Il buio si avvicina

Near Dark
USA 1987
con Adrian Pasdar, Jenny Wright, Lance Henriksen, Bill Paxton, Jenette Goldstein, Tim Thomerson, Joshua John Miller
regia di Kathryn Bigelow

Una sera Caleb incontra Mae, una ragazza appena arrivata in città, trascorrono la notte insieme e alla fine Caleb riesce a strappare un bacio alla ragazza che però lo morde. La mattina seguente, mentre sta tornando a casa, Caleb viene rapito sotto gli occhi del padre e della sorellina Sarah: a rapirlo sono stati Mae e i suoi amici vampiri. Il destino di Caleb è in bilico: se si trasformerà in vampiro entrerà a far parte della nuova famiglia altrimenti verrà eliminato. Caleb è molto riluttante ad uccidere per nutrirsi e lascia scappare una potenziale vittima che allerta la polizia;  la banda viene accerchiata, Caleb però li mette in salvo guadagnandosi un posto nel gruppo. Homer, vampiro bambino, s’invaghisce di Sarah che col padre sta alloggiando nello stesso motel mentre cercano Caleb. Il ragazzo torna con la famiglia d’origine e grazie a una trasfusione riesce a tornare umano ma Mae e i suoi amici non sono disposti a lasciarlo andare…

Il secondo film di Kathryn Bigelow avrebbe dovuto essere un western nelle intenzioni della regista ma il genere era in declino e fu consigliato di rivedere il film in chiave horror, filone di maggior successo.

La Bigelow e il co sceneggiatore Eric Red girano quindi un film sui vampiri dove la parola vampiro non viene mai nominata, tutta l’estetica è tipicamente western dai costumi alla scenografia.

Il film diventa particolarmente interessante per l’uso della luce: il primo incontro tra Caleb e Mae è un lento trascolorare dalla notte all’alba ogni scena ha tonalità più chiare fino al ritorno di Caleb a casa attraverso i campi, sotto il sole cocente (in senso letterale visto che i nostri vampiri si ustionano fino alla morte se esposti al sole diretto).

Altro momento topico è la scena dell’accerchiamento della polizia: i vampiri sono asserragli in una camera di motel e inizia una sparatoria dove ogni foro nel legno lascia passare la luce creando un effetto luminoso molto intrigante oltre che dimostrare il talento della regista per le scene d’azione.

Il film non ebbe successo ma negli anni è diventato un piccolo cult con personaggi ben delineati e un ideale di romanticismo malato declinato in vari modi: Jesse e Diamondback vanno incontro alla morte insieme, mentre Mae viene salvata da Caleb ma il destino più commovente tocca all’odioso Homer che rincorre fino all’autocombustione Sarah: non c’è nulla di simpatico o infantile in Homer eppure quella sua disperata rincorsa per sfuggire alla solitudine del suo destino lo rende così umano. 

Il tema dei vampiri negli anni ’80 era ben diverso dal ritorno al dandismo romantico rilanciato da Francis Ford Coppola, oltre a una versione più patinata di giovani succhiasangue i vampiri venivano anche declinati come bande di reietti che girano per gli USA, rozzi e violenti (vedi anche il coevo Nomads opera prima di John McTiernan). Una critica all’edonismo reaganiano e una metafora della paura dell’AIDS

I peccatori

Sinners
USA 2025, Warner Bros
con Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld, Miles Caton, Buddy Guy, Jack O’Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Omar Benson Miller, Delroy Lindo, Li Jun Li, Saul Williams, Yao, Lola Kirke
regia di Ryan Coogler

Mississippi 1932: i gemelli Moore tornano da Chicago con l’intenzione di aprire un juke joint nella cittadina dove sono nati. Li aiuta il cugino Sammie, virtuoso della chitarra e proprio il suo talento nel blues attira un trio di vampiri che ben presto vampirizzano quasi tutti i partecipanti all’evento; Sammie si salva e la mattina si reca in chiesa. Il reverendo che è suo padre gli chiede di abbandonare la musica ma il giovane rifiuta….

