La tentatrice

The Temptress
USA 1926 MGM
con Greta Garbo, Antonio Moreno, Armand Kaliz, Marc McDermott, Roy D’Arcy, Lionel Barrymore, Robert Anderson, Virginia Brown Faire
regia di Fred Niblo


Latentatrice


A Parigi, durante un ballo in maschera Manuel Robledo incontra una donna misteriosa e si giurano amore eterno ma il giorno dopo, in visita all’amico, il marchese di Torre Bianca, Robledo scopre che la donna di cui si è invaghito, è Elena, la moglie del marchese. Robledo non può esimersi dall’accompagnare la coppia a una cena di gala dal banchiere Fontenoy che conclude il festino annunciando il proprio fallimento per colpa di Elena e si suicida davanti alla tavolata. Robledo sconvolto anticipa il rientro in Argentina dove è a capo dei lavori di costruzione di una diga senza ascoltare le ragioni della donna.
La reputazione dei Torre Bianca oramai è rovinata e raggiungono Robledo in Argentina, anche qui Elena porta scompiglio e morte. Quando un bandito locale fa saltare la diga, Elena decide di lasciare Robledo, che pure le ha dichiarato il suo amore. Sei anni dopo la diga è terminata e Robledo torna a Parigi con Celinda, la fidanzata. Tra la folla scorge Elena abbrutita dall’alcol ma quando la avvicina, la donna finge di non riconoscerlo.


The temptress


La Tentatrice è il secondo film film americano della Garbo che ne decreta il successo e come la protagonista del film, al suo trionfo si sacrifica Mauritz Stiller, il regista mentore dell’attrice che avrebbe dovuto dirigere la pellicola ma fu licenziato dopo una decina di giorni e dopo qualche altra fallimentare esperienza con gli Studios tornò in Svezia.



La tentatrice


La regia passa in mano a Fred Niblo che è molto abile nell’alimentare il mistero femminino della femme fatale. Il film si apre con il rifiuto di Elena a Fontenoy poi vediamo la donna tristissima coinvolta nella sarabanda delle danze fino all’incontro con Robledo. La donna che il mattino dopo si presenta come Elena di Torre Bianca è ben diversa, lasciando stupito anche lo spettatore. Elena resta impassibile anche di fronte al suicidio del banchiere ma ben presto scopriamo che è il marito che per mantenere il suo tenore di vita, ha spinto la moglie tra le braccia di Fontenoy.


Latentatrice


Quando raggiunge l’Argentina con il marito, Elena vuole solo recuperare il rapporto con Robledo ma tra i compagni dell’ingegnere scatta una rivalità che porta all’omicidio e per salvare Elena dalle rudi avances del bandito Manos Duras, Robledo accetta un duello all’argentina, cioè a colpi di frusta, una sequenza molto potente che fa il paio con l’inquadratura sotto il tavolo durante la cena di Fontenoy dove i vari intrecci di gambe raccontavano le tresche segrete tra i vari commensali: continua l’antitesi tra il frivolo mondo parigino e il rude mondo del lavoro in una terra da domare.



Thetemptress


Il film ha due finali, uno drammatico e uno con l’happy end, io ho visto il primo e ancora una volta ho ritrovato l’ambiguità che caratterizza il mistero di Elena: molto probabilmente la donna finge di non riconoscere l’amato per non rovinargli il momento di gloria ma quando resta sola e trasfigura il beone del tavolo accanto in Gesù Cristo a cui dona l’anello di Robledo, è la follia dettata dal dolore del sacrificio o i vaneggiamenti di un’alcolizzata? Di certo Elena, omen nomen, richiama l’antesignana omerica, impotente prima vittima dei guai attirati dalla sua bellezza.

