Il buio si avvicina

Near Dark
USA 1987
con Adrian Pasdar, Jenny Wright, Lance Henriksen, Bill Paxton, Jenette Goldstein, Tim Thomerson, Joshua John Miller
regia di Kathryn Bigelow

Una sera Caleb incontra Mae, una ragazza appena arrivata in città, trascorrono la notte insieme e alla fine Caleb riesce a strappare un bacio alla ragazza che però lo morde. La mattina seguente, mentre sta tornando a casa, Caleb viene rapito sotto gli occhi del padre e della sorellina Sarah: a rapirlo sono stati Mae e i suoi amici vampiri. Il destino di Caleb è in bilico: se si trasformerà in vampiro entrerà a far parte della nuova famiglia altrimenti verrà eliminato. Caleb è molto riluttante ad uccidere per nutrirsi e lascia scappare una potenziale vittima che allerta la polizia;  la banda viene accerchiata, Caleb però li mette in salvo guadagnandosi un posto nel gruppo. Homer, vampiro bambino, s’invaghisce di Sarah che col padre sta alloggiando nello stesso motel mentre cercano Caleb. Il ragazzo torna con la famiglia d’origine e grazie a una trasfusione riesce a tornare umano ma Mae e i suoi amici non sono disposti a lasciarlo andare…

Il secondo film di Kathryn Bigelow avrebbe dovuto essere un western nelle intenzioni della regista ma il genere era in declino e fu consigliato di rivedere il film in chiave horror, filone di maggior successo.

La Bigelow e il co sceneggiatore Eric Red girano quindi un film sui vampiri dove la parola vampiro non viene mai nominata, tutta l’estetica è tipicamente western dai costumi alla scenografia.

Il film diventa particolarmente interessante per l’uso della luce: il primo incontro tra Caleb e Mae è un lento trascolorare dalla notte all’alba ogni scena ha tonalità più chiare fino al ritorno di Caleb a casa attraverso i campi, sotto il sole cocente (in senso letterale visto che i nostri vampiri si ustionano fino alla morte se esposti al sole diretto).

Altro momento topico è la scena dell’accerchiamento della polizia: i vampiri sono asserragli in una camera di motel e inizia una sparatoria dove ogni foro nel legno lascia passare la luce creando un effetto luminoso molto intrigante oltre che dimostrare il talento della regista per le scene d’azione.

Il film non ebbe successo ma negli anni è diventato un piccolo cult con personaggi ben delineati e un ideale di romanticismo malato declinato in vari modi: Jesse e Diamondback vanno incontro alla morte insieme, mentre Mae viene salvata da Caleb ma il destino più commovente tocca all’odioso Homer che rincorre fino all’autocombustione Sarah: non c’è nulla di simpatico o infantile in Homer eppure quella sua disperata rincorsa per sfuggire alla solitudine del suo destino lo rende così umano. 

Il tema dei vampiri negli anni ’80 era ben diverso dal ritorno al dandismo romantico rilanciato da Francis Ford Coppola, oltre a una versione più patinata di giovani succhiasangue i vampiri venivano anche declinati come bande di reietti che girano per gli USA, rozzi e violenti (vedi anche il coevo Nomads opera prima di John McTiernan). Una critica all’edonismo reaganiano e una metafora della paura dell’AIDS

Paura d’amare

Frankie and Johnny
USA 1991, Paramount Pictures
con Al Pacino, Michelle Pfeiffer, Kate Nelligan, Jane Morris, Héctor Elizondo, Nathan Lane, Ele Keats
regia di Garry Marshall

In una tavola calda di New York si incontrano Frankie e Johnny, lui  neo assunto cuoco, mestiere imparato in galera, lei cameriera convinta di aver chiuso con gli uomini. Con non poche difficoltà Johnny riuscirà a far capitolare la refrattaria donna del suo cuore…

Dopo il successo planetario di Pretty Woman il regista Garry Marshall scardina la commedia romantica con un nuovo film dal titolo musicale e con una nuova coppia di star, Al Pacino e Michelle Pfeiffer nei panni di due poveracci disillusi che tirano a campare lavorando nella tavola calda di un greco con una clientela abituale di vecchi esponenti della working class, ovviamente il film fu un insuccesso.