Ero già intrigata dal trailer prima di scoprire lo storico numero di nomination raccolte dal film per i prossimi Oscar perché pensavo che il film fosse ispirato alla storia di Robert Johnson, poi come tutti ho pensato che le nomination fossero più una risposta politica alla situazione attuale ma sono rimasta piacevolmente sorpresa: come avevo detto in Il Robot Selvaggio il woke è sopravvalutato, ancora una volta la rivoluzione la fa il cinema classico offrendo un buon prodotto d’intrattenimento, il genere amato dagli Oscar che ricordiamo, disdegna gli autori e non ha mai premiato un film di Hitchcock. La novità è un cast all black.

Il regista Ryan Coogler e il protagonista Michael B. Jordan sono diventati famosi con Creed ma sotto l’egida del vecchio Sly hanno imparato la lezione e i risultati si vedono.

Partiamo dai premi cosiddetti tecnici, in particolare la fotografia, non m’interessa quanta elaborazione digitale ci sia e se ci sia ma vedere dei bellissimi paesaggi luminosi senza la luce verdognola alla Netflix, come la definisco io, allarga il cuore.

Si tratta di un film in costume ma si prende delle libertà per ribadire l’assunto spiegato nel prologo: la musica come varco tra mondi differenti. La musica attira i vampiri ma la sequenza diciamo così onirica in cui il ballo diventa un viaggio nel tempo per arrivare all’hip hop, al rap con i mixer e i dischi che scratchano è un bellissimo tributo alla musica nera che ha conquistato (contagiato se vogliamo usare un termine più adatto a una storia di vampiri) il mondo.

Ho notato altre discrepanze nei costumi che mi spiego come una citazione cinefila. Parlo di Mary, la ragazza di colore che può passare per bianca, ex fidanzata di Stack, uno dei due gemelli. La si nota subito nella folla della stazione per il colore della pelle ma anche per il look molto diverso da quello degli anni ’30 soprattutto la pettinatura tipica dei tardi anni ’40 primi ’50 esattamente il periodo in cui il personaggio della nera bianca entra al cinema con Pinky e la figlia della cameriera de Lo specchio della vita di Douglas Sirk, il re del melodramma amoroso e la storia d’amore tra Stack e Mary diventa un amour fou che sfida gli eoni del tempo, per dirla alla Dracula di Bram Stoker.

Completamente diversa l’evoluzione dell’amore dell’altro gemello, Smoke, con Annie. I due hanno avuto in precedenza una figlia la cui morte prematura ha portato al distacco della coppia. Annie è addentro alle cose di magia, la prima ad accorgersi della natura sovrannaturale degli ospiti indesiderati e a definire i vampiri i più pericolosi tra gli spiriti.

Qui la cosa si fa interessante: §spoiler§ Annie rifiuta totalmente l’idea di diventare una vampira e Smoke dopo aver combattuto fino all’ultimo nella parte action del film muore con la visione di Annie e del loro figlio che lo stanno aspettando.

Ecco una bella differenza tra bianchi e gli altri popoli (il vampiro entra in scena inseguito dagli indiani) il mito del vampiro è tipicamente occidentale: le altre culture accettano tutte la morte come una parte del ciclo della vita mentre noi abbiamo alimentato l’idea di vivere in eterno elaborando il mito di un principe valacco che combatteva gli invasori turchi. I vampiri cercano di convincere i pochi reticenti parlando di un mondo in cui si è tutti uguali: morti e costretti a vivere solo di notte ma liberi dal finto buonismo del mondo svelando anche i piani del Ku Klux Klan in teoria scomparso ma che sta organizzando un attacco al locale che ci sarà con citazione alla Apocalisse now variando “amo il profumo del napalm al mattino”

Il film mi è piaciuto molto perché ha sottolineato l’orgoglio black giocando con classe con gli stilemi del cinema classico americano: il 1932 è un anno centrale nel lustro scarso del pre-code dove il gangster movie la fa da padrone e qui abbiamo due ex gangster che hanno lavorato al servizio di Al Capone, poi i protagonisti sono due gemelli come in uno dei capolavori del noir anni ’40 Lo specchio scuro.