Maria Walewska

ConquestConquest
USA 1937 MGM
con Greta Garbo, Charles Boyer, Reginald Owen, Alan Marshal, Henry Stephenson, Leif Erickson, Dame May Whitty, Maria Ouspenskaya, Claude Gillingwater, C. Henry Gordon, George Houston, Scotty Beckett
regia di Clarence Brown

La storia d’amore tra la contessa polacca Maria Walewka e Napoleone Bonaparte: lei, infatuata dell’eroe che darà la libertà all’Europa, viene scelta dai nobili polacchi per conquistare Napoleone che l’aveva notata e convincerlo a dare l’indipendenza alla Polonia; nonostante l’intrigo, tra i due nasce veramente l’amore ma dopo la vittoria di Austerlitz Maria si accorge che il Corso non è più spinto dagli ideali egalitari ma dalla brama di potere; continua però ad amarlo e lo raggiunge all’isola d’Elba dove gli presenta Alessandro, figlio del loro amore e cercherà ancora di organizzare la fuga dell’imperatore sconfitto appena prima che venga esiliato a Sant’Elena.



Mariawalewska


Dramma storico della MGM che sfodera il suo classico repertorio: magniloquenza nei costumi e nelle scenografia e grandi interpreti, in questo caso la Garbo e Charles Boyer.
Se l’attore francese è molto credibile nella parabola di Napoleone, con una recitazione molto nervosa che rende visibile tutta la grinta che anima il grande Corso dagli entusiasmi giovanili alla sete di potere che lo porta al secondo matrimonio con un’Asburgo, fino alla rassegnata ma orgogliosa accettazione della sconfitta e dell’esilio, la divina è evidentemente stanca delle scene madri e infatti questo è l’ultimo dei sette film che gira con il fidato Clarence Brown e anche il terzultimo film della sua carriera.
Come dice la didascalia iniziale, i fatti storici sono sostanzialmente rispettati, la melassa investe la vicenda sentimentale dei due protagonisti riservando alla Garbo tutto il repertorio da sdegnata, delusa, offesa di cui l’attrice era notoriamente stufa e che appesantiscono anche il film che pure riserva qualche inquadratura interessante di taglio sovietico soprattutto nei primi piani dei cosacchi che devastano la tenuta dei Waleski all’inizio dei film.
Alla regia partecipa non accreditato, il regista ceco Gustav Machatý, tornato in auge in questi giorni dato che la 76ma edizione del Festival di Venezia è stato inaugurato ieri in preapertura con la versione restaurata del suo film più noto, Estasi.

Notte di nozze

The Wedding Night
USA 1935
con Anna Sten, Gary Cooper, Helen Vinson, Sig Ruman, Ralph Bellamy, Eleanor Wesselhoeft, Leonid Snegoff, Milla Davenport, Agnes Anderson, Walter Brennan, Esther Dale
regia di King Vidor



Notte di nozze


Tony Barrett, scrittore di successo dedito alla bella vita, si vede rifiutato il suo terzo romanzo: per sfuggire ai debiti e cercare ispirazione, si trasferisce con la bella moglie Dora nella casa di famiglia del Connecticut. I nuovi vicini polacchi si presentano e chiedono di poter acquistare un appezzamento di terreno che i Barrett non usano. Mente la moglie Dora si annoia, Tony si appassiona alla vita tradizionale della comunità polacca che mette al centro del suo nuovo romanzo e quando la moglie torna in città lega moltissimo con Manya, la figlia del vicino. Nel paese iniziano le chiacchiere sui due e quando una tormenta di neve blocca Manya a casa di Tony, il padre di lei anticipa le nozze della figlia con Fredrik Sobieski. Intanto è tornata anche Dora che viene subito messa al corrente dei pettegolezzi ma sarà la lettura del romanzo a farle capire la portata del sentimento del marito per Manya ma, decisa a non rinunciare all’uomo che ama, lo informa delle nozze della ragazza solo mentre queste si stanno svolgendo; Tony si presenta lo stesso alla festa e balla con la sposa per poi andarsene ma il neo sposo geloso e ubriaco lo rincorre per aggredirlo, Manya corre ad avvisare Tony di mettersi in salvo ma durante la colluttazione sulle scale cade e muore battendo la testa.



