Frankenstein

USA 2025, Netflix
con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery, Charles Dance, Christoph Waltz
regia di Guillermo del Toro

Screenshot

I membri di una spedizione danese verso il Circolo Polare Artico stanno cercando di liberare la loro nave dai ghiacci quando sentono una forte esplosione e trovano un uomo malconcio inseguito da una bizzarra creatura. Il capitano porta il capitano sulla nave ed ascolta la sua storia: si tratta del Barone Frankenstein figlio di un noto chirurgo di cui ha seguito le orme. Ossessionato dalla morte della madre, Victor Frankenstein ha come obbiettivo sconfiggere la morte, ci riesce con l’aiuto di Harlander, un ricchissimo venditore d’armi che presto sarà suo parente visto che la nipote Elizabeth sta per sposare il fratello di Victor, William. Anche Victor s’innamora di Elizabeth ma la ragazza lo rifiuta però il suo aiuto sarà fondamentale per permettere a Victor di oltrepassare i confini della morte e riportare in vita la sua Creatura. Nonostante la riuscita dell’esperimento Victor è deluso dalla scarsa intelligenza dimostrata dall’essere che il creatore aveva immaginato come superuomo e arriva persino ad odiarlo dopo aver visto l’affinità elettiva che il mostro ha creato con Elizabeth e cerca di distruggerlo ma l’essere si rivela immortale.
Il racconto è interrotto dall’ingresso della creatura che ancora una volta è sopravvissuto ed è venuto a reclamare Victor, la creatura racconta la sua storia, come sia sopravvissuto all’esplosione che ha distrutto la torre, di come si sia evoluto e abbia scoperto il mistero della sua creazione rintracciando Victor perché gli creasse una compagna per sfuggire alla solitudine. L’incontro avviene la vigilia delle nozze di Elisabeth e William; il rifiuto di Victor di creare una compagna alla creatura scatena l’ira del mostro, Elizabeth muore nel tentativo di salvarlo da Victor. Rimasti soli, creatore e creatura iniziano ad inseguirsi raggiungendo i confini del mondo. Ormai in punto di morte Victor comprese ragioni del mostro e chiede perdono morendo tra le sue braccia. Il capitano della nave lascia andare la Creatura che in cambio libera la nave dai ghiacci e invece di proseguire la spedizione, la nave fa rotta verso casa.

Diviso in prologo, due capitoli e un epilogo, l’attesissimo film di Guillermo del Toro che il regista sognava di realizzare da anni, si rivela molto simile alla sua creatura: un innesto di vari rimandi cinematografici tra le varie versioni del romanzo di Mary Shelley più altre suggestioni tra tutte The Elephant Man da cui la Creatura di Del Toro prende l’autodeterminazione di voler essere riconosciuto come essere umano, o quantomeno vivente e senziente.

È un ibrido strano non sempre felice nelle soluzioni (il racconto della Creatura è un po’ ridondante nel ribadire chi sia il vero mostro) che personalmente ho apprezzato molto.
Tornano alcuni punti salienti della teoretica del regista messicano e il rapporto creatore / creatura approfondisce quanto già sviluppato in Pinocchio una metafora del rapporto complesso sulla genitorialitá e anche sul processo creativo.

Ancora una volta Del Toro umanizza il mostro regalandogli un’umanità antispecista che nasce dalla sofferenza e crea un’affinità elettiva con  anime che si sentono incomprese.

Trovo molto interessante lo spostamento temporale: il film è ambientato nel 1857, nel pieno della rivoluzione industriale, quando al positivismo scientifico risponde la nascita di movimenti spiritisti e l’esplosione della letteratura fantastica, di cui il romanzo della Shelley era stato un antesignano essendo del 1818.

Lo slittamento temporale permette di giocare con la tensione tra positivismo e spiritismo ma permette all’opera di parlare più chiaramente del nostro tempo. Quel corpo in attesa di essere riportato in vita sembra un robot e non dimentichiamo la grossa battaglia che negli ultimi anni le maestranze cinematografiche americane stanno combattendo (il famoso sciopero del 23 che fermò diverse produzioni seriali) contro l’uso dell’intelligenza artificiale. Non a caso il capitano alla guida della spedizione che si era detto affine allo spirito di ricerca di Frankenstein, dopo aver visto consumarsi il dramma del barone e della sua creatura, decide di tornare indietro. Direi che il messaggio del regista è chiaro ed è piuttosto beffardo che lo lanci da una delle piattaforme più coinvolte nell’uso degli algoritmi.

