Frankenstein

USA 2025, Netflix
con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery, Charles Dance, Christoph Waltz
regia di Guillermo del Toro

Screenshot

I membri di una spedizione danese verso il Circolo Polare Artico stanno cercando di liberare la loro nave dai ghiacci quando sentono una forte esplosione e trovano un uomo malconcio inseguito da una bizzarra creatura. Il capitano porta il capitano sulla nave ed ascolta la sua storia: si tratta del Barone Frankenstein figlio di un noto chirurgo di cui ha seguito le orme. Ossessionato dalla morte della madre, Victor Frankenstein ha come obbiettivo sconfiggere la morte, ci riesce con l’aiuto di Harlander, un ricchissimo venditore d’armi che presto sarà suo parente visto che la nipote Elizabeth sta per sposare il fratello di Victor, William. Anche Victor s’innamora di Elizabeth ma la ragazza lo rifiuta però il suo aiuto sarà fondamentale per permettere a Victor di oltrepassare i confini della morte e riportare in vita la sua Creatura. Nonostante la riuscita dell’esperimento Victor è deluso dalla scarsa intelligenza dimostrata dall’essere che il creatore aveva immaginato come superuomo e arriva persino ad odiarlo dopo aver visto l’affinità elettiva che il mostro ha creato con Elizabeth e cerca di distruggerlo ma l’essere si rivela immortale.
Il racconto è interrotto dall’ingresso della creatura che ancora una volta è sopravvissuto ed è venuto a reclamare Victor, la creatura racconta la sua storia, come sia sopravvissuto all’esplosione che ha distrutto la torre, di come si sia evoluto e abbia scoperto il mistero della sua creazione rintracciando Victor perché gli creasse una compagna per sfuggire alla solitudine. L’incontro avviene la vigilia delle nozze di Elisabeth e William; il rifiuto di Victor di creare una compagna alla creatura scatena l’ira del mostro, Elizabeth muore nel tentativo di salvarlo da Victor. Rimasti soli, creatore e creatura iniziano ad inseguirsi raggiungendo i confini del mondo. Ormai in punto di morte Victor comprese ragioni del mostro e chiede perdono morendo tra le sue braccia. Il capitano della nave lascia andare la Creatura che in cambio libera la nave dai ghiacci e invece di proseguire la spedizione, la nave fa rotta verso casa.

Diviso in prologo, due capitoli e un epilogo, l’attesissimo film di Guillermo del Toro che il regista sognava di realizzare da anni, si rivela molto simile alla sua creatura: un innesto di vari rimandi cinematografici tra le varie versioni del romanzo di Mary Shelley più altre suggestioni tra tutte The Elephant Man da cui la Creatura di Del Toro prende l’autodeterminazione di voler essere riconosciuto come essere umano, o quantomeno vivente e senziente.

È un ibrido strano non sempre felice nelle soluzioni (il racconto della Creatura è un po’ ridondante nel ribadire chi sia il vero mostro) che personalmente ho apprezzato molto.
Tornano alcuni punti salienti della teoretica del regista messicano e il rapporto creatore / creatura approfondisce quanto già sviluppato in Pinocchio una metafora del rapporto complesso sulla genitorialitá e anche sul processo creativo.

Ancora una volta Del Toro umanizza il mostro regalandogli un’umanità antispecista che nasce dalla sofferenza e crea un’affinità elettiva con  anime che si sentono incomprese.

Trovo molto interessante lo spostamento temporale: il film è ambientato nel 1857, nel pieno della rivoluzione industriale, quando al positivismo scientifico risponde la nascita di movimenti spiritisti e l’esplosione della letteratura fantastica, di cui il romanzo della Shelley era stato un antesignano essendo del 1818.

Lo slittamento temporale permette di giocare con la tensione tra positivismo e spiritismo ma permette all’opera di parlare più chiaramente del nostro tempo. Quel corpo in attesa di essere riportato in vita sembra un robot e non dimentichiamo la grossa battaglia che negli ultimi anni le maestranze cinematografiche americane stanno combattendo (il famoso sciopero del 23 che fermò diverse produzioni seriali) contro l’uso dell’intelligenza artificiale. Non a caso il capitano alla guida della spedizione che si era detto affine allo spirito di ricerca di Frankenstein, dopo aver visto consumarsi il dramma del barone e della sua creatura, decide di tornare indietro. Direi che il messaggio del regista è chiaro ed è piuttosto beffardo che lo lanci da una delle piattaforme più coinvolte nell’uso degli algoritmi.