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Notte di nozze  fece vincere a King Vidor il premio per la miglior regia al Festival di Venezia del 1935. E’ un film piuttosto bizzarro che parte come una commedia brillante soprattutto la parte iniziale incentrata sulla vita newyorkese dei Barrett è scoppiettante e ricorda le vicende di Francis Scott Fitzgerald, almeno come sono raccontate nella serie televisiva di Amazon Prime, Zelda.
Da commedia si passa lentamente al dramma con i toni frizzanti che si spengono piano piano per terminare in un finale drammatico degno dei melodrammi che il regista firmerà un decennio dopo con Jennifer Jones come protagonista.
Senza avere la grinta delle eroine future Manya non è poi troppo diversa da Ruby Gentry o la Pearl di Duello al sole: una donna che fa parte di una comunità chiusa, destinata a un ruolo per cui non è tagliata, in questo caso non per ambizione ma per sensibilità, anche Tony Barrett non è mosso da bassi istinti come nei film futuri ma trova in Manya lo sprone per rimettersi a lavorare che aveva perso con Dora, la moglie superficiale attratta dalla bella vita che il marito di successo le garantisce.
Tutti ostacolano l’amore tra Tony e Manya per le differenze sociali ma tra i due protagonisti c’è un’innegabile affinità elettiva che li attrae al punto che Manya, la sua notte di nozze, fugge dalla festa di matrimonio pur di avvisare Tony dell’aggressione di Frederick e rimettendoci la vita.



Nottedinozze


Il cast è ottimo, notevole soprattutto Helen Vinson nel ruolo della moglie apparentemente frivola ma in fondo davvero innamorata del marito, ben interpretato da Gary Cooper. Manya è l’attrice russa Anna Sten, al terzo film americano: l’aveva notata Samuel Goldwyn in alcuni film girati in Germania e l’aveva voluta in America nell’ennesimo tentativo (come sempre fallito) di trovare una nuova Garbo.

Mia cugina Rachele

My Cousin Rachel
USA 1952 20th Century Fox
con Olivia De Havilland, Richard Burton, John Sutton, Audrey Dalton, Ronald Squire, George Dolenz, Tudor Owen
regia di Henry Koster



Mia cugina Rachele


Nella Cornovaglia del XIX secolo, l’orfano Philip Ashley viene cresciuto amorevolmente dal cugino Ambrose; quando il giovane è ormai ventenne, il cugino acciaccato va a svernare in Italia e qui si sposa con una lontana parente, la contessa italiana Rachele Sangalletti. Dopo le nozze Philip inizia a ricevere delle strane lettere in cui il cugino accusa la moglie di cercare di ucciderlo, Philip parte per Firenze ma trova solo la tomba di Ambrose mentre Rachele è partita subito dopo il funerale. Qualche tempo dopo Rachele si trova a  Plymouth e Philip la invita nella casa di famiglia per chiederle spiegazioni della morte del cugino, si trova di fronte una donne amabile e affascinante di cui si innamora perdutamente tanto da intestarle tutti i beni che non aveva ereditato per la morte improvvisa del marito. Rachel però rifiuta di sposarlo e improvvisamente Philip si ammala: torna il sospetto che la donna sia una letale avventuriera..




Mycousinrachel


Dal romanzo omonimo di Daphne Du Maurier, pubblicato nel 1951, un bel film dalla gestazione un po’ sofferta: alla regia doveva esserci  George Cukor poi sostituito da Henry Koster, mentre per il ruolo di Rachele si era pensato addirittura alla Garbo. Anche per Olivia de Havilland fu comunque un ritorno: dopo L’Ereditiera del 1949, l’attrice si era dedicata solo al teatro.
Il film è anche noto per essere il primo lavoro americano di Richard Burton che guadagnò subito una nomination agli Oscar.




Mia cugina rachele


Melodramma a tinte fosche che evoca subito la tragedia aprendosi su un impiccato per delitto passionale, Mia cugina Rachele sa mantenere l’ambiguità della protagonista e conservare il mistero della sua vera natura anche dopo la sua morte: una donna di buon cuore, estremamente comprensiva verso il marito e il giovane nipote la cui famiglia è segnata dalla tara della malattia, confermata anche dall’amico di famiglia e tutore Nick Kendall o una spietata avventuriera falsa e disposta a tutto per arricchirsi con la complicità dell’amico e legale Guido Rainaldi, addirittura un’avvelenatrice in grado di eliminare gli Ashley con le sue tisane?




