Night Tide

USA 1961, AIP
con Dennis Hopper, Linda Lawson, Gavin Muir, Luana Anders, Marjorie Eaton, Marjorie Cameron
regia di Curtis Harrington

John Drake, marinaio in licenza, conosce Mora, una ragazza che fa la sirena in un parco divertimenti. Ben presto John scopre che i precedenti ragazzi di Mora sono morti in maniera poco chiara e la ragazza è coinvolta nelle indagini. Quando John ne parla con la diretta interessata, Mora si dichiara innocente ma si dice anche  convinta di appartenere all’antico popolo del mare come narra il capitano Murdock introducendo lo spettacolo…

Primo lungometraggio del regista Curtis Harrington e primo ruolo da protagonista per Dennis Hopper molto bravo nell’interpretare un ragazzo di provincia che dopo la morte della madre si arruola in marina per conoscere il mondo. John è un ragazzo timido ed educato ma non si lascia influenzare dalle voci che girano sul conto di Mora.

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Il film si chiude con la citazione di alcuni versi di E.A.Poe e il film si ispira alla ballata Annabel Lee del poeta bostoniano ma è anche esplicito il riferimento a Il Bacio della Pantera: durante il loro primo incontro in un bar un’inquietante donna in nero parla a Mora in una strana lingua turbando la ragazza che lascia il locale, altre volte la donna comparirà ma sarà visibile solo a John e a Mora, nessun altro la vedrà mai.

La donna in nero rappresenta l’elemento sovrannaturale del film per il resto la trama che culmina con la morte di Mora, ha una spiegazione del tutto terrena: è una caratteristica del regista giocare sull’ambiguità sovrannaturale o pazzia, come in Chi giace nella culla della Zia Ruth? 

Direi che il film presenta anche alcuni debiti verso la Nouvelle Vague: le riprese in esterni, la musica jazz del locale; belli anche i giochi di luce nelle riprese subacquee.

Il film fu presentato in Italia nel 1961 allo Spoleto Film Festival e pur vedendo riconosciuto come miglio film americano dell’anno, la pellicola fu distribuita negli USA solo nel 1963 dalla AIP di Corman

Nick mano fredda

Cool Hand Luke
USA 1967, Warner Bros
con Paul Newman, George Kennedy, J.D. Cannon, Lou Antonio, Robert Drivas, Strother Martin, Jo Van Fleet, Clifton James, Morgan Woodward, Luke Askew, Marc Cavell, Richard Davalos, Robert Donner, Warren Finnerty, Dennis Hopper, John McLiam, Charles Tyner, Harry Dean Stanton, Ralph Waite, Joy Harmon
regia di Stuart Rosenberg



Nickmanofredda


Il giovane perdigiorno Nick deve scontare due anni di galera ai lavori forzati per aver vandalizzato dei parchimetri. Nonostante riveli da subito un carattere ribelle e strafottente, Nick riesce ad integrarsi, soprattutto con gli altri galeotti ma quando muore sua madre, una pena ingiusta e preventiva trasforma il carcerato che riesce a fuggire ben due volte dalla prigione diventando un idolo per i compagni e suscitando le ire dei poliziotti che non perdono occasione per angariarlo quando viene catturato nuovamente. Dopo aver finto di esser stato domato, Nick evade per la terza volta ma gli costerà la vita.



