L’ultima preda del vampiro

Italia 1960
con Walter Brandi, Lyla Rocco, Alfredo Rizzo, Maria Giovannini, Tilde Damiani, Erika Di Centa, Corinne Fontaine, Antonio Nicos, Leonardo Botta, Marisa Quattrini
regia di Piero Regnoli



L'ultimapreda del vampiro


In una notte da tregenda una compagnia di varietà, cinque ballerine, il capocomico e il pianista autista, chiedono ospitalità in un vetusto castello, il conte Gabor Kerassy vorrebbe negargliela ma cambia idea quando vede Vera, una ballerina che fin dall’ingresso nel maniero si era mossa come se conoscesse gli ambienti. Gabor invita gli ospiti a non uscire di notte dalle loro stanze ma le ragazze non seguono in consiglio e la mattina dopo una di loro viene trovata morta, pare per la caduta accidentale da una finestra. Il maltempo costringe gli artisti a prolungare la sosta al castello dove viene seppellita Katia. Vera intanto scopre di essere estremamente somigliante a un antenata del conte, Margherita ed è la prima d accorgersi che la tomba della collega è stata profanata, scopre anche il misterioso studio di Gabor che sta cercando una cura per eliminare l’antenato vampiro ma per salvare Vera sarà costretto ad ucciderlo ponendo fine alla maledizione che grava su Kerassy



L'ultimapreda delvampiro


Gotico di serie B (ma anche Z) che pare avere il merito di essere il primo a introdurre uno stilema horror diventato un classico: quello del gruppo di viaggiatori bloccati in un luogo sinistro.
Per il resto la fama della pellicola si deve al fatto che venne acquistata dal produttore di origine inglese Richard Gordon ed ebbe una distribuzione americana con titolo di The Playgirls and the Vampire.
La storia è piuttosto bislacca trascurando alcuni passaggi interessanti: essendo stata morsa dal vampiro Vera avrebbe potuto far rivivere la maledizione creduta sconfitta, sarebbe stato un bel colpo di scena finale invece la ragazza parte sulla sgangherata corriera assieme al resto della compagnia annullando anche lato romantico della vicenda: lei e Gabor si promettono di ritrovarsi quando lui sarà riuscito a vendere il castello.
Castello per altro poco orrorifico: gli interni sono molto contemporanei, niente ragnatele e ammennicoli vari solo una cripta dai sacelli palesemente di cartapesta. Anche il conte Gabor e l’antenato vampiro sono gli epigoni più tristi di una categoria nota per l’eleganza e la sensualità e a smorzare molto il fascino del povero Walter Brandi è proprio l’abbigliamento, un completo impiegatizio, nero per il vecchio vampiro, un principe di Galles per Gabor.



Theplaygirlsandthevampire


La scena più surreale resta la prova coreografica nel salone nobiliare con improvviso spogliarello di una delle ballerine, ma la componente sexy pesa molto di più di quella horror: la Katia vampira gira nuda, anche se rigorosamente coperta da un gioco di ombre che pure lascia intravedere il seno in due occasioni, per il resto grande sfoggio di baby doll e camicie da notte trasparenti e molta insistenza su piedi e gambe fin dalla scena d’apertura, un feticismo che farebbe felice Quentin Tarantino.

A Classic Horror Story

Italia 2021, Netflix
con Matilda Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Yuliia Sobol, Will Merrick, Alida Calabria, Cristina Donadio
regia di Roberto De Feo e Paolo Strippoli


Aclassic horrorstory


Federico usa un vecchio camper per fare carpooling verso la Calabria. In questo viaggio accompagna  Elisa, una ragazza che torna a casa per motivi molto personali e dolorosi, una coppia di stranieri -Sofia e Mark- che vanno a un matrimonio e Riccardo, un ombroso medico di mezz’età. A un certo punto Mark, completamente ubriaco pretende di guidare e per schivare la carcassa di un animale in mezzo alla strada, il camper finisce contro un albero. I viaggiatori si risvegliano però in una radura in mezzo al bosco lontano da ogni strada, vicino a un bizzarro chalet che ospita strani e orridi culti legati a  Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i leggendari cavalieri a cui si fa risalire la nascita delle mafie…