Anche fare di Harlander un mercante d’armi che ha a disposizione una ricchezza infinita e ha uno scopo ben preciso sulla ricerca di Frankenstein è un riferimento ben preciso ai nostri giorni tra guerre e ricerca soggetta alle esigenze del capitalismo.

Se la trama è il messaggio del film possono aver fatto storcere qualche naso, la bellezza della messa in scena ha ben pochi o nulli detrattori.

Anche nelle scenografie Del Toro ruba pezzi di altri film: la torre è una ziggurat che richiama Metropolis (e anche lì un robot prende vita per arringare le folle) i convertitori d’energia dai colori psichedelici di una tipica produzione di Corman e al suo La maschera della morte rossa fa pensare l’abito inopinatamente rosso della madre di Victor.

Ad interpretarla sempre l’attrice Mia Goth: la sua Elizabeth non viene riportata in vita dopo la morte ma il doppio ruolo della protagonista rimanda a La moglie di Frankenstein sequel del 1935 dove Elsa Lanchester oltre la Sposa veste anche i panni di Mary Shelley nel prologo.

I costumi sono meravigliosi non solo per fedeltà storica (alcuni gioielli sono originali) ma anche perché i tessuti rimandano al mondo dell’entomologia di cui Elizabeth è cultrice, una passione che le permette di interessarsi alla Creatura ed entrare in connessione con lei, poi falene ed altri insetti sono tutti animali psicopompi (atti cioè a trasferire le anime dopo la morte).

Come in Crimson Peak il regista realizza un serrato dialogo con l’arte se nel film precedente lo stile di riferimento era quello preraffaellita, qui abbiamo un rimando al ritratto di Sissi coi i capelli sciolti di Franz Xaver Winterhalter del 1865 mentre molti avranno riconosciuto il famoso quadro che imperversa da Barry Lyndon a Emma.

Evidente anche un interesse di Del Toro per la scultura, la plasticità del corpo inanimato rimanda al Rinascimento o al Neoclassicismo se vogliamo fare paragoni azzardati nella posa della creatura incatenata ho rivisto la Maddalena del Canova, nell’innaturalezza del corpo dissezionato le pose di Rabarama il cui stile  mi sembra tornare anche nel gioco di cicatrici sul corpo della Creatura, interpretato da un Jacob Elordi giudicato troppo bello e non adeguatamente imbruttito.

Ho letto che Del Toro ha una passione per Boris Karloff che oltre l’iconico Frankenstein del 1931 è stato anche La Mummia del 1932 è proprio a quest’interpretazione di Karloff sembra l’ispirazione del dagherrotipo del volto della Creatura che guarda caso- si anima tra le bende e diventa rabbioso dopo l’attacco dei lupi, come detto in apertura questo Frankenstein è un innesto di tanti corpi cinematografici e soprattutto cannibalizza altre due grandi maschere dei mostri Warner La mummia e L’uomo lupo

Gothic

Gothic

GB 1986
con Julian Sands, Gabriel Byrne, Natasha Richardson, Miriam Cyr, Timothy Spall
regia di Ken Russell

Il racconto del famoso soggiorno sul lago di Ginevra del 1816 in cui  Lord Byron, Percy Bysshe Shelley, Polidori, Claire Clairmont e Mary Shelley sconfissero la noia de maltempo decidendo di scrivere ognuno la propria storia di fantasmi e da cui nacquero i capolavori della letteratura gotica  Frankenstein, o il moderno Prometeo della Shelley e Il Vampiro di Polidori, viene condensato da Ken Russell in un’unica notte delirante dove l’uso di droghe esalta le pose diaboliche di Byron facendo sì che i cinque protagonisti pensino di aver creato una creatura demoniaca che incarna le loro più recondite paure.
Che la storia sia rivisitata lo esplicita l’introduzione e la chiusa: la prima ci mostra i turisti dell’epoca spiare dall’altra parte del lago Villa Diodati, la residenza estiva dello scandaloso Lord Byron ben contento di alimentare le dicerie più scabrose sulla sua condotta. La chiusa mostra i turisti contemporanei in visita alla villa ormai legata alla famigerata vacanza mentre la voce off racconta come le visioni di Mary Shelley si siano realizzate e nel giro di un lustro i tre protagonisti maschili siano morti, così come i figli di Mary e Percy e la figlia di Claire e Lord Byron.




