I peccatori

Sinners
USA 2025, Warner Bros
con Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld, Miles Caton, Buddy Guy, Jack O’Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Omar Benson Miller, Delroy Lindo, Li Jun Li, Saul Williams, Yao, Lola Kirke
regia di Ryan Coogler

Mississippi 1932: i gemelli Moore tornano da Chicago con l’intenzione di aprire un juke joint nella cittadina dove sono nati. Li aiuta il cugino Sammie, virtuoso della chitarra e proprio il suo talento nel blues attira un trio di vampiri che ben presto vampirizzano quasi tutti i partecipanti all’evento; Sammie si salva e la mattina si reca in chiesa. Il reverendo che è suo padre gli chiede di abbandonare la musica ma il giovane rifiuta….

Ero già intrigata dal trailer prima di scoprire lo storico numero di nomination raccolte dal film per i prossimi Oscar perché pensavo che il film fosse ispirato alla storia di Robert Johnson, poi come tutti ho pensato che le nomination fossero più una risposta politica alla situazione attuale ma sono rimasta piacevolmente sorpresa: come avevo detto in Il Robot Selvaggio il woke è sopravvalutato, ancora una volta la rivoluzione la fa il cinema classico offrendo un buon prodotto d’intrattenimento, il genere amato dagli Oscar che ricordiamo, disdegna gli autori e non ha mai premiato un film di Hitchcock. La novità è un cast all black.

Il regista Ryan Coogler e il protagonista Michael B. Jordan sono diventati famosi con Creed ma sotto l’egida del vecchio Sly hanno imparato la lezione e i risultati si vedono.

Partiamo dai premi cosiddetti tecnici, in particolare la fotografia, non m’interessa quanta elaborazione digitale ci sia e se ci sia ma vedere dei bellissimi paesaggi luminosi senza la luce verdognola alla Netflix, come la definisco io, allarga il cuore.

Si tratta di un film in costume ma si prende delle libertà per ribadire l’assunto spiegato nel prologo: la musica come varco tra mondi differenti. La musica attira i vampiri ma la sequenza diciamo così onirica in cui il ballo diventa un viaggio nel tempo per arrivare all’hip hop, al rap con i mixer e i dischi che scratchano è un bellissimo tributo alla musica nera che ha conquistato (contagiato se vogliamo usare un termine più adatto a una storia di vampiri) il mondo.

Ho notato altre discrepanze nei costumi che mi spiego come una citazione cinefila. Parlo di Mary, la ragazza di colore che può passare per bianca, ex fidanzata di Stack, uno dei due gemelli. La si nota subito nella folla della stazione per il colore della pelle ma anche per il look molto diverso da quello degli anni ’30 soprattutto la pettinatura tipica dei tardi anni ’40 primi ’50 esattamente il periodo in cui il personaggio della nera bianca entra al cinema con Pinky e la figlia della cameriera de Lo specchio della vita di Douglas Sirk, il re del melodramma amoroso e la storia d’amore tra Stack e Mary diventa un amour fou che sfida gli eoni del tempo, per dirla alla Dracula di Bram Stoker.

Completamente diversa l’evoluzione dell’amore dell’altro gemello, Smoke, con Annie. I due hanno avuto in precedenza una figlia la cui morte prematura ha portato al distacco della coppia. Annie è addentro alle cose di magia, la prima ad accorgersi della natura sovrannaturale degli ospiti indesiderati e a definire i vampiri i più pericolosi tra gli spiriti.

Qui la cosa si fa interessante: §spoiler§ Annie rifiuta totalmente l’idea di diventare una vampira e Smoke dopo aver combattuto fino all’ultimo nella parte action del film muore con la visione di Annie e del loro figlio che lo stanno aspettando.

Ecco una bella differenza tra bianchi e gli altri popoli (il vampiro entra in scena inseguito dagli indiani) il mito del vampiro è tipicamente occidentale: le altre culture accettano tutte la morte come una parte del ciclo della vita mentre noi abbiamo alimentato l’idea di vivere in eterno elaborando il mito di un principe valacco che combatteva gli invasori turchi. I vampiri cercano di convincere i pochi reticenti parlando di un mondo in cui si è tutti uguali: morti e costretti a vivere solo di notte ma liberi dal finto buonismo del mondo svelando anche i piani del Ku Klux Klan in teoria scomparso ma che sta organizzando un attacco al locale che ci sarà con citazione alla Apocalisse now variando “amo il profumo del napalm al mattino”

Il film mi è piaciuto molto perché ha sottolineato l’orgoglio black giocando con classe con gli stilemi del cinema classico americano: il 1932 è un anno centrale nel lustro scarso del pre-code dove il gangster movie la fa da padrone e qui abbiamo due ex gangster che hanno lavorato al servizio di Al Capone, poi i protagonisti sono due gemelli come in uno dei capolavori del noir anni ’40 Lo specchio scuro.