A classichorror story


Uno dei film più discussi del momento, produzione Netflix che ha avuto una distribuzione mondiale, A Classic Horror Story è proprio il genere di film che mi manda in solluchero perché rende difficile capire quanto sia un’operazione voluta e quanto sia ascrivibile alla povertà di mezzi della produzione.
La scena iniziale prima dei titoli di testa, rimanda subito al tipo di horror che ha dominato i primi anni ‘2000: la vittima che si risveglia ferita, distesa e legata in un ambiente squallido mentre si avvicina il killer per finirla ma da una crepa nel muro spunta un occhio che osserva, un dettaglio rivelatore dell’indirizzo metacinematografico che prenderà la storia. Non è difficile capire che le disavventure dei viaggiatori sono orchestrate ad arte: troppo segnali horror incombono sul viaggio, ad esempio il manifesto scarabocchiato di una pubblicità del latte.



Aclassichorror story


Chi fosse il deus ex machina io l’ho capito quando ha spinto i compagni di viaggio sul solaio dello chalet lasciando il povero Mark al suo destino ma il coglione muore sempre per primo e De Feo e Strippoli seguono pedissequamente tutti i topos dell’horror almeno fino al twist plot che non sorprende per la scoperta del killer ma per il segmento ironico molto tarantiniano del “dietro le quinte” che mi ha divertito tantissmo.
A Tarantino rimanda anche la vendetta di Elisa, l’unica sopravvissuta del gruppo: come Beatrix Kiddo riemerge dalla tomba la nostra eroina si sfila le mani inchiodate alla sedia a rotelle e da lì inizia la sua mattanza.



Aclassichorrorstory


I sottofinali si sprecano anche questo un classico del genere ma in ACHS ognuno è diverso dall’altro e mostra un orrore più realistico §§spoiler§§ del delirante aspirante regista che ha trasformato i tre cavalieri della mafia in maschere horror con il placet della madre, Carmela Casciello interpretata l’iconica Scianel di Gomorra.


Aclassichorrorstory


Come sempre l’orrore non è nella torma di gente che riprende con il cellulare, nel padre di famiglia che si diletta di snuff movie ma l’orrore vero sta nella vita dei protagonisti: la ragazza costretta ad abortire per non rinunciare alla carriera, il padre di famiglia che per lo stress del lavoro perso diventa violento, queste sì ordinarie storie di vita italiana.

L’anno del dragone

LannodeldragoneYear of the Dragon
USA 1985 MGM
con Mickey Rourke, John Lone, Ariane Koizumi, Dennis Dun, Raymond Barry
regia di Michael Cimino

Dopo un eclatante omicidio, al capitano di polizia Stanley White viene affidata la zona di Chinatown in preda alla ribellione delle gang giovanili. White capisce subito che quella delle gang è un manovra per nascondere un sanguinoso cambio di potere ai vertici della triade e il poliziotto va allo scontro diretto con il nuovo capo Joey Tai lasciandosi una scia di morti alle spalle, moglie compresa..

Tornato a cinque anni dal flop de I Cancelli del Cielo, Cimino racconta la violenza della metropoli in un film che all’uscita, fu tacciato di razzismo e criticato dalla comunità cinese per l’immagine che dava di Chinatown.
Di certo la figura di White è estremamente scomoda per il personaggio protagonista di un film: alla bidimensionalità di un eroe degli anni ’80 (e non dimentichiamo che Cimino sceneggiò anche il secondo Callaghan) si unisce l’antipatia di un uomo che cambia il proprio cognome polacco nel più anonimo White, un quarantenne colto nel momento di una crisi sentimentale per cui tradisce la moglie con la giovane giornalista che sicuramente lo attrae ma di cui intende anche sfruttare l’appeal televisivo per condurre in porto la sua operazione di pulizia di Chinatown, un poliziotto pluridecorato che si muove ancor come un soldato, ossessionato dal Vietnam. Eppure è proprio l’assurda caparbietà di White che finisce per farci schierare dalla sua parte, la sua ostinazione che ovviamente non porta a nulla: eliminato Tai, figura per certi versi speculare a quella del poliziotto, tornano gli accordi sottobanco tra mafia e polizia, a White non resta che il nuovo amore in un happy end che sa di posticcio nel mondo dei losers tanto cari a Cimino.
Il regista dirige da par suo con i fish eye che deformano gli spazi, gli improvvisi scoppi di violenza che alterano il ritmo della pellicola: basti pensare all’addio tra Stanley e Connie che si trasforma nell’omicidio della moglie da parte dei sicari di Tai.

