Frankenstein

USA 2025, Netflix
con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery, Charles Dance, Christoph Waltz
regia di Guillermo del Toro

Screenshot

I membri di una spedizione danese verso il Circolo Polare Artico stanno cercando di liberare la loro nave dai ghiacci quando sentono una forte esplosione e trovano un uomo malconcio inseguito da una bizzarra creatura. Il capitano porta il capitano sulla nave ed ascolta la sua storia: si tratta del Barone Frankenstein figlio di un noto chirurgo di cui ha seguito le orme. Ossessionato dalla morte della madre, Victor Frankenstein ha come obbiettivo sconfiggere la morte, ci riesce con l’aiuto di Harlander, un ricchissimo venditore d’armi che presto sarà suo parente visto che la nipote Elizabeth sta per sposare il fratello di Victor, William. Anche Victor s’innamora di Elizabeth ma la ragazza lo rifiuta però il suo aiuto sarà fondamentale per permettere a Victor di oltrepassare i confini della morte e riportare in vita la sua Creatura. Nonostante la riuscita dell’esperimento Victor è deluso dalla scarsa intelligenza dimostrata dall’essere che il creatore aveva immaginato come superuomo e arriva persino ad odiarlo dopo aver visto l’affinità elettiva che il mostro ha creato con Elizabeth e cerca di distruggerlo ma l’essere si rivela immortale.
Il racconto è interrotto dall’ingresso della creatura che ancora una volta è sopravvissuto ed è venuto a reclamare Victor, la creatura racconta la sua storia, come sia sopravvissuto all’esplosione che ha distrutto la torre, di come si sia evoluto e abbia scoperto il mistero della sua creazione rintracciando Victor perché gli creasse una compagna per sfuggire alla solitudine. L’incontro avviene la vigilia delle nozze di Elisabeth e William; il rifiuto di Victor di creare una compagna alla creatura scatena l’ira del mostro, Elizabeth muore nel tentativo di salvarlo da Victor. Rimasti soli, creatore e creatura iniziano ad inseguirsi raggiungendo i confini del mondo. Ormai in punto di morte Victor comprese ragioni del mostro e chiede perdono morendo tra le sue braccia. Il capitano della nave lascia andare la Creatura che in cambio libera la nave dai ghiacci e invece di proseguire la spedizione, la nave fa rotta verso casa.

Diviso in prologo, due capitoli e un epilogo, l’attesissimo film di Guillermo del Toro che il regista sognava di realizzare da anni, si rivela molto simile alla sua creatura: un innesto di vari rimandi cinematografici tra le varie versioni del romanzo di Mary Shelley più altre suggestioni tra tutte The Elephant Man da cui la Creatura di Del Toro prende l’autodeterminazione di voler essere riconosciuto come essere umano, o quantomeno vivente e senziente.

È un ibrido strano non sempre felice nelle soluzioni (il racconto della Creatura è un po’ ridondante nel ribadire chi sia il vero mostro) che personalmente ho apprezzato molto.
Tornano alcuni punti salienti della teoretica del regista messicano e il rapporto creatore / creatura approfondisce quanto già sviluppato in Pinocchio una metafora del rapporto complesso sulla genitorialitá e anche sul processo creativo.

Ancora una volta Del Toro umanizza il mostro regalandogli un’umanità antispecista che nasce dalla sofferenza e crea un’affinità elettiva con  anime che si sentono incomprese.

Trovo molto interessante lo spostamento temporale: il film è ambientato nel 1857, nel pieno della rivoluzione industriale, quando al positivismo scientifico risponde la nascita di movimenti spiritisti e l’esplosione della letteratura fantastica, di cui il romanzo della Shelley era stato un antesignano essendo del 1818.

Lo slittamento temporale permette di giocare con la tensione tra positivismo e spiritismo ma permette all’opera di parlare più chiaramente del nostro tempo. Quel corpo in attesa di essere riportato in vita sembra un robot e non dimentichiamo la grossa battaglia che negli ultimi anni le maestranze cinematografiche americane stanno combattendo (il famoso sciopero del 23 che fermò diverse produzioni seriali) contro l’uso dell’intelligenza artificiale. Non a caso il capitano alla guida della spedizione che si era detto affine allo spirito di ricerca di Frankenstein, dopo aver visto consumarsi il dramma del barone e della sua creatura, decide di tornare indietro. Direi che il messaggio del regista è chiaro ed è piuttosto beffardo che lo lanci da una delle piattaforme più coinvolte nell’uso degli algoritmi.