Anche fare di Harlander un mercante d’armi che ha a disposizione una ricchezza infinita e ha uno scopo ben preciso sulla ricerca di Frankenstein è un riferimento ben preciso ai nostri giorni tra guerre e ricerca soggetta alle esigenze del capitalismo.

Se la trama è il messaggio del film possono aver fatto storcere qualche naso, la bellezza della messa in scena ha ben pochi o nulli detrattori.

Anche nelle scenografie Del Toro ruba pezzi di altri film: la torre è una ziggurat che richiama Metropolis (e anche lì un robot prende vita per arringare le folle) i convertitori d’energia dai colori psichedelici di una tipica produzione di Corman e al suo La maschera della morte rossa fa pensare l’abito inopinatamente rosso della madre di Victor.

Ad interpretarla sempre l’attrice Mia Goth: la sua Elizabeth non viene riportata in vita dopo la morte ma il doppio ruolo della protagonista rimanda a La moglie di Frankenstein sequel del 1935 dove Elsa Lanchester oltre la Sposa veste anche i panni di Mary Shelley nel prologo.

I costumi sono meravigliosi non solo per fedeltà storica (alcuni gioielli sono originali) ma anche perché i tessuti rimandano al mondo dell’entomologia di cui Elizabeth è cultrice, una passione che le permette di interessarsi alla Creatura ed entrare in connessione con lei, poi falene ed altri insetti sono tutti animali psicopompi (atti cioè a trasferire le anime dopo la morte).

Come in Crimson Peak il regista realizza un serrato dialogo con l’arte se nel film precedente lo stile di riferimento era quello preraffaellita, qui abbiamo un rimando al ritratto di Sissi coi i capelli sciolti di Franz Xaver Winterhalter del 1865 mentre molti avranno riconosciuto il famoso quadro che imperversa da Barry Lyndon a Emma.

Evidente anche un interesse di Del Toro per la scultura, la plasticità del corpo inanimato rimanda al Rinascimento o al Neoclassicismo se vogliamo fare paragoni azzardati nella posa della creatura incatenata ho rivisto la Maddalena del Canova, nell’innaturalezza del corpo dissezionato le pose di Rabarama il cui stile  mi sembra tornare anche nel gioco di cicatrici sul corpo della Creatura, interpretato da un Jacob Elordi giudicato troppo bello e non adeguatamente imbruttito.

Ho letto che Del Toro ha una passione per Boris Karloff che oltre l’iconico Frankenstein del 1931 è stato anche La Mummia del 1932 è proprio a quest’interpretazione di Karloff sembra l’ispirazione del dagherrotipo del volto della Creatura che guarda caso- si anima tra le bende e diventa rabbioso dopo l’attacco dei lupi, come detto in apertura questo Frankenstein è un innesto di tanti corpi cinematografici e soprattutto cannibalizza altre due grandi maschere dei mostri Warner La mummia e L’uomo lupo

Il robot selvaggio

The Wild Robot
USA 2024, Dreamwork
regia di Chris Sanders

A causa di un tifone il carico di una nave finisce su un’isola deserta. Dei sei robot Rozzum solo uno è rimasto integro e viene accidentalmente acceso da un animale.
Da subito l’automa manifesta una volontà che va oltre i suoi compiti e impara ben presto il linguaggio degli animali che vivono sull’isola che però la evitano e la considerano un mostro. Durante l’ennesimo scontro, l’androide schiaccia un’oca che sta covando la sua nidiata. Si salva solo un uovo che il robot inizia ad accudire con l’aiuto interessato della volpe Fink che vorrebbe sbafarsi l’uovo. Quando si schiude il pulcino, per la legge dell’imprinting, crede che Roz sia sua madre ma quando entra in contatto con la comunità di oche con cui dovrebbe migrare scopre che il robot ha ucciso la sua famiglia. La partenza per la migrazione è quindi un distacco freddo tra Roz e BeccoLustro e mentre l’oca conquista il rispetto dello stormo, Roz nell’inverno salva tutti gli animali della foresta da una tremenda tempesta di neve convincendoli a convivere pacificamente.
Al ritorno delle oche Roz crede che BeccoLustro sia ancora arrabbiato con lei e attiva il sistema di rientro alla casa madre.
La navicella che opera il recupero si mostra piuttosto ostile anche nei confronti dell’unità recuperata: interessa di più comprendere come la macchina sia sopravvissuta e si sia evoluta che ripristinarla.
L’intervento collettivo di tutti gli animali dell’isola salva Roz ma è solo una vittoria temporanea: per evitare che il prossimo tentativo di recupero devasti ulteriormente l’isola, Roz accetta di tornare alla casa madre ed essere ricondizionata perdendo i suoi ricordi, ma certe esperienze non possono essere cancellate…