Yearofthedragon

Cimino anticipa un cinema che sta per arrivare prima dall’Oriente con i noir di Hong Kong, poi con Tarantino che ha sempre messo L’anno del Dragone tra i suoi film preferiti e tutta la sequenza al Crystal Palace, scenografia compresa, mi ha ricordato lo scontro con gli 88 Folli nello showdown finale di Kill Bill vol.I.

Killer Joe

Killerjoe Texas: Chris, piccolo spacciatore pieno di debiti, propone al padre Ansel l’omicidio della madre al fine di ripianare i debiti con la polizza assicurativa della donna. Dell’omicidio si occuperà un poliziotto che arrotonda facendo il killer. Killer Joe è solito ricevere pagamenti anticipati per i suoi servizi ma nel caso di Chris si accontenta di una caparra: Dottie, la sorella poco più che adolescente dello spacciatore. L’accordo si stipula tra mille mugugni ma i guai veri iniziano quando si scopre che il beneficiario della polizza è il nuovo compagno della donna assassinata.

William Friedkin torna con un film spiazzante che commistiona, su un classico impianto noir, l’estetica e il grottesco del pulp con suggestioni horror. E’ lo stesso regista a suggerire una rilettura della fiaba di Cenerentola in chiave dark per la vicenda di Dottie, ceduta al killer in cambio dell’omicidio della madre che ha tentato a sua volta di eliminare Dottie quando era piccola. L’esperienza ha reso Dottie una ragazza molto inquietante apparentemente persa in un mondo fantastico ma improvvisamente lucida e cosciente delle situazioni che la circondano.
Il finale interrotto, più che sospeso, non permette di capire fino in fondo se Dottie si innamori di Joe; di certo, per come evolve la storia, il killer è un essere demoniaco (i tuoi occhi fanno male, dice Dottie) che una volta invitato ad entrare nella vita dei disperati protagonisti se ne impossessa senza lasciar loro scampo.
Killer Joe è interpretato da un bravissimo Matthew McConaughey attore di cui non seguo la carriera se non nei suoi exploit negli horror , ricordo di averlo visto solo in Frailty. In Killer Joe abbandona i panni del sex symbol per vestire quelli di un uomo dalla sessualità disturbata, al limite dell’impotenza.
Con queste premesse è facile intuire che l’esito dell’estetica pulp sia molto diversa da quella a cui ci hanno abituato Tarantino e i suoi accoliti, la cui lezione però Friedkin ha assimilato benissimo: dialoghi scombinati e ridicoli alternati a esplosioni di violenza al limite del gore. Dal mondo pulp deriva anche la femminilità esibita ma perdente di Sharla, la seconda moglie di Ansel, che rappresenta il rovescio del femminile candido ma letale di Dottie e che pagherà sulla propria pelle il doppio gioco di cui è protagonista, con un totale rovesciamento degli aspetti predatori della dark lady nel noir classico.

Cogan – Killing them softly

Due balordi accettano di compiere una rapina in una bisca gestita da mafiosi perchè il tizio che l’ha in gestione una volta aveva organizzato una finta rapina per intascare i soldi. A risolvere i problemi per conto della mafia arriverà il serial killer Jackie Cogan.

Cogan

L’azione si svolge nel 2008, nei mesi complicati che segnarono l’inizio della crisi economica americana e l’elezione di Obama e i discorsi politici fanno da contrappunto a questa vicenda di banale vita quotidiana malavitosa dove anche la figura del fuorilegge ha perso il suo fascino: i capi non si vedono mai ma possiamo intuirli vestiti in doppiopetto, riuniti in un ufficio situato ai piani più alti di qualche grattacielo che demandano all’avvocato il compito di impartire gli ordini a Cogan. Nei livelli più bassi della malavita alligna un ridicolo pressappochismo per cui i due rapinatori si presentano nella bisca indossando i guanti da cucina. Nel mezzo c’è il cinico Jackie, perfezionista che vive ancora la sua professione con un certo stile d’altri tempi, non a caso le musiche che accompagnano le sue azioni partono da Johnny Cash per risalire fino a brani anni ‘30, quando la figura del fuorilegge aveva un che di mitico.
L’ultima regia di Andrew Dominik, divenuto celebre con L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, manifesta i pregi e i difetti dell’autore, il suo gusto per il citazionismo per cui i delinquenti son logorroici come quelli di Tarantino (ma è anche una caratteristica dello scrittore George V. Higgins dal cui romanzo Cogan’s Trade è tratta la pellicola) e il vezzo del tecnicismo da cui Dominik non sa proprio liberarsi: le scene durano sempre un po’ troppo (anche la morte del povero Ray Liotta) e soprattutto la scena lisergica dei due rapinatori strafatti è talmente tirata per le lunghe da diventare noiosa.
Nel complesso un film non pienamente riuscito ma interessante.

