Black rabbit

miniserie tv USA, 2025, Netflix
con Jude Law, Jason Bateman, Forrest Weber, Cleopatra Coleman, Sope Dirisu, Amaka Okafor, Troy Kotsur, Robin de Jesús, Chris Coy

Jake gestisce un locale di successo a New York, il Black rabbit, e potrebbe trasformarlo in un franchising riaprendo un ristorante di fama dentro al Four Season ma l’improvviso ritorno del fratello Vince, perenne scapestrato, manda all’aria tutti i piani…

Scomodo le parole del maestro Orson Welles che sosteneva che il lieto fine di un film dipende dal punto in cui chiudi la storia per questa mini serie molto intrigante che per buona parte degli episodi riesce a rinverdire i fasti del noir metropolitano affastellando un crescendo di situazioni sempre più complicate da cui i fratelli Friedkin escono regolarmente per il rotto della cuffia infilandosi sempre più nella tana del coniglio… nero di malavita e illegalità, non sempre gli snodi della trama sono solidi ma il tutto è avvincente almeno fino all’ultimo episodio.

Penso che la storia si sarebbe dovuta concludere con il suicidio di Vince
Vince è un raro caso di homme fatale, che distrugge tutto quello che tocca ed è interessante non farlo agire a livello sentimentale ma vederlo in azione nell’ambito familiare indagando un rapporto di fratellanza segnato da una infanzia difficile.


Mi sarei risparmiata i minuti finali di Jake rappacificato col mondo solo perché ha deciso di rallentare e gestire un bar. Questa teoria che il piano B meno frenetico sia la soluzione dei mali del mondoha un po’ stufato: il nostro protagonista ha morti, frodi e quant’altro sulla coscienza e basta servire caffè con calma per tornare ad essere felici? Grazie a dio c’è ancora in giro il vecchio Clint a ridare senso morale alla giustizia più imperfetta con Giurato n2

Anna Karenina

Joe Wright propone una nuova rilettura del classico della letteratura russa e ormai anche della cinematografia, viste le numerose trasposizioni.
L’innovazione più originale è quella di ambientare gran parte della trama in un teatro che si trasforma via via in residenza privata, stazione e qualsiasi ambientazione necessaria alle scene che vedono protagonista la nobiltà russa di Mosca o San Pietroburgo, sottolineando così la teatralità stessa di quelle esistenze, fluide ed eleganti come un’eterna danza ma in realtà soggette a rigide regole di comportamento che potevano essere eluse solo in maniera discreta e non infrante in pubblico come invece fa la nostra eroina. A questa ambientazione barocca fa da contraltare la bellissima fotografia degli esterni campestri, dove vive Kostja Levin, la cui pura storia d’amore con Kitty è il contraltare della tormentata e peccaminosa relazione tra Anna e Vronskij.
Bella anche l’insistenza sul ruolo del treno, cavallo di ferro e fuoco che non sa scuotersi di dosso il ghiaccio dell’inverno (e della società?) russi: l’incidente al meccanico subito dopo il primo incontro di Anna e Wronskij e il suono incombente delle rotaie che spesso torna a ricordare e anticipare come tutto stia precipitando verso il tragico epilogo.
La messa in scena è dunque affascinante ed è il punto di forza della pellicola, con costumi sontuosi che hanno vinto sia l’Oscar che il BAFTA 2013. Lo stile di ripresa è così patinato che in alcuni momenti (soprattutto nelle lunghe camminate, ad esempio quella di Anna nel labirinto) sembra di assistere allo spot di un profumo.