Anche fare di Harlander un mercante d’armi che ha a disposizione una ricchezza infinita e ha uno scopo ben preciso sulla ricerca di Frankenstein è un riferimento ben preciso ai nostri giorni tra guerre e ricerca soggetta alle esigenze del capitalismo.

Se la trama è il messaggio del film possono aver fatto storcere qualche naso, la bellezza della messa in scena ha ben pochi o nulli detrattori.

Anche nelle scenografie Del Toro ruba pezzi di altri film: la torre è una ziggurat che richiama Metropolis (e anche lì un robot prende vita per arringare le folle) i convertitori d’energia dai colori psichedelici di una tipica produzione di Corman e al suo La maschera della morte rossa fa pensare l’abito inopinatamente rosso della madre di Victor.

Ad interpretarla sempre l’attrice Mia Goth: la sua Elizabeth non viene riportata in vita dopo la morte ma il doppio ruolo della protagonista rimanda a La moglie di Frankenstein sequel del 1935 dove Elsa Lanchester oltre la Sposa veste anche i panni di Mary Shelley nel prologo.

I costumi sono meravigliosi non solo per fedeltà storica (alcuni gioielli sono originali) ma anche perché i tessuti rimandano al mondo dell’entomologia di cui Elizabeth è cultrice, una passione che le permette di interessarsi alla Creatura ed entrare in connessione con lei, poi falene ed altri insetti sono tutti animali psicopompi (atti cioè a trasferire le anime dopo la morte).

Come in Crimson Peak il regista realizza un serrato dialogo con l’arte se nel film precedente lo stile di riferimento era quello preraffaellita, qui abbiamo un rimando al ritratto di Sissi coi i capelli sciolti di Franz Xaver Winterhalter del 1865 mentre molti avranno riconosciuto il famoso quadro che imperversa da Barry Lyndon a Emma.

Evidente anche un interesse di Del Toro per la scultura, la plasticità del corpo inanimato rimanda al Rinascimento o al Neoclassicismo se vogliamo fare paragoni azzardati nella posa della creatura incatenata ho rivisto la Maddalena del Canova, nell’innaturalezza del corpo dissezionato le pose di Rabarama il cui stile  mi sembra tornare anche nel gioco di cicatrici sul corpo della Creatura, interpretato da un Jacob Elordi giudicato troppo bello e non adeguatamente imbruttito.

Ho letto che Del Toro ha una passione per Boris Karloff che oltre l’iconico Frankenstein del 1931 è stato anche La Mummia del 1932 è proprio a quest’interpretazione di Karloff sembra l’ispirazione del dagherrotipo del volto della Creatura che guarda caso- si anima tra le bende e diventa rabbioso dopo l’attacco dei lupi, come detto in apertura questo Frankenstein è un innesto di tanti corpi cinematografici e soprattutto cannibalizza altre due grandi maschere dei mostri Warner La mummia e L’uomo lupo

L’ululato

The Howling
USA 1981
con
Dee Wallace-Stone, Patrick Macnee, Dennis Dugan, Christopher Stone, Belinda Balaski, Kevin McCarthy, John Carradine, Slim Pickens, Elisabeth Brooks, Robert Picardo, Margie Impert, Noble Willingham, James Murtaugh, Jim McKrell, Sarina C. Grant, Daniel Núñez, Chico Martínez, Dick Miller, Kenneth Tobey, Meshach Taylor, Michael O’Dwyer, Wendell Wright
regia di Joe Dante