Frozen river – fiume di ghiaccio

Frozenriver

A pochi giorno da Natale Ray viene abbandonata dal marito, giocatore incallito che e’ fuggito con con tutti i soldi di casa. Mentre ricerca il marito la donna conosce Lila, una ragazza mohawk che fa contrabbando tra Canada e Usa sfruttando la sovranita’ del territorio indiano. Ray inizialmente viene coinvolta nei traffici di Lila suo malgrado ma poi trovera’ nel trasporto di immigrati clandestini una facile risposta ai suoi problemi economici.. 
 
Opera prima, Premio della Giuria del Sundance, con il forte placet di Tarantino, nonche’ vincitrice del nostro Courmayeur Noir in Festival, la pellicola di Courtney Hunt e’ un thriller anomalo, di rara finezza psicologica e tensione emotiva. 
Nei suoi 97 minuti , il film riesce a descrivere i rapporti sempre contraddittori tra popolazioni diverse: per Lila Ray all’inizio non e’ altro che una bianca da sfruttare per sfuggire ai controlli della polizia. 
Ray e’ una donna che lotta per sopravvivere con un lavoro part-time, due figli e un marito a cui aveva gia’ sparato in un piede perche’ si era giocato i soldi della spesa ed ora e’ fuggito con la caparra per la casa dei sogni: una villetta prefabbricata ma ben isolata dove i tubi resistono alle temperature polari della zona. 


Frozenriver

Le due donne, compari per caso, scoprono di avere ben presto molto in comune: anche Lila e’ senza un uomo perche’ vedova ed e’ madre, ma il figlio di un anno e’ cresciuto dalla suocera perche’ la ragazza non e’ ben vista all’interno della comunità. 
Inquietante, soprattutto in notturna, la grande distesa ghiacciata del fiume San Lorenzo, metafora di un mondo indifferente alle sorti degli altri: Ray e’ circondata da creditori pronti a portare via la merce se non vengono pagati e il datore di lavoro o la collega sono completamente apatici verso la donna,  come la comunita’ Mohawk lo e’ nei confronti di Lila a cui e’ stato tolto il bambino e che finisce per essere espulsa dalla comunita’. 


Frozen river

Appunto climatologico: il primo quarto d’ora puo’ essere davvero sconvolgente vendendo la Dodge Spirit filare sul ghiaccio senza mai sbandare con le sue ruote da neve, soprattutto se ci si ricorda la propria inabilità di due mesi fa nel percorrere le nostre strade ricoperte da comuni nevicate che ormai reputiamo eccezionali.

Be cool

Becool USa 2005
con John Travolta, Uma Thurman, Vince Vaughn,
regia di F. Gary Gray

Chili Palmer sta meditando di abbandonare il mondo del cinema quando assiste all’esecuzione di un amico discografico da parte della mafia russa. Incurante della banda dei russi che cerca di eliminarlo in quanto scomodo testimone, Chili si prende a cuore la causa di di Edie, la vedova del discografico e di Linda Moon, una giovane e promettente cantante..

