Nick mano fredda

Cool Hand Luke
USA 1967, Warner Bros
con Paul Newman, George Kennedy, J.D. Cannon, Lou Antonio, Robert Drivas, Strother Martin, Jo Van Fleet, Clifton James, Morgan Woodward, Luke Askew, Marc Cavell, Richard Davalos, Robert Donner, Warren Finnerty, Dennis Hopper, John McLiam, Charles Tyner, Harry Dean Stanton, Ralph Waite, Joy Harmon
regia di Stuart Rosenberg



Nickmanofredda


Il giovane perdigiorno Nick deve scontare due anni di galera ai lavori forzati per aver vandalizzato dei parchimetri. Nonostante riveli da subito un carattere ribelle e strafottente, Nick riesce ad integrarsi, soprattutto con gli altri galeotti ma quando muore sua madre, una pena ingiusta e preventiva trasforma il carcerato che riesce a fuggire ben due volte dalla prigione diventando un idolo per i compagni e suscitando le ire dei poliziotti che non perdono occasione per angariarlo quando viene catturato nuovamente. Dopo aver finto di esser stato domato, Nick evade per la terza volta ma gli costerà la vita.



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Solida produzione tratta dal romanzo omonimo scritta da un vero galeotto basandosi sulla sua esperienza personale, Nick mano fredda (ma in originale il protagonista si chiama Luke) è uno dei film che ha consolidato la fama di Paul Newman che interpreta l’epitome del ribelle: anche prima della galera Nick è vittima del suo carattere ribelle che, anche sotto le armi lo porta ad esser degradato dopo aver ricevuto onori e medaglie. Nonostante il sorriso strafottente, lo stesso Nick soffre il suo carattere tanto da lamentarsi a più riprese con Dio e terminare la sua ultima fuga in una chiesa dove chiede conto al Creatore del suo destino. A colpire i galeotti è la determinazione di Nick: l’incontro di boxe con Dragline impressiona prigionieri e poliziotti per l’insistenza con cui Nick si rialza anche se sa che non può nulla contro la forza del rivale.
Altro momento topico del film è la scommessa delle uova: Nick scommette di riuscire a mangiarne cinquanta in un’ora e ci riesce, è il momento più divetente del film prima che la storia si volga in tragedia. La scena è stata completamente tagliata dalla versione italiana, forse per il finale a simbologia cristologica: Nick ripreso dall’alto sul tavolone della mensa a braccia aperte, come un Cristo crocifisso, inquadratura che mi ha ricordato molto il finale di Mamma Roma di Pasolini, del 1962.
Il telegramma che annuncia la morte di Arletta, la madre di Nick cambia tutto: il direttore della prigione, il Capitano, gli infligge alcuni giorni di isolamento giustificandolo come forma preventiva del possibile tentativo di fuga per partecipare ai funerali della madre. I giorni in isolamento servono a Nick proprio per elaborare il suo piano di fuga, appena ripreso fugge un altra volta mandando ai compagni una foto con due belle ragazze, si tratta di un fotomontaggio ma non fa che accrescere la sua fama presso i compagni. Catturato nuovamente, il detenuto diventa oggetto delle torture delle guardie che non hanno altro scopo che quello di piegarlo: botte, lavori inutili come scavare una fossa su ordine di un guardiano e ricoprirla per volere di un altro senza avere la possibilità di giustificarsi. Alla fine Nick si piega con grande delusione dei suoi compagni, è un vero cedimento o solo un bluff come quelli che gli vengono così bene alle carte? Non lo sa nemmeno lo stesso protagonista ma quando scorge l’occasione per fuggire nuovamente la coglie al volo e lo segue anche Dragline che dopo la morte di Nick diventa il più grande testimone delle sue avventure.



