Grissom Gang (Niente orchidee per Miss Blandish)

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The Grissom Gang
USA 1971
con Scott Wilson, Kim Darby, Tony Musante, Robert Lansing, Irene Dailey, Connie Stevens, Wesley Addy
regia di Robert Aldrich

La banda di  Frankie Railey vuole  rubare la collana che una giovane ereditiera sfoggerà a un ballo ma la rapina finisce male: l’accompagnatore della ragazza viene ucciso e lei rapita. Il gangster Eddie Hagan incrocia per caso Railey e i suoi e sospetta qualcosa. Con il resto della banda Grissom scopre il loro nascondiglio e si porta via la ragazza. Slim Grissom si innamora a prima vista di Barbara Blendish e si oppone al fatto che la ragazza venga uccisa dopo aver ottenuto il riscatto. Barbara è disgustata dalle attenzioni di Slim ma quando scopre che è viva solo grazie a lui lo asseconda pur di riuscire a sopravvivere. L’investigatore Dave Fenner che aveva consegnato il riscatto è l’unico a credere che la ragazza non sia morta e riesce a scoprire che i Grissom ora gestiscono un night club rilevato con i soldi del riscatto. Durante l’assalto della polizia Slim e Barbara fuggono ma vengono raggiunti e Slim ucciso mentre Barbara  riceve il biasimo paterno per aver accettato il legame pur di salvarsi la vita.

A volte il destino è veramente beffardo: Grissom Gang ebbe scarso successo al botteghino e come conseguenza la chiusura degli studios rilevati dal regista nel 1968; eppure se il film fosse uscito due o tre anni dopo avrebbe avuto certamente sorte migliore visto che il film racconta della Sindrome di Stoccolma cioè quella reazione psicologica che porta una vittima a legarsi al proprio carceriere. Il nome deriva da un fatto accaduto nel 1973 a Stoccolma e il caso più celebre è quello di Patricia Hearst del 1974: il film di Aldrich è, per sua sfortuna, del ’71.


Si tratta di un crudo gangster movie, seconda trasposizione dell’omonimo romanzo di James Hadley Chase già portato sul grande schermo nel 1948 da una produzione inglese.


Un po’ sull’onda del successo di Gangster Story e de Il clan dei Barker (anche qui la banda è guidata con pugno di ferro da una donna, ma’ Grissom) la pellicola di Aldrich sposta il gangster movie dalla metropoli alla campagna: è dalle desolate zone rurali devastate dalla Grande Depressione che partono le gang più pericolose nate dal tragico incrocio di povertà ed ignoranza. Le tare genetiche le case decadenti anticipano sottilmente l’horror rurale: Non aprite quella porta è del ’74.

Ad Aldrich interessa raccontare l’avidità e il conformismo sociale: quasi tutti i dialoghi girano attorno al denaro. L’incomprensione di Mr. Blandish per le scelte della figlia è totale: l’avrebbe preferita morta e il suo rifiuto di farla salire nella sua auto equivale alla morte sociale della ragazza.
Seguendo il romanzo, Aldrich aveva girato anche la scena del suicidio di Barbara ma decide che è una scena superflua: è più sconcertante il completo rifiuto paterno.

I peccatori

Sinners
USA 2025, Warner Bros
con Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld, Miles Caton, Buddy Guy, Jack O’Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Omar Benson Miller, Delroy Lindo, Li Jun Li, Saul Williams, Yao, Lola Kirke
regia di Ryan Coogler

Mississippi 1932: i gemelli Moore tornano da Chicago con l’intenzione di aprire un juke joint nella cittadina dove sono nati. Li aiuta il cugino Sammie, virtuoso della chitarra e proprio il suo talento nel blues attira un trio di vampiri che ben presto vampirizzano quasi tutti i partecipanti all’evento; Sammie si salva e la mattina si reca in chiesa. Il reverendo che è suo padre gli chiede di abbandonare la musica ma il giovane rifiuta….

Ero già intrigata dal trailer prima di scoprire lo storico numero di nomination raccolte dal film per i prossimi Oscar perché pensavo che il film fosse ispirato alla storia di Robert Johnson, poi come tutti ho pensato che le nomination fossero più una risposta politica alla situazione attuale ma sono rimasta piacevolmente sorpresa: come avevo detto in Il Robot Selvaggio il woke è sopravvalutato, ancora una volta la rivoluzione la fa il cinema classico offrendo un buon prodotto d’intrattenimento, il genere amato dagli Oscar che ricordiamo, disdegna gli autori e non ha mai premiato un film di Hitchcock. La novità è un cast all black.

Il regista Ryan Coogler e il protagonista Michael B. Jordan sono diventati famosi con Creed ma sotto l’egida del vecchio Sly hanno imparato la lezione e i risultati si vedono.