La cripta e l’incubo

Italia 1964
con Christopher Lee, José Campos, Adriana Ambesi, Carla Calò, Véra Valmont, Pieranna Quaglia, Nela Conju, John Karlsen, José Villasante, Angel Midlin, Cicely Clayton, James Brightman, Billy Curtis
regia di Camillo Mastrocinque



La cripta e l'incubo


Sull’antica casata dei Karnstein grava una terribile maledizione che profetizza la vendicativa reincarnazione di un’antenata, Sheena Karnstein, mandata a morte come strega; il conte Ludwig teme che il destino infausto si sia abbattuto sulla figlia Laura da quando la ragazza fa incubi spaventosi in cui prevede le morti violente dei Karnstein, per risolvere il mistero il conte chiama uno studioso restauratore, Friedrich Klauss, affinché scopra il vero volto di Sheena per vedere se ha le stesse fattezze della figlia che sta scivolando in una melanconica pazzia. Un giorno, al castello viene ospitata Ljuba, in seguito ad un incidente in carrozza e la sua presenza è un balsamo per Laura ma le morti al castello continuano fino a quando il conte e il giovane Friedrich scoprono il vero volto di Sheena…



La criptaielncubo


Camillo Mastrocinque è noto soprattutto per le regie dei film di Totò e di altri comici, da Macario a Rascel, a Noi Duri interpretato da Fred Buscaglione, il regista fece solo due incursioni nel genere horror, o meglio gotico: La Cripta e l’incubo e Un angelo per Satana. Il primo è il più noto anche per la chiara derivazione dal romanzo Carmilla di Le Fanu, primo romanzo ad avere per protagonista una vampira, per giunta venata di lesbismo e la scena in cui Ljuba irrompe nel film riprende fedelmente il romanzo.
Anche le allusioni lesbiche sono presenti nel film che pure non ebbe problemi con la censura, credo che la spiegazione stia nella colonna sonora che ho trovato molto divertente: durante i lunghi e languidi sguardi tra le due protagoniste risuona la musica del theremin il più antico strumento musicale elettronico usato al cinema per sottolineare il sovrannaturale o la presenza di extraterrestri, mi diverte molto il fatto che le vibranti note del theremin sottolineino la natura sovrannaturale di Ljuba e anche il rapporto -permettetemi la brutta espressione- “contro natura” tra le due fanciulle.
Pur non essendoci nessuna scena esplicita, il film di Mastrocinque è considerato l’ispirazione per la trilogia Kernstein della Hammer che tra il 1970 e il 1974 spinse molto sul registro erotico legato alla figura dei vampiri attraverso questo trittico.



La cripta e l'incubo


Un altro debito è sicuramente verso La maschera del Demonio di Bava, da cui deriva la malefica profezia di Sheena sul suo ritorno per vendicarsi dei Karnstein che hanno denunciato le sue pratiche occulte. Del resto il film è molto fedele agli stilemi del gotico italiano basato più su un’eleganza fotografica e compositiva che su scene veramente paurose anche se qualche momento orrorifico c’è, penso soprattutto alla nutrice di Laura Rowena, che vaga per il castello con una perfetta mano di gloria.