Io me ne tenni lontana perché non ho mai amato Pretty Woman e recuperando adesso Paura d’amare trovo un film invecchiato molto male soprattutto nella morale: il film si apre con la morte di una cameriera del locale, una donna di mezz’età che muore sola, senza che quasi nessuno presenzi al suo funerale.
La solitudine in una grande città è un tema importante, una paura che oggi è molto più diffusa di quella dell’AIDS, tema ben presente nel film anche se la figura del vicino gay di Frankie è un po’ macchiettistico.

Il problema però è che come Pretty Woman “sdoganava” la prostituzione, Paura d’amare ha un tono ricattatorio verso il genere femminile: Frankie ha ottime ragioni per stare lontano dagli uomini ma il messaggio di fondo è “bellezza, il tempo passa le occasioni scarseggiano meglio accontentarsi di un mezzo stalker logorroico e probabilmente bugiardo come Johnny”. Fortunatamente oggi non è più tanto accettabile che uno si presenti a prendere una donna a casa quando gli è stato detto chiaramente che non si vuole andare a una festa con lui, nel 1991 pareva ancora una grande dimostrazione d’amore.

La mia antipatia per Johnny deriva forse dalla recitazione di Al Pacino, lo trovo spesso sopra le righe ma in Paura d’amare è veramente troppo gigione, soprattutto se si confronta la sua prova con la recitazione di Michelle Pfeiffer, delicata nel svelare a poco a poco i traumi della protagonista è perfettamente credibile bei panni di una cameriera sciatta.

Le sere trascorse a guardare negli appartamenti degli altri citano Hitchcock ma anche in Maschietta, la protagonista Gloria Swanson ha alcune scene con riflesso alla finestra mentre osserva diversi tipi di vita domestica.

Hollywood

USA 2020, Netflix
con David Corenswet, Darren Criss, Laura Harrier, Joe Mantello, Dylan McDermott, Jake Picking, Jeremy Pope, Holland Taylor, Samara Weaving, Jim Parsons, Patti LuPone, Mira Sorvino, Michelle Krusiec, Rob Reiner, Queen Latifah, Paget Brewster, Daniel London



Hollywood


Non so come, una volta tanto Netflix è riuscita a propormi una serie che mi interessava alla fine de La casa di carta. Il guaio è che ho terminato di vedere Hollywood, il giorno in cui è esplosa la notizia della morte di Georges Floyd e allora no, non ritengo la serie troppo buonista e propensa all’happy end.
La serie prodotta da Ryan Murphy (tra i suoi successi Nip/TuckGleeAmerican Horror Story, American Crime Story) riprende il modello tarantiniano di C’era Una volta a Hollywood e Bastardi senza gloria dove nella perfetta ricostruzione storica si inseriscono elementi o personaggi di fantasia che disegnano un nuovo percorso storico: Shosanna che fa secco Hitler, Rick Dalton che stermina gli affigliati di Charles Manson salvando la vita a Sharon Tate.
Hollywood racconta le ambizioni di un gruppo di aspiranti star del cinema nel primo dopoguerra: lo sceneggiatore di colore Archie Coleman scrive una storia su Peg Entwistle, un’attrice veramente esistita che nel 1932 si suicidò gettandosi dalla scritta Hollywood perché non era riuscita ad avere successo nel mondo del cinema.
La sceneggiatura è opzionata da uno studio cinematografico che non sa che l’autore è di colore e la propone al giovane regista Raymond Ainsley che avendo origini filippine vorrebbe realizzare un film che abbia per protagonista l’attrice Anna May Wong, la prima star di origini sino americane ad avere fama internazionale, la sua interpretazione più nota è quella accanto a Marlene Dietrich in Shanghai Express di Josef von Sternberg. Meno noto è che dovette subire l’umiliazione di vedersi preferire un’attrice tedesca, Luise Rainer, per interpretare la protagonista asiatica del film La buona terra per cui la Rainer vinse anche l’oscar.