AnnaKarenina

Ottimo il cast: da notare che in ruoli secondari ci sono due protagoniste di serie tv di culto: la Mary Crowley di Downton Abbey (Michelle Dockery) nei panni della Principessa Myagkaya e Kelly McDonanld (moglie di Nucky Thompson in Boardwalk Empire) nel ruolo di Dolly.
Per quel che concerne i protagonisti Keira Knightley, decisamente troppo magra per interpretare un’Anna che Tolstoj descrive dal braccio paffuto e per riempire i décolleté degli stupendi abiti di cui sopra, ha comunque un gran fascino e unisce i canini aguzzi della Garbo alla leggiadria di Vivien Leigh, le due più famose Karenina del grande schermo.
Jude Law sembrava troppo bello per interpretare Karenin invece sa dare il giusto aplomb all’uomo tutto compreso dalla sua missione politica e per questo dimentico della moglie.
Aaron Johnson, che nel trailer mi pareva un po’ troppo effeminato è invece un Vronskij seduttivo e molto romantico.
Il film compie quindi una totale revisione dei personaggi maschili e alla fine si conclude che Anna è una donna molto amata sia dal marito che dall’amante ma vittima delle proprie nevrastenie che la conducono al suicidio: sinceramente è troppo tempo che non prendo in mano il romanzo per commentare se questa declinazione sia fedele o meno alle intenzioni dell’autore.

The aviator

Theaviator

Anno: 2004
Con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Kate Beckinsale, Jude Law, Alec Baldwin, Ian Holm, Alan Alda
Regia di Martin Scorsese





Vent’anni della vita dell’eccentrico magnate Howard Hughes, dall’arrivo appena ventenne nella dorata mecca del cinema per intraprendere la carriera di produttore realizzando uno dei film piu’ costosi della storia del cinema, Gli angeli dell’inferno (1930) al primo ed unico volo dell’enorme Hercules nel 1947, passando per gli amori con le dive del cinema, la passione per il volo e le sue idiosincrasie che lo porteranno alla follia.




Non credo che il film di Scorsese possa rientrare nel genere biopic, cioe’ nel novero dei film biografici piu’ o meno romanzati.
Per la complessita’ del personaggio, per il suo interagire con figure celeberrime del mondo del cinema da Jean Harlow a Kate Hepburn, da Errol Flynn ad Ava Gardner, Scorsese, grande conoscitore del cinema classico, preferisce rimandarci solo l’atmosfera di un epoca condensando il film in una biografia acronica, non si potrebbe spiegare altrimenti la presenza di Ava Gardner alla festa per la trasvolata oceanica compiuta da Hughes nel ‘35 quando l‘attrice all’epoca aveva solo tredici anni!
Anche la storia d’amore tra la Hepburn e Hughes e’ stata molto rimaneggiata: l’attrice nelle sue memorie ha sempre parlato solo di un’affettuosa amicizia, mai di qualcosa che potesse sfociare nel matrimonio. Il rapporto tra i due da il destro a Scorsese per mettere in scena una screwball, una commedia sofisticata sullo scontro tra i sessi, e il pezzo forte e’ proprio il pranzo a casa Hepburn, che pare uscito da Scandalo a Filadelfia, il film che rilancio’ definitivamente Katharine Hepburn dopo che per anni era stata “veleno per i botteghini”. (L’attrice compro’ i diritti del film grazie all’aiuto economico di Hughes).
Tutta la relazione Hepburn/Hughes e’ visualizzata rimandando a pellicole che hanno decretato il successo della diva: il volo notturno su Los Angeles ricorda La falena d’argento, in cui la Hepburn nel 1933 interpreta (guarda caso!) un’aviatrice e la prima uscita sui campi da golf ripropone Lui e lei del 1952, in cui l’attrice e’ una golfista un po’ insicura che trova successo e amore tra le braccia del nuovo allenatore Spencer Tracy.
Cate Blanchett non interpreta tanto la grande diva, ma piuttosto propone una recitazione alla Hepburn.
Spesso si paragona questo film a Quarto Potere, principalmente perche’ Welles prima che a Hearst aveva pensato a Hughes come figura ispiratrice del suo Citizen Kane. A parte il rimando iniziale al rapporto morboso con la madre e alla parola “magica” che da rosebud diventa quarantena, Scorsese costruisce un film speculare all’opera di Welles: se Heast/Kane sfrutta il suo denaro per manipolare le masse ed indurle a cercare la guerra, Hughes diventa un paladino della liberta’ lottando strenuamente contro il monopolio della Pan Am sulle rotte intercontinentali.
Personalmente ho apprezzato maggiormente questa seconda parte del film, dove esce la tematica preferita di Scorsese: lo scontro dell’individuo contro il sistema e bisogna riconoscere che la caratterizzazione del senatore Brewster data da Alan Alda e’ veramente notevole. Ottima anche la prova di Leonardo Di Caprio: piu’ che portarlo all’Oscar spero che questo ruolo lo liberi definitivamente dall’ombra del Titanic e ne faccia valutare serenamente le capacita’, di cui, per altro, aveva gia’ dato ampia prova in passato.

Recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

Sherlock Holmes – Gioco di ombre

Sherlock-Holmes-2-–-Gioco-di-Ombre 1891: una serie di attentati sconvolge l’Europa portandola sull’orlo del conflitto, per l’opinione pubblica e’ opera dei movimenti anarchici, solo Sherlock Holmes intuisce che si tratta di un piano del diabolico Moriarty che l’investigatore riuscira’ a sventare con l’aiuto di una zingara e del fido Watson a cui rovina il viaggio di nozze.

Il secondo capitolo di una saga cinematografica molto difficilmente regge il paragone con l’opera precedente ma dire che questo Sherlock Holmes 2 delude le aspettative e’ solo un simpatico eufemismo. Mi aspettavo che fosse piu’ fracassone, piu’ esagerato del precedente ma che si tentasse un connubio di questi aspetti con un gelido scontro mentale tra due intelligenze sovrumane, una dedita alla legge, l’altra completamente votata al male, era totalmente imprevedibile anche perche’ un connubio cosi’ bizzarro era difficile da gestire ed infatti il risultato e’ fallimentare. Dello spirito irriverente del primo capitolo rimane ben poco e per quanto Robert Downey Jr. risulti credibile anche se in scena e’ sempre piu’ sgualcito (non ricordo se abbia qualche inquadratura senza un livido o una ferita) il suo personaggio e’ talmente sopra le righe che a fatica si accetta il suo confronto con il compassato Moriarty. Anche perche’ gli scontri intellettuali tra i due sono intermezzi tra sequenze dove si procede per accumulo ad esempio nella fabbrica di munizioni che anticipa le atmosfere naziste, si inizia a spararsi con una pistola automatica e si finisce per tirare in campo il Piccolo Hans (probabile figlio della Grande Bertha) un modo come un altro per fare dell’antimilitarismo (banale e all’acqua di rose) ma non e’ quello che ci si aspetta da una pellicola di evasione come questa. D’altro canto non si puo’ credere neppure che un uomo di pensiero, drogato ed insonne attraversi boschi e lotti a mani nude con forzuti avversari.. Sinceramente? La prima volta (si’. Ce n’e’ anche una seconda!) in cui Holmes sembra tirare le cuoia sul vagone bestiame, ho sperato che ci restasse secco.
Si salva solo il segmento in cui il travestito Holmes trascorre la notte con Watson, dopo avergli gettato la moglie dal treno: al di la’ dell’esplicitazione omosessuale ci ho visto un divertito omaggio ai Jack Lemmon e Tony Curtis di A qualcuno piace caldo.