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo illustrato di Peter Brown (2016) firmato da Chris Sanders, uno degli autori più interessanti nell’animazione americana degli ultimi due decenni, cresciuto in casa Disney e approdato alla Dreamworks con il successo di Dragon Trainer.

Il robot selvaggio ha riscosso molti consensi soprattutto per l’impianto grafico con un ritorno al disegno d’ispirazione impressionista; dal punto di vista della storia i pareri sono più discordi.

Io credo che questa cosa del woke stia un po’ sfuggendo di mano e parafrasando Andreotti direi che il woke logora chi lo teme. Anche il nostro Pinocchio ha una famiglia che definire anticonvenzionale è un eufemismo : un vecchio che si fa un figlio da un ciocco di legno che trova una figura materna in una fata (per la precisione una bella bambina dai capelli turchini) che a volte è morta e a volte no e vive con una lumaca come governante. Una situazione stramba, antispecista e quant’altro eppure da oltre cent’anni è una delle più famose fiabe del mondo quindi evitiamo di sottolineare quanto è bislacca una famiglia composta da un robot, una volpe e un’anatroccolo (tra l’altro animale che potrebbe credere sua madre pure una scarpa per la legge scientificamente riconosciuta dell’imprinting) è dai tempi di Esopo che si usano metafore tratte dal mondo animale per parlare della natura umana.

La razza umana non compare ne Il Robot Selvaggio, non credo sia un universo apocalittico altrimenti non avrebbe senso impiegare robot senzienti in una coltivazione intensiva di verdure, credo che il film voglia fare un parallelismo tra robot ed animali, specie che l’uomo guarda con disattenzione, non considerando i loro sentimenti.

Il punto interessante del film è come Roz evolva e maturi sentimenti materni verso BeccoLustro, molti sono i rimandi a Il gigante di ferro ma pur non essendo io una grande amante de Il Piccolo Principe, forse l’ho letto troppo da adulta, trovo la costruzione del legame tra il robot e l’anatroccolo l’espressione visiva più accurata del monologo della volpe sul tempo perduto per la rosa.

La lezione del film mi pare andare oltre la maternità se si fa iniziare l’inizio della civiltà quando un gruppo curò un compagno con un osso rotto invece di abbandonarlo quindi quando ci si prende cura del più debole: BeccoLustro non sarebbe sopravvissuto alla nidiata perché troppo piccolo per sopravvivere in un mondo dove vige solo la legge delpiù forte,, smontata da Roz nella cura dell’anatroccolo e nel salvataggio degli altri animali durante la tormenta.

Pinocchio

Italia 2019
con Roberto Benigni, Federico Ielapi, Marine Vacth, Gigi Proietti, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Alida Calabria, Alessio Di Domenicantonio, Maria Pia Timo, Davide Marotta, Paolo Graziosi, Gianfranco Gallo, Massimiliano Gallo, Marcello Fonte, Teco Celio, Enzo Vetrano, Nino Scardina
regia di Matteo Garrone



Pinocchio-


Non avevo grandi aspettative da questa ennesima versione di Pinocchio, essendo cresciuta con la mitica versione televisiva dello sceneggiato di Comencini e dopo la tremenda esperienza del Pinocchio di Benigni e invece, se mi sono in gran parte ricreduta sul film di Garrone, è proprio per la toccante prova di Benigni: la parte iniziale nell’osteria che esula dal romanzo di Collodi, è un’occasione per dar spazio alla comicità di Benigni con Geppetto che trova mille difetti al mobilio dell’oste per poterlo riparare e guadagnarsi qualcosa. Il senso di solitudine che lascia trapelare il Geppetto di Benigni è forse la cosa migliore del film, un misto di follia e umiltà disposta ad accettare come figlio un burattino magico in grado di muoversi e parlare.
Purtroppo il protagonista non è Geppetto ma il burattino di legno e nelle sue note avventure non troviamo nulla di nuovo se non lo stupore per gli effetti speciali che rendono vivo il pezzo di legno: A differenza dello sceneggiato di Comencini, Pinocchio resta burattino fino alla fine e solo dopo essersi sacrificato per rimettere in salute il padre, provato dall’esperienza nel pescecane, la fata lo premia trasformandolo definitivamente in bambino.
Parlo dello sceneggiato Rai perché è tra i referenti più evidenti del film di Garrone, anche lui bambino al tempo del celebre telefilm: la luce iniziale sulle spalle di Geppetto, l’ambientazione povera in un’ottocento rurale, la scena della medicina e del feretro pronto per il funerale di Pinocchio, l’interno della balena, riprendono chiaramente l’immaginario proposto da Comencini nel 1975.


