Klaus – I segreti del Natale

Spagna 2019, Netflix
regia di Sergio Pablos

Jasper è il viziatissimo figlio di un direttore generale delle poste che aspetta solo di terminare l’accademia postale per tornare ai propri agi ma il padre, esasperato, lo manda in un isola sperduta nel Circolo Polare Artico a fare il postino con il compito di smistare almeno seimila lettere in un anno, pena l’esser diseredato. Il problema principale di Smeerensburg non è tanto il clima quanto la faida che divide gli abitanti dell’isola. Jasper è ormai rassegnato al fallimento dell’ufficio postale quando decide di raggiungere la casa più isolata dove vive un boscaiolo, Klaus. Il caso vuole che il burbero falegname legga l’unica lettera raccolta da Jasper e decida di regalare un giocattolo al bambino che l’ha scritta. La voce si sparge tra gli altri bambini, fomentata anche da Jasper…

Originale rilettura del mito di Babbo Natale partendo dalla tradizione di scrivergli una lettera per ricevere i regali la notte di Natale.

Si gioca col il momento più buonista dell’anno facendolo nascere da un antefatto puramente utilitaristico: il caso vuole che Klaus legga la lettera del bambino e decida di regalargli uno dei suoi giocattoli e che Jasper sfrutti l’occasione per trasformare un pugno di lettere scritto dai cuginetti del primo bambino nel business che gli permetterà di raggiungere le seimila lettere affrancate e lasciare l’isola per tornare agli agi a cui è abituato.

Il film riesce a dare una spiegazione divertente di tutto il folklore che ruota attorno a Babbo Natale: la slitta con le renne, l’abito rosso, gli aiutanti che in questo caso non sono elfi ma un gruppo di nativi dell’isola… e ovviamente la bontà premiata con un regalo, ma la gentilezza, anche se artefatta, provoca risultati inattesi portando gli analfabeti a scuola e soprattutto rischiando di mettere fine al rancore secolare (ispirato a un fatto vero) per cui i capo clan interverranno svelando le vere intenzioni di Jasper.

Nominato agli Oscar come miglior lungometraggio animato, Klaus è un film piacevole che non punta solo sul pubblico infantile.
Molto belli i fondali che si ispirano allo stile di Eyvind Earle che lavorò ad alcuni classici Disney.

I peccatori

Sinners
USA 2025, Warner Bros
con Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld, Miles Caton, Buddy Guy, Jack O’Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Omar Benson Miller, Delroy Lindo, Li Jun Li, Saul Williams, Yao, Lola Kirke
regia di Ryan Coogler

Mississippi 1932: i gemelli Moore tornano da Chicago con l’intenzione di aprire un juke joint nella cittadina dove sono nati. Li aiuta il cugino Sammie, virtuoso della chitarra e proprio il suo talento nel blues attira un trio di vampiri che ben presto vampirizzano quasi tutti i partecipanti all’evento; Sammie si salva e la mattina si reca in chiesa. Il reverendo che è suo padre gli chiede di abbandonare la musica ma il giovane rifiuta….

Ero già intrigata dal trailer prima di scoprire lo storico numero di nomination raccolte dal film per i prossimi Oscar perché pensavo che il film fosse ispirato alla storia di Robert Johnson, poi come tutti ho pensato che le nomination fossero più una risposta politica alla situazione attuale ma sono rimasta piacevolmente sorpresa: come avevo detto in Il Robot Selvaggio il woke è sopravvalutato, ancora una volta la rivoluzione la fa il cinema classico offrendo un buon prodotto d’intrattenimento, il genere amato dagli Oscar che ricordiamo, disdegna gli autori e non ha mai premiato un film di Hitchcock. La novità è un cast all black.

Il regista Ryan Coogler e il protagonista Michael B. Jordan sono diventati famosi con Creed ma sotto l’egida del vecchio Sly hanno imparato la lezione e i risultati si vedono.

Partiamo dai premi cosiddetti tecnici, in particolare la fotografia, non m’interessa quanta elaborazione digitale ci sia e se ci sia ma vedere dei bellissimi paesaggi luminosi senza la luce verdognola alla Netflix, come la definisco io, allarga il cuore.

Si tratta di un film in costume ma si prende delle libertà per ribadire l’assunto spiegato nel prologo: la musica come varco tra mondi differenti. La musica attira i vampiri ma la sequenza diciamo così onirica in cui il ballo diventa un viaggio nel tempo per arrivare all’hip hop, al rap con i mixer e i dischi che scratchano è un bellissimo tributo alla musica nera che ha conquistato (contagiato se vogliamo usare un termine più adatto a una storia di vampiri) il mondo.