L'ululato


La giornalista Karen White fa da esca per la cattura di un serial killer, l’uomo viene ucciso ma la donna rimane scioccata da quanto ha visto e rimosso. Lo psichiatra che ha una trasmissione nella stessa rete televisiva le consiglia un periodo di riposo nella sua clinica sui generis, chiamata la Colonia, spersa sui monti. Tra gli strani personaggi che popolano la Colonia spicca Marsha una donna molto sensuale che da subito cerca di sedurre il marito di Karen. Intanto il corpo del serial killer scompare e i colleghi di Karen iniziano a sospettare che si tratti di un lupo mannaro, ben presto le ricerche lasciano intendere che il covo licantropesco sia proprio nella Colonia…



The howling


Un classico della cinematografia horror anni ’80 con ben sette seguiti, almeno fino a oggi.
La fama del film è dovuta anche agli effetti speciali: L’ululato batte di pochi mesi l’uscita di Un lupo mannaro americano a Londra e si assicura il primato della trasformazione licantropesca in diretta. La mano è sempre quella di  Rick Baker che lavorando al film di Landis che aveva un budget ben maggiore, si limita a supervisionare il lavoro dell’assistente  Rob Bottin autore effettivo degli effetti speciali.



LUlulato


La vicenda è stranota: come lascia intendere il nome della clinica, il luogo è in realtà una colonia di licantropi gestita dal professor Waggner e nonostante le note ironiche il finale è cupissimo visto che anche la protagonista non riesce a sfuggire alla maledizione del lupo mannaro.
Joe Dante rinnova il mito del licantropo ancorandosi bene alla tradizione cinematografica: alla tv non solo passa L’Uomo Lupo, ma lo spezzone che dice che chi viene ferito da un licantropo si trasformerà a sua volta è un fulcro del film, la citazione semmai è affidata al nome del professor Waggner che si chiama come il regista del film del 1941 e altri personaggi hanno nomi legati alla cinematografia dei licantropi.



The howling


I richiami passano anche dalle immagini dei libri della libreria esoterica al lupo cattivo dei Tre porcellini dei cartoon Warner, inserto questo molto azzeccato dato che passa in tv proprio mentre Chris riceve la telefonata di Terry che alla Colonia è alle prese con un vero lupo mannaro.
Toni giocosi e metacinematografici che fanno da contraltare a una critica molto precisa alla società dell’epoca l’esaltazione della violenza attraverso i media, dai peep shop dove avviene il primo omicidio di Eddie Quist al compiacimento di mostrare le immagini più efferate della redazione televisiva, fino alla morte in diretta di Karen ma l’omologazione e l’abitudine fa credere che l’incontro con l’orrore sovrannaturale sia solo l’ennesima trovata sorretta da un ottimo effetto speciale.

Il segreto del Tibet

Werewolf of London
USA 1935 Universal
con Henry Hull, Warner Oland, Valerie Hobson, Lester Matthews, Lawrence Grant, Spring Byington, Clark Williams, J.M. Kerrigan, Charlotte Granville, Ethel Griffies, Zeffie Tilbury
regia di Stuart Walker



Il segreto del tibet


Il botanico Wilfred Glendon è in Tibet per cercare un fiore che cresce con il favore della luna. La pianta si trova in una valle isolata dove le guide non lo vogliono accompagnare e anche un missionario sconsiglia di proseguire il viaggio. Glendon insiste nel raggiungere la vallata e trova il fiore ma viene ferito da una mostruosa creatura. Tornato a Londra lo scienziato trascura la giovane moglie per dedicarsi agli studi della Mariphasa lupina lumina, in una delle poche occasioni sociali organizzate dalla moglie incontra il dottor Yogami interessato alla Mariphasa in quanto unica cura per la licantropia. Inoltre Yogami rivela a Glendon di averlo già a conosciuto e che a Londra ci sono attualmente due lupi mannari. Glendon intuisce che l’essere che lo ha aggredito in Tibet era Yogami in versione licantropa. Alla prima luna piena Yogami ruba i fiori della pianta mentre Glendon senza antidoto si trasforma in lupo mannaro seminando il terrore in città. Quando Yogami tenta nuovamente di rubare la mariphasa, Glendon lo uccide poi volge i suoi istinti belluini sulla moglie che si è avvicinata a un vecchio spasimante…


Il segretodel Tibet


Il segreto del Tibet non è il primo film di licantropi in assoluto ma è il primo film che la Universal dedica al lupo mannaro, data la poca qualità dell’opera il film viene spesso dimenticato in favore del seguente film del 1941 che ha per protagonista Lon Chaney Jr.
Cause dell’insuccesso furono la scelta del protagonista, l’attore Henry Hull che rifiutò il pesante trucco pensato da Jack Pierce e riproposto poi da L’uomo lupo.
Pesò anche l’uscita quasi in contemporanea con La moglie di Frankenstein attesissimo sequel di successo.