Partiamo dai premi cosiddetti tecnici, in particolare la fotografia, non m’interessa quanta elaborazione digitale ci sia e se ci sia ma vedere dei bellissimi paesaggi luminosi senza la luce verdognola alla Netflix, come la definisco io, allarga il cuore.

Si tratta di un film in costume ma si prende delle libertà per ribadire l’assunto spiegato nel prologo: la musica come varco tra mondi differenti. La musica attira i vampiri ma la sequenza diciamo così onirica in cui il ballo diventa un viaggio nel tempo per arrivare all’hip hop, al rap con i mixer e i dischi che scratchano è un bellissimo tributo alla musica nera che ha conquistato (contagiato se vogliamo usare un termine più adatto a una storia di vampiri) il mondo.

Ho notato altre discrepanze nei costumi che mi spiego come una citazione cinefila. Parlo di Mary, la ragazza di colore che può passare per bianca, ex fidanzata di Stack, uno dei due gemelli. La si nota subito nella folla della stazione per il colore della pelle ma anche per il look molto diverso da quello degli anni ’30 soprattutto la pettinatura tipica dei tardi anni ’40 primi ’50 esattamente il periodo in cui il personaggio della nera bianca entra al cinema con Pinky e la figlia della cameriera de Lo specchio della vita di Douglas Sirk, il re del melodramma amoroso e la storia d’amore tra Stack e Mary diventa un amour fou che sfida gli eoni del tempo, per dirla alla Dracula di Bram Stoker.

Completamente diversa l’evoluzione dell’amore dell’altro gemello, Smoke, con Annie. I due hanno avuto in precedenza una figlia la cui morte prematura ha portato al distacco della coppia. Annie è addentro alle cose di magia, la prima ad accorgersi della natura sovrannaturale degli ospiti indesiderati e a definire i vampiri i più pericolosi tra gli spiriti.

Qui la cosa si fa interessante: §spoiler§ Annie rifiuta totalmente l’idea di diventare una vampira e Smoke dopo aver combattuto fino all’ultimo nella parte action del film muore con la visione di Annie e del loro figlio che lo stanno aspettando.

Ecco una bella differenza tra bianchi e gli altri popoli (il vampiro entra in scena inseguito dagli indiani) il mito del vampiro è tipicamente occidentale: le altre culture accettano tutte la morte come una parte del ciclo della vita mentre noi abbiamo alimentato l’idea di vivere in eterno elaborando il mito di un principe valacco che combatteva gli invasori turchi. I vampiri cercano di convincere i pochi reticenti parlando di un mondo in cui si è tutti uguali: morti e costretti a vivere solo di notte ma liberi dal finto buonismo del mondo svelando anche i piani del Ku Klux Klan in teoria scomparso ma che sta organizzando un attacco al locale che ci sarà con citazione alla Apocalisse now variando “amo il profumo del napalm al mattino”

Il film mi è piaciuto molto perché ha sottolineato l’orgoglio black giocando con classe con gli stilemi del cinema classico americano: il 1932 è un anno centrale nel lustro scarso del pre-code dove il gangster movie la fa da padrone e qui abbiamo due ex gangster che hanno lavorato al servizio di Al Capone, poi i protagonisti sono due gemelli come in uno dei capolavori del noir anni ’40 Lo specchio scuro.

Se avessi un milione

If I Had a Million
USA 1932, Paramount
con Charles Laughton, Gary Cooper, George Raft, Jack Oakie, Richard Bennett, Charles Ruggles, Alison Skipworth, W.C. Fields, Mary Boland, Roscoe Karns, May Robson, regia di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman Z. McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone

Il tycoon John Glidden, sarebbe in punto di morte ma a tenerlo in vita è il pensiero della sua eredità: nessuno sembra in grado di gestire le sue imprese, tanto meno gli inetti parenti già radunati alle porte della sua stanza decide così di lasciare un milione di dollari a otto sconosciuti scelti dal caso…

Film ad episodi della Paramount, Se avessi un milione, è una parabola agrodolce (sono gli anni della Grande Depressione) sul ruolo del denaro che non sempre ha la capacità di migliorare la vita di chi lo riceve. Mostra anche la valenza personale che la pecunia ha nella vita di ognuno e degli usi più disparati che la gente ne fa per risarcire le proprie frustrazioni.
Il prologo e l’epilogo sono diretti da Norman Taurog.

Il primo episodio diretto da Norman Z. McLeod, riguarda un mite commesso che dal reparto libreria è stato trasferito a quello delle porcellane: il magro aumento sparisce nei rimborsi per la merce rotta provocando i continui rimproveri della moglie. Quando riceve il denaro la prima cosa che fa è devastare tutte le porcellane del negozio.