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La morte di Nick è l’esempio definitivo della violenza delle guardie: ferito da un colpo alla gola, il detenuto potrebbe essere salvato ma il Capitano preferisce riportarlo in carcere piuttosto che al più vicino ospedale. Il semaforo rosso ci fa capire che Nick morirà lungo il viaggio, ultimo uso ai fini della storia della segnaletica: dalla scritta iniziale Violation dei parchimetri vandalizzati, ai segnali di stop e i vari semafori che segnano i momenti nodali del film.
A sparare a Nick è il boss Godfrey, quello dall’ottima mira che porta sempre gli occhiali da sole a specchio. Dopo lo sparo Dragline lo aggredisce e il guardiano perde gli occhiali che finiscono frantumati dall’auto in cui è stato caricato il morente, ma sempre strafottente Nick.

Sulla mia pelle

Il resoconto dell’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi è un racconto asciutto che ancora una volta testimonia l’onestà intellettuale della famiglia, sia nel non nascondere le colpe del figlio sia nell’affidarsi alla legge, perché se è straziante l’agonia di Stefano, una delle immagini che personalmente mi è rimasta più impressa è quella dei genitori davanti all’ingresso del Pertini, soli nel buio, davanti a un citofono che gracchiava l’impossibilità di visitare il figlio senza i permessi.


Sulla mia pelle

Un affidarsi alla legge quasi ingenuo quando, durante la perquisizione notturna, il padre si fida e crede che le forze dell’ordine siano in contatto con l’avvocato di famiglia che invece non verrà mai chiamato, un comportamento che onestamente avrei avuto anche io: se un rappresentante dello Stato ti dice una cosa gli presti fede in forza del suo ruolo e invece la tragedia di Cucchi si sviluppa in un delirio kafkiano di omissioni, distrazioni e indifferenza che portano il ragazzo alla morte.



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Il pestaggio, l’imperdonabile orrore iniziale, avviene dietro una porta chiusa, nel silenzio che ancora avvolge questo aspetto del calvario di Stefano, un’ingiustizia palese che però avrebbe potuto avere conseguenze meno drammatiche se gli avvenimenti seguenti non avessero congiurato contro la sorte del ragazzo e ancora una volta il film non esita a mostrare che qualche appiglio a Stefano era stato dato per uscire dal baratro mortale in cui stava cadendo.



Sulla miapelle

Un ottimo film di impegno civile dove all’equilibrio della scrittura si accompagna un rigore stilistico fatto di luci livide, di corridoi che indirizzano ineluttabilmente Stefano verso la morte, come quei poliziotti sempre addosso fino a schiacciarlo come sono state stritolate le sue costole e poi quelle immagini sul tavolaccio che hanno un che di pasoliniano.
Della prova di Alessandro Borghi è stato detto tutto il bene possibile: innegabile la sua capacità di incarnare nella voce e nel fisico tutta la fragilità e il dolore di Stefano.

Mortacci

Mortacci

Italia 1988
con Vittorio Gassman, Carol Alt, Malcolm McDowell, Galeazzo Benti, Mariangela Melato, Sergio Rubini, Nino Frassica, Andy Luotto, Aldo Giuffré, Alvaro Vitali, Gemelli Ruggeri
regia di Sergio Citti

La vita dei morti non è poi brutta come si crede, lo scopre il soldato Lucillo Cardellini costretto a suicidarsi perché, unico disperso nella missione di pace in Libano nel 1985, è stato santificato come eroe nel paesino natale e il suo inopinato ritorno rischia di mandare a monte la rinata economia. Ma anche la tranquilla vita al cimitero è solo una fase, i morti attendono che nessuno più si ricordi di loro per poter passare a un livello superiore e i pii sfortunati sono i personaggi storici la cui memoria è imperitura…

Forse l’opera più mainstream di Citti che rimane piuttosto irrisolta: se la storia di Lucillo, l’Eroe suo malgrado che torna dopo quattro anni dalla guerra e viene unanimamente condannato a morte dal paese per salvaguardare l’economia è l’episodio più graffiante e fedele allo spirito del sodale di Pasolini, gli altri episodi si fanno sempre più fragili per culminare con l’insensatezza della storia di Alma e Edmondo, lei morta per errore, lui che ogni notte viene a recitare il suo dolore sulla sua tomba, si capisce che l’episodio è posticcio inserito per far spazio a due nomi di grido e stranieri, l’ex drugo Malcom McDowell e la top model Carol Alt, la cui bellissima figura centra proprio poco con un cast di tutto rispetto, a partire da Vittorio Gassman.