Ho notato altre discrepanze nei costumi che mi spiego come una citazione cinefila. Parlo di Mary, la ragazza di colore che può passare per bianca, ex fidanzata di Stack, uno dei due gemelli. La si nota subito nella folla della stazione per il colore della pelle ma anche per il look molto diverso da quello degli anni ’30 soprattutto la pettinatura tipica dei tardi anni ’40 primi ’50 esattamente il periodo in cui il personaggio della nera bianca entra al cinema con Pinky e la figlia della cameriera de Lo specchio della vita di Douglas Sirk, il re del melodramma amoroso e la storia d’amore tra Stack e Mary diventa un amour fou che sfida gli eoni del tempo, per dirla alla Dracula di Bram Stoker.

Completamente diversa l’evoluzione dell’amore dell’altro gemello, Smoke, con Annie. I due hanno avuto in precedenza una figlia la cui morte prematura ha portato al distacco della coppia. Annie è addentro alle cose di magia, la prima ad accorgersi della natura sovrannaturale degli ospiti indesiderati e a definire i vampiri i più pericolosi tra gli spiriti.

Qui la cosa si fa interessante: §spoiler§ Annie rifiuta totalmente l’idea di diventare una vampira e Smoke dopo aver combattuto fino all’ultimo nella parte action del film muore con la visione di Annie e del loro figlio che lo stanno aspettando.

Ecco una bella differenza tra bianchi e gli altri popoli (il vampiro entra in scena inseguito dagli indiani) il mito del vampiro è tipicamente occidentale: le altre culture accettano tutte la morte come una parte del ciclo della vita mentre noi abbiamo alimentato l’idea di vivere in eterno elaborando il mito di un principe valacco che combatteva gli invasori turchi. I vampiri cercano di convincere i pochi reticenti parlando di un mondo in cui si è tutti uguali: morti e costretti a vivere solo di notte ma liberi dal finto buonismo del mondo svelando anche i piani del Ku Klux Klan in teoria scomparso ma che sta organizzando un attacco al locale che ci sarà con citazione alla Apocalisse now variando “amo il profumo del napalm al mattino”

Il film mi è piaciuto molto perché ha sottolineato l’orgoglio black giocando con classe con gli stilemi del cinema classico americano: il 1932 è un anno centrale nel lustro scarso del pre-code dove il gangster movie la fa da padrone e qui abbiamo due ex gangster che hanno lavorato al servizio di Al Capone, poi i protagonisti sono due gemelli come in uno dei capolavori del noir anni ’40 Lo specchio scuro.

Frankenstein

USA 2025, Netflix
con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery, Charles Dance, Christoph Waltz
regia di Guillermo del Toro

Screenshot

I membri di una spedizione danese verso il Circolo Polare Artico stanno cercando di liberare la loro nave dai ghiacci quando sentono una forte esplosione e trovano un uomo malconcio inseguito da una bizzarra creatura. Il capitano porta il capitano sulla nave ed ascolta la sua storia: si tratta del Barone Frankenstein figlio di un noto chirurgo di cui ha seguito le orme. Ossessionato dalla morte della madre, Victor Frankenstein ha come obbiettivo sconfiggere la morte, ci riesce con l’aiuto di Harlander, un ricchissimo venditore d’armi che presto sarà suo parente visto che la nipote Elizabeth sta per sposare il fratello di Victor, William. Anche Victor s’innamora di Elizabeth ma la ragazza lo rifiuta però il suo aiuto sarà fondamentale per permettere a Victor di oltrepassare i confini della morte e riportare in vita la sua Creatura. Nonostante la riuscita dell’esperimento Victor è deluso dalla scarsa intelligenza dimostrata dall’essere che il creatore aveva immaginato come superuomo e arriva persino ad odiarlo dopo aver visto l’affinità elettiva che il mostro ha creato con Elizabeth e cerca di distruggerlo ma l’essere si rivela immortale.
Il racconto è interrotto dall’ingresso della creatura che ancora una volta è sopravvissuto ed è venuto a reclamare Victor, la creatura racconta la sua storia, come sia sopravvissuto all’esplosione che ha distrutto la torre, di come si sia evoluto e abbia scoperto il mistero della sua creazione rintracciando Victor perché gli creasse una compagna per sfuggire alla solitudine. L’incontro avviene la vigilia delle nozze di Elisabeth e William; il rifiuto di Victor di creare una compagna alla creatura scatena l’ira del mostro, Elizabeth muore nel tentativo di salvarlo da Victor. Rimasti soli, creatore e creatura iniziano ad inseguirsi raggiungendo i confini del mondo. Ormai in punto di morte Victor comprese ragioni del mostro e chiede perdono morendo tra le sue braccia. Il capitano della nave lascia andare la Creatura che in cambio libera la nave dai ghiacci e invece di proseguire la spedizione, la nave fa rotta verso casa.