Miacuginarachele


Ciascuno è libero di inrerpretare la vicenda a proprio piacere, resta una grande produzione cinematografica con ottimi attori, e l’ottima fotografia che gioca anche con le ombre sottolinea l’ambiguità della storia, bella la sequenza della malattia di Philip che nel delirio crede di esser riuscito a sposare Rachel.

The changeling

Canada 1980
con George C. Scott, Trish Van Devere, Melvyn Douglas, Madeleine Sherwood, Jean Marsh
regia di Peter Medak



Thechangeling


Il compositore John Russell decide di trasferirsi da New York a Seattle dopo che la moglie e la figlioletta sono morte davanti ai suoi occhi in un incidente automobilistico.
A Seattle ha un incarico universitario e gli viene assegnata una vecchia casa vittoriana in disuso da anni dove presto l’uomo inizia ad avvertire strane presenze. L’antica magione nasconde un terribile segreto riguardante il senatore Joseph Carmichael che usa tutto il suo potere per intimidire Russell ma il fantasma non ha più intenzione di tacere..



Changelingl


Solitamente apprezzo i film che Scorsese ha segnalato nella sua lista degli undici film più spaventosi ma The Changeling che pure rientra nell’elenco, mi lascia piuttosto perplessa per quel che concerne la trama.
La sequenza iniziale dell’incidente sulla neve è molto bella anche se ha poco a che fare con il resto del film: posso anche capire che una perdita così dolorosa e recente serva a giustificare la disponibilità del protagonista ad avvertire e seguire le comunicazioni paranormali ma che una persona così provata accetti di andare a vivere in una vecchia casa disabitata da anni, mi lascia francamente perplessa.
Non ho capito poi il finale: perché il piccolo Carmichael non trovi la pace dopo la sepoltura e dopo che la sua storia è stata svelata ma abbia un delirio finale poltergeistiano anche contro coloro che lo hanno aiutato.



The changeling


C’è da dire che il regista Peter Medak è il terzo subentrato nel progetto e notoriamente i cambi di regia lasciano degli strascichi sul lavoro ultimato.
Per il resto il film non si discosta dal modello delle grandi produzioni horror anni ’70 con grandi attori del passato in ruoli inconsueti, il senatore Carmichael è interpretato da Melvyn Douglas, star delle commedie brillanti anni ’30: era lui che riusciva a far ridere la Garbo, severa Ninotchcka dell’omonimo film di Lubitsch.
Una serie di caratteristi dalle facce inquietanti sul modello di Rosemary’s baby, colori acidi ereditati dai film di Dario Argento.



Thechangeling


Nel fatto che il corpo del bambino ucciso nel 1910 sia stato gettato in un pozzo, qualcuno vede una fonte d’ispirazione per The Ring (cfr. Il Mereghetti) ma anche questa mi pare una forzatura.

La carne e il diavolo

Flesh and the Devil
USA 1927 MGM
con Greta Garbo, John Gilbert, Lars Hanson, Barbara Kent
regia di Clarence Brown



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In licenza con il commilitone e amico d’infanzia Ulrich von Eltz, il barone Leo von Harden rimane folgorato da una bella sconosciuta incrociata in stazione. Leo ritrova Felicitas a un ballo e tra i due scoppia l’amore ma Felicitas ha taciuto all’amante di essere sposata al conte von Rhaden che, sorpresi i due amanti, sfida Leo a duello, dove ha la peggio. Leo per punizione viene inviato cinque anni in Africa e affida Felicitas all’amico del cuore, mantenendo però la promessa fatta al conte von Rhaden quella cioè di non macchiare il suo onore e far credere che il duello riguardava un alterco al gioco. Ulrich fa in modo che Leo possa tornare dall’Africa dopo tre anni ma nel frattempo sposa Felicitas.
Leo è costretto suo malgrado a mantenere i rapporti con la coppia per non ferire Ulrich ma è sempre più difficile resistere al fascino di Felicitas che continua a provocarlo e lo convince a fuggire insieme ma l’improvviso ritorno di Ulrich con un costoso gioiello fa capire alla donna che non vuole rinunciare agli agi della sua posizione. Leo infuriato cerca di ucciderla ma interviene Ulrich che lo sfida a duello nell’isolotto dove da bambini si sono giurati eterna amicizia.
Convinta da Herta, sorella di Ulrich da sempre innamorata di Leo, Felicitas corre a fermare il duello ma cade in una buca nel ghiaccio e annega. Pur ignari della sua morte improvvisamente i due amici capiscono la pazzia che stavano commettendo e ritrovano la loro amicizia.