Mortacci


Nell’insieme l’opera resta piacevole con uno sguardo bonario e disincantato sulle debolezze umane: tenera la vecchina interpretata dalla Melato che da quarant’anni va a trovare i due finti ciechi che lei stessa ha cercato di truffare e sono stati travolti da un treno in corsa per sfuggirle; grottesco il guardone Andy Luotto morto di vergogna, notevole Alvaro Vitali nella parte del figlio che campa sulla morte del padre, come gli fa notare Domenico, l’avido e cinico custode del cimitero che ha una piccola rivendita di oggetti rubati ai morti, ma quando passa a miglior vita per colpa di Edmondo le sue vittime lo accolgono senza acredine, le piccolezze del mondo sono dimenticate in attesa di passare a un altra -si spera- miglior vita.

L’odore della notte

L'odoredellanotteItalia !998 Filmauro
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Emanuel Bevilacqua, Giorgio Tirabassi, Little Tony, Alessia Fugardi, Francesca D’Aloja, Raffaele Vannoli
regia di Claudio Caligari

Ascesa e caduta di Remo Guerra, poliziotto, ben presto ex, che dalle borgate romane crea una banda che per anni terrorizza la Roma bene con violente rapine in villa.

Il secondo film dei tre diretti in oltre 30 anni da Claudio Caligari è spirato al romanzo Le notti di Arancia meccanica di Dido Sacchettoni ispirato a fatti veri di una banda di rapinatori particolarmente violenti che hanno terrorizzato Roma tra il 1979 e il 1983.
Dopo la morte del regista nel 2015 e l’uscita postuma di Non essere cattivo, anche i suoi due lavori precedenti sono stati rivalutati dato che formano una sorta di trilogia sulla vita tossica e/o violenta delle borgate romane indagando particolarmente il periodo che dai tardi anni’70 arriva agli anni ’90 dell’ultimo lavoro.




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L’odore della notte è forse l’opera più ambiziosa delle tre: non manca l’imprescindibile sguardo pasoliniano verso i ragazzi di borgata che possiamo riconoscere soprattutto nel personaggio di Giorgio Tirabassi, il rapinatore “che ci mette il cuore” e finisce per riciclarsi come barista del locale rilevato con i soldi delle rapine. All’eredità pasoliniana Caligari unisce una cultura cinefila internazionale che parte dal nichilismo di Pickcpocket di Robert Bresson e tramite Melville lambisce anche l’ondata di noir di Hong Kong dei tardi anni 80: quel cappotto così lungo e nero indossato da Remo ricorda gli spolverini di A Better Tomorrow, nella violenza della prima scena quando Remo, Maurizio e Roberto si trovano incastrati tra le auto dei ricconi e inseguiti dalla polizia con il lancio al rallenti dei soldi quando riescono a imboccare il raccordo vedo molto dello stile di John Woo.
Anche il noir americano è presente: Remo davanti allo specchio o che scalcia il televisore dopo aver puntato con la pistola le ballerine del balletto di Cicale di Heather Parisi richiamano Taxi Driver e l’ironia che pervade tutto il film ha un sapore tarantiniano: di culto a scena in cui Little Tony, nei panni di sé stesso, viene costretto a cantare Un cuore matto.
Non solo il noir contemporaneo è espressamente citato da Caligari ma mostra in televisione la famosa inquadratura di Assalto al treno del 1903 in cui il bandito spara direttamente alla macchina da presa (ergo allo spettatore), scena che viene ripresa nei titoli di coda con Mastandrea che spara in camera il titolo del film.




