Jasper è il viziatissimo figlio di un direttore generale delle poste che aspetta solo di terminare l’accademia postale per tornare ai propri agi ma il padre, esasperato, lo manda in un isola sperduta nel Circolo Polare Artico a fare il postino con il compito di smistare almeno seimila lettere in un anno, pena l’esser diseredato. Il problema principale di Smeerensburg non è tanto il clima quanto la faida che divide gli abitanti dell’isola. Jasper è ormai rassegnato al fallimento dell’ufficio postale quando decide di raggiungere la casa più isolata dove vive un boscaiolo, Klaus. Il caso vuole che il burbero falegname legga l’unica lettera raccolta da Jasper e decida di regalare un giocattolo al bambino che l’ha scritta. La voce si sparge tra gli altri bambini, fomentata anche da Jasper…
Originale rilettura del mito di Babbo Natale partendo dalla tradizione di scrivergli una lettera per ricevere i regali la notte di Natale.
Si gioca col il momento più buonista dell’anno facendolo nascere da un antefatto puramente utilitaristico: il caso vuole che Klaus legga la lettera del bambino e decida di regalargli uno dei suoi giocattoli e che Jasper sfrutti l’occasione per trasformare un pugno di lettere scritto dai cuginetti del primo bambino nel business che gli permetterà di raggiungere le seimila lettere affrancate e lasciare l’isola per tornare agli agi a cui è abituato.
Il film riesce a dare una spiegazione divertente di tutto il folklore che ruota attorno a Babbo Natale: la slitta con le renne, l’abito rosso, gli aiutanti che in questo caso non sono elfi ma un gruppo di nativi dell’isola… e ovviamente la bontà premiata con un regalo, ma la gentilezza, anche se artefatta, provoca risultati inattesi portando gli analfabeti a scuola e soprattutto rischiando di mettere fine al rancore secolare (ispirato a un fatto vero) per cui i capo clan interverranno svelando le vere intenzioni di Jasper.
Nominato agli Oscar come miglior lungometraggio animato, Klaus è un film piacevole che non punta solo sul pubblico infantile. Molto belli i fondali che si ispirano allo stile di Eyvind Earle che lavorò ad alcuni classici Disney.
USA 2025, Netflix con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery, Charles Dance, Christoph Waltz regia di Guillermo del Toro
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I membri di una spedizione danese verso il Circolo Polare Artico stanno cercando di liberare la loro nave dai ghiacci quando sentono una forte esplosione e trovano un uomo malconcio inseguito da una bizzarra creatura. Il capitano porta il capitano sulla nave ed ascolta la sua storia: si tratta del Barone Frankenstein figlio di un noto chirurgo di cui ha seguito le orme. Ossessionato dalla morte della madre, Victor Frankenstein ha come obbiettivo sconfiggere la morte, ci riesce con l’aiuto di Harlander, un ricchissimo venditore d’armi che presto sarà suo parente visto che la nipote Elizabeth sta per sposare il fratello di Victor, William. Anche Victor s’innamora di Elizabeth ma la ragazza lo rifiuta però il suo aiuto sarà fondamentale per permettere a Victor di oltrepassare i confini della morte e riportare in vita la sua Creatura. Nonostante la riuscita dell’esperimento Victor è deluso dalla scarsa intelligenza dimostrata dall’essere che il creatore aveva immaginato come superuomo e arriva persino ad odiarlo dopo aver visto l’affinità elettiva che il mostro ha creato con Elizabeth e cerca di distruggerlo ma l’essere si rivela immortale. Il racconto è interrotto dall’ingresso della creatura che ancora una volta è sopravvissuto ed è venuto a reclamare Victor, la creatura racconta la sua storia, come sia sopravvissuto all’esplosione che ha distrutto la torre, di come si sia evoluto e abbia scoperto il mistero della sua creazione rintracciando Victor perché gli creasse una compagna per sfuggire alla solitudine. L’incontro avviene la vigilia delle nozze di Elisabeth e William; il rifiuto di Victor di creare una compagna alla creatura scatena l’ira del mostro, Elizabeth muore nel tentativo di salvarlo da Victor. Rimasti soli, creatore e creatura iniziano ad inseguirsi raggiungendo i confini del mondo. Ormai in punto di morte Victor comprese ragioni del mostro e chiede perdono morendo tra le sue braccia. Il capitano della nave lascia andare la Creatura che in cambio libera la nave dai ghiacci e invece di proseguire la spedizione, la nave fa rotta verso casa.
Diviso in prologo, due capitoli e un epilogo, l’attesissimo film di Guillermo del Toro che il regista sognava di realizzare da anni, si rivela molto simile alla sua creatura: un innesto di vari rimandi cinematografici tra le varie versioni del romanzo di Mary Shelley più altre suggestioni tra tutte The Elephant Man da cui la Creatura di Del Toro prende l’autodeterminazione di voler essere riconosciuto come essere umano, o quantomeno vivente e senziente.