Fleshdevilfiammifero


Il melodramma amoroso firmato MGM che rese Greta Garbo una star e le fece incontrare John Gilbert, il fascinoso divo del muto che avrebbe sostituito Valentino nel cuore delle fan ma che non avrebbe retto al passaggio al sonoro morendo alcolizzato a soli 36 anni.
LacarneeildiavoloL’incontro tra la Garbo e Gilbert generò scintille sullo schermo e anche una turbolenta storia d’amore.
La vicenda della maliarda che seduce gli uomini portandoli alla rovina non è nuova per il cinema muto che sulle vamp ha costruito la propria fortuna, ne La carne e il diavolo è interessante il chiaro parallelo demoniaco già anticipato dalle parole del pastore Voss: le donne belle sono inviate del demonio per farci cedere alla carne e dimostrato nella celeberrima scena della comunione dove Felicitas beve voluttuosamente dal calice ruotandolo per posare le labbra dove le aveva appena messe il suo amante, trasformando un momento religioso in un atto di pura seduzione.
L’alone demoniaco è confermato dal finale: con l’annegamento di Felicitas dagli occhi dei due uomini è come se cadesse un velo che gli permette di ritrovare la loro amiciza che fin dall’inizio della pellicola sembra nascondere una latente attrazione omosessuale.
Clarence Brown che dirigerà sette volte la Garbo, ne La carne e il diavolo dimostra tutta la sua abilità di regista: indimenticabile la scena di seduzione in giardino con la sigaretta che passa dalle labbra della Garbo a quelle di Gilbert che gliela deve accendere illuminando il volto dell’attrice solo con la fiammella del fiammifero.
CarneeildiavoloduelloUn altro momento molto significativo è quando il conte von Rhaden scopre gli amanti: con un breve carrello avanti il regista inquadra la coppia attraverso la mano del marito, che si contrae per l’ira.
Il duello tra von Rhaden e Leo è girato in controluce, quasi un gioco di ombre cinesi, la riipresa si allarga mentre i duellanti finiscono fuori campo, l’esito dello scontro si capirà solo dall’inquadratura successiva con Felicitas che si prova velo e cappello da vedova.
Il ritorno di Leo dall’Africa vede sempre il volto di Felicita in sovrimpressione, a significare che l’uomo non ha altro pensiero e il nome della donna è scandito in sovrimpressione dagli zoccoli dei cavalli in corsa o dalle rotaie del treno, Ovviamente appena arrivato in stazione Leo scopre che l’amata è diventata la moglie del suo migliore amico.




Lacarneeildiavolo


Per moderare il finale la MGM aveva fatto aggiungere una scena dove Leo ritrova la serenità sentimentale ma nel restauro si è tornati al finale voluto dal regista con l’abbraccio riappacificatore tra i due uomini

Anna Karenina

AnnakareninaUSA 1935 MGM
con Greta Garbo, Fredric March, Basil Rathbone, Freddie Bartholomew, Maureen O’Sullivan
regia di Clarence Brown

Il conte Vronsky è a Mosca in licenza e andando a prendere sua madre alla stazione, incontra Anna Karenina. Sarà amore a prima vista anche se la donna cerca di rifuggire il sentimento perché sposata e con un figlio. Quando la passione divampa, la coppia è sulla bocca di tutti e Karenin chiede alla moglie di rinunciare all’amante in nome del decoro. Vronsky e Anna fuggono in Europa e la vendetta di Karenin sarà terribile: far credere al figlio che la madre sia morta. Ormai sola Anna Karenina si accorge che anche Vronski si sta allontanando da lei e non le resta che il suicidio..