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Solida produzione tratta dal romanzo omonimo scritta da un vero galeotto basandosi sulla sua esperienza personale, Nick mano fredda (ma in originale il protagonista si chiama Luke) è uno dei film che ha consolidato la fama di Paul Newman che interpreta l’epitome del ribelle: anche prima della galera Nick è vittima del suo carattere ribelle che, anche sotto le armi lo porta ad esser degradato dopo aver ricevuto onori e medaglie. Nonostante il sorriso strafottente, lo stesso Nick soffre il suo carattere tanto da lamentarsi a più riprese con Dio e terminare la sua ultima fuga in una chiesa dove chiede conto al Creatore del suo destino. A colpire i galeotti è la determinazione di Nick: l’incontro di boxe con Dragline impressiona prigionieri e poliziotti per l’insistenza con cui Nick si rialza anche se sa che non può nulla contro la forza del rivale.
Altro momento topico del film è la scommessa delle uova: Nick scommette di riuscire a mangiarne cinquanta in un’ora e ci riesce, è il momento più divetente del film prima che la storia si volga in tragedia. La scena è stata completamente tagliata dalla versione italiana, forse per il finale a simbologia cristologica: Nick ripreso dall’alto sul tavolone della mensa a braccia aperte, come un Cristo crocifisso, inquadratura che mi ha ricordato molto il finale di Mamma Roma di Pasolini, del 1962.
Il telegramma che annuncia la morte di Arletta, la madre di Nick cambia tutto: il direttore della prigione, il Capitano, gli infligge alcuni giorni di isolamento giustificandolo come forma preventiva del possibile tentativo di fuga per partecipare ai funerali della madre. I giorni in isolamento servono a Nick proprio per elaborare il suo piano di fuga, appena ripreso fugge un altra volta mandando ai compagni una foto con due belle ragazze, si tratta di un fotomontaggio ma non fa che accrescere la sua fama presso i compagni. Catturato nuovamente, il detenuto diventa oggetto delle torture delle guardie che non hanno altro scopo che quello di piegarlo: botte, lavori inutili come scavare una fossa su ordine di un guardiano e ricoprirla per volere di un altro senza avere la possibilità di giustificarsi. Alla fine Nick si piega con grande delusione dei suoi compagni, è un vero cedimento o solo un bluff come quelli che gli vengono così bene alle carte? Non lo sa nemmeno lo stesso protagonista ma quando scorge l’occasione per fuggire nuovamente la coglie al volo e lo segue anche Dragline che dopo la morte di Nick diventa il più grande testimone delle sue avventure.



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La morte di Nick è l’esempio definitivo della violenza delle guardie: ferito da un colpo alla gola, il detenuto potrebbe essere salvato ma il Capitano preferisce riportarlo in carcere piuttosto che al più vicino ospedale. Il semaforo rosso ci fa capire che Nick morirà lungo il viaggio, ultimo uso ai fini della storia della segnaletica: dalla scritta iniziale Violation dei parchimetri vandalizzati, ai segnali di stop e i vari semafori che segnano i momenti nodali del film.
A sparare a Nick è il boss Godfrey, quello dall’ottima mira che porta sempre gli occhiali da sole a specchio. Dopo lo sparo Dragline lo aggredisce e il guardiano perde gli occhiali che finiscono frantumati dall’auto in cui è stato caricato il morente, ma sempre strafottente Nick.

La vedova nera

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USA 1987 20th Century Fox
con Debra Winger, Theresa Russell, Sami Frey, Dennis Hopper, Nicol Williamson, Diane Ladd
regia di Bob Rafelson

L’agente FBI Alexandra Barnes, documentandosi per un caso di mafia, s’imbatte in alcuni casi di morte improvvisa di uomini ricchissimi sopra i 50 anni, tutti sposati da poco con donne trentenni. Alexandra inizia a sospettare che le morti non siano dovute a cause naturali ma che a uccidere sia sempre la stessa donna celata sotto diverse identità.
Quando la “vedova nera” scopre che sulle sue tracce c’è un’agente FBI invece di fuggire tesse un’altra mirabile tela per incastrarla..

Thriller tutto al femminile con due grandi attrici oggi dimenticate, dove al regita Bob Rafelson non interessa tanto scoprire chi sia il colpevole ma piuttosto mettere in scena un confronto tra due donne apparentemente distanti ma in fondo molto simili realizzando una variante decisamente originale del tema del doppio.