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La parte iniziale del film è piuttosto “quieta” data le note caratteristiche del regista: colpisce la fedeltà storica ma le corse di Shelley, i comportamenti espliciti di Claire prendono subito le distanze dalle posate miniserie in costume della BBC molto apprezzate ultimamente: Ken Russell chiarisce immediatamente che i protagonisti non sono i pomposi personaggi che siamo abituati a studiare ma dei ventenni che hanno scelto di vivere in un modo molto anticonformista rispetto al loro tempo e forse cinque ventenni annoiati dal maltempo, oggigiorno passerebbero il tempo tra canne e film dell’orrore mentre due secoli fa lo svago era la nascente letteratura gotica e il laudano.
Il film è un crescendo di deliri visionari e barocchi che culmina nell’apparizione di Claire, nuda e coperta di fango con un topo morto in bocca. La mano del regista non è felice come nel decennio precedente, cedendo a un gusto troppo carico e teatrale ma il talento nella composizione dell’immagine è innegabile e la rilettura delle suggestioni che portano Mary Shelley alla creazione del celeberrimo romanzo sono interessanti.




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Buono il cast: Gabriel Byrne non regala a Lord Byron più che la presenza scenica, mentre Julian Sands, sex symbol dell’epoca, riveste Percey Shelley di sentito entusiasmo; Natasha Richardson, al primo ruolo da protagonista, gestisce bene la figura di Mary e il suo altalenare tra raziocinio e psicosi da droga. Miriam Cyr, attrice scomparsa dagli schermi, disegna una Claire disinibita e praticamente folle, canale delle energie arcane che alimentano la notte delirante; Timothy Spall è decisamente grandioso nel tratteggiare un Polidori succube di Byron, vittima delle paure e dei sensi di colpa che sublima nel sangue, elemento vivificante del suo romanzo il cui protagonista, Lord Ruthven, è il prototipo del vampiro moderno.

La moglie di Frankenstein

The Bride of Frankenstein
USA 1935 Universal
con Boris Karloff, Elsa Lanchester, Ernest Thesiger, Colin Clive, Valerie Hobson, Una O’Connor
regia di James Whale



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In un’altra notte buia e tempestosa, mentre Lord Byron la elogia per la qualità dell’invenzione del Mostro di Frankenstein, Mary Shelley racconta all’amico e al marito come proseguono le avventure della Creatura, scampata alla morte, aiutata da un cieco che le insegna a parlare, viene infine costretta da Dr.Pretorius a rapire la moglie del Dr.Frankenstein che non vuole più prestarsi agli esperimenti sulla vita umana. Quando la compagna prende vita rimane inorridita dalla Creatura che capisce non esserci posto per lui nel mondo dei vivi.




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L’introduzione con la discussione tra Byron e l’autrice permette di fare un riassunto utilizzando immagini del film precedente del 1931 ricordando allo spettatore la storia della Creatura e riprendendo le fila dal rogo del mulino da cui Frankenstein si salva nascondendosi in acqua. Anche il Henry Frankenstein riesce a riprendersi dallo scontro con il Mostro e non pensa ad altro che a rifarsi una vita con la sua Elizabeth.
Nel sequel sparisce l’aiutante Fritz e arriva il Dr. Pretorius, un insegnate di  Henry che vuole unire le sue conoscenze (è in grado di realizzare esseri viventi in miniatura) con quelle dell’allievo e non si pone scrupoli per realizzare il suo progetto, sfruttando il desiderio del Mostro di sfuggire alla solitudine per ricattare Frankenstein con il rapimento della moglie e facendo uccidere le persone per ottenere “i pezzi” necessari per realizzare la versione femminile della Creatura.