Il secondo episodio ha per protagonista una prostituita che appena ricevuto il denaro si prende la camera più lussuosa della città per dormire finalmente sola; la regia è di
Stephen Roberts.

Bruce Humberstone dirige George Raft, uno dei re dei gangster movie nel segmento più beffardo: l’attore è un falsario che finisce per non poter incassare l’assegno milionario perché ricercato dalla polizia e non può nemmeno svenderlo ai ricettatori per la sua fama, finirà comunque in prigione e il suo assegno verrà usato per accendere un sigaro.

Il quarto episodio è nuovamente diretto da Norman Z. McLeod che ripresenta il tema della vendetta declinata come una comica girata tutta in esterni: due anziane stelle del vaudeville che hanno coronato il sogno di avere una macchina nuova immediatamente distrutta da un pirata della strada, usano il milione per comprare 10 macchine usate e rendere pan per focaccia a tutti i pirati della strada che incontrano in quella giornata.

Il quinto episodio per la regia di James Cruze è il più controverso e drammatico: un condannato a morte riceve l’assegno il giorno dell’esecuzione e si illude che il denaro potrà salvarlo ma la condanna è ormai irrevocabile.

Il sesto episodio è diretto da Ernst Lubitsch e riprende un po’ il tema del primo episodio, un impiegato che per prima cosa si prende una rivincita sul datore di lavoro. Sebbene McLeod sia un regista di gran valore, il taglio di Lubitsch è totalmente diverso da quello del collega: praticamente privo di dialoghi e concepito come una serie di piani sequenza, ci mostra l’impiegato Phineas V. Lambert, ovvero Charles Laughton, ricevere l’assegno e senza scomporsi salire dal mega direttore per fargli una pernacchia.

William A. Seiter dirige Gary Cooper e Jackie Oakie più Roscoe Karns nel ruolo di tre inseparabili marines che, ricevuto l’assegno il 1 aprile, credono si tratti di uno scherzo e lo rifilano per 10 dollari al padre della ragazza che tutt’e tre corteggiano, finiscono per l’ennesima volta in prigione per rissa e vedendo Maria e il padre tutti agghindati sono colti da un leggerissimo sospetto…

L’ultimo episodio, forse il più toccante, ha la regia di Stephen Roberts e racconta di un’anziana donna ricoverata in un ospizio che usa i soldi per trasformare il ricovero per donne sole pieno di regole umilianti in un club esclusivo per gattare dove far ricevimenti a cui viene invitato anche il magnate Glidden sempre più lontano dall’idea della morte.

Credo giri ancora una vecchia copia doppiata in Italiano da cui sono esclusi due episodi, quelli di Lubitsch (!) e quello del condannato a morte.

Proibito

Forbidden
USA 1932, Columbia Pictures
con Barbara Stanwyck, Adolphe Menjou, Ralph Bellamy, Dorothy Peterson, Thomas Jefferson, Myrna Fresholt, Charlotte Henry
regia di Frank Capra

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Lulu è un’anonima bibliotecaria di provincia avviata allo zitellaggio quando decide di ritirare tutti i propri risparmi e regalarsi una crociera da sogno all’Havana. Una sera trova in cabina il suo dirimpettaio, un avvocato ubriaco che ha sbagliato stanza, nasce così un grande amore. Lulu si trasferisce in città e lavora in un giornale, Robert continua la sua vita da avvocato fino a quando le confessa di essere sposato e di non poter divorziare perché la moglie è rimasta zoppa per colpa sua in un incidente d’auto e lascia Lulu perché lei si possa rifare una vita. Dopo averlo supplicato, la donna lo caccia malamente, partorisce una bambina che chiama Roberta e continua la sua vita dopo aver lasciato il giornale. Dopo due anni Robert si ripresenta e, scoperta l’esistenza della figlia, la relazione riprende. Il giornalista Al Holland che lavorava con Lulu e la corteggia da sempre ed è anche nemico giurato di Grover che ha intrapreso la carriera politica, incontra casualmente la famigliola: per giustificarsi Lulu si qualifica come la governante della bimba adottata da Grover mentre la moglie è in Europa per l’ennesimo intervento. Per non rovinare la carriera dell’uomo che ama Lulu gli affida la figlia e torna al giornale dove si occupa della rivista per cuori solitari. Gli anni passano ma Holland continua ad indagare sulla strana adozione del governatore. Nella speranza di distrarlo, Lulu accetta di sposarlo ma quando Holland scopre che è lei la madre naturale di Roberta non accetta di rinunciare allo scoop per amor suo e nella lite Lulu lo uccide. Grover, diventato governatore la grazia dopo un anno di carcere e la vuole incontrare in punto di morte, pur di non rovinare il futuro alla figlia, Lulu straccia il testamento di Robert che rivelava il loro rapporto. 