I vampiri di Salem’s Lot

A Return to Salem’s Lot
USA 1987 Warner Bros
con Michael Moriarty, Samuel Fuller, Andrew Duggan, Evelyn Keyes, June Havoc, Tara Reid
regia di Larry Cohen



I vampiri di salem'slot


L’antropologo Joe Weber viene richiamato dalla foresta equatoriale perché la ex moglie non sa più tenere a bada il figlio adolescente, Jeremy. Joe decide di trascorrere del tempo con lui portandono in uno sperduto paesino del Maine dove una vecchia zia gli ha lasciato una casa. Salem’s Lot , abbreviazione di Gerusalem’s Lot, si rivela ben presto essere una cittadina governata dai vampiri che hanno attirato Weber con lo scopo di fargli scrivere un testo antropologico che esalti le virtù del loro modello sociale. L’arrivo inatteso di uno sgangherato cacciatore di nazisti salverà Joe e suo figlio dalla fascinazione vampirica.



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Il film di Larry Cohen ha ben poco a che fare con la miniserie televisiva del 1979, Le notti di Salem diretta da Tobe Hooper anche se dovrebbe esserne sequel.
Il regista come al solito immette nei suoi horror una lettura sociopolitica e una forte dose di ironia.



I vampiridi salemlot


Il giudice Axel è riuscito a far prosperare una comunità di vampiri nel cuore dell’America grazie al profilo basso, ad alcuni schiavi umani, detti droni, che danno una parvenza di vita alla cittadina durante il giorno mentre i vampiri sono rinchiusi nelle loro bare (esilarante la buona notte tra il giudice e la moglie nelle loro bare gemelle). I vampiri di Salem si sono anche evoluti: bevono sangue umano in rare occasioni e si nutrono di quello di mucca, senza uccidere i bovini che hanno una vita di gran lunga migliore che in un allevamento umano. Una vita quasi idilliaca che seduce Joe e soprattutto il figlio Jeremy facendo leva sul suo desiderio di non crescere più, evitando le responsabilità dell’età adulta.



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Non è difficile leggere una critica all’apparente perfetta America reazionaria degli ultimi anni dell’era reaganiana. A scompaginare i piani arriva Van Meer uno strambo cacciatore di nazisti interpretato dal regista Sam Fuller, il vero motivo per vedere un film altrimenti dimenticabile è proprio la presenza del regista che recita come Jimmy Durante, sempre un po’ stralunato con l’immancabile sigaro e battute tipicamente anni ’80 come “io i nazisti non li catturo, io i nazisti li uccido”. Ahimè profetica una delle sue battute finali del film “tra cento anni non crederanno neanche che i nazisti sono esistiti”.

Per favore… non mordermi sul collo

The Fearless Vampire Killers
USA 1967 MGM
con Jack MacGowran, Sharon Tate, Roman Polanski, Ferdy Mayne, Alfie Bass, Jessie Robins, Iain Quarrier, Terry Downes, Fiona Lewis
regia di Roman Polanski



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Il professore Abronsius ha rinunciato anche alla carriera universitaria per approfondire gli studi sul vampirismo e col fido, quanto pauroso, assistente Alfred sta attraversando la Transilvania a caccia di vampiri ma il rischio di congelamento lo costringe a fermarsi in una locanda completamente addobbata d’aglio. Abronsius intuisce di essere arrivato alla sua meta e quando Sarah, la bella figlia del locandiere Schagal che vive segregata in casa, viene rapita, il padre parte alla sua ricerca ma torna cadavere e dissanguato. La moglie non ha il coraggio di trafiggerlo con il paletto di frassino così Abronsius e Alfred seguendo il novello vampiro, raggiungono il castello del Conte Von Krolock dove Alfred ritrova Sarah di cui si era invaghito e trova il coraggio per salvarla ma la ragazza è già stata vampirizzata.



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Raffinatissima parodia dei film sui vampiri della Hammer a cui Polanski aggiunge il suo tocco personale riappropriandosi di un mito delle sue terre d’origine vista l’infanzia trascorsa in Polonia con i tocchi surreali dei congelamenti, il regista insiste molto sul gelo e la neve: credo che Per favore… non mordermi sul collo sia l’unico film di vampiri dove i foschi paesaggi transilvanici siano raggelati dalla neve invernale (il film è stato girato in Italia, nei dintorni di Ortisei) e resi quasi romantici dall’eterno plenilunio.