È un ibrido strano non sempre felice nelle soluzioni (il racconto della Creatura è un po’ ridondante nel ribadire chi sia il vero mostro) che personalmente ho apprezzato molto. Tornano alcuni punti salienti della teoretica del regista messicano e il rapporto creatore / creatura approfondisce quanto già sviluppato in Pinocchio una metafora del rapporto complesso sulla genitorialitá e anche sul processo creativo.
Ancora una volta Del Toro umanizza il mostro regalandogli un’umanità antispecista che nasce dalla sofferenza e crea un’affinità elettiva con anime che si sentono incomprese.
Trovo molto interessante lo spostamento temporale: il film è ambientato nel 1857, nel pieno della rivoluzione industriale, quando al positivismo scientifico risponde la nascita di movimenti spiritisti e l’esplosione della letteratura fantastica, di cui il romanzo della Shelley era stato un antesignano essendo del 1818.
Lo slittamento temporale permette di giocare con la tensione tra positivismo e spiritismo ma permette all’opera di parlare più chiaramente del nostro tempo. Quel corpo in attesa di essere riportato in vita sembra un robot e non dimentichiamo la grossa battaglia che negli ultimi anni le maestranze cinematografiche americane stanno combattendo (il famoso sciopero del 23 che fermò diverse produzioni seriali) contro l’uso dell’intelligenza artificiale. Non a caso il capitano alla guida della spedizione che si era detto affine allo spirito di ricerca di Frankenstein, dopo aver visto consumarsi il dramma del barone e della sua creatura, decide di tornare indietro. Direi che il messaggio del regista è chiaro ed è piuttosto beffardo che lo lanci da una delle piattaforme più coinvolte nell’uso degli algoritmi.
Anche fare di Harlander un mercante d’armi che ha a disposizione una ricchezza infinita e ha uno scopo ben preciso sulla ricerca di Frankenstein è un riferimento ben preciso ai nostri giorni tra guerre e ricerca soggetta alle esigenze del capitalismo.
Se la trama è il messaggio del film possono aver fatto storcere qualche naso, la bellezza della messa in scena ha ben pochi o nulli detrattori.
Anche nelle scenografie Del Toro ruba pezzi di altri film: la torre è una ziggurat che richiama Metropolis (e anche lì un robot prende vita per arringare le folle) i convertitori d’energia dai colori psichedelici di una tipica produzione di Corman e al suo La maschera della morte rossa fa pensare l’abito inopinatamente rosso della madre di Victor.
Ad interpretarla sempre l’attrice Mia Goth: la sua Elizabeth non viene riportata in vita dopo la morte ma il doppio ruolo della protagonista rimanda a La moglie di Frankenstein sequel del 1935 dove Elsa Lanchester oltre la Sposa veste anche i panni di Mary Shelley nel prologo.
I costumi sono meravigliosi non solo per fedeltà storica (alcuni gioielli sono originali) ma anche perché i tessuti rimandano al mondo dell’entomologia di cui Elizabeth è cultrice, una passione che le permette di interessarsi alla Creatura ed entrare in connessione con lei, poi falene ed altri insetti sono tutti animali psicopompi (atti cioè a trasferire le anime dopo la morte).
Come in Crimson Peak il regista realizza un serrato dialogo con l’arte se nel film precedente lo stile di riferimento era quello preraffaellita, qui abbiamo un rimando al ritratto di Sissi coi i capelli sciolti di Franz Xaver Winterhalter del 1865 mentre molti avranno riconosciuto il famoso quadro che imperversa da Barry Lyndon a Emma.
Evidente anche un interesse di Del Toro per la scultura, la plasticità del corpo inanimato rimanda al Rinascimento o al Neoclassicismo se vogliamo fare paragoni azzardati nella posa della creatura incatenata ho rivisto la Maddalena del Canova, nell’innaturalezza del corpo dissezionato le pose di Rabarama il cui stile mi sembra tornare anche nel gioco di cicatrici sul corpo della Creatura, interpretato da un Jacob Elordi giudicato troppo bello e non adeguatamente imbruttito.
Ho letto che Del Toro ha una passione per Boris Karloff che oltre l’iconico Frankenstein del 1931 è stato anche La Mummia del 1932 è proprio a quest’interpretazione di Karloff sembra l’ispirazione del dagherrotipo del volto della Creatura che guarda caso- si anima tra le bende e diventa rabbioso dopo l’attacco dei lupi, come detto in apertura questo Frankenstein è un innesto di tanti corpi cinematografici e soprattutto cannibalizza altre due grandi maschere dei mostri Warner La mummia e L’uomo lupo