La lunga estate calda

The Long, Hot Summer
USA 1958, 20th Century Fox
con Paul Newman, Joanne Woodward, Anthony Franciosa, Orson Welles, Lee Remick, Angela Lansbury, Richard Anderson, George Dunn, Sarah Marshall, Mabel Albertson, Jess Kirkpatrick, J. Pat O’Malley
regia di Martin Ritt



Lalungaestatecalda


Ben Quick, giovane spiantato perseguitato dalla nomea di incendiario, arriva in un paesino del Mississippi dove riesce ad affittare un terreno dal figlio del più ricco proprietario della cittadina. Quando Will Varner torna dall’ospedale dov’era ricoverato, vorrebbe cacciare Quick per la sua nomea ma trova nel giovanotto una grinta che manca ai suoi figli, il molle Jody e l’altera Clara che amoreggia senza costrutto con Alan Stewart, rampollo della più antica famiglia del paese.
Will vorrebbe dei nipoti così mette Clara davanti a una scelta: o conclude da Stewart o sposa il protetto del padre per cui la ragazza ha nutrito un’avversione fin dal primo casuale incontro ma che in realtà l’ha colpita e la conquista tenendo testa al borioso padre.



Thelonghotsummer


Tratto da alcuni racconti di William Faulkner, La lunga estate calda è la classica produzione dei tardi anni ’50 dall’impianto molto teatrale sorretta dalla bravura degli attori.
Il mondo è sempre quello duro degli stati del Sud dove il pregiudizio regna sovrano. Altro tema portante ma latente, dati i puritani anni ’50 è il sesso, attorno a cui ruota tutta la trama. Will Varner vedovo di una donna molto amata, ha da lungo tempo un’amante Minnie Littlejohn (Angela Lansbury) che dopo la malattia dell’uomo decide che è il momento di farsi impalmare e tra mille moine riesce ad ottenere il suo scopo.
Jody, nonostante soffra pesantemente la bassa stima che gli dimostra il padre, è felicemente sposato con Eula bellissima e superficiale che attira le attenzioni di tutti i giovani che la notte vanno ad ululare sotto le sue finestre.



La lungaestatecalda


Clara è un’aliena in questo mondo, lo dimostra anche il suo look con i capelli sempre raccolti da cui non sfugge neppure una ciocca. Amante della cultura e del buon gusto, si accontenta di fare la maestra in paese e trova un’affinità elettiva con Alan Stewart, succube di una madre troppo invadente e forse omosessuale.
L’arrivo del magnetico Ben Quick scombina tutti gli equilibri: Will rivede in lui la sua grinta giovanile, l’energia e il piglio per gli affari che i figli non hanno ereditato, Jody si sente definitivamente scalzato dal ruolo di primogenito e la gelosia lo porterà ad appiccare un’incendio con l’intento di uccidere il padre, mentre la raffinata Clara non è certo insensibile al fascino maschio di Ben ma gli resiste fino a quando ne scopre le debolezze (la fama d’incendiario è ingiusta) e il senso di giustizia.



La lunga estate calda


La pellicola si lascia guardare con piacere e anche se alla fine si capisce che la sostanza era poca, resta l’inconsueta soddisfazione metacinematografica di sapere che l’amore di Clara e Ben è durato tutta la vita visto che sul set nacque l’amore tra Joan Woodward e Paul Newman.

La calda notte dell’ispettore Tibbs

CaldanotteispettoreTibbs

In the Heat of the Night
USA 1967
con Rod Steiger, Sidney Poitier, Warren Oates, Lee Grant
regia di Norman Jewison

L’ispettore Virgil Tibbs, esperto della omicidi di Filadelfia, si ritrova ad aspettare la coincidenza di un treno a Sparta, una sonnacchiosa cittadina del Mississippi. In quelle poche ore di permanenza in stazione, viene commesso un omicidio e Tibbs è subito sospettato come un nero vagabondo. Fatta valere la sua qualifica, Tibbs è costretto controvoglia ad indagare sull’omicidio e a fermarsi qualche giorno a Sparta: il soggiorno nella cittadina profondamente razzista non sarà per nulla facile..