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Un Capra minore che firma un melodramma sentimentale su temi non nuovi per l’epoca. Con la sua maestria il regista riesce a non scadere in toni melensi grazie alla bravura degli interpreti, su tutti Barbara Stanwyck che qualche anno dopo sarà ancora più grandiosa in Amore sublime, una storia che ha delle similitudini con Proibito nell’ambito del sacrificio materno.

Anche Adolphe Menjou veste un ruolo meno cinico del solito seduttore: è un uomo sposato che intraprende una relazione extraconiugale senza avvisare l’amante della sua reale situazione ma la lascia quando capisce che per stare con lui Lulu sta rinunciando alla possibilità di farsi una vita. Non è un personaggio positivo, schiacciato dalle ambizioni politiche ma i suoi ripensamenti e ritorni da Lulu danno profondità al personaggio facendolo uscire dallo stereotipo.

Ralph Bellamy interpreta con molta energia il giornalista Al Holland, gli occhi cerchiati di nero ben sottolineano le sue ossessioni per Lulu e per smascherare Grover anche se non è ben chiaro il motivo dell’odio, sembra più uno scontro esasperato tra politica e giornalismo libero.

Il film ha la pretesa di raccontare una storia che si sviluppa in circa vent’anni in meno di 90 minuti e quel che è strano lo fa senza soluzione di continuità, senza una didascalia che avvisi del salto temporale vediamo solo imbiancare le chiome dei protagonisti e crescere Roberta senza che neppure i costumi cambino, la cristallizzazione in un eterno presente rende paradigmatica la storia di dedizione assoluta di Lulu che sacrifica tutto a Robert, anche la figlia.


Se manca la scansione temporale il film evolve attraverso i mutamenti di genere: la partenza (la parte migliore) ha il tono di una commedia brillante con i camerieri della nave preoccupati per la fama della loro “loveboat” perché al secondo giorno di navigazione Lulu, ora elegante signora, cena ancora da sola e non ha trovato un’accompagnatore. L’incontro con l’intruso ubriaco segue ancora gli stilemi romantici ma una volta tornati dalla vacanza il film passa a toni drammatici segnato dal bizzarro incontro tra i due amanti che giocano con maschere di cartapesta facendo coincidere il disvelamento della situazione coniugale di Robert letteralmente con la caduta delle maschere.

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C’è ancora un ultimo cambio di registro, la resa dei conti tra Lulu e Al quando il marito a cena le anticipa che ha scoperto il segreto della nascita di Roberta e non esiterà a pubblicarlo anche se riguarda la moglie, segue una rissa e Lulu ricompare con il labbro insanguinato e una pistola in pugno, perfetta epitome del genere pre-code mentre l’energia grezza ma fino ad allora simpatica di Holland sconfina improvvisamente nella figura negativa senza scrupoli degna di un gangster movie.

Finale strappalacrime con Lulu che si perde nella folla, in fondo finale circolare: abbiamo visto apparire Lulu scialba a inizio film e tale la vediamo scomparire.
Un destino predestinato di solitudine a cui non è valso ribellarsi o un sacrificio d’amore per cui è valsa la pena perdere tutto?

I ruggenti anni Venti

The Roaring Twenties
USA 1939 Warner Bros
con James Cagney, Priscilla Lane, Humphrey Bogart, Gladys George, Jeffrey Lynn, Frank McHugh, Abner Biberman, Paul Kelly, Elisabeth Risdon
regia di Raoul Walsh



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Eddie Bartlett, George Hally e Lloyd Hart si conoscono in Francia durante la Prima Guerra Mondiale. Il ritorno alla vita normale non è facile: Eddie fa il tassista e finisce senza saperlo a fare una consegna di alcolici illegali, venendo arrestato e finisce in galera nonostante Lloyd, ora avvocato, patrocini la sua causa. A tirarlo fuori di galera ci pensa Panama Smith, la cantante a cui doveva fare la consegna. Eddie non ci mette molto a capire come funziona il racket degli alcolici e in breve diventa un boss. Intanto ritrova Jean Sherman, una ragazzina che gli scriveva quando era in guerra ora è una bella ragazza che vuole fare la cantante e il gangster le spiana la strada. Eddie ritrova George quando decide di scalzare un boss che gestisce la compravendita di liquori pregiati, insieme i due dominano la città ma George è troppo violento e uccide una guardia che era un loro superiore durante la guerra. E’anche il primo ad informare Eddie che Jean in realtà è innamorata di Lloyd. La delusione amorosa porta Eddie all’alcolismo nel frattempo arriva il crollo di Wall Street e George rileva la compagnia di taxi di Eddie per una somma di denaro ridicola lasciandogli un unico taxi con cui Eddie cerca di sopravvivere dopo aver perso tutto. Dopo qualche anno il tassista carica Jean che lo riconosce e lo invita a casa: Lloyd ha fatto carriera e hanno un bimbo. L’incontro sprofonda nuovamente Eddie nell’alcol ma quando Jean viene a chiedergli aiuto perché George minaccia il marito, Eddie non si tira indietro…