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Ainsley è fidanzato con un’aspirante attrice Camille Washington, una ragazza di colore destinata eternamente a ruoli secondari. E’ proprio dalla ragazza che parte l’idea di trasformare il film Meg in Peg ampliando il tema della delusione personale dell’attrice suicida a quello delle minoranze etniche escluse dal sogno hollywoodiano.
Il progetto non avrebbe nessuna chance di concretizzarsi se il capo degli Ace Studio, Ace Amberg non avesse un infarto e la direzione passasse alla moglie  Avis Amberg, ex attrice del muto la cui carriera è finita ben presto perché i suoi tratti giudaici non rispecchiano la bellezza proposta dallo star-system. Avis è una donna, moglie e madre frustrata che si vendica dell’indifferenza del marito frequentando i gigolò di Ernie West, un ex attore che gestisce una pompa di benzina dove i bellissimi benzinai sono pronti a soddisfare ogni voglia dei potenti di Hollywood, il personaggio è basato sulla figura realmente esistita di Scotty Bowers.
Ernie arruola tra i suoi gigolò l’aspirante attore Jack Castello che però rifiuta di avere rapporti con uomini e a sua volta porta a lavorare da Ernie lo sceneggiatore gay Archie Coleman. Un altro aspirante attore, tal Roy Fitzgerald, s’innamora di Archie ma ovviamente la relazione non può essere resa pubblica e Roy subisce anche gli abusi del suo agente il viscido Henry Willson che gli cambia nome in Rock Hudson. La timidezza del giovane Rock Hudson e gli abusi subiti dall’agente sono reali. Un motivo per vedere la miniserie è l’attore che interpreta Henry Wilson: Jim Parson il mitico Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, mimetico nella trasformazione nell’agente realmente esistito, perfetto nella resa del latente viscidume con cui Wilson riusciva ad imporre i suoi clienti trasformandoli in star (era anche l’agente di Lana Turner, tra gli altri).



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Con la consulenza del direttore Dick Samuels e di Ellen Kincaid, che si occupa del vivaio di attori dello studio, Alvis decide di portare avanti il progetto pur sapendo che non sarà un’operazione facile: i cinema degli Stati del Sud dichiarano di rifiutarsi di proiettare il film e gli attacchi del Ku Klux Klan arrivano fino alla porta di casa del regista e della produttrice. Tra mille difficoltà, anche di budget, il film viene terminato ma non i guai. Dopo l’ultimo colpo di scena che vi risparmio, il film esce e ha un successo incredibile al botteghino e viene candidato a numerosi Oscar.



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Vince Anna May Wong come migliore attrice non protagonista e ho applaudito più a quell’oscar fittizio che a quelli reali degli ultimi anni. A sostenere la candidatura di Camille prima attrice afroamericana candidata a migliore attrice arriva Hattie McDaniel, la prima attrice afroamericana a vincere come attrice non protagonista per il ruolo di Mamie in Via col Vento. Il suo racconto di come non fosse stata fatta entrare nel teatro ma tenuta in un corridoio fino alla conferma della vittoria è toccante, e sentirlo la notte in cui a Minneapolis iniziavano le rivolte dopo l’omicidio di Floyd, quasi 75 anni dopo è davvero straziante e offensivo per l’intero genere umano.



Hollywood


Hollywood può essere vista come una favola bella dedicata agli amanti del vecchio cinema ma il messaggio è forte e chiaro: senza il potere abbrutente e ipocrita del patriarcato che costringe chi vuol far carriera a tristi ricatti -dal divani del produttore al caso Weinstein- e incanala la creatività in direzioni ben determinate, il mondo è più bello: Arvis con un lavoro che la soddisfa recupera anche il rapporto con la figlia, la libertà di vivere l’amore e la sessualità secondo la propria inclinazione elimina naturalmente il mercato della prostituzione e immaginare che se Rock Hudson non avesse dovuto nascondere la propria omosessualità, avrebbe potuto risparmiarsi l’ingrata medaglia di essere il primo personaggio famoso a morire di Aids, per me ha la stessa valenza della nuova vita offerta a Sharon Tate nel film di Tarantino.