Lodoredellanotte


Se l’ironico gioco citazionista non fu capito all’epoca di certo L’odore della notte è stato fondamentale per Romanzo Criminale la serie: basta pensare che nel film di Caligari si vedono le nozze di Maurizio e sempre Marco Giallini nei panni del Teribbile viene ucciso mentre si svolge un matrimonio in Romanzo Criminale. Sospetto, ma dovrei controllare, che la fontana dove muore il Freddo sia la stessa dove viene trovato moribondo Remo ferito da un poliziotto.
Se Non essere cattivo ci ha confermato il talento dei due protagonisti Luca Marinelli e Alessandro Borghi, anche ne L’odore della notte Caligari ha confermato la sua capacità di scovare talenti: Mastandrea, Giallini e Tirabassi sono attualmente tra gli attori più noti e quotati del piccolo e del grande schermo

Il Minestrone

Il minestrone
Italia 1981
con Franco Citti, Ninetto Davoli, Roberto Benigni, Olimpia Carlisi, Giorgio Gaber, Fabio Traversa, Carlo Monni, Daria Nicolodi
Regia di Sergio Citti

Francesco e Giovannino sono due accattoni che si incontrano rovistando tra i cassonetti della periferia romana, litigando gli avanzi a un can barbone. Finiti in galera, dividono la cella con il Maestro, un senzatetto abilissimo nel mangiare a sbafo nei ristoranti, i due si aggregano al maestro e riescono a fare una cena luculliana a sbafo. Il trio si rifugia nella notte in un carro bestiame che parte senza che loro se ne rendano conto trasportandoli in Toscana, a Poggibonsi. La Toscana si rivela più inospitale di Roma e i tentativi di mangiare dei tre poveracci falliscono perennemente mentre s’ingrossa la fila di diseredati che si mettono a seguirli..

Il Minestrone è forse l’opera più ambiziosa di Sergio Citti: il film dura 170 minuti ma la versione che gira (raramente) in tv è scorciata di un’ora buona. Il cast è notevole sia per numero di partecipanti che per gli attori: se un Benigni ancora poco noto è coprotagonista con i pasoliniani Franco Citti e Ninetto Davoli, tra i personaggi che si aggregano al vagare dei tre protagonista, molti sono i nomi di rilievo: Olimpia Carlisi è l’ostessa che ha trasformato la trattoria in agenzia di pompe funebri perché se la gente può saltare il pasto, non può esimersi dal fare i conti con la morte, Daria Nicolodi è la moglie del ricco imprenditore fallito che dopo aver tentato il suicidio preferisce rinnegare moglie e figlioletta per restare con il ricchissimo e avaro padre marchese, Fabio Traversa è il cameriere che gli osti cacciatori tengono alla catena per aver rubato qualcosa da mangiare durante il servizio, uno degli osti cacciatori è Carlo Monni e infine il ruolo del pseudo santone che ammette di non saper dove conduce l’accolita di disperati è affidato a Giorgio Gaber.