Diviso in prologo, due capitoli e un epilogo, l’attesissimo film di Guillermo del Toro che il regista sognava di realizzare da anni, si rivela molto simile alla sua creatura: un innesto di vari rimandi cinematografici tra le varie versioni del romanzo di Mary Shelley più altre suggestioni tra tutte The Elephant Man da cui la Creatura di Del Toro prende l’autodeterminazione di voler essere riconosciuto come essere umano, o quantomeno vivente e senziente.

È un ibrido strano non sempre felice nelle soluzioni (il racconto della Creatura è un po’ ridondante nel ribadire chi sia il vero mostro) che personalmente ho apprezzato molto.
Tornano alcuni punti salienti della teoretica del regista messicano e il rapporto creatore / creatura approfondisce quanto già sviluppato in Pinocchio una metafora del rapporto complesso sulla genitorialitá e anche sul processo creativo.

Ancora una volta Del Toro umanizza il mostro regalandogli un’umanità antispecista che nasce dalla sofferenza e crea un’affinità elettiva con  anime che si sentono incomprese.

Trovo molto interessante lo spostamento temporale: il film è ambientato nel 1857, nel pieno della rivoluzione industriale, quando al positivismo scientifico risponde la nascita di movimenti spiritisti e l’esplosione della letteratura fantastica, di cui il romanzo della Shelley era stato un antesignano essendo del 1818.

Lo slittamento temporale permette di giocare con la tensione tra positivismo e spiritismo ma permette all’opera di parlare più chiaramente del nostro tempo. Quel corpo in attesa di essere riportato in vita sembra un robot e non dimentichiamo la grossa battaglia che negli ultimi anni le maestranze cinematografiche americane stanno combattendo (il famoso sciopero del 23 che fermò diverse produzioni seriali) contro l’uso dell’intelligenza artificiale. Non a caso il capitano alla guida della spedizione che si era detto affine allo spirito di ricerca di Frankenstein, dopo aver visto consumarsi il dramma del barone e della sua creatura, decide di tornare indietro. Direi che il messaggio del regista è chiaro ed è piuttosto beffardo che lo lanci da una delle piattaforme più coinvolte nell’uso degli algoritmi.

Anche fare di Harlander un mercante d’armi che ha a disposizione una ricchezza infinita e ha uno scopo ben preciso sulla ricerca di Frankenstein è un riferimento ben preciso ai nostri giorni tra guerre e ricerca soggetta alle esigenze del capitalismo.

Se la trama è il messaggio del film possono aver fatto storcere qualche naso, la bellezza della messa in scena ha ben pochi o nulli detrattori.

Anche nelle scenografie Del Toro ruba pezzi di altri film: la torre è una ziggurat che richiama Metropolis (e anche lì un robot prende vita per arringare le folle) i convertitori d’energia dai colori psichedelici di una tipica produzione di Corman e al suo La maschera della morte rossa fa pensare l’abito inopinatamente rosso della madre di Victor.

Ad interpretarla sempre l’attrice Mia Goth: la sua Elizabeth non viene riportata in vita dopo la morte ma il doppio ruolo della protagonista rimanda a La moglie di Frankenstein sequel del 1935 dove Elsa Lanchester oltre la Sposa veste anche i panni di Mary Shelley nel prologo.

I costumi sono meravigliosi non solo per fedeltà storica (alcuni gioielli sono originali) ma anche perché i tessuti rimandano al mondo dell’entomologia di cui Elizabeth è cultrice, una passione che le permette di interessarsi alla Creatura ed entrare in connessione con lei, poi falene ed altri insetti sono tutti animali psicopompi (atti cioè a trasferire le anime dopo la morte).

Come in Crimson Peak il regista realizza un serrato dialogo con l’arte se nel film precedente lo stile di riferimento era quello preraffaellita, qui abbiamo un rimando al ritratto di Sissi coi i capelli sciolti di Franz Xaver Winterhalter del 1865 mentre molti avranno riconosciuto il famoso quadro che imperversa da Barry Lyndon a Emma.