Keith Haring – About Art

Keithharingaboutart

Keith Haring è forse il più noto artista della fine del XX secolo: un writer la cui opera è caratterizzata da “omini” hanno invaso anche il merchandising di oggetti e e magliette, oltre che i muri delle grandi città; è risaputo il suo impegno che ne fa un simbolo della controcultura americana a favore dei diritti gay e razziali, molto meno nota la profonda conoscenza dell’arte di Haring acquisita da autodidatta e in maniera disordinata.
La bellissima mostra milanese indaga questa nuova lettura critica dell’arte di Haring confrontando i dipinti e i graffiti dell’artista con opere della tradizione classica e della storia dell’arte moderna e contemporanea, ne esce l’immagine di un uomo colto in grado di rileggere in maniera originale e contemporanea l’intera storia dell’arte cogliendo quel fil rouge di contenuti e forme che ritornano in maniera più o meno sotterranea nell’arte mondiale.
La mostra parte confrontando l’omino con le braccia alzate di Untitled 1981 con la simbologia umanista che poneva l’uomo al centro dell’universo e tra i referenti di Haring troviamo anche l’Uomo Vitruviano di Leonardo.
Un calco della colonna Traiana è messo a confronto con un lungo graffito su foglia di metallo del 1984. La simbologia e l’arte classica affascinano molto l’artista newyorkese: è impressionante la similitudine tra la Lupa Capitolina e la sua opera del 1982.




Lupacapitolina


L’immaginario fantastico di Haring trae ispirazione dal dio egizio Anubi per i suoi omini con la testa di cane, dalle chimere e dalle meduse del mondo classico, rivisita l’Albero della vita proposto anche da Klimt e presente in moltissime culture: Haring infatti pesca anche nella cultura primitiva in parte ispirato dalle avanguardie d’inizio secolo in parte per la sua curiosità insaziabile che lo porta a confrontarsi con culture diverse da quelle occidentali.
Altro modello fondamentale per l’artista è la pittura di Hieronymus Bosch, il pittore che ha saputo esprimere nella maniera più mirabolante l’immaginario fantastico medievale che affascina molto Haring che però non dimentica di guardare anche ai grandi dell’arte del XX secolo: Picasso è il modello con cui tutti coloro che sperimentano in arte devono confrontarsi e Haring lo fa da par suo.
Matisse non può non affascinare il writer per il suo uso del colore. Lo stile prima informale, trova le sue origini in Dubuffet e Léger, ma Keith Haring non dimentica la lezione della Pop Art anche perché l’amore per il fumetto nasce dalle prime esperienze infantili dato che il padre gli disegnava fumetti e trasmette la passione al figlio che manterrà sempre il tratto schematico e giocoso del cartoon, sia che riproduca un trittico trecentesco nel gesso, sia che trasformi in una performance i suoi disegni nella metropolitana di New York: Haring non snatura mai sé stesso nel confronto con qualsiasi stile o tipo di arte.




Untitled1985


La lettura critica della mostra è innovativa e molto ben articolata ma diventa secondaria rispetto l’energia e la potenza che emanano le opere in grado di parlare a ogni tipo di pubblico.
Bellissima e anche commovente l’opera scelta per la locandina della mostra: un fregio di gusto arabeggiante volutamente non finito che fa pensare alla morte prematura dell’artista avvenuta nel febbraio 1990 a causa dell’AIDS.

Dallas Buyers Club

DallasbuyersclubUSA 2013
con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner
regia di Jean-Marc Vallée

Dalla storia vera di Ron Woodroof, il racconto di come l’elettricista texano omofobo, interessato solo alle donne e ai rodei, si trasformi in un eroe della battaglia contro l’AIDS e del diritto dei malati di scegliere le cure che ritengono più adatte.

Ennesima dimostrazione che il cinema è la forma tipicamente americana dell’elaborazione storica e che questo genere di film drammatici in particolare, che ruotano attorno alla malattia sono congeniali agli americani che infatti riempiono di Oscar queste pellicole che rispecchiano il loro modo di essere.
Sappiamo esattamente cosa aspettarci da questo genere di film: trama drammatica con grandi attori che offrono grandi prove di trasformazione fisica (sia Mc Conaughey che Leto, premiati entrambi con l’Oscar, il Golden Globe e molti altri prestigiosi premi) eppure Dallas Buyers Club riesce ad affascinare lo spettatore innanzitutto evitando completamente il sentimentalismo e le scene strappalacrime, poi aggiornando lo stile che è scabro, molto lineare, senza pretese autoriali.
Il film riesce comunque ad essere toccante soprattutto per chi ha vissuto gli anni ’80 e la piaga dell’AIDS con il terrore del contagio e la perdita di almeno un conoscente sieropositivo.
Racconta poi un risvolto storico che forse qui in Europa è meno conosciuto: la battaglia per avere dei farmaci efficienti nella cura: il famigerato AZT era un medicinale per il cancro rivisto in funzione dell’AIDS che finiva per avere effetti controproducenti sull’organismo debilitato. Woodroof lo scopre recandosi in Messico per cercare una cura per la malattia che all’inizio aveva rifiutato poiché era ritenuta appannaggio solo dei gay. E con gli odiati gay Woodroof si trova a dover convivere nelle camere di ospedale, in particolare fa amicizia con Rayon transgender tossica e sieropositiva con cui forma la società Dallas Buyers Club: la necessità di trovare cure meno invasive spinge i malati ad unirsi in gruppi d’acquisto per procurarsi le medicine all’estero ma la FDA impone regole più restrittive per non far crollare il monopolio dell’AZT.
Una storia di crescita personale e di rivolta verso le lobby che si sposa bene con il sentimento sociale di questi anni.

