’innamora di Charles Shaughnessy, il maestro di scuola, un uomo pacato, un vedovo molto più grande di lei. Rose e Charles si sposano ma il matrimonio si rivela una delusione. Un giorno nel vicino campo militare inglese arriva un nuovo ufficiale, il maggiore Randolph Doryan mandato a comandare il campo dopo un’esperienza tanto eroica quanto traumatica sul fronte occidentale. Mentre è solo con Rose nel pub del padre, Doryan ha una crisi, la ragazza lo aiuta e i due si ritrovano a baciarsi. Inizia una relazione clandestina che ben presto fa sparlare tutto il paese. La situazione precipita quando Tim O’Leary, capo degli irredentisti irlandesi viene arrestato con la sua banda mentre cerca di recuperare delle armi inviate dai tedeschi. Per la sua relazione con Doryan, Rose viene creduta la spia che ha fatto catturare i ribelli e viene linciata. Doryan nel frattempo si suicida mentre Charles, che pure ha deciso di divorziare , lascia il villaggio con Rose. 

Melodramma sentimentale che vuole replicare il successo de Il Dottor Zivago ma fu un flop di critica che indusse Lean ad allontanarsi dal cinema, tornerà solo nel 1984 per girare il suo ultimo film, Passaggio in India
A dispetto delle critiche il film ebbe un grande successo al botteghino e vinse anche due Oscar; ovviamente fu premiata la fotografia: come da Lawrence d’Arabia in poi, l’ambientazione viene esaltata dal formato panoramico con grande attenzione alla bellezza paesaggistica, in questo caso le tumultuose coste irlandesi battute dal vento e dalla tempesta.

La storia s’ispira vagamente a Madame Bovary per il fatto che Rose non trova la serenità nel matrimonio che ha fortemente voluto, in realtà la sua è un’insoddisfazione personale difficilmente placabile soprattutto nel matrimonio con un uomo più grande di lei ed estremamente pacato come Shaughnessy, interpretato molto bene da Robert Mitchum in un ruolo assai diverso da quelli da duro che hanno caratterizzato la sua carriera.

A non funzionare nel film è l’eccessiva sottolineatura del registro grottesco soprattutto nella colonna sonora sempre scritta da Michele Jarre e resta incomprensibile come l’autore delle suadenti musiche di Lawrence d’Arabia abbia optato per uno score a base di marcette quando il tema è la disperazione amorosa e personale dei vari personaggi.

Anche il padre di Rose è una figura fuori fuoco giocata troppo su registri grotteschi: Ryan è il più ricco del paese perché è un doppiogiochista, i grandi proclami per la libertà d’Irlanda nascondono la sua attività d’informatore per gli inglesi ed è lui a tradire O’Leary e i suoi ma è talmente pusillanime da non trovare il coraggio di confessare neanche davanti all’aggressione all’adorata figlia che lascia al suo destino, un personaggio tragico sminuito da una recitazione sopra le righe, stile attoriale che caratterizza tutti i personaggi di contorno dal popolino greve e sguaiato tenuto a bada dall’energico reverendo Hugh Collins fino al personaggio di Michael, lo sgorbio del villaggio deriso da tutti, la cui vista è insopportabile a Rose fino a quando non riconosce nello sguardo del derelitto la comprensione per le offese subite.

Da sempre innamorato di Rose, Michael è colui che rivela la sua tresca con il maggiore e che consegna le armi tedesche a Doryan che si suicida facendole esplodere. John Mills vinse comunque l’oscar per questa interpretazione. 

Un altro aspetto poco riuscito è la rappresentazione dell’amore di Rose e Doryan: le scene di sesso (se così le possiamo chiamare oggi) sono inframmezzate da dettagli naturalistici: coppie di fiori in vari stadi da gemme a soffioni che volano via a simboleggiare i vari stadi dell’atto amoroso: fortunatamente il cinema ci ha regalato allusioni sessuali più riuscite e meno melense.

La componente naturalistica ha anche delle valenze molto belle e il cielo tempestoso che fa da sfondo all’arrivo del maggiore sull’isola anticipa la portata tragica di quest’entrata in scena.

Lean prova anche a giocare con registri onirici con un buoni risultati: il nero che avvolge i protagonisti durante il loro primo bacio portandoli in una dimensione altra dalla noia del villaggio per lei e dall’incubo dei ricordi bellici per lui.
Charles che scopre il tradimento della moglie dalle impronte sulla spiaggia e ha una sorta di allucinazione in cui vede la coppia dirigersi in una grotta appartata dove poi Michael troverà le mostrine perdute dall’ufficiale.
Un film non perfettamente riuscito ma che conserva nella fotografia il suo punto di forza.