Sherlock Holmes

Sherlockholmes Al suo primo blockbuster Guy Ritchie rilegge in chiave contemporanea l’epopea di Sherlock Holmes che dismette la mantellina e il cappellino cn le orecchie rivolte all’insu’ della tradizione per trasformarsi in un dandy un po’ sgualcito molto piu simpatico del saccente detective che, a quanto pare, non godeva neppure le grazie del suo creatore, Arthur Conan Doyle. Anche l’onnipresente Watson si trasforma da spalla un po’ ottusa in un fedele amico bonario ma non succube del geniale compagno d’avventure.
Certo siamo davanti a un film di puro intrattenimento dove le scene d’azione corpo a corpo, declinate come le arti marziali orientali, caratteristica dei nostri tempi, non mancano ma il film, a mio parere, ha il pregio di far rivivere un certo spirito dell’epoca vittoriana che permetteva il felice connubio tra positivismo scientifico e la fede nel progresso con le pratiche della magia nera e dello spiritismo. Caratteristiche della seconda meta’ del XIX secolo che sono state alla base di molte opere letterarie tra cui si annoverano quelle di Conan Doyle.
Altra caratteristica della pellicola, non sempre data per scontata in film di casetta, e’ la presenza di attori che sanno recitare (oltre che essere fascinosissimi!). Robert Downey Jr sembra ricordarsi benissimo la lezione del Chaplin che gli procuro’ l’Oscar nel 1992 e sfodera un repertorio di mimica degno di Charlot, del resto la sua rinascita come divo di film di cassetta si deve proprio all’ironia con cui prende poco sui serio i suoi eroi campioni di incassi.

Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

Parnassus

Altro capitolo rocambolesco delle opere di Terry Gillian portato fortunosamente a termine. Questa volta i problemi non sono di natura produttiva ma dovuti alla tragica e inaspettata scomparsa del protagonista, Heat Ledger, deceduto in maniera misteriosa durante la lavorazione del film che e’ stato terminato grazie alla collaborazione di Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel, diventando un omaggio postumo alla giovane star scomparsa prematuramente. Tutto gira attorno ad uno specchio magico che si puo’ penetrare e la persona che lo attraversa ha modo di confrontarsi con le proprie fantasie e il proprio mondo interiore. Tony Shepherd, il protagonista interpretato da Heat Ledger, cambiera’ anche volto nei viaggi dentro lo specchio, assumendo le sembianze dei tre attori che concludono il film per l’amico scomparso. Per quanto immaginifico nel rappresentare i mondi interiori, la pellicola non mi ha colpito al cuore anche se tratta temi affascinanti come il potere dell’affabulazione e dell’immaginazione: forse Parnassus sconfigge davvero il diavolo quando il disincantato Mr. Nick, interpretato da Tom Waits, lo tenta per la prima volta, quando Parnassus e’ ancora un monaco, dimostrando che anche se il monastero smette di narrare la storia della creazione il mondo non finisce e Parnassus non vacilla, convinto che da qualche altra parte qualcuno stia comunque raccontando una storia. Per il resto il film e’ una scorribanda un po’ folle che pure ha una sua logica e un suo fascino che pero’ esulano dalla coesione narrativa della vicenda.

Un bacio romantico

Jeremy gestisce una tavola calda a New York , un giorno al suo locale si presenta Elisabeth, in crisi con il fidanzato. Tra i due nasce un’amicizia che continua anche quando la ragazza lascia la citta’ per un on the roads alla ricerca di se’ stessa

Unbacioromantico

Sara’ un po’ come sparare sulla Croce Rossa, ma il titolo italiano del film di KarWay e’ veramente indecente dato che l’unico bacio romantico arriva nella scena finale, rimanendo per mezza pellicola un desiderio irrealizzato di Jeremy. Certo, non si tratta di un film di suspance, ma un titolo diverso avrebbe permesso allo spettatore di apprezzare maggiormente il mondo rarefatto del regista asiatico, dove la love story tra i due protagonisti poteva anche non essere cosi’ scontata, del resto la vicenda tra Jeremy e Elizabeth e’ la cornice per raccontare altre storie di amore e fiducia che hanno per protagonisti i personaggi che Elizabeth incontra nel suo viaggio; personalmente quello che ho preferito e’ il rapporto morboso tra Arnie, poliziotto alcolizzato e Sue Lynne, la moglie perennemente insoddisfatta che lui ama disperatamente.