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Entrambe le protagoniste hanno un rapporto conflittuale con il genere maschile: Alexandra pensa solo al lavoro e rifugge ogni legame vivendo la cura della propria femminilità come un ostacolo per la professione, Rennie (chiamiamola con il suo ultimo nome) invece di evitare il genere maschile lo seduce per ucciderlo e prendersi i soldi e fa della propria femminilità l’arma principale per realizzare quella che lei stessa definisce una professione.
Le due protagoniste però sono unite dalla medesima determinazione nel perseguire gli obbiettivi: le scene in cui si documentano sono praticamente sovrapponibili.
Se tra cacciatore e preda scatta sempre una sorta d’identificazione, tra due caratteri così complementari il rapporto si fa esplosivo e si crea un legame torbido, venato di sfumature saffiche, d’innamoramenti per lo stesso uomo che crede di condurre il gioco ed invece è una pedina nello scontro tra le due donne.




Lavedovanera


Girato tra Seattle e soprattutto le Hawaii con le fortuite riprese di un vulcano in azione, il film riesce ad identificare con il paesaggio primordiale delle isole vulcaniche le pulsioni nascoste che animano le protagoniste, qualcosa nell’aspetto estremamente scenografico della fotografia ricorda i paesaggi costieri di Hitchcock, da Il sospetto a Caccia al Ladro.

Rusty il selvaggio

Rumble Fish
USA 1983
con Matt Dillon, Mickey Rourke, Dennis Hopper, Nicolas Cage, Diane Lane, Vincent Spano, Tom Waits, Chris Penn, Laurence Fishburne, Sofia Coppola
regia di Francis Ford Coppola




Rusty il selvaggio


Rusty James è un sedicenne della periferia di Tulsa cresciuto nel mito del fratello maggiore, Motorcycle Boy, capo di una gang ora partito per un viaggio in California. “Quello della moto” fa improvvisamente ritorno in città proprio durante una rissa di Rusty che per la sopresa di rivedere il fratello viene ferito. L’atteso ritorno di Motorcycle Boy però non riporta la serenità nella vita di Rusty ma il triste finale della sua esistenza dà al fratello minore la forza di prendere in mano la sua vita.




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Dal secondo romanzo di S. E. Hinton,  già autrice del romanzo I ragazzi della 56ª strada
da cui Coppola aveva tratto l’omonimo film che con Rusty il selvaggio compone idealmente un dittico sulla figura del ribelle senza causa aggiornato agli anni ’80.
Come la decade che rappresenta, anche lo stile di Coppola è “post” e rimescola suggestioni di diversi stili cinematografici: Matt Dillon sfoggia la canotta bianca di Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio e il luminoso bianco e nero del film richiama molti melodrammi anni ’50 ambientati negli stati del Sud che raccontano il disagio famigliare. La famiglia di Rusty è stata distrutta dall’abbandono della madre, il padre, avvocato di successo, è diventato un alcolizzato ed è finito nelle periferie, come James Dean ne La Valle dell’Eden, anche Motorcycle Boy è andato in cerca della madre e ora informa il fratello dell’incontro.




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Il mito del fratello si sgretola al suo ritorno: Motorcycle Boy è ancora il ragazzo in grado di riuscire in tutto quello che vuole, potrebbe essere ancora un capo per i giovani della città ma quello che torna dal viaggio californiano è un uomo che non sa cosa fare della sua vita e uno che vuole che gli altri lo seguano deve sapere dove andare, confida al fratello.
Motorcycle Boy capisce che l’unico modo per liberare il fratello dalla sua influenza è portare alle estreme conseguenze tutto il suo disincanto (follia?) così il suo unico scopo diventa quello di liberare i “rumble fish” del titolo, i pesci da combattimento, convinto che negli ampi spazi del fiume perderanno la loro aggressività.