Pinocchio


Il merito maggiore del film è quello di saper giocare con grande maestria tra le varie sfumature del fantastico che la storia offre: grazie alla fotografia di Nicolaj Brüel e al reparto tecnico del film, Garrone passa dalle atmosfere più horror della fiaba a quelle più fantasiose, bellissimo il mondo decadentemente barocco della fata e della lumaca sottolineato dalla sovraesposizione fotografica.
L’impressione personale è che Garrone abbia voluto mettere insieme tutti gli spunti che negli anni si sono originati dalla storia di Collodi, la balena (qui pescecane come nell’originale) mi ha ricordato molto quella del parco dedicato a Pinocchio nel paesino di Collodi: si entra dall’alto attraverso una scala a chiocciola e si resta imprigionati nella bocca che a intervalli regolari si chiude e la bocca del pescecane mi ricordato proprio quella dell’attrazione del parco.



Pinocchio


Pur non essendo un capolavoro, il film ha una sua omogeneità anche se alcuni personaggi trovano troppo spazio rispetto agli altri: per quanto bravo, la Volpe di Ceccherini, anche sceneggiatore del film, incombe sul Gatto di Papaleo, Lucignolo è un adorabile scavezzacollo che ha ben poca influenza su Pinocchio nella scelta di partire per il Paese dei Balocchi: del resto la caratteristica di questo Pinocchio è proprio quella di essere una banderuola al vento, sempre pronto a lasciarsi intrigare da una nuova avventura che non richieda sforzo e fatica, un burattino manovrabile.



Pinocchio


Verrebbe da pensare a una critica all’analfabetismo di ritorno, dramma dei nostri tempi ma vista la rappresentazione della scuola con il maestro tutto bacchettate e inginocchiate sui ceci meravigliosamente caratterizzato da Enzo Vetrano, sembra che solo il sacrificio e la fatica fisica siano fonte di redenzione: è solo dopo aver duramente lavorato presso il contadino Giangio Pinocchio riesce finalmente a guadagnarsi lo status di bambino umano.
Tra gli altri personaggi un po’ troppo sacrificati va menzionato il Mangiafuoco interpretato da Gigi Proietti mancato proprio oggi nel giorno del suo ottantesimo compleanno.

L’uomo fiammifero

Luomofiammifero1 Italia 2009
con Francesco Pannofino, Marco Leonzi, Greta Castagna
regia di Marco Chiarini

Agosto del 1982: Simone ha undici anni, orfano di madre vive con il padre contadino che non capisce (e un po’ teme) il carattere solitario e svagato del figlio, perso in un suo mondo fantastico.
Simone è deciso a dimostrare al padre l’esistenza dei suoi amici immaginari fotografando l’Uomo Fiammifero, misterioso personaggio che vive sulla Luna, in grado di avverare i desideri: mancano cinque giorni al fatidico incontro quand’ecco che Simone fa amicizia con Lorenza, una ragazzina di poco più grande di lui che lo segue nelle sue avventure..

Opera prima di Marco Chiarini che nel 2010 è in lizza per il David di Donatello per il miglior esordio. L’uomo fiammifero è un film che mette al centro della narrazione il punto del vista del bambino, il suo modo di elaborare il lutto e lasciarselo alle spalle: l’uomo fiammifero era un pupazzo a cui la madre aveva assegnato un ruolo fantastico in cui Simone continua a credere per mantenere un rapporto con la figura materna ma l’arrivo di Lorenza e la scoperta dell’attrazione per l’altro sesso rappresenta la crescita e il passaggio dall’infanzia all’adolescenza del protagonista.
Il padre, un po’ burbero, un po’ spettatore sconsolato del percorso del figlio, è un bravo Pannofino, allora non ancora famosissimo, unico attore professionista in scena.
Il rapporto esclusivo padre/figlio rimanda a Collodi ma se Simone – Pinocchio diventa adulto e si allontana dalla fantasia, nel finale sarà Don Pietro a vedere l’uomo fiammifero.