Dietro i candelabri

Behind the Candelabra
USA 2013
con Michael Douglas, Matt Damon, Rob Lowe, Dan Aykroyd
regia di Steven Soderbergh



Behindthecandelabra


L’ultimo decennio di vita del celebre show man Liberace, dal 1977 quando, ultrasessantenne, conosce il giovanissimo Scott e vive la storia d’amore più importante della sua vita che finisce tristemente per vie legali dopo cinque anni, fino alla morte dell’artista vittima nel 1987 dell’AIDS.

Władziu Valentino Liberace era un pianista americano di origini italo polacche che ebbe un grandissimo successo tra gli anni ’50 e ’70, celebre per le sue mises stravaganti e costosissime, rifiutò sempre di ammettere la sua omosessualità e la morte per AIDS negli anni più virulenti della malattia ha fatto cadere l’oblio sul suo nome.
Steven Soderbergh riporta alla ribalta il suo personaggio con un film tratto dall’omonimo libro di Scott Thorson che racconta la sua storia d’amore con l’artista. Il film ha fatto molto discutere perché in America è stato giudicato “troppo gay” dalle case di produzione e non è stato distribuito in sala ma direttamente in televisione dalla HBO. In Europa il problema non si è posto e il film è stato anche in concorso al Festival di Cannes.
Il vero peccato della mancata distribuzione nelle sale americane è che questo era il classico film confezionato per gli Oscar dall’eclettico Soderbergh, non mancava nulla: la trasformazione mimetica degli attori, la malattia, la perfetta ricostruzione storica con costumi sfarzosi, ottime musiche, tutto riconosciuto dai diversi premi che il film ha vinto a partire dai Golden Globe.
Resta, in ogni caso una pellicola molto interessante che offre molti livelli di lettura dal biopic di ultimo tipo, quello che si concentra su un singolo periodo o un singolo episodio per spiegare la vita di un’artista come avviene anche in Hitchcok o Rush. Da questo punto di vista la pellicola ha il merito di aver rispolverato dall’oblio uno show man che per certi versi è stato un precursore, fosse solo per gli abiti folli indossati ben prima del glam rock, di Elton John o Lady Gaga. Come uomo ne esce la figura di una persona dall’ego ipertrofico, un vampiro psichico che prosciuga le energie di chi gli sta vicino per poi buttarlo quando non gli serve più.
Il film funziona anche sul piano sentimentale, narrando le varie fasi di una storia d’amore che vivono quasi tutte le coppie al di là delle inclinazioni sessuali.




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Sulla bravura del cast credo ci sia poco d’aggiungere: oltre ai due ottimi protagonisti a me è piaciuto molto Rob Lowe nei panni del tiratissimo chirurgo estetico spacciatore di anfetamine che portano alla dipendenza da droghe Scott.
Il tocco autoriale di Soderbergh si vede nel tentativo di smascherare i trucchi che stanno dietro al personaggio e anche allo show biz, tutto fatto con leggerezza ed ironia (la prima apparizione di Liberace senza capelli) e in fondo è divertente che questo perfetto meccanismo studiato a tavolino abbia perso l’occasione di partecipare agli Oscar per cui era costruito: una sorta di contrappasso con il mito che voleva smontare.