Breakfast Club

The breakfast club
USA 1985
con Judd Nelson, Molly Ringwald, Emilio Estevez, Anthony Michael Hall, Ally Sheedy, Mercedes Hall, Paul Gleason, Tim Gable, Mary Christian, Perry Crawford, Ron Dean, John Kapelos
regia di John Hughes



Thebreakfastclub


Cinque ragazzi di un liceo americano ricevono una punizione: trascorrere un intero sabato nella biblioteca della loro scuola con l’unica compagnia del severo preside che assegnerà loro un tema : Chi sono io? Più che svolgere il compito i ragazzi parleranno tra loro, superando, forse solo per quel giorno, le differenze che li dividono



The breakfast club


Un classico della teen comedy anni’80 che si conferma ancora attualissimo nello scavo dei malesseri adolescenziali e la nostalgia che diventa incomprensione da parte degli adulti.
E’ proprio la verità dello studio piscologico a dare forza al film che per il resto presenta caratteristiche molto classiche: l’unità di tempo e di luogo, si svolge tutto all’interno della scuola e al massimo negli esterni adiacenti all’istituto. La caratterizzazione degli cinque protagonisti nei tipi classici degli studenti americani: lo sportivo, il secchione, la disadattata, la ragazza popolare e il ribelle. Anche la formazione delle coppie è quella classica della bella che battibecca e poi s’innamora del ribelle, e lo sportivo che si accorge della stramba solo quando viene ripulita e truccata secondo i canoni del momento.
La capacità di mescolare gli elementi quasi ovvi della commedia a momenti di grande intensità ha reso il film un cult citato in canzoni e d’ispirazione per molte serie teen, direi che le celeberrime scene iniziali di Beverly Hills 90210 riprendono l’incipit della pellicola di cui va menzionata anche la canzone d’apertura, niente meno che Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds, appositamente scritta per il film.

Favolacce

Italia 2019
con Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Justin Korovkin
regia dei F.lli D’Innocenzo



Favolacce


In un quartiere residenziale di Spinaceto s’intrecciano le vicende di alcune famiglie i cui figli sono compagni di scuola: chi ha una buona carriera, chi è in cerca di lavoro, chi vive ai margini della società. Nell’apparente bonomia del buon vicinato covano rabbie e insoddisfazioni represse che avranno tragiche e inattese conseguenze

Non è un film facile, Favolacce, direi che è un film respingente che però cresce a poco a poco nella mente dello spettatore diventando indimenticabile.
Ti spiazza con quell’introduzione della voce off (Max Tortora) che racconta di aver trovato il diario di una ragazzina preadolescente, il racconto delle suggestioni di un’estate, racconto che s’interrompe bruscamente, altrettanto brusco il cambio di passo introdotto dal bizzarro calembour “Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata”.
Altrettanto fuorviante è la fotografia, che ha un vago sapore retrò e la storia potrebbe anche essere ambientata negli anni ’70. In un certo senso questo film è ambientato negli anni ’70 perché racconta gli adulti che sono diventati i bambini di quegli anni, soprattutto come li vedono i loro figli e il giudizio è impietoso: lo sguardo su una generazione che non ha voluto crescere, ha dato per scontato certi privilegi che ostenta nelle villette a schiera, status symbol piccolo borghese dove ormai si alligna anche la povertà.
Il mondo della zona suburbana che doveva essere la realizzazione della famiglia, diventa un luogo di noia dove si è costretti a fare i conti con sé stessi e si entra in contatto con chi quella realtà non l’ha scelta ma la vive da emarginato: Geremia, il compagno di scuola sfigato che vive in un camper e Virna adolescente già incinta, povera che campa di lavoretti assieme alla madre.
Lasciando da parte le motivazioni, i D’Innocenzo raccontano la rabbia montante di questi anni, il sessismo dei padri che sbavano per una scosciata a una festa, le madri rassegnate, i figli distanti, sperduti in questo presente che non regala nemmeno più illusioni ai bambini, in una canzone pop che diventa spunto per una delle tragedie.
L’originalità del film sta nel modo di raccontare questo dramma sociale che attraversa innegabilmente il nostro Paese. è uno sguardo laterale, la violenza è fuori campo, arriva attraverso i rumori, il vociare spesso incomprensibile, la colonna sonora magnetica e sperimentale, la secca aderenza ai modelli contemporanei dei bambini e la loro più o meno velata tristezza. Il colpo di scena sta nella reazione inattesa delle nuove generazioni, il rifiuto drastico di una realtà che mi ha ricordato Il giardino delle vergini suicide.