Dopo dieci anni da Get Shorty torna Chili Palmer, lo strozzino innamorato del cinema, nato dalla penna di Elmore Leonard.
Se il primo film offriva l’occasione per fare una satira del mondo del cinema e dei gangster in questa seconda pellicola (ancora tratta da un racconto di Leonard, Chili e Linda, scritto appositamente per lo schermo) si prende di mira lo star system musicale e la parodia e’ riservata alle bande di rapper che non mancano mai di girare armati di tutto punto o ai gruppi femminili che puntano tutto sulla bellezza e che nel film hanno l’emblematico nome di Chicken international.
La trama e’ discontinua, a volte poco chiara ed appesantita da un montaggio mediocre.
Si ride di una comicita’ grossolana e manca del tutto la calibrata misura e la freschezza che aveva fatto di un semplice lavoro di buona fattura come Get Shorty un film di culto.
Be Cool ripropone tutte le gag che avevano reso celebre il primo film, come la macchina mediocre: se in Get Shorty Chili era costretto ad andare in giro con “la cadillac dei minivan” ora gli tocca “ la cadillac del motore ibrido” ma mentre nel primo caso la sicurezza di Palmer trasforma la macchina in un oggetto di moda che tutti alla fine copiano qui resta solo una vetturetta strana che strappa qualche risata.
Ritornano i gangster che aspettano in casa davanti alla tv accesa, i protege’ di Palmer a cui lui dice di tacere una cosa e questi immediatamente la spifferano ai malavitosi di turno e torna anche la trappola della cassetta di sicurezza (nel primo film in aeroporto, qui presso il negozio dei pegni russi).
Questo ostentato citazionismo delle situazioni del film precedente e’ piuttosto limitante e costringe la vicenda a muoversi su binari gia’ determinati, mentre i personaggi piu’ divertenti sono quelli del tutto nuovi: il produttore Raji dagli abiti improbabilissimi e soprattutto Elliott, la sua guardia del corpo samoana gay che nutre ambizioni recitative, una caratterizzazione molto divertente che ha permesso al suo interprete, The Rock, di dimostrare brillanti capacita’ nella commedia.
Cast stellare che vede anche la partecipazione di Steven Tyler nei panni di se stesso come deus ex machina in grado di sciogliere la vicenda. Uma Thurman torna sullo schermo dopo il successo di Kill Bill e a conferma del suo legame con Tarantino ci regala un altro ballo con John Travolta che riprende quello di Pulp Fiction.
Una curiosita’: il personaggio di Linda, e’ interpretato da Christina Milian, una delle tante lolite del pop che qualche anno fa ebbe un grande successo con il singolo AM To PM.

recensione pubblicata suo tempo su ImpattoSonoro

La nuova stagione televisiva

Desperatehousewife.pgEccoci all’inizio di una nuova stagione televisiva all’insegna dei seriali americani: ieri sono partite le nuove puntate di E.R. e la seconda ed ultima serie di Carnivale su CanalJimmy, stasera e domani arriva l’attesissimo Desperate Housewives su Rai2, mercoledi’ e giovedi’ appuntamento doppio anche per la ripresa de La squadra e a breve arriveranno anche i nuovi episodi de Il commissario Montalbano, mentre ad ottobre Italia1 proporrà’ OZ carcere di massima sicurezza  e La7 The L world.
Sono lontani i tempi in cui le ammiraglie Rai e Mediaset pubblicizzavano i “filmissimi” del lunedi’, ora piu’ che mai il cinema e’ solo un riempitivo, frequentemente  interrotto dalla pubblicita’.
Questa non vuole essere una lamentela, ma la constatazione di un’evoluzione: del resto gli episodi dei telefilm americani spesso portano la firma di grandi autori, come Tarantino in C.S.I. e lo stesso Spike Lee, a Venezia ha sostenuto  che il prezzo contenuto del seriale permette una sperimentazione e una liberta’ d’espressione che viene a mancare nelle grandi produzioni cinematografiche dove non si osa  rischiare  gli ingenti  capitali  messi a disposizione.
Ancora Venezia ci ha dimostrato che dal vivaio televisivo possono nascere grossi talenti e grandi star, come dimostra l’esempio di George Clooney.
Disastroso il confronto con la situazione televisiva italiana, se possibile ancor piu’ patetica di quella cinematografica, basta ricordare che, come da oltre vent’anni a questa parte, Italia1 ha ricominciato a  trasmettere Lady Oscar il cui valore e’ indiscutibile, ma la cui continua reiterazione dimostra la scasita’ di idee e progetti . Fortunatamente  anche questo classico quest’anno vanta una novita’: e’ tornata la sigla originale! per cui  tutti in coro

Grande festa alla corte di Francia

c’è nel regno una bimba in più
biondi i capelli e rose di guancia
Oscar ti chiamerai tu.
Il buon padre voleva un maschietto

ma ahimè sei nata tu
nella culla ti ha messo il fioretto

Lady dal fiocco blu.