Minestrone

Il tema principale del film è la Fame atavica dei diseredati, una fame che occupa tutti i pensieri e non permette di avere altri scopi nella vita inglobando i sé tutti i bisogni primari dell’uomo.
Gli accattoni Francesco e Giovannino la rappresentano in pieno, dividendo la sorte del povero cane randagio che quando finalmente riesce a rubare un pollo è costretto a cederlo a un cane più grosso che pure ha un padrone che lo sfama regolarmente. Anche i due barboni riusciranno a fare un unico pasto sostanzioso appena incontrato il maestro ma la caduta in una profonda pozzanghera di acqua marcescente induce il vomito per cui i due restano sazi solo per pochi minuti. Anche l’ultimo pasto, materiale sintetico che ricopre un missile, per quanto pessimo viene nuovamente estratto con la lavanda gastrica: la sazietà non può appartenere ai derelitti che debbono sopperire con la fantasia, il pasto immaginario nella trattoria abbandonata.
E con stile stralunato e surreale Citti racconta questa storia dalle chiare referenze pasoliniane, dallo sguardo indulgente per i diseredati alla denuncia della speculazione immobiliare: soprattutto nella parte romana i palazzoni di borgata, per quanto nuovi, hanno un che di irreale in una terra completamente brulla, anche il paesaggio toscano viene mostrato nei suoi aspetti più scabri e spesso si finisce in discariche, svalicando colline di copertoni di automezzi, in antitesi con le cascine e i borghi abbandonati.

Non essere cattivo

Nonesserecattivo Ostia 1995: le vicende di Vittorio e Cesare, amici fraterni cresciuti nella noia e nella disperazione dell’hinterland romano tra sballo e i soldi facili dello spaccio e dei furti e i tentativi più o meno riusciti di mettere la testa a posto.

Opera postuma di Claudio Caligari, Non essere cattivo è il film che l’Italia aveva proposto alla selezione degli Oscar 2016 per il film straniero e come è risaputo la pellicola non è riuscita a entrare nella cinquina. Un vero peccato perché il film ha la capacità di attaccarsi allo spettatore e farsi ricordare, con la stessa foga di vita che troviamo nei suoi protagonisti, per altro interpretati magistralmente: Alessandro Borghi, Vittorio, è tra i protagonisti di Suburra dove interpreta Numero 8, il killer ostiense che da inizio a tutta la faida.
Se si muovono spesso critiche a film o serie come Romanzo Criminale, Gomorra perché rendono epica la vita dei malavitosi,va riconosciuto a Non essere cattivo il merito di raccontare con un afflato pasolinano le storie della più bassa manovalanza della malavita organizzata e anche del lavoro onesto, perché per certe vite ai margini non c’è speranza come dimostra il finale aperto sul sorriso del neonato figlio di Cesare quando ti sovviene che quel bimbo avrà vent’anni del 2015, durante la peggior crisi economica del dopoguerra.

Malavoglia

Malavoglia Pasquale Scimeca rilegge in chiave contemporanea il capolavoro di Verga, superandone il pessimismo perche’ dopo centocinquant’anni circa dai fatti narrati nel romanzo anche i vinti hanno fatto una conquista impensabile nell’ottocento verghiano, si sono guadagnati il diritto all’arte, vista come un mezzo di riscatto (anche economico dato che e’ attraverso la musica che i Malavoglia di Scimeca riacquistano la proprieta’ della Casa del Nespolo).
Il sogno di ‘Ntoni e’ la musica che condivide con la barista Uzz (la Santuzza del romanzo), mentre Mena trova una via di fuga nella danza del ventre insegnatale dall’amato Alfio, un immigrato clandestino a cui e’ stato italianizzato il nome. Anche il serio Alessi ha una valvola di sfogo nello sport ed e’ in una cosa solitaria sui go-kart che il ragazzo sfoga le sue frustrazioni per il naufragio della Provvidenza.
Il destino migliore viene riservato a Lia che si salva dalla prostituzione a cui e’ destinata nel romanzo perche’ (attenzione spoiler) il suo Michele non e’ uno spacciatore ma un poliziotto infiltrato ed e’ imperdibile la faccia della ragazza mentre guarda sorpresa il distintivo: e’ evidente la delusione di Lia che soppesa quel tesserino intuendo la fine della vita facile e un futuro che riserva ben poche certezze in piu’ di quello dei pescatori.
Benche’ ci sia un lieto fine il film riesce a trasmettere comunque tutta la fatica della dura vita dei pescatori, il peso delle cambiali ecc.. Non per nulla al prologo segue il parto di una mula, l’animale che per eccellenza rappresenta la fatica. Il finale si chiude sulle note delle canzone che ha portato al successo ‘Ntoni, una musicazione rap dei proverbi del vecchio Padron ‘Ntoni e si insiste sul detto che invita ad ascoltare i vecchi. Scimeca pur nel suo lavoro di revisione si pone sotto il nume tutelare di quattro classici, il primo e’ certamente Visconti che nel 1948 trasse dai Malavoglia La terra trema. Come nel film di Visconti siamo di fronte a un film recitato in dialetto e sottotitolato ed e’ interessante notare come ritorni questa scelta dialettale per adattare al grande schermo uno dei capolavori della letteratura italiana ma del resto la sintassi del cinema non e’ certo data dalla lingua che il film sceglie di parlare.
Il parto dell’asina non puo’ non ricordare Au Hasard Balthazar il capolavoro del pessimismo di Robert Bresson, mentre il contrasto tra i ritmi antichi della vita dei pescatori e il desiderio di novita’ dei giovani ha un che di pasoliniano e per finire la conclusione “morale” delle avventure musicali di ‘Ntoni di cui ci chiede conto la speaker radiofonica, ha qualcosa a che vedere con le lezioni di vita impartite da Walt Kowalski in Gran Torino e che tornano anche in altri film di Eastwood.