La versione cinematografica di Anna Karenina con Greta Garbo è di certo la più famosa anche se molti temi del romanzo di Tolstoj vengono tralasciati: la cognata Kitty figura solo come la fanciulla innamorata di Vronsky che rischia di perdere il vero amore di Yashvin, mentre Dolly rappresenta l’alter ego di Anna: la buona moglie costretta a perdonare le intemperanze del donnaiolo Stiva, il fratello di Anna che sul finale non esita a fare un’ipocrita ramanzina alla sorella perduta.

Karenin

 

Anna è una madre amorevole che riversa sul figlio le delusioni di un matrimonio infelice con Karenin, arido uomo di stato che pensa solo alle convenienze sociali. Ad interpretarlo un gelido Basil Rathbone, che prima di diventare Sherlock Holmes inanellò una lunga serie di vilain, tra cui l’insensibile Karenin.
AnnaKareninaaperturaVronsky incarna il perfetto modello maschile e Frederic March è quasi irriconoscibile per l’aspetto ultravirile del soldato valoroso, ottimo compagno di bevute: è l’unico che esce vincitore dalla gara di vodka della delirante apertura iniziale del film su un fastoso banchetto degli ufficiali russi. Non si disamora di Anna anche se la madre cerca di presentargli un buon partito da sposare ma sente la mancanza dell’azione militare e decide di partire per la guerra senza comunicarlo alla donna che per lui ha abbandonato tutto, anche l’adorato figlio.
In questo mondo schiavo delle convenzioni si muove l’Anna Karenina della Garbo: la diva appare in uno sbuffo di vapore mentre scende dal treno (tutta la scena iniziale dell’incontro alla stazione ha rimandi al tragico epilogo finale). Il suo volto è inespressivo, la maschera glaciale di una donna conscia della propria posizione, convinta di non poter avere altro dalla vita. Nel corso del film la Garbo sa rendere tutte le passioni che sconvolgono Anna: l’amore, la gelosia, la rassegnazione che la porta al suicidio.
Non era la prima volta che la diva svedese portava l’eroina di Tolstoj su grande schermo, era già stata protagonista della versione muta del 1927, Love diretta da Edmund Goulding.
Il film del ’35 fu presentato alla terza edizione della Mostra di Venezia vincendo la Coppa Mussolini per il miglior film straniero.
Dopo questa versione si contano altre cinque versioni cinematografiche del romanzo a partire da quella del 1948 che ha per protagonista Vivien Leigh fino all’ultima del 2012 che vede una magrissima Keira Knightley vestire i panni di colei a cui Tolstoj dedica una descrizione del braccio paffuto, quindi non doveva essere esattamente una silfide.
Ci sono anche cinque versioni mute prima della versione del ’27 con la Garbo.

Herbert Marshall

Herbertmarshall Esattamente 50 anni fa moriva Herbert Marshall, star elegante e raffinata del cinema hollywoodiano per tutti gli anni ’30 e ’40. La sua è una storia molto particolare.
Herbert Brough Falcon Marshall nasce a Londra il 23 maggio 1890, si avvicina a l teatro prima lavorando dietro le quinte per poi debuttare nel 1911. La Grande Guerra blocca quella che era una carriera in ascesa e Marshall riporta una ferita molto seria a una gamba che gli viene amputata costringendolo ad usare per tutta la vita una protesi di legno. Nonostante l’handicap Herbert Marshall riprende il ruolo di attore e continua a calcare le scene londinesi e a diventare una star del cinema anche se in alcune scene (ad esempio sulle scale) aveva bisogno di una controfigura.
Il debutto sul grande schermo avviene nel 1927: Mumsie di Herbert Wilcox è l’unico film muto a cui partecipa. Nel 1930 è il protagonista del film di Hitchcock Omicidio!.
Si trasferisce a Hollywood l’anno seguente per raggiungere la moglie, l’attrice Edna Best con cui fa coppia nei suoi primi film americani. Nel 1932 interpreta il marito di Marlene Dietrich in Venere Bionda di Josef von Sternberg: nella pellicola suo rivale è Cary Grant a cui Marshall, sempre nel 1932, viene preferito da Lubitsch per interpretare Gaston Monescu, il ladro gentiluomo di Mancia compentente, il film che gli darà la notorietà e per tutti gli anni ’30 l’attore sarà protagonista di numerose commedie tra cui ricordiamo Sarò tua del 1935 accanto a Jean Arthur per la regia di William A. Seiter.