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L’ultimo gangster movie con l’ambizione di raccontare il decennio più folle della storia americana: il proibizionismo, la malavita organizzata, il crollo del ’29 e di come tutto sia legato, a partire dalla disoccupazione che colpisce i reduci della Grande Guerra.
Il film è ispirato a un racconto di  Mark Hellinger The World Moves On è introdotto da una didascalia e i salti temporali sono raccontati da una voce off sulle belle dissolvenze simboliche di Walsh: i grattacieli che si squagliano come neve al sole per raccontare il crollo della Borsa sono indimenticabili.



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I tre protagonisti sono emblematici: Eddie, gangster dal cuore d’oro costretto a darsi alla malavita perché non trova altro lavoro e che investe tutti i suoi risparmi in una compagnia di taxi spazzata via dalla crisi e dal cinismo di George, il vero cattivo della storia -Humprey Bogart all’ultimo ruolo da comprimario- la cui natura crudele viene mostrata nella trincea francese: Lloyd rifiuta di sparare a un tedesco perché poco più che adolescente, George lo uccide commentando che non arriverà a diciassette anni. Subito dopo viene proclamato l’armistizio, quindi su George da subito pesa una morte inutile.



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Lloyd fa da prestanome a Eddie negli anni d’oro del racket ma poi diventa assistente del procuratore generale pronto a testimoniare contro George che ha continuato a prosperare con altri intrighi. Rappresenta il nuovo corso impresso da Roosevelt, l’impegno e la conciliazione necessari per uscire dalla Grande Depressione.
Walsh rispetta gli stilemi principali dei gangster movie anni ’30, ad esempio la paura del gangster quando si trova di fronte alla morte e anche il duro Bogart supplica Eddie quando questi tira fuori la pistola.



I ruggenti anni venti


Anche per il tassista c’è la morte ma anche la redenzione: si trascinerà ferito sui gradini di una chiesa, bianchi di neve, al suo fianco sempre Panama Smith la donna che lo ha sempre amato in silenzio e non lo ha mai abbandonato.

5 è il numero perfetto

5èilnumeroperfetto

Italia 2019
con Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Giovanni Ludeno, Vincenzo Nemolato, Lorenzo Lancellotti, Angelo Curti, Mimmo Borrelli, Nello Mascia, Rocco Giordano, Emanuele Valenti
regia di Igort

Napoli 1978 Peppino Lo Cicero vecchio scagnozzo della mala, vive solo per il figlio anche lui arruolato dalla malavita. Nino viene ucciso al suo primo incarico e Peppino scatena una guerra uccidendo sia il suo boss che quello della banda rivale, non si rende conto però che la sua vendetta è stata manipolata…

Il fumettista Igort porta sul grande schermo la sua omonima graphic novel del 2002.
Una storia di guapperia ben lontana dai gangster movie cinematografici e televisivi che oggi vanno per la maggiore.
Il suo è un mondo dilatato, notturno, nostalgico e doloroso come può esserlo un padre a cui hanno ucciso un figlio ventenne, anche l’annoiata precisione delle posizioni da sparatoria, i due amici di spalle le braccia allargate per tenere a bada chi arriva a destra e a sinistra, trasuda la stanchezza di una vita sbagliata e una latente ironia verso il filone action movie.
Peppino può contare sull’amico di sempre, Totò o’ Macellaro e ritrova una vecchia fiamma, Rita che lo aveva lasciato perché odiava la violenza della vita che Peppino si era scelto, anche qualche altro cane sciolto si schiererà con questo manipolo che sulla carta non ha nessuna probabilità di portare a termine una vendetta sacrosanta.
Dalla Napoli buia e piovosa l’azione termina nel sole di una sperduta località caraibica dove Peppino si ritira dopo la vendetta, anche per raccontare in prima persona al fratello del dottore come questi aveva sacrificato la vita per aiutarlo e sarà da un giornale italiano ormai datato che Peppino scopre chi aveva manipolato la sua rabbia, un bel colpo di scena, amaro, perfetto per le atmosfere noir della pellicola.