La passione

Lapassione Gianni Dubois e’ un regista in crisi che viene costretto con il ricatto dalla giunta di un paesino toscano a dirigere la Sacra Rappresentazione della Passione del Venerdi’ Santo..

L’ultima fatica di Mazzacurati e’ solo parzialmente riuscita con un finale che non riesca a mantenere le promesse.
La prima parte e’ decisamente divertente per la critica della provincia con la messa alla berlina di un’insolita Toscana, quella del cosiddetto Chiantishire, abitata da stranieri (l’affittacamere tedesca) e meta di vacanze per gli intellettuali di sinistra (appunto il regista costretto a cedere all’assurdo ricatto per non sputtanarsi) dove vince il referendum contro l’inquinamento elettromagnetico con conseguente mancanza di copertura per la telefonia cellulare.

LapassioneIl finale invece non e’ all’altezza di quanto promesso: la rappresentazione ha un esito disastroso ma nonostante questo (o forse proprio per questo) la funzione salvifica dell’arte viene esaltata con riferimenti anche pasoliniani, impossibile non pensare a La ricotta quando i due ladroni vengono issati sulla croce al tramonto per andare in scena a notte inoltrata. A commuovere e’ “la passione” (intesa come vicenda personale) del coprotagonista Ramiro che sacrifica la sua stessa vita e le proprie paure per il buon esito dello spettacolo, un po’ meno il solito finale aperto che riguarda il regista forse pronto per una nuova storia, sia d’amore che cinematografica.
Nonostante le aspettative deluse, La passione resta comunque un film divertente, dove si ride molto e in maniera intelligente interpretato da un ottimo cast che da solo vale il prezzo del biglietto.