Manciacompetente

Con Ernst Lubitsch e Marlene Dietrich (sempre nei panni del marito tradito) tornerà a lavorare nel 1936 in Angelo.
Nel 1934 interpreta Walter Fane nella versione de Il Velo Dipinto che ha per protagonista Greta Garbo. Il film, diretto da Richard Boleslawsky, è tratto da un romanzo di William Somerset Maugham e l’aplomb tipicamente britannico di Herbert Marshall lo renderà più volte il perfetto protagonista delle trame scritte dall’autore inglese: La lettera è il secondo film che l’attore gira nel 1929 nei panni dell’amante di Leslie Crosbie, nel 1940 girerà il remake diretto da William Wyler con Bette Davis, Ombre malesi ma nei panni del marito della donna.
Nel 1942 è coprotagonista de La Luna e i sei soldi di Albert Lewin, film ispirato alla vicenda di Gauguin che s’adombra nel personaggio di Charles Strickland interpretato da George Sanders. Per finire nel 1947 ne Il filo del Rasoio Marshall interpreterà lo scrittore stesso nella trasposizione cinematografica del suo romanzo che ha per protagonista Tyrone Power.

Ilfilodelrasoio

Nel 1940 torna a lavorare con Hitchcock ne Il prigioniero di Amsterdam ed interpreta la spia nazista Stephen Fisher: da amabile seduttore o marito defilato, Marshall comincia a rivelarsi perfetto anche per i ruoli dell’insospettabile cattivo/omicida come ne La Muraglia delle tenebre del 1947 per la regia di Curtis Bernhardt.
Nel 1941 è ancora il marito di Bette Davis in Piccole volpi, magnifico melodramma sull’avidità tratto dalla piece di Lillian Hellman e diretto da  William Wyler.

Piccolevolpi

Nel 1945 nell’adorabile Il villino incantato di John Cromwell è il pianista cieco che favorisce la nascita dell’amore tra un soldato sfigurato e una ragazza insignificante: l’amore trasfigurerà i due rendendoli bellissimi.
Nel 1946 è nel cast del magnifico Duello al sole di King Vidor nel ruolo del padre di Perla Suarez, Jennifer Jones contesa dai due fratelli McCanles.
Ancora il ruolo di un padre, quello della pericolossima  Angel Face Diane Tremayne in Seduzione mortale, capolavoro di Otto Preminger (1952).
Superati i sessant’anni l’attore si presta alla televisione per giochi a premi e apparizioni in serie tv limitando l’attività sul grande schermo anche a semplici camei però incisivi come in Merletto di Mezzanotte o a ruoli secondari come quello dell’Ispettore Charas ne L’esperimento del dottor K, (The fly) film più noto nel remake del 1986 diretto da Cronenberg, La mosca.
Il suo ultimo film è Il terzo giorno del 1965.