Addio a Liz Taylor

LizTaylor Era la diva dagli occhi viola, famosa, oltre che per i film, per i suoi otto matrimoni: del resto si vantava di non essere mai andata a letto con un uomo con cui non fosse sposata. Ironica civetteria di una donna che non si fece scrupoli a rubare il marito della sua migliore amica, Debbie Reynolds e l’oggetto del contendere era il cantante Eddie Fisher per la precisione quarto marito della Taylor.
Grandi amori e grandi amicizie per la divina Liz: resto’ sempre vicina al Montgomery Clift, anche quando il carattere dell’attore si fece ombroso dopo l’incidente d’auto che gli deturpo’ il volto. Stessa amicizia per Rock Hudson, prima vittima hollywoodiana dell’AIDS, malattia nella cui lotta Liz Taylor si distinse fin dal principio.
Altro amico del cuore della diva fu Michael Jackson che Liz Taylor difese strenuamente negli anni bui delle accuse di pedofilia.
Celeberrimo il suo amore con Richard Burton sposato due volte e accanto al quale dovrebbe essere sepolta aldila’ di ogni vincolo matrimoniale , come i due si erano promessi.

continua

Videocracy – Basta apparire

Videocracy

Il documentario di Erik Gandini, uscito in sordina con una distribuzione di sole 70 copie iniziali e che sta scalando i vertici delle classifiche d’incassi nonostante il trailer sia stato rifiutato da Mediaset e Rai mi ha lasciato molto perplessa.
Iniziamo dal mancato passaggio del trailer sulle reti nazionali e visibile sono in rete, vedendo con quanta facilita’ il regista riesce a riprendere i provini mediaset e ad intervistare il regista del Grande Fratello viene il sospetto che l’epurazione (che sicuramente ci sara’ stata) sia stata sfruttata come mossa pubblicitaria calcolata, anche perche’ a Blob sono passati spezzoni del film in diverse occasioni e ne ha parlato pure Marzullo al suo Cinematografo dedicato alla recente Mostra del Cinema di Venezia.
Sorvolando su questo primo dubbio, sinceramente non ho capito quale volesse essere la tesi del film, la pellicola non e’ andata oltre a un’illustrazione superficiale della situazione mediatica del Bel Paese con un presidente del Consiglio che essendo anche il maggior editore della nazione, la sta rimodellando culturalmente secondo i suoi sogni: belle donne prosperose scosciate, un sottobosco di bellocci, dimostrazione lampante dell’immagine di benessere e ottimismo di un paese dove basta apparire per vivere alla grande, insomma niente di nuovo sotto il sole, almeno per chi vive in Italia e a questo clima si e’ ormai tragicamente abituato come racconta Ascanio Celestini ne Il popolo e' un bambino.
Inoltre le cose hanno preso un’accelerazione tale che come ci si fa a stupire del diktat della chiusura anticipata del GF quando Berlusconi e’ ospite di Vespa, a meno da una settimana dello slittamento di Ballaro’ e Matrix per non intralciare la cerimonia di consegna delle casette di Onna? 
La figura luciferina di Corona, frutto di quel mondo contro cui si ribella, e’ ancora attuale in un momento in cui la vallettopoli materana e’ un pallido ricordo cancellato dallo scandalo delle escort pugliesi? 
L’invecchiamento precoce non e’ il solo problema di Videocracy, mi pare che il documentario si ponga sulla falsariga delle opere di Michael Moore senza averne la verve e l’ironia. Come si fa a prendere sul serio le gesta del wannabe Ricky quando lo vedi litigare con la mamma che lo segue quando va a cena con una ragazza? 
Parafrasando Moretti, Berlusconi ce lo meritiamo grazie a figuri cosi’ storditi e anche grazie a quella fetta della sinistra che si fa un vanto di non guardare la tv perche’ e’ meglio un libro (ma poi si imbesuisce davanti ai video scemi di youtube) e a coloro che alzano polveroni perche’ han fatto slittare Ballaro’ ma tacciono sul rifiuto da parte della Rai di dare la copertura legale a Report, mettendo molto piu’ subdolamente a rischio un programma di vera informazione ed approfondimento senza ricorrere ad editti bulgari. 
Berlusconi ce lo meritiamo perche’ la cattiva televisione e’ come l’aids, solo conoscendola puoi evitarne il contagio.