Pasolini, un mistero italiano

Comincia con la lettura di “Io so” il famoso articolo di Pasolini, lo spettacolo che Carlo Lucarelli ha dedicato al caso del regista trucidato brutalmente la notte del 2 novembre 1975. Con il suo solito modo di analizzare lucidamente i fatti, il giallista ripercorre quasi quarant’anni di storia italiana, cominciando da quella tragica notte in cui una pattuglia ferma sul lido di Ostia un ragazzotto che guida contromano una macchina che risulterà essere intestata a Pier Paolo Pasolini.
S ripercorre la storia giudiziaria fino ai giorni nostri, con gli ultimi colpi di scena che sono ben noti: Pelosi che dopo trent’anni cambia versione e confessa di non esser stato solo quella notte a Ostia, ma di esser stato a sua volta una vittima, testimone costretto al silenzio da una banda di picchiatori.
Mentre Lucarelli espone i fatti, sul palco, alle sue spalle, troneggia un’immagine di Pasolini, un dettaglio degli occhi penetranti che quasi riescono a metterti a disagio, durante lo spettacolo sullo schermo passeranno anche spezzoni dell’inchiesta privata che Citti fece sui luoghi della morte e immagini di opere pasoliniane, in particolare Comizi d’amore.
Con la stessa lucidita’ con cui esamina i fatti processuali, Lucarelli passa ad illustrare il periodo storico in cui quell’evento va inserito: i primi anni ‘70 con l’escalation della violenza tra bande di destra e sinistra, a partire dai fatti del 1969 a Villa Giulia con la scomoda posizione presa in merito da Pasolini.
Non da risposte Lucarelli, ma l’intento che si prefigge all’inizio dello spettacolo lo raggiunge: chiunque sia stato il mandante di quell’omicidio aveva interesse che Pasolini fosse trovato in quel modo: in un luogo squallido, appartato con un ragazzino a cui aveva tentato di usare violenza, affinche’ il ricordo equivoco della sua morte mettesse in ombra tutto il suo lavoro, soprattutto quello degli ultimi anni, nel quale trapelava il fervente impegno civile del poeta e quando lo spettacolo si chiude sulle note di Che cosa sono le nuvole e’ un pubblico commosso quello che applaude, lo stesso pubblico che ha ascoltato in religioso e attonito silenzio il racconto di oltre quarant’anni di assurda storia italiana, a partire dal Caso Mattei per arrivare a Gomorra di Roberto Saviano.
Da non perdere.

Addio ad Alida Valli

KiraSi e’ spenta ieri, Alida Maria Laura Altenburger baronessa von Marckenstein und Frauenberg, al secolo Alida Valli; nata a Pola il 31 maggio 1921, inizia a recitare giovanissima, il primo film e’ del 1934, Il cappello a tre punte, diventa ben presto una star dei telefoni bianchi e viene considerata la fidanzatina d’Italia.
Dopo i successi di Piccolo mondo antico, (1941), Noi vivi – Addio Kira! del 1942, anno in cui interpreta anche Stasera niente di nuovo dove canta la celeberrima canzone Ma l’amore no, la Valli rifiuta di partecipare a film di propaganda fascista e per questo motivo e’ costretta a nascondersi per evitare l’arresto.

IlcasoparadineNel 1947 la superba interpretazione nell’Eugenia Grandet di Mario Soldati la fa notare da Selznick che la porta ad Hollywood con l’intento di farne la nuova Garbo ed infatti nei credits dei film americani l’attrice compare solo con il cognome, Valli, pseudonimo che si era scelta semplicemente sfogliando l’elenco telefonico.
In America gira cinque film, i piu’ celebri sono i primi due, Il caso Paradine per la regia di Alfred Hitchcock nel 1947 e l’anno successivo Il terzo uomo diretto da Carol Reed dove recita accanto ad Orson Welles e Joseph Cotten.

Tornata in Italia, nel 1954 l’aspetta il ruolo piu’ significativo della sua carriera, quello della Contessa Livia Serpieri in Senso di Luchino Visconti.

Dal 1956 inizia a dedicarsi all’attivita’ teatrale fondando una compagnia con Tino Buazzelli, ma continua anche a recitare nel cinema che le offrira’ ancora grandi occasioni con Il Grido di Antonioni nel 1957, l’Edipo Re di Pasolini nel 1967, La strategia del ragno di Bertolucci nel 1970, il regista la vorra’ anche in Novecento; con Dario Argento lavorera’ in Suspiria nel 1977 e in Inferno (1980).


Liviaserpieri



Nel 1995 esce la sua biografia, Il romanzo di Alida Valli nel 1997 riceve il Leone d’oro a Venezia, per la sua carriera che era gia’ stata premiata nel 1991 con un David e nel 1989 con il premio Duse.