The Irishman

Theirishman

 Frank Sheeran dalla sua camera nella casa di riposo rievoca la sua storia nel mondo della mafia, da semplice camionista che rivende parte della merce si guadagna la fiducia del boss Russell Bufalino che lo presenta a Jimmy Hoffa, il più potente capo sindacato, nemico giurato dei Kennedy. Anche Hoffa prende a ben volere Sheeran, che diventa la sua guardia del corpo ma quando l’istrionico sindacalista diventa un ingombro pe la mafia sarò proprio Sheeran a doversi liberare dello scomodo amico…

Pur non essendo un capolavoro, The irishman è un film molto bello, affabulatorio: nonostante il ritmo lento ti lasci coinvolgere da tutte le storie di gangster e regolamenti di conti che circondano la trama principale.
Un grande affresco malinconico di un mondo che fu, non la mafia che fu attenzione, Scorsese usa il genere che più gli è congeniale, il gangster movie, per far rivivere l’America dagli anni ’50 agli anni ’70 che è poi quella della sua giovinezza. Lo fa con gli attori amici di sempre, facendosi carico di un viaggio collettivo nel tempo.



The irishman


In quest’ottica è giustificabile l’uso della computer grafica per ringiovanire i personaggi, ma se la tecnologia può ringiovanire un volto non riesce (ancora) a restituire il vigore di un corpo. Nella conversazione tra regista e attori principali, che segue la proiezione, Scorsese si dice soddisfatto dell’impegno con cui gli attori si sono sforzati nel muoversi con agilità, a mio parere la cosa non ha funzionato per nulla: nella scena in cui Sheeran va a pestare il negoziante che ha maltrattato Peggy, scena fondamentale perché la sensibile ragazzina inizia a capire la natura del lavoro del padre, nel pestaggio dicevo, per quanto ripreso da lontano, si vede che è un uomo anziano che scalcia un omone buttato per terra, come diverse volte si notano le spalline sotto le camice chiare che dovrebbero ridare imponenza al fisico un po’ incurvato di De Niro. Per gran parte della visione ho cercato di trovare una motivazione a queste scelte perché faccio fatica a credere che Scorsese, in un film così costoso, cada su dettagli così evidenti ma se lui stesso si dice soddisfatto prendo atto e mi tengo i miei dubbi.



Theirishman


Ad impressionarmi in positivo non è stato il primo piano sequenza che ricorda Quei bravi ragazzi, ma quello nella galleria dove si trova il negozio da barbiere della sparatoria: la macchina da presa segue delle persone di spalle, poi improvvisamente torna indietro per seguire i veri killer che arrivano lateralmente li segue fin sulla porta poi si sentono solo gli spari mentre la macchina da presa indugia su un cuscino di rose rosse in una vetrina vicina: stupefacente.

Bionda Fragola

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USA 1941 Warner Bros
con James Cagney, Olivia De Havilland, Rita Hayworth, Jack Carson
regia di Raoul Walsh

Il dentista Biff Grimes rievoca la sua giovinezza quando dieci anni prima s’era innamorato della bella Virginia, una ragazza dai capelli biondo fragola che però gli ha preferito l’amico Hugo Barnstead, la cui ricchezza è accumulata anche con l’imbroglio e infatti a causa sua Biff finisce in galera. La fortuna di Biff però è aver sposato Amy, ragazza meno appariscente ma molto più affidabile di Virginia.

Raoul Walsh è un regista attivo fin dai tempi del muto che ha dato il meglio di sé nei film d’azione, gangster movie e noir ma che ha comunque spaziato in ogni genere cinematografico e Bionda Fragola è il suo film sentimentale, una commedia che invece di giocare con la malinconia d’antan dell’inizio del XX secolo, punta più sulla verve dei protagonisti: James Cagney ci mette come sempre tutta la sua grinta disegnando un uomo che non si lascia piegare dalla vita (basta pensare alla scazzottata finale con i vicini di casa, ragazzi del college). Olivia De Havilland è come sempre all’altezza del ruolo ed è notevole la scena in cui Amy si presenta nel parco dove Biff sta aspettando Virginia che intanto si è promessa a Hugo, salvando il ragazzo dagli sberleffi degli amici.
La bionda fragola del titolo è Rita Hayworth scelta per il ruolo solo in favore della sua taglia uguale a quella di Ann Sheridan che aveva abbandonato il ruolo dopo che i costumi erano già stati realizzati. Per la prima volta l’attrice viene presentata come una rossa, colore di capelli che contraddistinguerà gli anni del grande successo iniziato proprio con i tre film girati nel 1941, è anche una delle pochissime volte in cui canta con la sua voce originale, poi verrà sempre doppiata anche nei grandi successi come Gilda.



Biondafragola


La realizzazione del film fu piuttosto contrastata comunque la pellicola si rivelò un grande successo al botteghino a differenza della prima versione del 1933, One Sunday Afternoon, con Gary Cooper che fu l’unico film in perdita del grande divo.