Evidente anche un interesse di Del Toro per la scultura, la plasticità del corpo inanimato rimanda al Rinascimento o al Neoclassicismo se vogliamo fare paragoni azzardati nella posa della creatura incatenata ho rivisto la Maddalena del Canova, nell’innaturalezza del corpo dissezionato le pose di Rabarama il cui stile  mi sembra tornare anche nel gioco di cicatrici sul corpo della Creatura, interpretato da un Jacob Elordi giudicato troppo bello e non adeguatamente imbruttito.

Ho letto che Del Toro ha una passione per Boris Karloff che oltre l’iconico Frankenstein del 1931 è stato anche La Mummia del 1932 è proprio a quest’interpretazione di Karloff sembra l’ispirazione del dagherrotipo del volto della Creatura che guarda caso- si anima tra le bende e diventa rabbioso dopo l’attacco dei lupi, come detto in apertura questo Frankenstein è un innesto di tanti corpi cinematografici e soprattutto cannibalizza altre due grandi maschere dei mostri Warner La mummia e L’uomo lupo

Black rabbit

miniserie tv USA, 2025, Netflix
con Jude Law, Jason Bateman, Forrest Weber, Cleopatra Coleman, Sope Dirisu, Amaka Okafor, Troy Kotsur, Robin de Jesús, Chris Coy

Jake gestisce un locale di successo a New York, il Black rabbit, e potrebbe trasformarlo in un franchising riaprendo un ristorante di fama dentro al Four Season ma l’improvviso ritorno del fratello Vince, perenne scapestrato, manda all’aria tutti i piani…

Scomodo le parole del maestro Orson Welles che sosteneva che il lieto fine di un film dipende dal punto in cui chiudi la storia per questa mini serie molto intrigante che per buona parte degli episodi riesce a rinverdire i fasti del noir metropolitano affastellando un crescendo di situazioni sempre più complicate da cui i fratelli Friedkin escono regolarmente per il rotto della cuffia infilandosi sempre più nella tana del coniglio… nero di malavita e illegalità, non sempre gli snodi della trama sono solidi ma il tutto è avvincente almeno fino all’ultimo episodio.

Penso che la storia si sarebbe dovuta concludere con il suicidio di Vince
Vince è un raro caso di homme fatale, che distrugge tutto quello che tocca ed è interessante non farlo agire a livello sentimentale ma vederlo in azione nell’ambito familiare indagando un rapporto di fratellanza segnato da una infanzia difficile.


Mi sarei risparmiata i minuti finali di Jake rappacificato col mondo solo perché ha deciso di rallentare e gestire un bar. Questa teoria che il piano B meno frenetico sia la soluzione dei mali del mondoha un po’ stufato: il nostro protagonista ha morti, frodi e quant’altro sulla coscienza e basta servire caffè con calma per tornare ad essere felici? Grazie a dio c’è ancora in giro il vecchio Clint a ridare senso morale alla giustizia più imperfetta con Giurato n2

Pinocchio di Guillermo del Toro

GdelToro's Pinocchio

USA/Messico 2022, Netflix
con Gregory Mann, Ewan McGregor, David Bradley, Tilda Swinton, Christoph Waltz, Finn Wolfhard, John Turturro, Ron Perlman, Tim Blake Nelson, Burn Gorman
regia di Guillermo del Toro