Un lupo mannaro americano a Londra

An American Werewolf in London
USA 1981 Universal
con David Naughton, Griffin Dunne, Jenny Agutter, John Woodvine, Anne-Marie Davies, Frank Oz, David Schofield, Brian Glover, Don McKillop
regia di John Landis



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Due studenti americani in vacanza nel nord dell’Inghilterra finiscono vittime di un lupo mannaro: Jack  viene sbranato mentre David solo ferito e trasportato a Londra. Dopo due settimane tra la vita e la morte al ragazzo viene raccontata una versione un po’ diversa sull’aggressione da quel che ricorda ma la sua mente è pervasa da strani incubi. A ridosso del nuovo plenilunio il fantasma di Jack appare all’amico per informarlo che presto si trasformerà in un lupo mannaro e consigliargli il suicidio perché le vittime dei lupi mannari restano sospesi tra la vita e la morte fino a quando non si spezza la linea di sangue dei mostri che li hanno uccisi. Ancora una volta David pensa di essere vittima di allucinazioni e si trasferisce a casa di Alex, l’infermiera che l’ha accudito e di cui si è innamorato ma la prima notte di plenilunio David si trasforma e uccide sei persone. Il giorno dopo le sue vittime lo incontrano con Jack in un cinema porno e gli consigliano nuovamente la morte. Nel mentre David si trasforma nuovamente e per evitare altre vittime si lascia uccidere dai poliziotti.



Unlupomannaroamericanoalondra


Tra tutti i film recuperati in questo periodo di lockdown Un lupo mannaro americano a Londra è quello che ho trovato più in relazione alla pandemia perché racconta come l’imponderabile sia escluso dalla civiltà contemporanea: se nella brughiera desolata un lupo mannaro può fare una vittima o poco più a plenilunio, nel cuore di Londra il lupo mannaro non solo riesce a uccidere sei persone in una notte, ma la sua sola presenza scatena una serie di incidenti automobilistici con danni collaterali, gli stessi che dobbiamo ancora valutare e gestire per “imparare a convivere col virus” come dice l’abusato slogan.



Unlupo mannaroamericano alondra


Un lupo mannaro americano a Londra è un caposaldo del nuovo modo di fare horror a partire dagli anni’80 con grande attenzione agli effetti speciali: la trasformazione di David in lupo mannaro sotto l’occhio della telecamera è passata alla storia; non mancano i tocchi umoristici: la normalità con cui prosegue il rapporto tra David e l’amico morto Jack, che ogni volta che si presenta è sempre più incancrenito e nell’ultimo incontro ha un trucco molto simile a quello riproposto due anni dopo da Thriller di Michael Jackson. L’incontro di David con le sue vittime, già surreale di per sé, avviene in un cinema porno e le sue vittime insanguinate lo consigliano sul metodo più efficace ma indolore di suicidarsi.
Non manca il romanticismo con Alex che va incontro al mostro e gli confessa il suo amore toccando la parte ancora “umana” della bestia che si fa sparare anche per salvarla.



Anamerican werewolfinlondon


Per nobilitare l’approccio più leggero ma comunque inquietante all’horror si ricorre alle citazioni, si nominano esplicitamente L’implacabile condanna ma soprattutto L’uomo lupo con Lon Chaney Jr, del resto il film di Landis è una produzione Universal, la storica casa cinematografica della grande stagione dei mostri anni ’30.
Ovviamente non possono mancare citazioni da Il bacio della pantera: l’inseguimento nella metropolitana s’ispira chiaramente alla scena della piscina del film del 1942 mentre il risveglio nella gabbia dei lupi allo zoo rimanda sempre al film del 1942 ma mi pare che venga ripresa nel remake del 1982.



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Da notare anche la cura nella scelta della colonna sonora: tutti i brani cantati hanno a che fare con la luna e Blue Moon viene declinata in pù versioni.
Curiosità, al termine dei titoli di coda c’è una dedica che vuole onorare il matrimonio di Carlo e Diana ecco, quarant’anni dopo possiamo dirlo: dedicare un film dell’orrore per un matrimonio non è elegante e possiamo proprio dire che non porta bene.

Bella in rosa

Pretty in Pink
USA 1986 Paramount
con Molly Ringwald, Andrew McCarthy, Jon Cryer, Harry Dean Stanton, Annie Potts, James Spader, Kate Vernon, Jim Haynie, Alexa Kenin, Gina Gershon
regia di Howard Deutch



Bellainrosa


Andie, liceale proletaria in una scuola prestigiosa dove la differenza tra classi sociali è incolmabile, s’innamora ricambiata del ricco Blane; Duckie il migliore amico di lei brucia di gelosia non avendole mai confessato il suo amore, mentre Steff, il migliore amico di lui trama per dividerli e quasi ci riesce ma al ballo di fine anno trionfa l’amore



Prettyinpink


Cult della teen comedy anni ’80, punta di diamante della carriera di Molly Ringwald.
La trama è esile anche se per certi versi anticipa la vita scolastica illustrata dalla serie di successo Beverly Hills 90210: il finale originale di Bella in Rosa prevedeva che Andie si mettesse con l’amico di sempre Duckie, ma si preferì l’happy end che superasse le differenze classiste e quattro anni dopo in Beverly Hills vedremo che i ricchi non solo piangono ma hanno anche un gran cuore.