William A.Wellman

Williamwellman

William Augustus Wellman nasce il 29 febbraio 1896 a  Brookline nel Massachusetts da una famiglia che discende dai Padri Fondatori e da un firmatario della Dichiarazione d’Indipendanza ma il giovane Bill è uno scavezzacollo che finisce per essere espluso da scuola e fare diversi mestieri per mantenersi.
Douglas Fairbanks lo nota durante uno spettacolo teatrale e gli suggerisce di fare l’attore ma il giovane Wellman preferisce andare volontario nella Prima Guerra Mondiale per poter coronare il proprio sogno: diventare aviatore. Si distingue per il suo coraggio in battaglia e riceve la Croce di Guerra ma viene abbattuto dalla contraerea tedesca ed è costretto a tornare in patria per diventare addestratore di volo in California dove incontra nuovamente Fairbanks e si lascia convincere a recitare.
Debutta in The Knickerbocker Buckaroo del 1919 ma quello dell’attore è un mestiere che Wellman ben presto inizia ad odiare mentre è sempre più attrato dalla macchina da presa. Già nel 1920 debutta come regista non accreditato per la Fox in The Twins of Suffering Creek.
Il debutto accreditato dietro la cinepresa è del 1923 in ben due film che gira nello stesso giorno: The Man Who Won e Second Hand Love: la rapidità nelle riprese resterà una caratteristica peculiare della sua carriera.
Wellmanwingsbison-ashx Nel 1927 gira Ali (Wings) la storia di due aviatori rivali in amore che diventano amici al fronte. L’opera è muta e sonorizzata in un secondo tempo, nel 1929.
Ali è stato il primo film a vincere, insieme ad Aurora di F.W.Murnau, la prima edizione degli Oscar del 1929 come miglior produzione categoria che poi si sarebbe trasformata in quella del miglior film.
E’ stato anche il primo film a mostrare il bacio (fraterno!) tra due uomini e ad introdurre la nudità: si vede la visita medica di un arrualamento e fa capolino il seno nudo della protagonista Clara Bow, sex symbol dell’epoca.
Il primato più importante di Ali è però quello di aver inventato un nuovo genere quello dei film di guerra con battaglie aeree, cui appartiene il film di Howard Hughes, Gli angeli dell’inferno, di cui ci ha raccontato Martin Scorsese in The Aviator.
Scorsese è un grande ammiratore di Wellman, regista che viene considerato solo un abile artigiano, e sostiene che il suo primo gangster movie Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno trova anche ispirazione nel celeberrimo lavoro di Wellman del 1931, Nemico Pubblico, film di cui restano ancora oggi memorabili alcune scene, come quella di James Cagney che spreme mezzo pompelmo sulla faccia della fidanzata.

Nemicopubblico

Molto attivo per tutti gli anni ’30, Wellman spazia nei diversi generi: dall’avventura de Il richiamo della foresta (1935) con Clark Gable, ispirato molto liberamente al romanzo di Jack London, alla commedia sofisticata (e cinica) Nulla sul serio del 1937 in cui un reporter (Fredric March) segue il caso di una ragazza (Carole Lombard) che sta per morire per avvelenamento da radio ma la ragazza sta benissimo e finge la malattia solo per godersi New York spesata dal giornale.
Sempre del 1937 è il film che valse a Wellman l’unico Oscar per la miglior sceneggiatura originale di E’ nata una stella (ispirata al film di Cukor del 1932, A che prezzo Hollywood?). La pellicola vanta due remake, quella di George Cukor del 1954 con Judy Garland e quella del 1976 con Barbra Streisand diretta da Frank Pierson.

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Se il film sulla legione straniera Beau Geste del 1939 con Gary Cooper, che aveva avuto un piccolo ruolo anche in Ali, è ancora noto, quasi misconosciuta è diventata la pellicola del 1942 interpretata da Ginger Roger Adolphe Menjou e George Montgomery, Condannatemi se vi riesce!, commedia satirica sullo showbiz, adattamento di una commedia alla base anche del musical Chicago. Secondo imdb era tra i film preferiti di Kubrick.
Il capolavoro di Wellman arriva nel 1943, con Alba fatale, un western realistico contro il linciaggio che secondo wikipedia è tra i favoriti di Clint Eastwood (vedi un po’ ‘sti artigiani del cinema..).
Seguono una serie di film di guerra tra cui spiccano I forzati della gloria del 1945, Bastogne (1949), Prigionieri del cielo del 1954 che gli vale una nomination per la miglior regia, alternati a western come Cielo Giallo con Gregory Peck del 1948 e il particolarissimo Donne verso l’ignoto che racconta di una carovana di donne che da Chicago vanno a raggiungere i pionieri nel West per sposarsi con loro. Un film epico girato tutti in esterni che racconta la conquista del West attraverso la figura femminile, coraggiosa e indomita tanto quanto gli uomini che l’ha preceduta.