Carlo, il figlio di Mastro Geppetto viene ucciso durante un bombardamento della Prima Guerra Mondiale, il povero falegname si dà all’alcol per superare il dolore e infine intaglia in burattino che gli ricordi il figlio morto. Uno spirito del bosco dona la vita al pezzo di legno pe alleviare i dolori di Geppetto e affida al grillo Sebastian la cura del ragazzo in cambio della realizzazione di un desiderio. Il falegname fatica ad affezionarsi al vivace burattino che suscita diverse perplessità nel paese ora governato dai fascisti e soprattutto attira l’interesse del Conte Volpe che gestisce un circo. Il conte convince Pinocchio a non andare a scuola e a esibirsi per lui dietro compenso, quando Geppetto scopre che il figlio non è andato a scuola ma lavora nel circo va a riprendersi il figlio e l’alterco col Conte finisce con la morte di Pinocchio che incontra per la prima volta la Morte che gli spiega la sua condizione d’immortalità. La convivenza con Geppetto è sempre più difficile tra le pressioni del Podestà che vuole trasformare Pinocchio in un super soldato immortale e il Conte Volpe che chiede un cospicuo risarcimento per l’inadempienza del contratto. Pinocchio parte in tournée con il circo per saldare i debiti di Geppetto che pentito delle sue parole si mette alla ricerca del figlio. Intanto durante uno spettacolo alla presenza del Duce, Pinocchio ingenuamente canta una canzone che lo deride, il circo viene bruciato e finalmente il Podestà può arruolare Pinocchio. Nel campo di addestramento il burattino fa amicizia con Lucignolo il figlio del Podestà costretto a fingersi eroico per non deludere il padre. Quando si tratterà di scegliere tra il padre e l’amico Lucignolo salverà Pinocchio, così come farà la scimmia Spazzatura che salva Pinocchio dal nuovo incontro con il Conte Volpe. Finiti in mare, il burattino e la scimmia ritrovano Geppetto e il grillo Sebastian nella pancia del pescecane da cui riescono a fuggire facendo crescere il naso di Pinocchio con le bugie e usandolo come scala verso lo sfiatatoio del cetaceo. Per salvare Geppetto e gli altri dal pescecane che li sta inseguendo Pinocchio muore per l’ennesima volta ma non ha il tempo di aspettare che la clessidra si svuoti così baratta la sua immortalità pur di salvare Geppetto…



Pinocchio del toro


“Carlo (Collodi) è morto, viva Carlo Collodi” potremmo parafrasare la formula reale francese per sintetizzare il significato dell’ultima manipolazione di Guillermo del Toro, stavolta alle prese con un classico della letteratura e dell’animazione. Che il vero figlio di Geppetto si chiami Carlo è ovviamente un omaggio allo scrittore italiano e la morte del bambino che segna l’inizio drammatico del film lascia subito spazio a una nuova (ri)lettura, oltre che a un nuovo figliolo per Geppetto. Ho colto diversi rimandi in Pinocchio di Guillermo del Toro, il più interessante mi pare quello riguardante la nascita del burattino, scolpito in un ciocco di legno in una notte di tregenda come gesto di rivalsa per la rabbia della morte di Carlo, questo burattino nasce come Frankenstein: il personaggio cinematografico è citato dai fulmini e dalle ombre espressioniste che incombono sulla falegnameria quando Pinocchio viene intagliato e il rapporto padre figlio ripropone in parte quello letterario del creatore che rifiuta la propria creatura: nonostante sia magico, in grado di parlare e muoversi da solo, Geppetto capisce ben presto che Pinocchio non potrà sostituire Carlo e respinge il burattino. Il rovesciamento rispetto alla storia di Pinocchio che conosciamo, sia letteraria che nelle varie declinazioni cinematografiche sta proprio in questo: non è il burattino che deve migliorarsi e farsi bambino per ricambiare l’amore incondizionato di Geppetto ma è il falegname che deve affrontare un percorso di accettazione verso Pinocchio che lo ama incondizionatamente fino al punto di rinunciare all’immortalità (ma avrebbe rinunciato anche alla vita) per salvare Geppetto.



PinocchioGdT


Questa è la prima opera d’animazione del regista messicano, girato in stop motion e Guillermo del Toro cita alcuni grandi autori dell’animazione: gli esseri di cui si accorge Sebastian ricordano gli esseri fantastici, i nerini del buio di Myiazaki mentre lo Spirito del Bosco e la Morte hanno la ieraticità delle figure di Michel Ocelot (es il dittico di Kirikù).
Rimane un po’ debole la parte di critica verso la dittatura fascista: la canzoncina scatologica è la peggiore tra tutte le insulse canzoni del film
-fortunatamente sono poche!- e il racconto dell’addestramento militare è talmente tirato via tanto che a Pinocchio non cresce neppure il naso quando dice che ama la guerra per far coraggio a Lucignolo, resta comunque l’unico incidente in una buona opera di revisione di un classico.
Un po’ caricato il doppiaggio italiano: Ewan Mc Gregor, voce originale del Grillo Sebastian, narratore della vicenda è doppiato da Massimiliano Manfredi che ricorda un po’ troppo i toni drammatici di Christian in Moulin Rouge!