O Lady, Lady, Lady Oscar

tutti fanno festa quando passi tu

O Lady, Lady, Lady Oscar

come un moschettiere batterti sai tu

O Lady, Lady, Lady Oscar
le gran dame a corte ti invidiano perchè

O Lady, Lady, Lady Oscar

anche nel duello che eleganza c’è.
O Lady, Lady, Lady, Lady
O Lady, Lady, Lady, La
Notte buia alla corte di Francia

a palazzo si dorme già
tre briganti con spada e con lancia
agguato a sua maestà.
Lady Oscar si è proprio nascosta
nella grande stanza del re
con scatto felino ed abile mossa
colpirà tutti e tre.

O Lady, Lady, Lady Oscar
la tua spada fischia non delude mai

O Lady, Lady, Lady Oscar

anche nella mischia vincere tu sai.
O Lady, Lady, Lady Oscar

le gran dame a corte ti invidiano perchè

O Lady, Lady, Lady Oscar
anche nel duello che eleganza c’è.

O Lady, Lady, Lady, Lady

O Lady, Lady, Lady, La
O Lady, Lady, Lady Oscar

tutti fanno festa quando passi tu
O Lady, Lady, Lady Oscar

come un moschettiere batterti sai tu

O Lady, Lady, Lady Oscar

le gran dame a corte ti invidiano perchè

O Lady, Lady, Lady Oscar

anche nel duello che eleganza c’è.

O Lady, Lady, Lady, Lady

O Lady, Lady, Lady, La

KillBill Vol II

Killbill2

La
vendetta, come aveva predetto Hattori Hanzo, ha un percorso tortuoso e cosi’
capita che alcuni nemici si eliminino a vicenda e altri siano talmente indegni
da non meritare neppure la morte, ma la determinazione condurra’ La Sposa faccia
a faccia col suo piu’ acerrimo nemico (?):Bill.
Chiudevo il mio post su KillBill vol.
I
chiedendomi come si sarebbe risolto il conflitto tra i due sessi,
Tarantino ancora una volta riesce a sbaragliare tutte le aspettative e in un
secondo capitolo con maggiore unita’ stilistica (tutte le due ore di film sono
risolte in campi e contro campi, esclusa l’incursione horror) e musicale che gli
permette di approfondire meglio la psicologia dei personaggi, supera la dualita’
tra maschile e femminile per porci dinnanzi alla complessita’ della persona:
l’affascinante teoria dei supereroi non e’ sufficiente per Beatrix Kiddo che
forse merita la sua sofferta vendetta non tanto per l’eccelsa bravura con le
arti marziali ma perche’ riesce a vivere i molteplici aspetti della personalita’
di un individuo: infatti se nei titoli di coda i suoi antagonisti hanno come
alterego il solo nome di battaglia (ad esempio Bill, AKA Incantatore di
Serpenti), la donna interpretata da Uma Thurman nel film e’ stata La Sposa,
Black Mamba, Mamma: in una parola Beatrix Kiddo.