Rumble fish


Rivisto oggi l’interpretazione di Mickey Rourke che fece decollare la sua carriera risulta quasi profetica nel nichilismo dell’attore nel distruggere il suo potenziale (Motorcycle Boy ha un taglio di capelli alla John Lydon dei Sex Pistols).
Anche l’interpretazione di Dennis Hopper, nel ruolo del padre è in grado di lasciare il segno, nonostante la la brevità e va notato il cameo di Tom Waits nei panni del barista.
Tra i vari giovani attori che poi hanno lasciato un segno ricordiamo un allampanato Lawrence Fishburne, ben diverso dal massiccio Morpehus di Matrix. Comparsate per i giovani del clan Coppola: Nicolas Cage è quello che ruba la bella Diane Lane a Rusty, Sofia Coppola è la sorella minore di Patty.




Rustyselvaggio


L’uso del bianco e nero, che permette al regista di giocare con i toni espressionisti delle ombre e delle inquadrature sghembe, viene giustificato riferendosi al punto di vista di Motorcycle Boy che ha perso la capacità di vedere i colori in una rissa, l’unica ripresa a colori riguarda Rusty James e avviene solo dopo la morte del fratello, quando si scorge riflesso sul vetro dell’auto della polizia.




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A sottolineare la valenza simbolica dei rumble fish, Coppola ricorre al cut out o uso selettivo del colore per cui i pesci rossi e blu si muovono sullo sfondo in b/n una tecnica che oggi possiamo usare con l’app dello smartphone, ma che allora era molto innovativa visto che il primo film a sfruttare a pieno la tecnica è Pleasantville del 1998

Una vita al massimo

True romance
Usa 1993,
con Christian Slater, Patricia Arquette, Dennis Hopper, Val Kilmer, Gary Oldman, Brad Pitt, Christopher Walken, James Gandolfini, Samuel L. Jackson, Chris Penn, Jack Black
regia di Tony Scott

Clarence lavora in un negozio di fumetti a Detroit e la sera del suo compleanno va al cinema. In sala conosce una ragazza, Alabama; i due trascorrono una bellissima serata e finiscono a letto insieme. Alabama confida a Clarence di essere una squillo, regalo di compleanno del suo datore di lavoro ma al ragazzo non importa e i due corrono a sposarsi. Clarence poi si reca dal magnaccia della moglie per riprendere le sue cose e finisce per ucciderlo. Invece della valigia di Alabama prende una valigia piena di droga. Gli sposini decidono di smerciarla in California ma lasciano molti indizi e ben presto si ritrovano i mafiosi proprietari della coca alle calcagna..


Unavitaalmassimo

Forse non è il film più adatto per ricordare la tragica scomparsa di Tony Scott: il film è scritto da Quentin Tarantino e rispecchia fedelmente le ossessioni e gli stilemi del regista che al momento aveva diretto solo Le iene come i monologhi su cinema e musica (in Una vita al massimo Clarence si confida addirittura con il fantasma di Elvis). Erano probabilmente gli anni in cui Quentin girava con lo spolverino di Mark, il protagonista di A better tomorrow di John Woo e infatti tra tante scene di kung fu, alla televisione passa un estratto del film: una scena di resa dei conti con pistole alla mano, anticipatrice del mexican standoff finale che omaggia a modo suo le sparatorie di John Woo con tutte le piume dei cuscini che svolazzano al posto delle colombe.
Tony Scott ci mette il suo stile patinato che è diventato uno stilema dei secondi anni anni ’80 e dei primi anni ’90: quei fasci di luce che filtrano dalle serrande o illuminano la notte di un blu fluo. Anche la direzione degli attori porta più la firma di Scott che di Tarantino (che ha sempre giurato di non essere mai stato sul set durante le riprese) Christian Slater fa il verso a Tom Cruise mentre il personaggio di Alabama è la classica figura di bionda svampita che scombina la vita dell’uomo che incontra, tipica di certo cinema anni ’80 vedi la Rosanna Arquette di Fuori Oraro, la Melanie Griffith di Qualcosa di travolgente e per certi versi anche la Madonna di Who’s that girl? remake pop e scanzonato di Susanna!: ecco dove sono finite le eroine delle commedie brillanti anni ’30, frequentano e tengono testa ai bad boys violenti! L’ideale femminino di Tarantino (alla Kill Bill) esplode solo nella scena in cui Alabama si difende dal killer interpretato da James Gandolfini.
Inutile comunque spartire i meriti e i compiti tra i due autori, il connubio funziona e il film è una divertente commistione tra commedia romantica sposato all’action movie più efferato spruzzato da grandi dosi di ironia. Credo che forse non l’avrei amato molto all’epoca, visto oggi mi diverte tantissimo ed è un’interessante compendio dell’evoluzione cinematografica dell’ultimo ventennio.