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La trama presenta tutti i topos classici dei film di vampiri: il villaggio tiranneggiato dal non morto, il castello avito, il conte elegante e seducente (in questo caso anche con figlio, il giovane conte Herbert con tendenze omosessuali) e ovviamente lo studioso antagonista del vampiro.
Polanski rilegge tutti i punti salienti secondo una comicità molto fisica, puro slapstick che sembra ispirarsi a Buster Keaton e per sé ritaglia il ruolo del timoroso Alfred, incapace di piantare il paletto nel cuore ai vampiri che dormono nella cripta ma pronto a tutto per amore della bella Sarah anche ad intrufolarsi con Abronsius al ballo dei vampiri che culmina con la scoperta dei tre “viventi” perché gli unici a riflettersi in uno specchio, rovesciando così l’uso di uno degli strumenti classici per scoprire i vampiri.



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Ad interpretare Sarah c’e Sharon Tate, la sfortunata moglie del regista uccisa dalla cricca di Charles Manson, Polanski la chiama a sostituire  Jill St. John imponendole però l’uso di una parrucca rossa.



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La componente formale del film del resto è molto rilevante, sia nell’uso del colore che nella composizione dell’immagine; ho notato anche riferimenti alla storia dell’arte: il nome Schagall del locandiere ebreo non può che far pensare al celebre pittore nonostante la grafia diversa, la galleria degli avi del conte Von Krolock presenta una serie di orride facce nelle vesti di celebri quadri, come il Ritratto di giovane donna di Rogier van der Weyden mentre nella locanda e tra i suoi avventori regna la stessa atmosfera di ottusa povertà de I mangiatori di Patate di Van Gogh.

Nomads

Nomads Nomads
USA 1986
con Pierce Brosnan, Lesley-Anne Down
regia di John McTiernan

Los Angeles. Durante un turno di notte in ospedale, la dottoressa Eileen Flax visita un barbone farneticante. Prima di morire l’uomo l’aggredisce e la morde. Si scoprira’ in seguito che la persona scambiata per un barbone era un antropologo di chiara fama, Jean Charles Pommier. Intanto la dottoressa Flax, in conseguenza al morso, comincia a ricordare le ultime esperienze di Pommier..

Nel 1986 John McTiernan (Predator, Caccia a Ottobre rosso) debutta alla regia con questo piccolo cult horror che declina in maniera del tutto originale il tema del vampiro. Essendo un mistery di suggestione e ben poco di sangue, possiamo solo dedurre dal morso che unisce la mente di Eileen a quella di Pommier e dal fatto che i soggetti non impressionino la pellicola fotografica, che la banda violenta e sanguinaria che attira l’attenzione di Pommier sia un’accolita vampiresca. L’elemento gotico e’ in realta’ al servizio di una teoria antropologica ben piu’ intrigante, che le megalopoli, al pari dei deserti, possano ospitare delle colonie di nomadi.
Ben presto Pommier comprende che gli strani personaggi in cui si e’ imbattuto sono degli spiriti maligni attirati da scenari di fatti di sangue (la casa che Pommier ha preso in affitto a L.A. senza sapere che e’ stata teatro di morti violente) esattamente come le entita’ malefiche presenti nelle mitologie delle popolazioni nomadi da lui studiate. Forse pero’ si tratta solo di suggestione, del resto lo stesso Pommier nel suo incipiente delirio, ricorda le parole di un vecchio cacciatore inuit: quando ci si spinge troppo oltre, sul pak come nella vita, si finisce per superare il confine della realta’.
Dopo cinque lustri il film mantiene inalterato tutto il suo fascino, i segni del tempo si rivelano solo nell’uso spinto delle luci blu per gli esterni notturni che fa tanto anni ‘80 e tanto videoclip e a confermare la dimensione musicale troviamo il cameo di Adam Ant nel ruolo di Number One, il capo della banda.
Pierce Brosnan non e’ mai stato cosi’ bello e c’e’ uno strano incrocio nelle carriere dei due protagonisti: Lesley-Anne Down che nei titoli di testa viene prima di Brosnan, aveva avuto un inizio carriera prettamente cinematografico per poi specializzarsi in ruoli televisivi e la possiamo vedere quasi quotidianamente in Beautiful nei panni di Jackie Marone, la madre peperina di Nick. Pierce Brosnan invece aveva alle spalle una carriera squisitamente televisiva e Nomads e’ il suo primo ruolo da protagonista sul grande schermo sul finire della serie di successo Mai dire si’ (Regminton Steele) terminata nel 1987. Ben presto Brosnan avrebbe abbandonato del tutto il mondo della televisione per dedicarsi esclusivamente al cinema vestendo anche i panni del penultimo 007.