L’amore non va in vacanza

Lamorenonvainvacanza

Iris e’ una giornalista inglese da anni perdutamente innamorata di un collega che si sta sposando con un’altra, Amanda e’ una ragazza americana in carriera, crea trailer cinematografici, che ha appena buttato fuori casa il fidanzato che l’ha tradita.
Le due sconsolate fanciulle, tramite un sito internet specializzato, si scambiano la casa e (ri)trovano l’amore.

Mi era caduto l’occhio sulla durata del film, 138’ ed ero gia’ entrata in sala con cattivi presentimenti: una commedia NON puo’ durare cosi’ a lungo, neppure se racconta due storie speculari, ma pare che ormai un film che duri meno di due ore non possa piu’ esser contemplato e cosi’ la storia viene allungata con i melensi balletti finali ed altre scene totalmente inutili (ad esempio un prolungato campo e contro campo di Cameron Diaz che fa le smorfie ad un simpatico cagnetto, ovviamente vince il cane, per l’antica legge che vuole che non ci si confronti mai con bambini e animali se non si vuole uscire perdenti e anche i fan piu’ accaniti della bella e brava Cameron non potranno accontentarsi di tanta buffa leziosita’).
Nell’insieme il film potrebbe essere una mediocre commediola che procede verso il prevedibile finale gia’ illustrato dalla locandina ma come nell’ultimo lavoro di Pupi Avati, la regista fa continui rimandi al cinema del bel tempo andato e se nel lavoro del regista italiano questi potevano essere un valore aggiunto alla pellicola, in questa fatica di Nancy Meyers affossano completamente l’opera: come si puo’ citare l’incontro tra Gary Cooper e Claudette Colbert in L’ottava moglie di Barbablu’ di Lubitsch, nominare Lady Eva con Barbara Stanwyck, far passare in tv La signora del venerdi’ con Cary Grant e Rosalind Russell e poi contravvenire cosi’ palesemente alle piu’ banali leggi della commedia sofisticata, citate prima?!?
Qui tutto si limita all’uso superficiale della bellezza degli attori (l’unica sorpresa della storia starebbe nel personaggio di Jude Law che si rivelera’ diverso da come appare inizialmente) e dei luoghi: i pittoreschi cottages inglesi contrapposti alle lussuose ville hollywoodiane sono un’altra occasione perduta, tratteggiando nella maniera piu’ superficiale lo snobismo di Amanda e lo stupore dell’inglesina in America. Deludente.

Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi

Lemonysnicket Brad Silberling emulo di Tim Barton?
seee… gli piacerebbe!
Fratelli Baudelaire vs Harry Potter?
Ma non c’e paragone! Il maghetto vince su tutta la lunghezza!
Sono solo dispiaciuta che Jude Law abbia prestato il suo volto (in penombra!!!) a Lemony Snicket quando le sue nobili origini inglesi gli avrebbero garantito un buon ruolo nella saga potteriana.
Vabbe’… la mia analisi un poco piu’ seria sul film la trovavate su ImpattoSonoro, ora qui sotto

I tre fratelli Baudelaire, Violet, Klaus e Sunny, ragazzi dalle qualita’ eccezionali, si ritrovano improvvisamente orfani: la loro casa e’ andata misteriosamente a fuoco e i loro genitori sono periti nell’incendio che ha distrutto tutte le loro cose. Vengono affidati a un lontano cugino, il Conte Olaf un attore bislacco e crudele che tenta di eliminarli per impossessarsi della loro eredita’..