A Classic Horror Story

Italia 2021, Netflix
con Matilda Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Yuliia Sobol, Will Merrick, Alida Calabria, Cristina Donadio
regia di Roberto De Feo e Paolo Strippoli


Aclassic horrorstory


Federico usa un vecchio camper per fare carpooling verso la Calabria. In questo viaggio accompagna  Elisa, una ragazza che torna a casa per motivi molto personali e dolorosi, una coppia di stranieri -Sofia e Mark- che vanno a un matrimonio e Riccardo, un ombroso medico di mezz’età. A un certo punto Mark, completamente ubriaco pretende di guidare e per schivare la carcassa di un animale in mezzo alla strada, il camper finisce contro un albero. I viaggiatori si risvegliano però in una radura in mezzo al bosco lontano da ogni strada, vicino a un bizzarro chalet che ospita strani e orridi culti legati a  Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i leggendari cavalieri a cui si fa risalire la nascita delle mafie…



A classichorror story


Uno dei film più discussi del momento, produzione Netflix che ha avuto una distribuzione mondiale, A Classic Horror Story è proprio il genere di film che mi manda in solluchero perché rende difficile capire quanto sia un’operazione voluta e quanto sia ascrivibile alla povertà di mezzi della produzione.
La scena iniziale prima dei titoli di testa, rimanda subito al tipo di horror che ha dominato i primi anni ‘2000: la vittima che si risveglia ferita, distesa e legata in un ambiente squallido mentre si avvicina il killer per finirla ma da una crepa nel muro spunta un occhio che osserva, un dettaglio rivelatore dell’indirizzo metacinematografico che prenderà la storia. Non è difficile capire che le disavventure dei viaggiatori sono orchestrate ad arte: troppo segnali horror incombono sul viaggio, ad esempio il manifesto scarabocchiato di una pubblicità del latte.



Aclassichorror story


Chi fosse il deus ex machina io l’ho capito quando ha spinto i compagni di viaggio sul solaio dello chalet lasciando il povero Mark al suo destino ma il coglione muore sempre per primo e De Feo e Strippoli seguono pedissequamente tutti i topos dell’horror almeno fino al twist plot che non sorprende per la scoperta del killer ma per il segmento ironico molto tarantiniano del “dietro le quinte” che mi ha divertito tantissmo.
A Tarantino rimanda anche la vendetta di Elisa, l’unica sopravvissuta del gruppo: come Beatrix Kiddo riemerge dalla tomba la nostra eroina si sfila le mani inchiodate alla sedia a rotelle e da lì inizia la sua mattanza.



Aclassichorrorstory


I sottofinali si sprecano anche questo un classico del genere ma in ACHS ognuno è diverso dall’altro e mostra un orrore più realistico §§spoiler§§ del delirante aspirante regista che ha trasformato i tre cavalieri della mafia in maschere horror con il placet della madre, Carmela Casciello interpretata l’iconica Scianel di Gomorra.


Aclassichorrorstory


Come sempre l’orrore non è nella torma di gente che riprende con il cellulare, nel padre di famiglia che si diletta di snuff movie ma l’orrore vero sta nella vita dei protagonisti: la ragazza costretta ad abortire per non rinunciare alla carriera, il padre di famiglia che per lo stress del lavoro perso diventa violento, queste sì ordinarie storie di vita italiana.

La ragazza che sapeva troppo (2016)

The Girl with All the Gifts
GB 2016, Netflix
con Gemma Arterton, Glenn Close, Sennia Nanua, Paddy Considine, Anamaria Marinca, Dominique Tipper, Fisayo Akinade
regia di Colm McCarthy


The Girl with All the Gifts


Una terribile infezione fungina trasforma le masse in zombie famelici, i pochi sopravvissuti al contagio vivono in campi di sicurezza protetti dall’esercito nella speranza che presto si trovi un vaccino all’infezione. La ricerca della cura si effettua sui famelici di seconda generazione: bambini che nonostante la presenza del fungo nel loro cervello sono riusciti a mantenere le capacità intellettive, in pratica degli ibridi tra umani sani ed infetti. In uno di questi centri vive Melanie, una ragazzina molto sveglia che per la sua innata gentilezza si attira le simpatie della maestra Justineau che la tratta con umanità. Il centro è diretto dalla dottoressa Caldwell che vede nei bambini solo delle cavie per portare a termine le sue ricerche. Il giorno in cui dovrebbe dissezionare il cervello di Melanie, il centro cade sotto l’invasione dei famelici, riescono a fuggire la dottoressa Cadwell con alcuni soldati di protezione e la maestra Justineau che si porta dietro anche Melanie che l’ha salvato durante gli scontri con i famelici. La presenza della ragazzina è guardata con sospetto dagli altri membri ma Melanie sa rendersi utile e farsi ben volere…