Il segretodel Tibet


Costruito come gli horror dell’epoca, Il segreto del Tibet non riesce molto a mischiare l’elemento comico della la zia petulante e le vecchie ubriacone con la trama drammatica che forse è quella più debole. Il confronto tra i due licantropi, entrambi “mad doctor” che si sono infettati in nome della scienza, poteva essere interessante invece si limita alla battaglia per procurarsi il fiore di mariphasa, antidoto alla trasformazione senza approfondire le personalità dei due personaggi.



Werewolf of london


Più che il cotè horror resta interessante quello fantascientifico: il macchinario che crea il raggio lunare per far fiorire la mariphasa anche fuori dal Tibet e soprattutto il marchingegno che permette a Glendon di vedere su uno schermo chi si avvicina al suo laboratorio: un’anticipazione del videocitofono.
Buono, anche se privo di particolari slanci, l’uso delle luci, delle ombre espressioniste e una grande attenzione per le immagini riflesse, simbolo per eccellenza del doppio.

Un lupo mannaro americano a Londra

An American Werewolf in London
USA 1981 Universal
con David Naughton, Griffin Dunne, Jenny Agutter, John Woodvine, Anne-Marie Davies, Frank Oz, David Schofield, Brian Glover, Don McKillop
regia di John Landis



Anamericanwerewolfinlondon


Due studenti americani in vacanza nel nord dell’Inghilterra finiscono vittime di un lupo mannaro: Jack  viene sbranato mentre David solo ferito e trasportato a Londra. Dopo due settimane tra la vita e la morte al ragazzo viene raccontata una versione un po’ diversa sull’aggressione da quel che ricorda ma la sua mente è pervasa da strani incubi. A ridosso del nuovo plenilunio il fantasma di Jack appare all’amico per informarlo che presto si trasformerà in un lupo mannaro e consigliargli il suicidio perché le vittime dei lupi mannari restano sospesi tra la vita e la morte fino a quando non si spezza la linea di sangue dei mostri che li hanno uccisi. Ancora una volta David pensa di essere vittima di allucinazioni e si trasferisce a casa di Alex, l’infermiera che l’ha accudito e di cui si è innamorato ma la prima notte di plenilunio David si trasforma e uccide sei persone. Il giorno dopo le sue vittime lo incontrano con Jack in un cinema porno e gli consigliano nuovamente la morte. Nel mentre David si trasforma nuovamente e per evitare altre vittime si lascia uccidere dai poliziotti.



Unlupomannaroamericanoalondra


Tra tutti i film recuperati in questo periodo di lockdown Un lupo mannaro americano a Londra è quello che ho trovato più in relazione alla pandemia perché racconta come l’imponderabile sia escluso dalla civiltà contemporanea: se nella brughiera desolata un lupo mannaro può fare una vittima o poco più a plenilunio, nel cuore di Londra il lupo mannaro non solo riesce a uccidere sei persone in una notte, ma la sua sola presenza scatena una serie di incidenti automobilistici con danni collaterali, gli stessi che dobbiamo ancora valutare e gestire per “imparare a convivere col virus” come dice l’abusato slogan.