Ciao America!

CinemaAmericano

Gli anni ’60 e i primi ‘70 in America rappresentano una stagione straordinaria e dirompente per il rinnovamento del linguaggio cinematografico, grazie al coraggio di autori geniali – indipendenti, underground e ribelli “maledetti” – che realizzarono i loro capolavori in opposizione alla cultura ufficiale e allo strapotere delle grandi produzioni hollywoodiane, affermando una visione aspra e brutale della complessità contemporanea. Figli di un’epoca di grandi fermenti e contestazioni, questi registi straordinari si mossero in sintonia con i più importanti fenomeni dell’arte americana, alla ricerca di uno stile personale, libero da schemi narrativi invecchiati, privilegiando spesso la sceneggiatura in costruzione durante le riprese, per catturare la verità unica e irripetibile dell’emozione imprevista. Un cinema che affondava nel “sottosuolo” urbano, dando libero asilo alla fuga autodistruttiva dalla società civile, attraverso il sesso, la droga e la violenza. Questo percorso nell’America cinematografica di allora ci restituisce un ritratto sconvolgente dell’uomo moderno che, disorientato, indifferente e privo di certezze, sceglie la fuga senza meta per perdersi definitivamente.

23 e 24 febbraio, ore 21.00

Shadows di John Cassavetes
(Ombre, 1959, 81’ – v.o. sott. it.)
L’esordio strepitoso del genio del cinema indipendente americano ci trascina in una New York fumosa, tra un’umanità bloccata e impotente, con un linguaggio assolutamente rivoluzionario che sostituisce l’improvvisazione degli attori alla classica sceneggiatura, per far esplodere la verità delle emozioni umane oltre le convenzioni sociali o narrative; in sottofondo il jazz del grande Mingus.

25 e 26 febbraio, ore 21.00

Guns of the Trees di Jonas Mekas
(I fucili degli alberi, 1961, 85’ – v.o. sott. it.)
Il guru del New American Cinema, realizza le stesse energie creative con cui animò la New York indipendente dei primi anni ’60 in quest’opera di culto, aspra rappresentazione di una generazione inquieta attraverso un montaggio di scene libero da schemi e fluido come i colori di un quadro di Pollock.

28 e 29 febbraio, ore 21.00

The Connection di Shirley Clarke
(Il contatto, 1962, 110’ – v.o. sott. it.)
Lo sguardo affonda nell’inferno contemporaneo in questo primo lungometraggio di una delle figure fondamentali del New American Cinema: tratto da una messa in scena del Living Theatre, è una pietra miliare del cinema moderno per l’ambientazione claustrofobica – l’attesa del pusher di un gruppo di tossici – e la capacità di adesione diretta all’esperienza umana.

1 e 2 marzo, ore 21.00

Flaming Creatures di Jack Smith
(1963, 45’)
Vero e proprio cult dell’avanguardia underground anni ’60, fece scandalo per la sua provocazione radicale, tra trasgressione sessuale e libertà anarchica della visione. Un’allucinazione lisergica di corpi fluttuanti, impregnata di energia vitale, ambigua e disturbante.