Elizabethpretorius


Cambia l’attrice che impersona Elizabeth ora è la poco più che diciasettenne attrice inglese Valerie Hobson ed è da segnalare la presenza comica della cameriera Minnie inpersonata dalla grande caratterista Una O’Connor, magnifica nell’oscillare tra lo spavento (si trova da sola con la Creatura) e l’odio più belluino quando si tratta di incitare la folla al linciaggio.




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E’ interessante notare che l’iconico personaggio della Sposa compaia solo alla fine del film, eppure la sua entrata in scena, grazie al look, è così dirompente che la sua figura è nota tanto quanto quella del compagno a cui sono stati dedicati i due film di Whale e molte altre opere.
Ad interpretarla c’è Elsa Lanchester che nel prologo del film interpreta Mary Shelley e compare nei titoli di testa per quel ruolo mentre un punto interrogativo accompagna “Frankenstein Mate” lasciando il mistero sull’interprete del personaggio.

Elsa Lanchester

ElsaLanchester 110 anni fa, il 28 ottobre 1902 nasceva a Londra Elsa Lanchester, al secolo Elizabeth Sullivan. A dieci anni la bambina, che manifesta interesse per la danza prende lezioni a Parigi, alla scuola di Isadora Duncan fino al 1914 quando la Prima Guerra Mondiale la riporta a Londra.
Il debutto come ballerina avviene nel 1920 mentre quello di attrice teatrale è del 1922. Il debutto ufficiale su grande schermo in One of the Best risale al 1927, in quello stesso anno conosce un attore che sposerà due anni dopo, Charles Laughton. Benché Laughton sia omosessuale i due resteranno sposati fino alla morte di lui avvenuta nel 1962.
La coppia si trasferisce a Hollywood e Elsa Lanchester interpreta Anna di Clèves ne Le sei mogli di Enrico VIII (1933) di Alexander Korda che ha per protagonista Charles Laughton.

La moglie di frankenstein

Nel 1935 arriva per la Lanchester il ruolo che segna indelebilmente la sua carriera, viene scelta per interpretare La moglie di Frankenstein, geniale sequel di Frankenstein (1931) diretto sempre da James Whale.
Il film si apre con un prologo in cui Mary Shelley, sempre interpretata da Elsa Lanchester, narra l’ipotetico seguito del suo celebre romanzo che ormai ben tutti conosciamo: la sposa appena tornata in vita è inorridita dalla bruttezza del compagno e lo rifugge. Il film è passato alla storia, oltre che per gli innegabili meriti artistici anche per la figura della Sposa dalla folle acconciatura verticale dovuta alla scarica elettrica e dalla ciocca di capelli bianchi sulle tempie.
L’attrice non avrà più ruoli di spicco come questo e la sua carriera si avvia ad essere quella di un’ottima caratterista.
Nel 1936 la troviamo ancora accanto al marito che veste i panni di Rembrandt ne L’arte e gli amori di Rembrandt ancora sotto la direzione di Alexander Korda.
Nel 1945 ha un ruolo nella pellicola di altissima suspense di Robert Siodmak, La scala a chiocciola. Nel 1948 compare in un altra bellissima pellicola in cui il marito ha il ruolo del vilain, Il tempo si è fermato di John Farrow.
Nel 1949 riceve la sua prima nomination agli Oscar come miglior attrice non protagonista per Le due suore commedia dei buoni sentimenti diretta da Henry Koster. Bissa la nomination nel 1957 con il ruolo di Miss Plimsoll, infermiera che sopporta con pazienta e polso di ferro le bizze del vecchio principe del foro Wilfrid Robarts (Charles Laughton) in Testimone d’accusa per la regia di Billy Wilder.
Nel 1958 è Queenie Holroyd, la zia di Kim Novak, strega che piange per amore nel romanticissimo Una strega in Paradiso di Richard Quine e la ricordiamo anche per un ruolo in Mary Poppins.
Alle caratterizzazioni cinematografiche l’attrice alterna un’intensa attività televisiva a partire dal 1955.
Elsa Lanchester si spegne all’età di 84 anni a Los Angeles, il 26 dicembre 1986.