Unlupo mannaroamericano alondra


Un lupo mannaro americano a Londra è un caposaldo del nuovo modo di fare horror a partire dagli anni’80 con grande attenzione agli effetti speciali: la trasformazione di David in lupo mannaro sotto l’occhio della telecamera è passata alla storia; non mancano i tocchi umoristici: la normalità con cui prosegue il rapporto tra David e l’amico morto Jack, che ogni volta che si presenta è sempre più incancrenito e nell’ultimo incontro ha un trucco molto simile a quello riproposto due anni dopo da Thriller di Michael Jackson. L’incontro di David con le sue vittime, già surreale di per sé, avviene in un cinema porno e le sue vittime insanguinate lo consigliano sul metodo più efficace ma indolore di suicidarsi.
Non manca il romanticismo con Alex che va incontro al mostro e gli confessa il suo amore toccando la parte ancora “umana” della bestia che si fa sparare anche per salvarla.



Anamerican werewolfinlondon


Per nobilitare l’approccio più leggero ma comunque inquietante all’horror si ricorre alle citazioni, si nominano esplicitamente L’implacabile condanna ma soprattutto L’uomo lupo con Lon Chaney Jr, del resto il film di Landis è una produzione Universal, la storica casa cinematografica della grande stagione dei mostri anni ’30.
Ovviamente non possono mancare citazioni da Il bacio della pantera: l’inseguimento nella metropolitana s’ispira chiaramente alla scena della piscina del film del 1942 mentre il risveglio nella gabbia dei lupi allo zoo rimanda sempre al film del 1942 ma mi pare che venga ripresa nel remake del 1982.



Anamericanwerewolfinlondon


Da notare anche la cura nella scelta della colonna sonora: tutti i brani cantati hanno a che fare con la luna e Blue Moon viene declinata in pù versioni.
Curiosità, al termine dei titoli di coda c’è una dedica che vuole onorare il matrimonio di Carlo e Diana ecco, quarant’anni dopo possiamo dirlo: dedicare un film dell’orrore per un matrimonio non è elegante e possiamo proprio dire che non porta bene.

L’uomo dai mille volti

Man of a Thousand Faces
USA 1957 Universal
con James Cagney, Jane Greer, Dorothy Malone, Marjorie Rambeau, Jim Backus, Robert Evans, Celia Lovsky, Jeanne Cagney, Roger Smith, Simon Scott, Jack Albertson
regia di Joseph Pevney



Luomodaimillevolti


All’inizio del ‘900 Lon Chaney è una stella del varietà sposato con una giovane cantante, Cleva, a cui ha taciuto di essere figlio di genitori sordomuti. Quando Cleva rimane incinta, Lon la porta a conoscere la famiglia ma la donna rimane scioccata e teme che il nascituro possa ereditare l’handicap dei nonni. Fortunatamente il bambino nasce sano ma Cleva non è disposta a restare a casa a fare la moglie così si trova un lavoro come cantante da cui Chaney la fa licenziare, per ripicca la moglie tenta il suicidio sul palco durante uno spettacolo dell’attore, stroncandogli la carriera. Cleva perde la voce, il piccolo Creighton viene messo in collegio e Lon si trasferisce a Hollywood diventando ben presto una delle comparse più richieste per la sua capacità di trasformarsi con il trucco; è l’inizio della sua sfolgorante carriera ma i guai famigliari non sono finiti: Chaney ha fatto credere al figlio che la madre fosse morta e quando Creighton adolescente scopre che è ancora viva lascia il padre per trasferirsi da Cleva, padre e figlio si rappacificheranno solo sul letto di morte del divo del muto.



Man of a Thousand Faces


James Cagney sorregge da par suo questo melodrammatico biopic sulle sfortunate vicende familiari di Lon Chaney, il divo soprannominato L’uomo dai mille volti proprio per la sua capacità di trasformasi col trucco nei più celebri mostri del cinema muto, una pletora di esseri deformi che portava in scena costringendosi spesso a pose dolorosissime, l’assunto del film è che la capacità di dare un anima e far empatizzare il pubblico con i reietti gli venisse proprio dal background famigliare, dall’aver vissuto in prima persona l’emarginazione dei genitori sordomuti.



L'uomo dai 1000 volti


Pur avendo visto diversi film di Chaney, non sapevo dei suoi drammi famigliari, del matrimonio con una donna che non riusciva ad accettare la diversità della famiglia di Chaney e del tentativo di suicidio sul palco del marito ma del resto come ci rivela il film prima di essere soprannominato “l’uomo dai mille volti”, Chaney fu presentato come “l’uomo del mistero” proprio per non farsi rovinare la nascente carriera hollywoodiana dallo scandalo del tentato suicidio.