Thegirlwithallthegifts


Non ho mai avuto particolare simpatia per gli zombie: vedo quotidianamente gli esiti delle azioni di una massa di gente senza cervello che non sento la necessità di seguirne le avventure sul grande schermo, confesso di non aver visto nemmeno Walking Dead.
Fatta questa doverosa premessa devo dire che La ragazza che sapeva troppo mi è piaciuto, molto meno la fantasia dei titolisti italiani che hanno ripiegato sul titolo di un film di Bava del 1963 che non ha nulla a che spartire con la tematica del film Netflix.
Il titolo originale che in italiano suona (bene) “La ragazza che aveva tutti i doni” fa riferimento al mito di Pandora, una storia molto amata da Melanie. L’attenzione forse non dovrebbe essere posta sulla scatola affidata alla donna che conteneva tutti i mali del mondo che Pandora si fa sfuggire per curiosità, trovando sul fondo la speranza: di speranza non ce n’è molta nel finale del film, caso mai un rovesciamento delle parti piuttosto sardonico. Il punto da tener presente del mito di Pandora è che si tratta della prima mortale, quindi la prima della sua specie, senza far troppo spoiler questa considerazione giustifica i comportamenti della ragazzina nel finale senza farli apparire un plot twist troppo azzardato.
LaragazzachesapevatroppoLa particolarità del film è quella di tenere il tema degli zombie sullo sfondo, il tema cardine è il rapporto tra “speci” diverse: Melanie è una mutante in bilico tra due razze, la curiosità e la simpatia innata ne fanno un’adorabile ragazzina in contrasto con gli aspetti violenti della sua natura dovuti alla simbiosi con il fungo. Della razza puramente umana Melanie ha anche il bisogno di affetto materno e forse uno dei momenti più belli del film è la carezza sulla testa della maestra Justineau a cui fa seguito la scena che illustra la vera natura dei bambini rimasta fino a quel punto sconosciuta allo spettatore.
Melanie sembra preferire la razza umana ai suoi simili anche se è spesso discriminata ma quando troverà altri famelici di seconda generazione saprà scegliere in piena coscienza da che parte stare.
E’ interessante l’attenzione per tutti i punti di vista: anche la Cadwell ha le sue ragioni nel vedere nell’adorabile mutante solo una cavia, ultimo tassello da sacrificare per debellare una terribile pandemia; Helen Justineau è solo una maestra molto empatica che si trova coinvolta suo malgrado in eventi molto più grandi di lei.
Ottimo il cast dove spicca la debuttante Sennia Nanua nel ruolo di Melanie; buona la messa in scena di una metropoli abbandonata ormai riconquistata dalla natura: il grande albero fungino avvolto attorno alla torre è di grande impatto e ricorda le grandi radici che avviluppano il sito archeologico di Angkor, consolidando l’idea di una civiltà tramontata.

Hollywood

USA 2020, Netflix
con David Corenswet, Darren Criss, Laura Harrier, Joe Mantello, Dylan McDermott, Jake Picking, Jeremy Pope, Holland Taylor, Samara Weaving, Jim Parsons, Patti LuPone, Mira Sorvino, Michelle Krusiec, Rob Reiner, Queen Latifah, Paget Brewster, Daniel London



Hollywood


Non so come, una volta tanto Netflix è riuscita a propormi una serie che mi interessava alla fine de La casa di carta. Il guaio è che ho terminato di vedere Hollywood, il giorno in cui è esplosa la notizia della morte di Georges Floyd e allora no, non ritengo la serie troppo buonista e propensa all’happy end.
La serie prodotta da Ryan Murphy (tra i suoi successi Nip/TuckGleeAmerican Horror Story, American Crime Story) riprende il modello tarantiniano di C’era Una volta a Hollywood e Bastardi senza gloria dove nella perfetta ricostruzione storica si inseriscono elementi o personaggi di fantasia che disegnano un nuovo percorso storico: Shosanna che fa secco Hitler, Rick Dalton che stermina gli affigliati di Charles Manson salvando la vita a Sharon Tate.
Hollywood racconta le ambizioni di un gruppo di aspiranti star del cinema nel primo dopoguerra: lo sceneggiatore di colore Archie Coleman scrive una storia su Peg Entwistle, un’attrice veramente esistita che nel 1932 si suicidò gettandosi dalla scritta Hollywood perché non era riuscita ad avere successo nel mondo del cinema.
La sceneggiatura è opzionata da uno studio cinematografico che non sa che l’autore è di colore e la propone al giovane regista Raymond Ainsley che avendo origini filippine vorrebbe realizzare un film che abbia per protagonista l’attrice Anna May Wong, la prima star di origini sino americane ad avere fama internazionale, la sua interpretazione più nota è quella accanto a Marlene Dietrich in Shanghai Express di Josef von Sternberg. Meno noto è che dovette subire l’umiliazione di vedersi preferire un’attrice tedesca, Luise Rainer, per interpretare la protagonista asiatica del film La buona terra per cui la Rainer vinse anche l’oscar.