Wellmanwestern

Wellman si ritira dalle scene del 1958 con un ultimo film di battaglie aeree della Prima Guerra Mondiale, La squadriglia Lafayette.
Si spenge il 9 dicembre 1975.

Accadde una notte

Accaddeunanotte It happened one night
USA 1934 Columbia
con Clark Gable, Claudette Colbert, Walter Connolly, Roscoe Karns
regia di Frank Capra

Dopo un litigio con il padre che non approva il suo fidanzamento con un aviatore arrampicatore sociale, la ricca e viziata Ellie Andrews decide di attraversare gli States in pullman per raggiungere a New York l’uomo dei suoi sogni e sposarlo. All’inizio del viaggio la ragazza incontra Pietro Warne, giornalista appena licenziato che decide di aiutarla se potrà pubblicare la sua storia: ovviamente tra le mille traversie del viaggio nascerà l’amore tra Pietro ed Ellie, sentimento che dovrà superare alcuni malintesi prima di trionfare.

Accadde una notte è un caposaldo della commedia brillante americana, che fece incetta di Oscar: si contano ancora sulle dita i film che sono stati premiati come miglior film, regia, sceneggiatura e per i migliori protagonisti, sia maschile che femminile. Pur non sopportandosi sul set Clark Gable e Claudette Colbert ebbero la carriera spianata (e l’unico Oscar) grazie a quest’opera il cui successo, per altro, fu totalmente inatteso.
Oltre che una divertente commedia sulla guerra dei sessi, la pellicola è anche un road movie e uno spaccato della Grande Depressione, descritta con l’occhio benevolo che caratterizza l’opera di Frank Capra anche se non manca il dramma della madre che sviene per la fame perché ha usato tutti i soldi per il viaggio e per sfamare il figlioletto.
Per quando Ellie si dimostri furba nello sviare i detective sulle sue tracce mandando una vecchietta a fare il biglietto al posto suo, l’ereditiera che sperimenta per la prima volta la libertà totale dopo una vita sempre supervisionata da tate e istruttrici, cade ben presto vittima di un mondo rude dove la sopravvivenza è una lotta: già alla prima fermata d’autobus si fa rubare la valigia e solo l’intervento di Pietro potrà aiutarla nel suo viaggio.
Ithappenedonenight Anche la caratterizzazione di Pietro è molto complessa: perde il lavoro perché ubriaco e inaffidabile ma si rivela molto pragmatico nella gestione della vita pratica di cui Ellie è completamente ignara: la gestione dei soldi, del cibo (la dieta a base di carote), del viaggio. Apparentemente cinico si rivela un cuore d’oro ed estremamente cavalleresco verso la donna che ha deciso di aiutare (le mura di Gerico) il suo difetto maggiore è quello di credersi saputo in tutto tanto da aver intenzione di scrivere manuali su diversi argomenti, compreso l’autostop di cui conosce diverse tecniche che però nulla possono davanti al metodo di Ellie: attirare l’attenzione degli automobilisti mostrando le gambe. La gag dell’autostop è ancora oggi famosissima. Se la Colbert mostra le gambe, Gable diventa un sex symbol levandosi la camicia e restando a torso nudo.
Quando scoppia l’amore tra Ellie e Pietro sorge un ostacolo: il denaro; allora il giovane si reca in tutta fretta a New York per farsi anticipare mille dollari dal suo editore in cambio dello scoop del suo amore con l’ereditiera, senza moralismi Capra anticipa una moda così in voga nei nostri giorni: mettere in mostra il proprio privato nei reality per guadagnare soldi.
Purtroppo Ellie viene scacciata dal motel durante l’assenza di Pietro e delusa dal suo comportamento mette fine alla sua fuga telefonando al padre. Convinta che Pietro l’abbia usata solo per avere la cospicua ricompensa promessa dal genitore, la ragazza torna tra le braccia del fidanzato rassegnata a una vita senza amore ma l’intervento paterno, perché nei film di Capra anche i banchieri hanno un cuore, chiarirà l’equivoco e finalmente dopo l’annullamento concesso a suon di denari dallo sposo abbandonato sull’altare, una trombetta di plastica farà cadere le mura di Gerico, cioè la coperta che ha sempre castamente separato la camera condivisa dai due viaggiatori.
Il doppiaggio italiano d’epoca porta un riconoscibilissimo Gino Cervi a doppiare Gable (cosa che mi procura una punta di fastidio) mentre Paolo Stoppa doppia Oscar Shapeley, l’individuo che prima importuna Ellie e poi viene messo in fuga da Pietro con una parodia dei gangster movie allora celeberrimi, quando Shapeley gli proprone di dividere la ricompensa.
Trovo molto divertente che sia stato italianizzato il nome del protagonista maschile mentre la ragazza continui a chiamarsi Ellie o Ellen come nell’originale.