Bellainrosa


Quello che mi è sempre piaciuto del film è l’attenzione verso un aspetto un po’ dimenticato degli anni ’80: la moda vista come espressione creativa, la possibilità di riciclare e reinventarsi un look, purtroppo già dal decennio successivo prevale l’omologazione con la sudditanza verso i marchi e nessuno più rivendica la propria personalità attraverso outfit anche improbabili ma almeno originali.
Il cast rivela delle sorprese: Harry Dean Stanton è il padre sull’orlo della depressione di Andie che non ha mai superato l’abbandono della moglie, Sam Spade è l’amico stronzo che ruba innegabilmente la scena all’insipido Blane e Jon Cryer è diventato una star della tv con la sit-com Due uomini e mezzo, ha un piccolo ruolo anche Gina Gershon.
Il titolo originale, Pretty in Pink deriva da una canzone dei The Psychedelic Furs, presente nel film che vanta una colonna sonora di tutto rispetto con brani degli INXS, dei New Order e The Smiths.

Thrilling

Italia 1965, Dino de Laurentiis Cinematografica
con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi, Sylva Koscina, Alexandra Stewart, Dorian Gray, Tino Buazzelli, Nicoletta Machiavelli, Oretta Fiume, Rossana Martini, Milena Vukotic, Giampiero Albertini, Magda Konopka, Alessandro Cutolo, Cesare Gelli, Federico Boido, Luciano Bonanni
regia di Ettore Scola, Gian Luigi Polidoro, Carlo Lizzani

Thrilling-


Film a episodi il cui valore è pari alla fama del regista.
Il primo episodio, Il vittimista, è diretto da Ettore Scola: un professore di latino è convinto che la moglie tedesca voglia ucciderlo. Lo psicanalista in una sola seduta gli spiega che il suo è solo un senso di colpa dovuto alla relazione extraconiugale: la pace familiare torna quando Nanni lascia l’amante ma..
L’episodio più lungo e più riuscito dove Scola gioca smaccatamente con Hitchcock: una delle bambole su cui Frida riversa le frustrazioni della mancata maternità assomiglia alla mamma di Psyco, il caffè che potrebbe essere avvelenato viene seguito nel percorso dalla cucina al bagno come il bicchiere di latte ne Il Sospetto ma in perfetto stile commedia all’italiana, Nanni lo versa direttamente nel cesso. Esilarante il dialogo con lo psicanalista che si conclude con un “c’hai l’amica” davanti al quale il professore nega e solo da quel momento entra in scena la figura dell’amante di cui nemmeno lo spettatore sospettava l’esistenza.


Thrilling

Sadik, il secondo episodio diretto da Gian Luigi Polidoro è il più debole: l’ingegner Bertazzi rischia il fallimento se non riceverà la conferma di un fido bancario dalla Svizzera. Tornato a casa trova la moglie come sempre immersa nella lettura dei fumetti e proprio quella sera gli chiede di mettere in pratica una fantasia erotica ispirata al suo personaggio preferito, Sadik. Nonostante abbia altro per la testa Renato indossa il costume e si appresta a scalare il palazzo con scenette anche simpatiche ma strangolerà la moglie quando questa riattacca il telefono alla banca svizzera.


Sadik

L’autostrada del sole è l’ultimo segmento diretto da Carlo Lizzani, con un Alberto Sordi spumeggiante nei panni di Fernando Boccetta, un automobilista gradasso in guantini da corsa, camicia sbottonata fino alla vita sul petto villoso e cappello di paglia, che con una vecchia seicento sfida veicoli molto più rombanti sull’autostrada del sole. Ha un piccolo incidente con un milanese che se ne va senza lasciargli i dati, Fernando lo insegue e la resa dei conti si avrà nell’albergo della Torre, i cui proprietari sono una manica di feroci assassini che riescono quasi ad incastrare Boccetta come il “killer dell’autostrada”
Episodio molto divertente retto da Alberto Sordi che dipinge da par suo un mediocre tanto borioso quanto piagnone. Interessante l’idea della famiglia di serial killer, sviluppata negli horror americani anni ’70, Lizzani mette l’accento sulle motivazioni economiche dell’abbrutimento: l’albergo è stato aperto per elevarsi dal rango di contadini ma l’impresa è presto fallita perché l’autostrada ha reso la locanda un posto fuori mano.


Thrilling

Ottima colonna sonora con le scanzonate hit anni ’60 che per contrasto sono perfette anche nei momenti thriller, Ciao Ciao è il tormentone del primo epidodio, la canzone di chiusura, La regola del gioco è scritta da Ennio Morricone.