Kill Bill volume I

Esaltante. Non trovo altri aggettivi per commentare la visione dell’ultimo Tarantino, anche se in fondo questo epiteto mette in luce
solo l’aspetto ludico e scorrevole del film e non evidenzia il fatto che l’opera si faccia ricordare, lasciando un segno nella mente.
Parlare di capolavoro mi pare prematuro, in fondo abbiamo assistito solo alla prima parte del film, che però getta ottime premesse.
Se scopo dell’arte è interpretare e precedere le pulsioni del proprio tempo, l’autore raggiunge l’intento, non tanto per la sapienza con cui sa elaborare un materiale basso e popolare, anche se l’uso della musica o i passaggi dal colore al bianco e nero scanditi da un battito di ciglia sono, se non geniali, quantomeno magistrali. Però, come diceva Welles la tecnica è alla portata di tutti, altro distingue l’artista.
Le tematiche principali di questo film sono a mio avviso due: il senso dell’onore e il ruolo della donna.
In una civiltà come quella occidentale dove l’unico valore rimasto è il denaro in nome del quale tutto è lecito, il sacrificio della vita per un ideale (buono o cattivo che sia) appare un concetto talmente ridicolo che una vicenda incentrata su questo tema, dev’essere ambientata in un mondo lontano, storicamente o geograficamente. Paradossalmente questo già accadeva nei film dei telefoni bianchi in cui l’adulterio si consumava solo in paesi quali l’Ungheria o la Bulgaria, allora considerati esotici e ben lontani dalla corretta e cattolica Italia fascista. Il motivo della fascinazione che la
cultura orientale sta avendo su di noi in questi anni, è il coraggio di esaltare tradizioni e valori per noi ormai inconcepibili, motivo egregiamente
illustrato in Ghost Dog, il codice del Samurai di Jim Jarmush, del 1999 dove un sicario di colore esercita la sua professione ispirandosi ai principi degli antichi Samurai, mentre i vecchi padrini della mafia italiana piangono la scomparsa del loro codice d’onore dimenticato dai nuovi capi che pensano esclusivamente al mero profitto.
In Kill Bill vi è un forte senso dell’onore, l’esempio migliore eè il dialogo che si svolge durante il magnifico combattimento sulla neve tra O-ren Ishii e Black Mamba: la donna divenuta capo indiscusso della yakuza, saggiato il valore della sua avversaria le dice: “Prima
ti ho schernita, ti chiedo perdono” e la sposa che la affronta per ottenere la sua vendetta: “Perdonata”. Lo scambio di battute riesce ad essere commovente, anziche’ ridicolo.


Killbillvol1

Il cast del film è composto da attrici bellissime che interpretano donne letali come vipere assassine, Tarantino ha il coraggio di spingere questi personaggi all’estremo: quanto e’ distante il ruolo di Lucy Liu in questo film da quello che interpreta nelle Charlie’s Angels! Non solo perche’ questa volta sta dalla parte del cattivo, ma perche’ i personaggi escono dal prototipo sessuale della cinematografia attuale, divenendo protagoniste di una consapevole sessualita’ disturbata e disturbante: l’inquadratura che apre il film sul volto tumefatto di Uma Thurman richiama inequivocabilmente l’immagine di uno stupro ad opera di un maniaco, le violenze sessuali che verosimilmente la protagonista subisce durante il coma sanno di necrofilia.
Le origini di O-ren Ishii sono raccontate attraverso un anima non solo per una geniale commistione di stili, ma per risolvere altrettanto genialmente la censura che la rappresentazione di una scena di pedofilia avrebbe comportato; Gogo, la diciassettene guardia del corpo
di O-ren e’ una folle vergine che penetra a colpi di spada i maschi da lei provocati e tutte le donne del film danno l’impressione di appartenere in maniera senziente all’harem di Bill, di cui per ora abbiamo avuto solo modo di vedere la mano masturbare la spada durante la telefonata con Darryl
Hannah..


Killbill vol1

Nei titoli di coda si accredita il film come ispirato al manga (fantomatico?)La sposa, ma a me ha ricordato anche un’opera di Truffaut
del 1968, La sposa in nero dove cinque ricconi uccidono per una bravata uno sposo all’uscita dalla chiesa, la vedova, interpretata da Jeanne Moreau li ammazzera’ implacabilmente. Coincidenza? Non credo, dato che anche la lista di Uma Thurman consta di cinque nomi, e le due attrici richiamano uno stereotipo simile di imperfetta bellezza. In ogni caso quella della donna la cui ira funesta sia scatenata dall’uccisione dell marito o dell’amante sull’altare o sul talamo penso sia un archetipo, anche se la vera spinta alla determinata vendetta della sposa di Tarantino e’ la presunta morte della figlia.
Rappresentare questo aspetto selvaggio e violento del femminile in un epoca in cui la cinematografia porta sullo schermo le incertezze dei supereroi piu’ che le loro imprese e mentre la pubblicita’ e la televisione impongono un modello di erotismo compiacente e rassicurante il maschile, e’ molto di piu’ che la provocazione di un ragazzaccio talentuoso come Quentin Tarantino, è la percezione di una nuova forma di femminilità, raccontata nella maniera
iperbolica, non scevra di ironia che distingue questo regista. Solo il volume II
con lo scontro tra Black Mamba e Bill ci svelera’ quanto l’autore abbia avuto il coraggio di spingere avanti il limite dell’eterna lotta tra i sessi.