Rock Hudson

Rockhudson Oggi Rock Hudson compirebbe 80 anni, invece se ne ando’ il 2 ottobre 1985, prima illustre vittima dell’AIDS, la sua morte fece molto scalpore perche’ attiro’ definitivamente l’attenzione su una malattia ancora poco conosciuta che fino a quel momento si pensava fosse relegata ai bassifondi della droga e dell’omosessualità.
C’e’ un bel saggio online che analizza a fondo la figura di Rock Hudson, della maschia cultura americana anni ‘50 di cui fu simbolo, delle ambiguita’ celate in molti suoi film e delle conseguenze che suscito’ la sua malattia tenuta nascosta fino all’ultimo a cui vi rimando; a me interessa ricordare che nonostante l’attore, sia arrivato al cinema per via del suo fisico imponente e affascinante (leggenda vuole che il nome Rock derivi dalla Rocca di Gibilterra) abbia poi lasciato opere di ottimo livello nella storia del cinema a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, soprattutto in collaborazione con Douglas Sirk.
Segnalo anche a sua partecipazione ai primi due dei cinque western che Anthony Mann girò con James Stewart: Winchester 73 e Là dove scende il fiume.
Il primo incontro col regista avviene sul set de Il capitalista del 1952, collaboreranno ancora nel mediocre Il Figlio di Kociss prima di creare i capolavori del melo’ La Magnifica ossessione (1954) e Secondo Amore del 1955, in questi due film il bel Rock Hudson fa coppia con la “bruttina stagionata”, nonche’ prima moglie di Ronald Reagan, Jane Wyman.



Hudsonwyman



Per Sirk l’attore interpreta anche Come le foglie al vento nel 1956 e due anni dopo Il trapezio della vita.
Non va dimenticato che fu il protagonista de Il gigante (1956), noto per essere stato l’ultimo film di James Dean.



Lolloday

Il decennio successivo vede Rock Hudson specializzarsi nelle commedie romantiche, spesso accanto alla “vergine di ferro” Doris Day, da segnalare anche una leggerissima ma graziosa commedia del 1961, Torna a Settembre dove interpreta l’amante americano che non si vuole impegnare, della nostra Gina Lollobrigida.
Nel 1964 e’ protagonista dell’ultima commedia firmata da Howard Hawks, Lo sport preferito dell’uomo.

Tokyo godfathers

Tokyogodfathers

La notte di Natale tre barboni trovano una neonata tra i rifiuti, se ne
prendono cura e decidono di ritrovarne i genitori. Le peripezie che
attraverseranno metteranno a nudo le loro vere storie: Jin, ubriacone e
giocatore ha abbandonato la famiglia, Hana e’ un transessuale finito
sulla strada dopo la morte per AIDS del suo compagno e Miyuki e’ una
ragazzina fuggita di casa dopo aver ferito il padre in una
violentissima lite.

Un cartone giapponese diverso dai soliti che sbarcano in Occidente, anche nel tratto: piu’ realista e dai colori meno accesi.

Un’opera dai chiari risvolti cinefili: titolo e trama fanno immediatamente pensare a In nome di Dio di John Ford, del 1948, titolo originale 3 Godfathers,
dove tre banditi si prendono cura di un neonato a cui sono morti i
genitori, poi diverse battute richiamano grandi film del passato: la
proposta di chiamare la neonata John Doe o la cagnetta che si chiama
Dorothy.

La pellicola affronta temi toccanti con mano leggera e
affastellando situazioni sempre piu’ surreali: il capo yakuza trovato
sotto la macchina, il matrimonio di sua figlia con annessa sparatoria,
la famiglia sudamericana dell’assassino, la falsa madre incline al
suicidio..

I personaggi sono ben delineati nella loro psicologia, e fra tutti
spicca quello di Hana, forse perche’ il suo essere spudoratamente
checca esprime al meglio il miscuglio di melodramma e allegria che
caratterizza il film.

Tokyo sotto la neve, che i protagonisti attraversano in lungo e in
largo, e’ lo sfondo sfolgorante ed indifferente alle avventure di
questa umanita’ che si arrabatta e c’e’ un contrasto stridente tra i
cartelloni pubblicitari che propugnano simboli di felicita’ e ricchezza
e la vita di simpatici, folli poveracci, quasi di stampo zavattiniano.

Per la solita miopia degli esercenti, per i quali cartoon uguale
infanti, il film e’ nelle sale solamente al pomeriggio, almeno in
provincia, ma forse c’e’ da ringraziare per il solo fatto che abbia
trovato una distribuzione.