Scorpio Rising di Kenneth Anger
(1964, 28’)
Viaggio nelle ossessioni del genio iconoclasta della sperimentazione underground, che ha influenzato intere generazioni di artisti, da Mick Jagger a David Lynch, e creato il modello di tanto cinema queer a seguire, tra trasgressioni sessuali, occultismo, violenza ed estetica biker.

3 e 4 marzo, ore 21.00

Greetings di Brian De Palma
(Ciao America!, 1968, 88’ – v. it.)
Il grande De Palma agli esordi guarda all’America del ’68 con occhio satirico e dissacrante verso le istituzioni, sperimentando uno stile libero e caotico, che aderisce perfettamente alle inquietudini di giovani allo sbando – con un De Niro già incredibile – ossessionati dal Vietnam, dalla politica, dal sesso e dal voyerismo.

7 e 8 marzo, ore 21.00

Medium Cool di Haskell Wexler
(America, America, dove vai?, 1969, 111’ – v.o. sott. it.)
Sullo sfondo dei violenti disordini scoppiati tra i pacifisti che protestavano contro la guerra del Vietnam e la polizia nella Chicago del ’68, questo film sconvolse l’America per l’impatto delle sue immagini – con riprese delle barricate e degli scontri reali inserite nella fiction – e la dura critica al cinismo dell’informazione televisiva.

9 e 10 marzo, ore 21.00

Easy Rider di Dennis Hopper
(1969, 95’ – v.o. sott. it.)
Capolavoro leggendario ed emozionante, esperienza on the road per eccellenza che intere generazioni hanno ripercorso per le strade del mondo in fuga dal conformismo; in realtà un’opera intrisa di pessimismo, viaggio di autodistruzione nel lato oscuro dell’America verso il tramonto del sogno di libertà.

11 e 13 marzo, ore 21.00

Five Easy Pieces di Bob Rafelson
(Cinque pezzi facili, 1970, 98’ – v.o. sott. it.)
Tra le opere migliori dei primi anni ’70, divenne il punto di riferimento di una gioventù insofferente al modello di vita borghese, che si rispecchiò nelle inquietudini di Jack Nicholson, strepitoso nel ruolo del ribelle sradicato, in fuga da tutto e da tutti, inadatto ad ogni forma di esistenza adulta.

14 e 15 marzo, ore 21.00

Trash di Paul Morrissey
(Trash – I rifiuti di New York, 1970, 110’ – v.o. sott. it.)
Figura centrale della Factory di Andy Warhol, si spinse dove il cinema non aveva mai osato prima, descrivendo con stile sporco e diretto lo squallore della marginalità metropolitana: un universo grottesco di tossicomani, travestiti, marchettari su cui brilla la bellezza statuaria e apatica di Joe Dallesandro.

16 e 17 marzo, ore 21.00

Two-Lane Blacktop di Monte Hellman
(Strada a doppia corsia, 1971, 102’ – v.o. sott. it.)
Capolavoro che segna la fine di un’epoca, spingendo il mito on the road alle sue conseguenze definitive: corridori automobilistici senza identità non cercano più la libertà nella fuga, ma vagano senza una meta nel vuoto dell’esistenza, perché la strada americana non porta più da nessuna parte.

18 e 21 marzo, ore 21.00

The Last Picture Show di Peter Bogdanovich
(L’ultimo spettacolo, 1971, 118’ – v.o. sott. it.)
Bogdanovich crea il suo capolavoro lirico con la storia di alcuni ragazzi che esorcizzano la monotonia e l’ipocrisia della vita di provincia in un piccolo cinema che sta per chiudere, prima dello scoppio della guerra di Corea: metafora malinconica di un’ingenuità ormai perduta e del crollo delle illusioni di una generazione.