Addio a Ken Russell

Kenrussell Henry Kenneth Alfred Russell nasce a Southampton, in Inghilterra il 3 luglio 1927. Dopo aver servito nella RAF e nella Marina Mercantile britannica, diventa fotografo. I suoi scatti lo avvicinano la mondo dei documentari e saranno i suoi primi cortometraggi a farlo assumere alla BBC.
Dal 1959 al 1970 il suo apporto e’ fondamentale per lo svecchiamento dei programmi culturali dell’emittente britannica. Il talento del regista si rivela in una serie di ritratti di artisti, musicisti da Prokofev a Debussy, pittori da Rousseau il doganiere al padre dei preraffaelliti Dante Gabriel Rossetti con Dante’s Inferno del 1967 e la danzatrice Isadora Duncan.
Sul finire degli anni ‘60 Russell esordisce anche sul grande schermo, la fama arriva nel 1969 con Donne in amore, tratto dall’omonimo romanzo di David H. Lawrence. La pellicola vale l’Oscar come miglior attrice protagonista all’interprete femminile, Glenda Jackson.
Nel 1971 Russell si conferma re dell’eccesso con lo scandaloso L’altra faccia dell’amore (e’ passato alla storia lo slogan che lo reclamizzava: “La storia di un omosessuale che sposò una ninfomane”) biopic degli ultimi anni di vita di Tchaikovsky, dove la musica diventa la forza creatrice da cui nascono le immagini, tratto peculiare della poetica russelliana.
Sempre del 1971 e’ I diavoli altra pietra miliare per comprendere il barocchismo anarchico ed iconoclasta del regista inglese che sempre nello stesso anno sa cambiare totalmente registro con Il boyfriend, tratto da una piece teatrale inglese del 1953 che omaggiava il musical hollywoodiano degli anni ‘20/’30, la trasposizione cinematografica di Russell diventa un tributo all’opera di Busby Berkeley. La protagonista del film e’ la modella Twiggy che per questo ruolo vince due Golden Globe.
I due film seguenti sono ancora due biografie piu’ o meno romanzate di artisti: Messia selvaggio del 1972 racconta l’amore impossibile tra lo scultore francese Henri Gaudier (morto ventiquattrenne) e la polacca Sophie Brzesk, di vent’anni piu’ vecchia di lui.
La perdizione del ‘74 ci mostra un vecchio Gustav Mahler che durante un viaggio in treno rievoca alcuni episodi della sua vita.
Del 1975 e’ la pellicola forse piu’ famosa del regista, Tommy, film che lancia il genere opera rock sulla musica composta da Pete Townsend, leader del gruppo degli Who. Tommy e’ anche il primo film a usare il sistema Dolby.
Dopo l’ennesima biografia melomane, Lisztomania (1975), nel 1977 Russell realizza il biopic sulla vita di Rodolfo Valentino, Valentino e come protagonista sceglie l’etoile della danza Rudolf Nureyev.

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Nel 1980 Russell approda al genere sci-fi con Stati di allucinazione, forse il suo film piu’ di cassetta. Il regista si conferma ancora una volta uno sperimentatore tecnologico, infatti la pellicola e’ una delle prime a fare grande uso di effetti speciali. Stati di allucinazione si ricorda anche per gli esordi cinematografici di William Hurt e della piccola Drew Barrymore che l’anno seguente intenerira’ il mondo in E.T..
Dopo la fantascienza e’ la volta dell’incursione nel thriller con China Blu, del 1984. Nel 1986 il ritorno alle vicende di artisti maledetti con Gothic il racconto di quella vacanza in Svizzera funestata dal maltempo che porto’ alla nascita del capolavoro letterario di Mary Shelley, Frankenstein.
Del 1991 e’ Whore (Puttana) ritratto insolitamente realistico -per il regista- della vita di una prostituta interpretata da Theresa Russell.
Il film e’ l’ultimo girato dal regista per il grande schermo che abbia avuto una distribuzione internazionale.
Sicuramente le pellicole girate dopo il 1980 non hanno lo stesso valore dei film della decade precedente ma nonostante le prove discontinue Ken Russell resta uno dei talenti piu’ visionari ed anarchici del cinema mondiale.

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