Hollywood_annamaywong


Ainsley è fidanzato con un’aspirante attrice Camille Washington, una ragazza di colore destinata eternamente a ruoli secondari. E’ proprio dalla ragazza che parte l’idea di trasformare il film Meg in Peg ampliando il tema della delusione personale dell’attrice suicida a quello delle minoranze etniche escluse dal sogno hollywoodiano.
Il progetto non avrebbe nessuna chance di concretizzarsi se il capo degli Ace Studio, Ace Amberg non avesse un infarto e la direzione passasse alla moglie  Avis Amberg, ex attrice del muto la cui carriera è finita ben presto perché i suoi tratti giudaici non rispecchiano la bellezza proposta dallo star-system. Avis è una donna, moglie e madre frustrata che si vendica dell’indifferenza del marito frequentando i gigolò di Ernie West, un ex attore che gestisce una pompa di benzina dove i bellissimi benzinai sono pronti a soddisfare ogni voglia dei potenti di Hollywood, il personaggio è basato sulla figura realmente esistita di Scotty Bowers.
Ernie arruola tra i suoi gigolò l’aspirante attore Jack Castello che però rifiuta di avere rapporti con uomini e a sua volta porta a lavorare da Ernie lo sceneggiatore gay Archie Coleman. Un altro aspirante attore, tal Roy Fitzgerald, s’innamora di Archie ma ovviamente la relazione non può essere resa pubblica e Roy subisce anche gli abusi del suo agente il viscido Henry Willson che gli cambia nome in Rock Hudson. La timidezza del giovane Rock Hudson e gli abusi subiti dall’agente sono reali. Un motivo per vedere la miniserie è l’attore che interpreta Henry Wilson: Jim Parson il mitico Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, mimetico nella trasformazione nell’agente realmente esistito, perfetto nella resa del latente viscidume con cui Wilson riusciva ad imporre i suoi clienti trasformandoli in star (era anche l’agente di Lana Turner, tra gli altri).



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Con la consulenza del direttore Dick Samuels e di Ellen Kincaid, che si occupa del vivaio di attori dello studio, Alvis decide di portare avanti il progetto pur sapendo che non sarà un’operazione facile: i cinema degli Stati del Sud dichiarano di rifiutarsi di proiettare il film e gli attacchi del Ku Klux Klan arrivano fino alla porta di casa del regista e della produttrice. Tra mille difficoltà, anche di budget, il film viene terminato ma non i guai. Dopo l’ultimo colpo di scena che vi risparmio, il film esce e ha un successo incredibile al botteghino e viene candidato a numerosi Oscar.



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Vince Anna May Wong come migliore attrice non protagonista e ho applaudito più a quell’oscar fittizio che a quelli reali degli ultimi anni. A sostenere la candidatura di Camille prima attrice afroamericana candidata a migliore attrice arriva Hattie McDaniel, la prima attrice afroamericana a vincere come attrice non protagonista per il ruolo di Mamie in Via col Vento. Il suo racconto di come non fosse stata fatta entrare nel teatro ma tenuta in un corridoio fino alla conferma della vittoria è toccante, e sentirlo la notte in cui a Minneapolis iniziavano le rivolte dopo l’omicidio di Floyd, quasi 75 anni dopo è davvero straziante e offensivo per l’intero genere umano.



Hollywood


Hollywood può essere vista come una favola bella dedicata agli amanti del vecchio cinema ma il messaggio è forte e chiaro: senza il potere abbrutente e ipocrita del patriarcato che costringe chi vuol far carriera a tristi ricatti -dal divani del produttore al caso Weinstein- e incanala la creatività in direzioni ben determinate, il mondo è più bello: Arvis con un lavoro che la soddisfa recupera anche il rapporto con la figlia, la libertà di vivere l’amore e la sessualità secondo la propria inclinazione elimina naturalmente il mercato della prostituzione e immaginare che se Rock Hudson non avesse dovuto nascondere la propria omosessualità, avrebbe potuto risparmiarsi l’ingrata medaglia di essere il primo personaggio famoso a morire di Aids, per me ha la stessa valenza della nuova vita offerta a Sharon Tate nel film di Tarantino.