22 e 23 marzo, ore 21.00

Images di Robert Altman
(1972, 101’ – v.o. sott. it.)
Un Altman insolitamente cupo e disturbante, ma sempre grandissimo, alle prese con i labirinti oscuri della psiche umana, in questo studio sconvolgente della follia che, attraverso notevoli sperimentazioni formali, ci trascina in un universo distorto, dove sogno e realtà si confondono.

24 e 25 marzo, ore 21.00

Pat Garrett and Billy the Kid di Sam Peckinpah
(Pat Garrett e Billy the Kid, 1973, 122’ – v.o. sott. it.)
Questo straordinario western punta uno sguardo struggente e spietato sul tramonto della frontiera, scrivendo il testamento di un genere e dei suoi valori ormai inattuabili. Una ballata del disfacimento di un mondo, melanconica e splendida come la colonna sonora di Bob Dylan.

27 e 28 marzo, ore 21.00

Badlands di Terrence Malick
(La rabbia giovane, 1973, 94’ – v.o. sott. it.)
Il primo film di uno dei più importanti registi contemporanei si ispira alla vicenda reale di due brutali assassini e costruisce un affresco straordinario e spietato della crisi contemporanea, dove il sangue si scolora nell’indifferenza e la fuga senza meta diventa l’unica forma di esistenza possibile.

Informazioni
scalinata di via Milano 9 A, Roma
tel. 06 39967500
palazzoesposizioni
biglietto: intero € 4,00 – ridotto possessori della membership card PdE € 3,00
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema

auguri a Jack Nicholson

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Oggi ricorre il genetliaco di Jack Nicholson, uno dei migliori attori viventi, se non il migliore penalizzato solo da un ghigno mefistofelico ormai troppo riconoscibile.
John Joseph Nicholson nasce il 22 Aprile 1937 a Neptune, nel New Jersey, a 17 anni si trasferisce in California per studiare recitazione a Los Angeles dove diventa allievo di Martin Landau ai corsi di recitazione creati dal celebre attore shakeasperiano Jeff Corey, qui conosce Roger Corman che gli offre il suo primo ruolo accreditato ne La piccola bottega degli orrori (1960) dove interpreta il ruolo del paziente masochista del dentista, Nicholson resta per qualche anno nella factory di Corman partecipando anche a I maghi del terrore e La vergine di cera (che e’ la sua prima regia non accreditata) entrambi del 1963.
Nel 1965 debutta anche nella sceneggiatura con Le colline blu, film di cui e’ protagonista, diretto da Monte Hellman in contemporanea con La sparatoria, che vede ancora Nicholson tra i protagonisti, e che uscira’ solamente nel 1967.
Shining Nel 1969 arriva la pellicola che decreta il successo di Jack Nicholson, Easy Rider, il film manifesto della contro cultura americana anni ’60 diretto da Dennis Hopper; la fama dell’attore viene confermata nel 1970 da un altra opera di culto, Cinque pezzi facili di Bob Rafelson: in questo modo comincia per Jack Nicholson un decennio che lo vede protagonista di film importantissimi, se non a livello artistico, almeno per identificare un’epoca, per citare solo i principali: Conoscenza carnale del 1971 diretto da Mike Nichols, L’ultima corvée di Al Ashby (1973), Chinatown di Roman Polanski girato nel 1974, Professione reporter di Michelangelo Antonioni del 1975, anno sublime per l’attore che gira anche Tommy di Ken Russell e Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, considerata la miglior interpretazione di Nicholson che finalmente per questo film vince il suo primo Oscar dopo quattro nomination collezionate negli anni precedenti; Missouri del ‘76 girato accanto all’amico Marlon Brando per la regia di Arthur Penn, sempre del ‘76 e’ Gli ultimi fuochi diretto da Elia Kazan, il decennio si chiude con il ruolo di Jack Torrence in uno dei capolavori di Kubrick, Shining: credo che ogni commento sia superfluo!
Batmanjoker Gli anni ‘80 partono altrettanto bene con Il postino suona sempre due volte di Rafelson del 1981, un ruolo in Reds (1981) dell’amico Warren Beatty. Con Voglia di tenerezza del 1983 inizia un periodo di film meno impegnati e piu’ di cassetta (ma questo e’ quel che offrivano al cinema gli sfavillanti anni ‘80) e a Nicholson va riconosciuto di aver scelto film di qualita’ a partire dal bel L’onore dei Prizzi di John Huston (1985), Le streghe di Eastwich di George Miller dove interpreta niente meno che il diavolo e dove le sue sopracciglia inarcate acquistano lo status di icona; nel 1989 il ruolo di Joker nel bellissimo Batman diretto da Tim Burton con cui l’attore lavorera’ ancora nel 1996 in Mars Attacks!.
Aboutschmidt Dopo qualche film troppo di cassetta e in cui la gigioneria ha il sopravvento portandolo a sfiorare il Razzie nel 1992 per Hoffa: santo o mafioso?, Jack Nicholson ritrova nuovo vigore nel drammatico e commovente Tre giorni per la verita’ di Sean Penn del 1995, a cui fa seguito nel 1997 la commedia brillante Qualcosa e’ cambiato che gli fa vincere il suo terzo oscar, nel 2001 ancora per la regia di Sean Penn gira La promessa e una nuova nomination lo aspetta per A proposito di Schmidt del 2002; l’ultima sua interpretazione e’ del 2006 con il ruolo di Costello in The departed – Il bene e il male ultima fatica di Martin Scorsese e migliore film dell’anno secondo la Academy Awards.