L'uomo dai1000 volti


Il film è un po’ troppo melenso per i miei gusti ma da tempo ho capito che il biopic non è il genere preferito, le scene dei film più celebri di Chaney, Il Gobbo di Notre Dame, Il Fantasma dell’Opera non sono soddisfacenti per chi conosce gli originali: le maschere sono molto rigide e hanno ben poco a che spartire con i trucchi dei film degli anni ’20.



Luomodaimillevolti


Toccante il fatto che a causa del tumore alla gola che lo uccise, alla fine Lon Chaney si esprimesse con la lingua dei segni appresa dai genitori sordomuti, forse mi commuove perché non so se il particolare è reale mentre il retorico passaggio di consegne tra padre e figlio dove il senior morente aggiunge un Jr. al nome sulla cassetta del trucco è una rielaborazione romanzata del fatto che Creighton Chaney intraprese una carriera cinematografica con il nome di Lon Chaney Jr. e interpretò l’ultimo grande mostro della Universal, L’uomo lupo.

L’implacabile condanna

The Curse of the Werewolf
GB 1961 Hammer Film
con Clifford Evans, Oliver Reed, Yvonne Romain, Catherine Feller, Anthony Dawson, Richard Wordsworth, Warren Mitchell, Ewen Solon
regia di Terence Fisher


L'implacabilecondanna


Un mendicante arriva al castello di un nobile il giorno del suo matrimonio, per salvarlo dalle gradevolezze del marito, la sposa lo accetta come schiavo ma ben presto il poveraccio viene rinchiuso nella torre del castello e dimenticato; ad occuparsi di lui resta solo la figlia muta del carceriere e quando la ragazza rifiuta le avance del vecchio padrone viene rinchiusa in cella assieme al vecchio che la violenta. La donna uccide il marchese e fugge nel bosco dove viene ritrovata dopo alcuni mesi dalla governate del signor Corledo. Accolta in casa, la donna partorisce dando la luce un figlio proprio la notte di Natale, (presagio funesto) e strani fenomeni si manifestano il giorno del battesimo del piccolo Leon che ben presto rivela di essere un lupo mannaro…



Thecurseofwerewolf


Il solo film sui lupi mannari della Hammer s’ispira al romanzo The Werewolf of Paris di Guy Endore;
perché L’implacabile condanna resti l’unica pellicola sui lupi mannari della celebre casa di produzione inglese lo spiega l’andamento molto lento del film che pur sviluppando un’idea originale della licantropia, fatica a trovare una sua peculiarità stilistica: quando si capisce la natura del piccolo Leon avviene mostrando dei canini da vampiro, anche le scene della folla inferocita all’inseguimento dell mostro richiama Frankenstein se non addirittura il Gobbo di Notre Dame visto che la morte della belva avviene in una torre campanaria.



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A differenza de L’Uomo Lupo della Universal, la cui idea nasce dallo stesso romanzo di Endore, Leon non è afflitto da una maledizione ma la sua licantropia è congenita ed ereditaria, una tara morale nata dal vizio e dall’ignoranza: il mendicante che lo genera finisce dimenticato in galera perché si permette un augurio malizioso al marchese e alla sua sposa che si stanno ritirando per consumare la prima notte di nozze.
La madre di Leon è una povera ragazza destinata a subire ma che non esita a ribellarsi uccidendo il marchese che pensava di averla domata facendole passare una notte in cella, la fuga la vita randagia nel bosco non possono che esasperare gli istinti animaleschi della fanciulla e in Leon la licantropia emerge quando il ragazzino assaggia involontariamente il sangue di uno scoiattolo che il guardacaccia del paese aveva ucciso nel tentativo di insegnargli a sparare.