Questo film doveva essere la risposta americana alla saga di Harry Potter, ma non riesce mai a tenere il passo con il fantastico mondo del maghetto inglese, pur essendo tratta da una collana di libri per l’infanzia di grande successo e buona fattura che descrive in 13 volumi le peripezie degli orfanelli Baudelaire.
La pellicola ha momenti interessanti e anche molto divertenti e talvolta riesce anche a spaventare lo spettatore, ma mostra dei limiti molto pesanti; il principale e’ dato dal fatto che questo primo film (ma dubito che ce ne saranno altri) nasce dalla fusione dei primi tre romanzi, (Un infausto inizio, La stanza delle serpi, La funesta finestra) ed il difetto di una sceneggiatura segmentata e poco omogenea e’ evidentissimo: Olaf pare essere mosso solo dall’interesse per il denaro dei Baudelaire e tutto il tema dell’associazione segreta che contrasta il male a cui appartengono i genitori dei tre fanciulli rimane nebulosamente sullo sfondo. Lo stile di narrazione in prima persona che caratterizza le avventure scritte da Lemony Snicket diventa solo un’appendice verbosa che appesantisce il film, in particolare il predicozzo finale moraleggiante e buonista e’ di una noia mortale.
La scenografia e’ ricca e fantasmagorica e pare ispirarsi alle atmosfere create di Tim Burton, ma in questo mondo che fonde stili gotici con macchine ed utensili anni ’50, stona notevolmente il costume di Klaus Baudelaire: se le sue sorelle indossano abiti con crinolina vagamente punkeggianti e al Conte Olaf e alla sua ghenga sono riservate mise degne del piu’ eccessivo glam-rock, il ragazzo indossa un comunissimo maglione blu abbinato a un paio di pantaloni beige ed essendo praticamente sempre in scena con il suo stile minimalista e realista impedisce al mondo fantastico che il film vorrebbe dipingere, di decollare.
Star indiscussa del film e’ Jim Carrey, qui in una prova forse un po’ troppo sopra le righe, di certo lo surclassa l’inossidabile Meryl Streep nei panni della stravagante zia Josephine.
Fastidioso per qualunque cinefilo che si rispetti, l’autocelebrazione di Jim “faccia di gomma” Carrey quando in attesa che un treno investa i ragazzi sfoglia un giornale che porta Lon Chaney sr. in copertina: c’e’ molta differenza tra il saper recitare credibilmente con protesi in silicone e le storpiature che si autoinfliggeva il celebre divo del muto!

Closer

Closer Un gioco delle coppie che lascia insoddisfatti, quello proposto da Mike
Nichols, una visione dell’amore piuttosto triste e intrisa di
perbenismo : Dan (Jude Law) colui che che per primo inizia il gioco dei
tradimenti, e’ quello che rimarra’ piu’ scottato mentre Larry (Clive
Owen) e Anna (Julia Roberts) riusciranno a recuperare in un modo o
nell’altro il loro matrimonio e Alice (Natalie Portman) e’ l’unica a
liberarsi definitivamente da questo gioco amoroso.
Il personaggio di Alice e’ sicuramente il piu’ interessante, che
riserva anche un colpo di scena finale: una figura femminile tutt’altro
che fragile o per lo meno in grado di fronteggiare benissimo le sue
debolezze. Il caschetto nero e il profilo stupendo della giovane
attrice mi hanno fatto tornare in mente Lulu’
e il suo personaggio ha effettivamente un impatto devastante sulla vita
degli altri protagonisti.
Il film e’ fortemente penalizzato dal fatto di essere un adattamento
teatrale, l’aspetto dialettico e’ preminente e la regia piuttosto
anonima, se si esclude la scena tra Larry e Alice nel night club.
La versione italiana dei dialoghi e’ orripilante: alla pretenziosita’
pseudo-intelletuale (quand’e’ l’ultima volta che vi e’ stato chiesto
del vostro drudo?) si alterna la volgarita’ intenzionale di chi non ha
altro modo per essere “trasgressivo”.
Ridicola la traduzione della chattata non tanto per il testo o il
linguaggio, quanto per il modo in cui viene simulato il linguaggio in
rete: alla k ed ad altre abbreviazioni sono state aggiunge eliminazioni
casuali di vocali in fine o a meta’ parola: mai letto su internet un
dialogo cosi’ o ricevuto un sms strutturato in questa maniera.
Un film gelido e raggelante che non lascia mai filtrare un brivido di
passione.