In questa tragica estate che vede il razzismo rialzare prepotentemente la testa in America (ma non solo) le scene iniziali de La calda notte dell’ispettore Tibbs si rivelano tristemente attuali ricordando come una persona di colore sia automaticamente sospettata e come le convenga tacere e subire le imposizioni della polizia: Tibbs non apre bocca fino a quando non si trova nell’ufficio dello sceriffo Gillespie e può dimostrare le sue generalità.
A quasi cinquant’anni dall’uscita il film si rivela ancora un thriller corposo che si tiene stretta l’attenzione dello spettatore, trasmettendogli una sensazione soffocante come il caldo delle notti dell’America più profonda.
Nel 1968 La calda notte dell’ispettore Tibbs fece incetta di Oscar vincendo cinque statuette, la più meritata è quella andata a Rod Steiger per il ruolo dello sceriffo Gillespie, un razzista che nel corso della pellicola scende a patti con la sua coscienza e alla fine diventa amico di Tibbs.

Inheatofnight

Ottima la caratterizzazione dell’attore sempre intento a masticare nervosamente una gomma americana. La naturalezza di Steiger fa risaltare la tensione di Tibbs, prima irritato verso i soprusi subiti poi sulla difensiva perché preso di mira dai giovinastri del paese. Gli scontri sono rappresentati quasi come fossero balletti, ma del resto tra i più grandi successi di Jewinson si annoverano anche due musical: Jesus Christ Super Star e Il violinista sul tetto.
Di grande importanza anche la colonna sonora firmata da Quincy Jones: ritmati rock e blues a sottolineare che, almeno a livello musicale, aveva già vinto la contaminazione black.
Il film ebbe due seguiti sul grande schermo Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs nel 1970 e L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs nel ’71, entrambi interpretati da Sidney Poitier, diversamente dalla serie televisiva L’ispettore Tibbs trasmessa in America tra il 1988/1995.

L’ammaliatrice

Theflameofneworleans The Flame of New Orleans
Usa 1941 Universal
con Marlene Dietrich, Bruce Cabot, Roland Young, Mischa Auer
regia di René Clair

1840: l’avventuriera Claire Ledeux arriva a New Orleans spacciandosi per una contessa e riesce a conquistare un ricco banchiere. Per il denaro rinuncia all’amore per un aitante ma spiantato marinaio. Quando un personaggio del suo passato rischia di mandare a monte il matrimonio, la donna attribuisce i disdicevoli trascorsi a una cugina fittizia, Lili, facendo anche in modo che il promesso sposo la incroci. La vede anche il marinaio che finisce per capire il doppio gioco della donna che, nelle vesti di Lili, gli ha rivelato i suoi veri sentimenti.

Il primo film americano di René Clair parte come il flash back di una leggenda, quello della contessa che si suicidò il giorno del matrimonio, nata vedendo un abito da sposa che galleggia sulle acque del Mississippi, lo sviluppo sarà completamente diverso da quel che promette la leggenda: una pochade comica e ben poco romantica che ha per protagonista una donna senza scrupoli e il continuo gioco sul doppio, di ruoli e di sentimenti è già anticipato dal cognome della presunta contessa.
Lammaliatrice Il film è piacevole senza essere particolarmente rimarchevole: il bel mondo del Sud sembra quasi parodiare Via col vento con zie sorde e zitelle inacidite; tra i momenti più riusciti merita di essere citata la sequenza in cui si svela l’equivoco passato di Claire, raccontanto mentre la donna sta cantando e nonostante il brano sia molto romantico assistiamo dal suo punto di vista al dilagare dell’informazione che arriva ben presto alle orecchie del futuro sposo, il tutto si svolge come una comica e la scabrosità di quanto comunicato è espresso solo dai volti sbalorditi o maliziosi dei diversi personaggi.
C’è un evidente sbilanciamento nel cast, Marlene è circondata di attori di fama molto inferiore, e se Roland Young è esilarante nelle vesti del banchiere Giraud, il marinaio Robert La Tour, interpretato da Bruce Cabot, ricorda troppo Clark Gable, sia nella recitazione che nel look, per essere un degno coprotagonista di Marlene.
La Dietrich si trova per la prima volta alle prese con un ruolo di pura commedia e se la cava più che discretamente velando d’ironia le mossette ammaliatrici del suo personaggio mentre porta con la consueta classe i costumi fantasiosi e improbabili della pellicola.