L'implacabile condanna


Lo stesso parroco del villaggio a cui Don Alfredo racconta le sue apprensioni sul ragazzo, spiega la licantropia come un fenomeno curabile con l’affetto quindi l’amorevole presenza di Don Alfredo tiene a bada il lato belluino di Leon che esplode quando il suo amore per la bella Cristina viene frustrato dato che il padre di lei, nonché suo datore di lavoro, vuole che la figlia sposi un possidente, l’alcol e l’eccitazione sessuale di una notte trascorsa in un postribolo porteranno Leon ad uccidere anche l’amico Josè e a far scoprire a tutti la sua “vera” natura.
Ad interpretare il licantropo c’è Oliver Reed al suo primo ruolo da protagonista, anche se entra in scena a metà film, dato che la pellicola si dilunga a raccontare la genealogia del mostro e la trasformazione avviene solo nella sequenza finale, l’attore,co,unque, grazie allala prestanza fisica, il collo sempre incassato tra le spalle possenti, riesce a rendere l’idea di una rabbia perennemente e faticosamente trattenuta.



L'implacabile condanna


Il film è ambientato in Spagna solo per poter utilizzare il set già pronto per un film sull’inquisizione che non venne realizzato.

Hotel Transylvania

Rimasto solo con la piccola Mavis, dopo la morte della moglie Marta, Dracula diventa un padre super apprensivo che teme per l’adorata figlia lo stesso infausto destino della madre, uccisa dagli umani furenti. Il Conte trasforma il castello in un hotel dove i mostri possano trovare un’oasi di serenità lontani dall’aggressività degli uomini. Per oltre un secolo il lussuoso rifugio rimane segreto ma proprio in occasione del centodiciottesimo compleanno di Mavis un umano, il ventenne Johnny, riesce a introdursi fortuitamente nell’Hotel Transylvania..

Hoteltransylvania

Favola frizzante che invita a lasciar andare chi si ama, riconoscendogli il diritto di vivere la propria vita. Al di là della facile morale e dell’happy end di prammatica, l’opera di Genndy Tartakovsky ha il merito di possedere alcune caratteristiche che la distinguono dai cartoni che siamo abituati a vedere di solito. Hotel Transylvania esce completamente dal cliché del citazionismo cinefilo esasperato, obiettivamente passato un po’ di moda. A parte un‘inquadratura iniziale che riprende l’ombra espressionista di Nosferatu riflessa sulla culla, non si gioca a riproporre in cartoni le scene classiche dell’horror, il riferimento cinefilo è più raffinato: i migliori amici di Dracula sono Frankenstein, l’Uomo Lupo, la Mummia e l’Uomo Invisibile, i capisaldi della grande stagione horror della Warner negli anni ‘30 (che hanno diviso lo stesso cofanetto DVD). Si preferisce anche ironizzare su alcuni blockbuster del presente: Dracula che disprezza Twilight mentre il cuoco francese Quasimodo (il Gobbo di Notre Dame) è una chiara parodia di Ratatouille visto che la sua fedele Esmeralda è una perfida pantegana.
Notevole anche lo stile di ripresa estremamente movimentato simulando dolly e panoramiche degli ambienti che sono estremamente accurati: il salone del castello dove si svolge la gara sui tavolini è una magnifica riproduzione di una sala rinascimentale con volte affrescate secondo lo stile dell’epoca.
Pellicola di pura evasione soddisfacente per adulti e bambini.

L’uomo lupo

The Wolf Man

USA 1941, Universal
con Lon Chaney Jr, Claude Rains, Ralph Bellamy
regia di George Waggner



Luomolupo


Larry Talbot, secondogenito di una nobile famiglia torna nel villaggio natio dopo lungo tempo, in seguito alla morte del fratello maggiore, conosce la bella figlia dell’antiquario e per corteggiarla compra un bastone il cui pomo rappresenta una testa di lupo in argento. Una sera, dopo l’arrivo degli zingari in citta’, va con Gwen e un’ altra ragazza a farsi leggere le carte, ma quest’ultima viene aggredita e sbranata da un lupo feroce, Talbot interviene e lo uccide con il bastone, ma il lupo riesce comunque a morderlo. Chiamati rinforzi e tornati sul luogo dell’aggressione accanto alla ragazza si trovera’
il cadavere non di un lupo, ma dello zingaro Bela (interpretato da Bela Lugosi). Incredulo di aver potuto scambiare un lupo per un essere umano, Larry interviene al funerale di Bela e la madre dello zingaro gli svelera’ il mistero della licantropia: chi viene morso da un lupo mannaro senza restare ucciso verra’ colpito dalla stessa maledizione!
Ben presto nuovi omicidi sconvolgono il paese, e Talbot chiede aiuto al padre che lo convince che la sua sia solo suggestione, ma quando il licantropo sta per sbranare Gwen, e’ proprio il padre a doverlo uccidere con il medesimo bastone dal pomo d’argento.