Harry Potter e i doni della morte – parte 1

Harrypotterdonidellamorteparte1 Non sarebbe per nulla disdicevole se in una saga cinematografica cosi’ longeva prendesse a prestito dalle serie televisive il brevissimo riassunto degli episodi precedenti che permette allo spettatore medio, che negli ultimi 18 mesi trascorsi dal film precedente e’ stato in altre faccende affaccendato, di capire a che punto era rimasta la storia di HP.
Per chi non e’ fan accanito del maghetto, risulta particolarmente difficile seguire quest’ultima pellicola che esula dalla cornice solita del viaggio in treno ad Hogwarts e dall’ambientazione scolastica nel celebre college magico, totalmente assente in questa prima parte in cui Harry coi fidi Hermione e Ron parte alla ricerca degli Horcrux, i sette oggetti in cui Voldemort ha suddiviso e nascosto la sua anima per ottenere l’immortalita’ (due son gia distrutti in passato).
Il viaggio dei tre amici che non potranno neppure ricorrere alle arti magiche per il trasporto in seguito a una ferita di Ron ma dovranno muoversi come comuni mortali, permette di fare una riflessione generale sullo stile della saga potteriana che ha certamente alcuni stilemi specifici rappresentati dai bruschi movimenti dei mezzi di trasporto magici, dal bus che si alzava o si restringeva nel secondo capitolo alle traiettorie fulminee degli ascensori del Ministero della Magia in quest’ultima opera. A queste peculiarita’ si aggiungono pero’ aspetti via via diversi per ogni pellicola che si rifanno ai film piu’ in voga del momento. Se e’ sempre forte il legame con Il signore degli anelli (l’influenza negativa del medaglione pari a quella dell’anello) si aggiunge una sorta di citazione dell’altra saga must degli adolescenti cresciuti con Harry, Twilight, ed allora ecco che in quest’ultima pellicola i paesaggi mozzafiato assurgono ad un ruolo piu’ importante e i ghermitori hanno l’aria delle bande vampiresche di Twilight da cui derivano anche gli inseguimenti nella foresta. C’e’ anche una breve sequenza apocalittica che ricorda vagamente The road.
Nonostante i 146 minuti di durata dedicati solo alla prima parte della vicenda, il film non riesce ad approfondire le tematiche del volume (ad esempio i chiaroscuri della figura di Albus Silente) ma e’ una cavalcata tra mille situazioni che solo chi ha letto il romanzo puo’ comprendere e anche se c’e’ qualche buona trovata, come l’inseguimento durante il trasferimento di Harry col sidecar e soprattutto l’inserto a cartoni che coniuga il fascino delle ombre cinesi con un tratto di gusto burtoniano, queste chicche si disperdono nella lunghezza infinita del film. Sono piacevoli le scenografie con le case bislacche dei Weasley e di Luna Lovegood e i costumi (voglio una giacca a 5/6 colletti come Elphias Doge, al matrimonio!)
Avviso a chi soffre di ofidiofobia: stare all’erta, Nagimi e’ sempre piu’ realistica ed aggressiva ed e’ l’unico elemento davvero spaventevole di tutta la pellicola, non solo per chi ha la fobia dei serpenti.