Vincent Price

Il 25 ottobre 1993 moriva Vincent Price, nato il 27 maggio 1911 a St.Louis, emigrato a Londra per intraprendere una carriera teatrale e dimenticarne una cinematografica che non decollava.

Tornato al cinema alla fine degli anni ’30 si specializza nel ruolo dell’antagonista cattivo, da ricordare tre dei quattro film interpretati a meta’ degli anni ’40 accanto aGene Tierney: VertigineFemmina FolleIl castello di Dragonwick per poi diventare, nei primi anni ’50, il divo per eccellenza dei film dell’orrore di serie B.

Il primo successo fu La maschera di cera, del 1953 per la regia di André De Toth. Segue la collaborazione con Roger Corman che da vita a otto film a basso costo tratti principalmente da racconti di E.A.Poe con qualche incursione nel mondo lovecraftiano.

La sua carriera prosegue fino ai primi anni 80 in ruoli orrorifici,
tra cui ricordiamo Il grande inquisitore del 1968, film misconosciuto da noi ma di culto nei paesi anglosassoni perchè firmato dal promettente regista maledetto Michael Reeves, tanto da aver ispirato il giudice Frollo ne Il gobbo di Notre Dame della Disney; il dittico sulle orripilanti gesta del Dr. Phibes diretto nel 1971-’72 da Robert Fuest; ed infine il bizzarro  Oscar insanguinato del 1973 dove la natura istrionica dell’attore ha libero sfogo in mille travestimenti.

“Sdoganato” alla cultura popolare nel 1983 con il videoclip Thriller di Michael Jackson in cui recita la parte introduttiva, diventa icona del cinema contemporaneo con il suo ultimo fim Edward mani di forbici del 1990, dove, per la regia di Tim Burton, interpreta lo scienziato che da la vita a Edward.

Chissà se è ironia della sorte o definitiva consacrazione che una delle piu’ grandi maschere del cinema horror sia morta una settimana prima di Halloween, nel periodo dell’anno in cui ogni televisione del mondo rispolvera un ciclo di film del terrore?

In ogni caso oggi è possibile vederlo su Sky 16:9 in una delle sue ultime apparizioni, Ore contate di Dennis Hopper e in La città dei mostri nel corso della notte di Fuori Orario.