Uomofiammifero

Chiarini sa restituire anche le emozioni tipiche dell’infanzia di chi ha vissuto in campagna: l’estati assolate, un po’ noiose ma foriere di scoperte a volte dolorose, un mondo forse per i più perduto reso perfettamente dal calore della fotografia.
Anche negli effetti speciali si legge l’estrema attenzione al mondo dell’infanzia e una menzione speciale va ai titoli di coda.

Humandroid

Humandroid Chappie, 2015
con Dev Patel, Hugh Jackman, Sigourney Weaver, Yolandi Visser, Watkin Tudor Jones
regia di Neill Blomkamp



Johannesburg è la prima città a dotarsi di robot poliziotti e con l’arrivo degli Scout, robot dotati di una propria intelligenza artificiale, l’emergenza criminalità diminuisce in brevissimo tempo. Una delle ultime gang rimaste decide di fare in modo di bloccare i robot per poter mettere a segno un colpo e rapisce Deon, l’ingegnere della Tetravaal, la ditta costruttrice. Proprio quel giorno Deon aveva rubato un’unità destinata al macero per testare un nuovo software di intelligenza artificiale in grado di evolversi da sola, i malviventi decidono di farne un gansta robot..



Dopo l’esperienza americana di Elysium (pessima a quanto dicono tutti ma io non ho visto il film)  Neill Blomkamp torna ad ambientare il suo ultimo film in patria, in Sudafrica, sfruttando i ghetti come nell’esordio trionfante di Distric 9 e per il soggetto sviluppa un suo corto del 2004.
Il risultato però non è esaltante anche se io l’ho trovato piacevole dopo i primi momenti di spiazzamento riguardo alle figure dei gangster dal cuore tenero che si trovano a svezzare un robot appena creato, lato buffo ovviamente sottolineato dal doppiaggio con le voci più comiche e mielose che possa offrire il settore italiano.
Il robot neonato ha le movenze di un cucciolo (tutta la mimica è affidata alle due alette/antenna che funzionano come le orecchie di un animale rivelando curiosità, paura ecc..) e da subito viene soprannominato Chappie, proprio come un cane.
Tra il creatore Deon che cerca di fare in modo che la sua personalità possa svilupparsi liberamente, la materna Yolandi e il burbero Ninja che vuole da subito un robot che sappia essergli utile per i suoi scopi, Chappie deve barcamenarsi tra diverse esperienze, sul modello di Pinocchio.
Il problema principale è che Chappie ha solo cinque giorni da vivere perché la batteria dell’unità usata per crearlo non è più ricaricabile, in questo breve lasso di tempo Chappie attraversa tutte le fasi dell’infanzia e dell’adolescenza: timido e curioso come un bambino piccolo, spaventato dall’incontro con il mondo, convinto di essere indistruttibile, in conflitto con la figura del creatore, ingannato dal padre Ninja, costretto ad affrontare l’idea della morte prima di un cane, poi scoprendo di aver poco tempo da vivere e infine dovendo affrontare la morte effettiva dei propri cari che il robot risolverà in modo geniale.
Humandroid è forse il primo film di fantascienza su un’A.I. dove il tema si coniuga con la commedia e non con il dramma, un’ibrido bizzarro ma interessante che forse aprirà un nuovo filone.