Lasciami entrare

Lasciamientrare

Svezia, primi anni 0ttanta: Oskar, dodicenne vittima della banda di bulli della sua scuola, trova la forza di ribellarsi ai soprusi grazie all’amicizia con Ely, una strana bambina che va ad abitare nell’appartamento vicino al suo.. 
Nuova declinazione del tema del vampirismo che punta sull’angosciosa scoperta della mancanza di innocenza dei bambini che si affacciano all’adolescenza, sottolineando un tema attuale come quello del bullismo. Infanzie un po’ slabbrate che cercano una strada qualsiasi per sfuggire alla solitudine in cui li getta un mondo fatto di adulti disillusi o compresi nell’inseguimento delle lori illusioni (i genitori di Oskar, i beoni del quartiere).
 Il regista Tomas Alfredson compone immagini bellissime esaltando le fredde geometrie razionaliste dei sobborghi di Stoccolma, avvolte quasi sempre nelle gelide e scure notti svedesi rese irreali dal riverbero della neve a cui si contrappone la luce fintamente calda degli interni. 
C’e’ qualche breve momento di comicita’ involontaria come quella dei gatti che assalgono la neovampira, ma per il resto il film e’ lodevole soprattutto nel condurre la vicenda verso un presunto lieto fine lasciando solo intuire il destino amaro di chi vittima lo e’, forse, per predestinazione.

Rise – la setta della tenebre

Risesettatenebre

Sadie Blake e’ una giornalista a cui viene affidata un’inchiesta sul rapporto tra giovani e sette. La giornalista svolge cosi’ bene il compito che senza volerlo porta alla luce una vera setta di vampiri che si vendica facendo di Sadie  carne per i propri banchetti e giochi erotici. Ma Sadie non muore e torna per sgominare la famiglia di nonmorti  che l’ha vampirizzata.

Anche se il film non fosse noioso e  prevedibile come pure e’, Gutierrez dovrebbe essere punito dagli amanti del gotico per aver trasformato in una scena di comicita’ involontaria  una delle piu’ grandi paure dell’umanita’, il terrore di svegliarsi vivi dentro una bara. Si’ perche’ la nostra Sadie che si sveglia dentro la cassa dell’obitorio come prima cosa tenta di alzarsi e picchia una craniata contro il metallo -DLENG!- e a  quel punto sono completamente inutili le concitate scene per uscire dalla tomba: addio senso di asfissia, claustrofobia, paura impotenza, resta solo la risata.

E siccome Sadie e’ de coccio quando si risveglia  dentro il cofano di una macchina ripiglia la stessa craniata.

Per il resto il film barcolla noiosamente verso la fine con una storia un po’ Kill Bill (Sadie non solo si risveglia dentro una tomba e ne esce, ma si deve vendicare di 5 vampiri, l’ultimo dei quali e’ Bishop, il suo creatore) e Buffy, (vampiri che rifiutano la loro condizione e si mettono contro i loro simili al servizio del bene, balestre spara paletti che in questo caso sono di ferro invece che di frassino).

Lucy Liu’ mostra generosamente le tette, ma a parte la scena iniziale con la prostituta, la poca tensione erotica  che il film riesce a creare e’ merito di  Carla Gugino nel cameo di Evie. 

Quella in foto e’ l’unica scena decente e vagamente originale nella sua eleganza minimalista, tra tutta l’accozzaglia  di sottoscala e ganci da macellaio che il film riesce a mettere insieme.