Jimmy Bobo – Bullet to the head

A una coppia di sicari viene commissionata una rapina ai danni di un ex poliziotto corrotto ma il colpo va male e la vittima viene uccisa. Nella stessa notte uno dei due sicari viene accoltellato e al suo compare non resterà che allearsi contro voglia con lo sbirro incaricato delle indagini per vendicare la morte dell’amico.

JimmyBobo

Walter Hill torna a dirigere per il grande schermo dopo oltre un decennio di assenza e firma un noir stringato e nervoso tratto da un fumetto francese che viene presentato come il ritorno all’action anni ’80. Hill ha però masticato con perizia gli ultimi vent’anni di cinema d’azione soprattutto asiatico: il detective Kwon sarà anche un omaggio alla minoranza asiatica ormai presente in molti serial da Dexter a The mentalist ma il volo della sua camicia nello scontro nella centrale elettrica allude a ben determinato stile cinematografico orientale. In questo impianto Hill inserisce Sylvester Stallone nei panni ironici di un vecchio sicario disegnato con l’accetta (questo sì in pieno stile anni ‘80) un sopravvissuto che non ha intenzione di arretrare di un passo e che che guarda con distacco il suo nuovo forzato collega dipendente dal suo BlackBerry da cui riceve tutte le informazioni mentre Jimmy Bobo ha ancora un vecchio StarTac che serve esclusivamente a telefonare. E’ ovvio che il senso del dialogo va ben oltre quello della telefonia.
JimmyboboSe il rapporto tra Jimmy Bobo e il suo collega riprende il divertente cliché della strana coppia, altrettanto interessante è il rapporto tra Stallone e il suo antagonista, il magnifico Khal Drogo Jason Momoa: il loro combattimento con le asce ha quasi il sapore di un passaggio di consegne tra il re dell’action anni ‘80 e il nuovo dio dell’action fantasy (oltre che protagonista della prima stagione de Il trono di spade Momoa è stato anche l’ultimo Conan).
Film divertente dalla regia asciutta ma di classe con alla base un tema scottane come quello della speculazione edilizia in una città da ricostruire come New Orleans, che Hill rappresenta (e non per la prima volta) cupa e pericolosa dai nuovi quartieri residenziali alle catapecchie tra i meandri del Mississippi passando dal fascinoso Quartiere Francese.

The skeleton key

Theskeletonkey

New Orleans, la venticinquenne Caroline, infermiera specializzata in malati terminali, viene assunta dalla famiglia Deveraux per occuparsi di Ben, un anziano signore colpito da  ictus, ma l’antica villa coloniale dei Deveraux sembra animata da strani segreti..

Emoziona, al di la’ dei meriti della pellicola, vedere New Orleans prima dell’uragano, come forse non la vedremo piu’, se non fra molto tempo: il quartiere francese, le baracche, le ville coloniali dai grandi parchi che si mescolano con le paludi del Mississippi ed improvvisamente ci si ricorda che la citta’ ha un passato di scenario cinematografico utilizzato soprattutto per opere dalle atmosfere morbose e peccaminose.
The skeleton key e’ un thriller psicologico dalla confezione di lusso: ottima fotografia fondamentale in un film che punta sulle  suggestioni evocate dai luoghi e dagli oggetti, grande cast in cui spicca Gena Rowlands che soprattutto in alcune scene inquieta con ambigue occhiate oblique da strega mentre John  Hurt si ritaglia il ruolo del vecchio paralizzato che recita soltanto attraverso lo sguardo.


Theskeletonkey

Sguardi, occhiate, specchi… come dimostra anche la locandina americana (?) lo sguardo, quello che si vede o si crede di vedere e’ uno dei temi portanti della pellicola.
Il plot e’ interessante (una volta tanto vince il male), e  confema le capacita’ di Ehren Kruger, gia’ sceneggiatore della versione americana di The ring: non avevo amato molto quel film mentre questo mi ha colpito perche’ la trama si basa su un postulato, se non credi alla magia questa non ti puo’ colpire, che e’ anche una riflessione sul genere thriller che per poter funzionare ha l’assoluto bisogno che lo spettatore si lasci suggestionare.