Band of Brothers

Band-of-brothers Oggi ricorre il 69° anniversario del D-Day, lo sbarco delle truppe alleate in Normandia che ribaltò le sorti della Seconda Guerra Mondiale.
Grazie a Rai4 proprio in questo periodo sto recuperando Band of Brothers, la storica serie del 2001 (spin off di Salvate il soldato Ryan) che racconta le avventure della Compagnia Easy del Secondo Battaglione, 506º Reggimento di fanteria paracadutista, 101ª Divisione Aviotrasportata dell’esercito degli Stati Uniti che ebbe funzione di supporto nello sbarco in Normandia.
Non avevo mi avuto occasione di vedere il serial e dopo aver visto il noiosissimo The Pacific, sorta di sequel ambientato sul fronte bellico del Pacifico pensavo di snobbarla, ma fortunatamente ha vinto la curiosità.
Inutile commentare un prodotto così celebre con oltre dieci anni di vita, è più divertente giocare con il cast e vedere che molti dei giovanissimi protagonisti sono diventati delle star del piccolo schermo. a partire da Damian Lewis, il maggiore Richard D. Winters che dopo un decennio tra cinema e tv è il protagonista della serie di culto Homeland.
Kirk Acevedo, il sergente Joseph Toye è stato protagonista di Oz, ha partecipato a The Black Donnellys, Law & Order ma qui lo si ama soprattutto per il ruolo di Charlie Francis, collega di Olivia Dunham in Fringe.
Matthew Settle, che nel telefilm interpretava Ronald Speirs, ha partecipato a E.R. – Medici in prima linea, The Practice, Brothers & Sisters fino a brillare nelle cinque stagioni di Gossip Girl con il ruolo di Rufus Humphrey.
Scott Grimes (Donald Malarkey) è stato una colonna di E.R. nei panni del maldestro Dr. Archie Morris.
Il biondissimo Neal McDonough: Lynn “Buck” Compton in Band of Brothers è riconoscibilissimo per la sua chioma quasi albina in ogni interpretazione filmica e televisiva, lo ricordiamo come il pazzo Dave Williams nella quinta stagione di Desperate Housewives.
Richard Speight Jr. (il sergente Warren ‘Skip’ Muck) si è brevemente specializzato in serie soprannaturali come Jericho e Supernatural dove è stato Gabriel nella 5° stagione.
Il belloccio Eion Bailey (David Kenyon Webste) è transitato per diverse serie e ora è tra i protagonisti di C’era una volta con il ruolo di Pinocchio.
Il perfido istruttore Herbert Sobel era interpretato da David Schwimmer, per tutti sempre il Ross di Friends.
Concludiamo ricordando che il ruolo del sergente Burton ‘Pat’ Christenson era interpretato da uno dei sex-symbol del momento: Michael Fassbender.

L’arte del sogno

Lartedelsogno

Stephane, un ragazzo timido e sensibile, lascia il Messico dove era cresciuto col padre che e’ appena scomparso e torna a a vivere a Parigi, richiamato dalla madre che gli avrebbe trovato un lavoro in cui esprimere la sua vena creativa. Il lavoro si rivela noioso e ripetitivo ma c’e’ l’incontro con la vicina di casa, Stephanie ad attirare l’attenzione del ragazzo…

Per certi versi il film racconta una storia speculare al precedente Se mi lasci ti cancello: in quel lavoro un ragazzo non riusciva a liberarsi delle pene per un amore finito, mentre in questo il protagonista combatte contro un sentimento nascente (all’inizio Stephane e’ attratto dall’amica di Stephanie e fa amicizia con lei per arrivare a Zoe).


Lartedelsogno


Oltre alle difficolta’ di vivere una storia d’amore, questa volta Gondry ci illustra anche la difficolta’ di adeguarsi a una vita lavorativa frustrante: la fantasia spiccata di Stephane che punta la sua attivita’ di grafico su un calendario che ogni mese ricorda una catastrofe che ha segnato l’inconscio collettivo, non puo’ certo adeguarsi al lavoro monotono che gli viene proposto e il film racconta anche la difficolta’ di adeguarsi ai modelli comuni della vita sociale che puntano soprattutto sul sesso obbligato come la classica fantasia con la collega.
Un film profondamente surreale sostenuto in questa sua scelta da effetti speciali volutamente imperfetti, che hanno lo stesso significato di quelle cuciture a vista degli oggetti cuciti da Stephanie che danno un’aria cosi’ amichevole al manufatto. Tutto ha inizio nella testa del protagonista: uno studio televisivo rudimentale insonorizzato dai cartoni per le uova e si finisce in maniera altrettanto bizzarra con una perdita dei contorni tra sogno e realta’ ma quel lieto fine viene messo in dubbio dalle orecchie di peluche che nelle ultime scene crescono sulla testa di Stephane: sicuramente il mio immaginario e’ molto legato ai telefilm della mia infanzia (leggi Pinocchio di Comencini) e in quelle immagini ho trovato un che di pinocchiesco che gia’ mi veniva suggerito da quell’improbabile completo melanzana, divisa del nostro eroe.