Thewolfman


Giudizio del
film

L’ultimo grande horror classico della Universal è datato
1941 e sinceramente è di gran lunga minore ai grandi film di mostri degli anni ’30. La storia e’ parecchio confusa, probabilmente per grosse modifiche alla sceneggiatura apportate poche settimane prima dell’inizio delle riprese. Al copione lavorò principalmente Curt Siodmak, che riesce a costruire un impianto degno di una tragedia greca, dove il destino avverso profetizzato non puo’ che compiersi in maniera ineluttabile. Essendo girato nel 1941, e opera di un fuoriuscito ebreo di origine tedesca, nel film non possono mancare riferimenti latenti alla seconda guerra mondiale: il segno che contraddistingue la stirpe
dei licantropi e che appare sulle loro prossime vittime e’ un pentacolo che ricorda la stella di David che i nazisti imponevano sui vestiti degli ebrei.
Il film viene finito nel novembre del ‘41 quando gli Stati Uniti erano ancora neutrali al conflitto, quindi la parte della pellicola che rappresenta l’incredulita’ del padre nei confronti della condizione del figlio, ma che messo di fronte alla sua inumanita’ e’ costretto ad ucciderlo puo’ essere letta come un monito all’America.

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Giudizio sul DVD

Questa edizione, facente parte di una collezione dedicata ai monster classici della Universal, e’ molto interessante.
Oltre ad un buon riversamento della pellicola, troviamo un documentario intitolato Mostri al chiaro di luna, presentato da John Landis che ci racconta l’evoluzione dell’uomo lupo nella filmografia Universal: il licantropo figura gia’ in Dracula, almeno con isuo terribile ululato, dopo il successo di Frankenstein e lo sviluppo di make up sempre piu’ complessi, viene stesa da Robert Florey la sceneggiatura di un film sull’uomo lupo che doveva essere interpretata da Boris Karloff: la vicenda era ambientata nelle alpi bavaresi e raccontava di un ragazzo che si trasforma di un lupo mannaro, dopo esser stato allevato da un branco di lupi che gli avevano sbranato la famiglia. Il progetto viene accantonato per timore della censura.
Ne Il segreto del Tibet del 1935 la storia e’ incentrata sulla licantropia, ma il film non ebbe successo, probabilmente perche’ il trucco del werewolf non era troppo accurato, sempre per timore di non creare qualcosa di troppo spaventoso, solo nel 1941 Lon Chaney Jr. diede finalmente vita all’uomo lupo che e’ entrato nella storia del cinema.
Il commento del film condotto da Tom Weaver, e‘ ricco di informazioni anche sugli attori minori e illustra i pezzi di set che provenivano da altri film dell’Universal o che entreranno poi in altre scenografie.
E’ molto interessante il parallelo con l’horror psicologico che Val Lewton introdusse l’anno seguente alla RKO con Il bacio della Pantera: di certo tra un uomo lupo e una donna pantera qualche attinenza c’e’ gia’ nel tema, ma la cosa piu’ interessante e’ che nella stesura originale e modificata all’ultimo minuto, non ci sarebbe dovuta essere nessuna trasformazione visibile in lupo: veniva lasciata allo spettatore la possibilita’ di decidere se Larry Talbot fosse stato veramente colpito da licantropia o solo da una turba psichica, anticipando in questo modo lo stile l’horror che salvo’ la RKO dal fallimento, ma produttori poco disposti a rischiare preferirono restare legati alla tradizione degli anni ‘30 fatta di
spettacolari make up, segnando cosi’ il declino della grande tradizione horror della Universal.