Lana Turner

LanaturnerC’e’ una strana dicotomia nel prototipo della bionda  imposto dal cinema classico hollywoodiano: potremmo parlare di una bionda europea, bellezza algida ed elegante, modello che parte da Greta Garbo per sensualizzarsi in Marlene Dietrich e incarnarsi nella favola reale dell’americana Grace Kelly che diventa Principessa di Monaco.
Dall’altro lato c’e’ la bionda americana:  platinata, erotica, peccaminosa che sconta anche nella vita personale le scelte "estreme" del suo personaggio: la bomba del sesso Jean Harlow scompare a soli  26 anni, una fine prematura come quella di  Marilyn Monroe, l’attrice che ha trasformato in mito la figura della bionda svampita e in mezzo c’e’ Lana Turner, torbida bellezza la cui vita fu  melodrammatica quanto i film a cui prese parte.
Nata  a Wallace, nell’Idaho l’8 Febbraio 1921, Julia Jean Mildred Frances Turner e’ costretta a lasciare la citta’ natia nel 1930 perche’ il padre minatore e’ rimasto ucciso durante una rapina.
Si trasferisce in California dove a soli quattordici anni viene notata per la sua bellezza ed inizia a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo. Il debutto  cinematografico ufficiale   e’ nel 1937 in Vendetta di Mervyn LeRoy; la consacrazione avviene nel 1941 con Le fanciulle delle follie ispirato al mondo delle Ziegfeld Folies.
Nel 1946 e’ Cora ne Il postino suona sempre due volte e mentre  per Clara Calamai  in Ossessione (versione italiana del testo di Cain) la nota dominate del colore degli abiti era il nero, per lei e’ il bianco.
Nel 1948 e’ una perfida Milady ne I tre moschiettieri di George Sidney (quello con Gene Kelly nella parte di D’Artagnan).
Turnerloc9wkNel 1952  e’  l’attrice alcolizzata nel melodramma che  Vincent Minelli  dedica al mondo del cinema, Il bruto e la bella.
Star di prima grandezza della MGM, la carriera di Lana Turner viene  definitivamente consacrata da una nomination all’oscar per  I peccatori di Peyton del 1957 e  riesce a reggere l’urto del delitto Stompanato: la bella attrice che nella vita colleziono’  moltissimi amanti e sette mariti, dal 1957  si accompagna con Johnny Stompanato, gigolo’ e affigliato alla famiglia del boss mafioso Mickey Cohen. Tra feste ed alcol il legame tra i due finisce in tragedia: il 4 aprile 1958 Stompanato viene pugnalato a morte in casa della diva. La colpa dell’omicidio se la prende la figlia minorenne di Lana, Cheryl Crane, che avrebbe difeso  la madre maltrattata dal manesco fidanzato, ma il giallo non e’ mai stato effetivamente chiarito.
Uno scandalo simile avrebbe potuto distrugere qualsiasi carriera invece l’anno seguente Lana Turner e’ protagonista di uno dei piu’ bei melodrammi di Douglas Sirk, Lo specchio della vita, dove nel rapporto conflittuale tra madre e figlia si puo’ ritrovare parte della vicenda personale dell’attrice.
Nei primi anni sessanta da buona prova di se’ in melodrammi che sembrano giocare con il suo burrascoso passato, come in Ritratto in nero dove interpreta una donna senza scrupoli che induce l’amante , medico del vecchio e ricco marito a far fuori il consorte.
Sul finire degli anni sessanta l’attrice abbandona il cinema e si dedica prevalentemente al teatro.
Lana Turner scompare il 29 Giugno 1995.

Greta Garbo

GG Il 18 settembre 1905 nasce a Stoccolma Greta Garbo, al secolo Greta Lovisa Gustaffson.
Di origini molto umili, approda al cinema dopo aver fatto diversi lavori, tra cui la commessa ai grandi magazzini dove viene notata per alcune foto pubblicitarie. A lanciarla e’ Mauritz Stiller, geniale ed estroso regista svedese che diventera’ il suo mentore ed amante. E’ lui a cambiarle il cognome mutuando il nuovo dal verbo polacco garbowac’, che significa conciare la pelle e che rende bene lo spirito da pigmalione di Stiller. Il regista dirige la sua protetta ne La saga di Gosta Berlin nel 1924, siccome il film non ha il riscontro di critica che l’artista si aspettava, Stiller decide di proiettarlo a Berlino dove la Garbo viene notata da Pabst che la vuole per La via senza gioia (1925). A Berlino la coppia Stiller-Garbo viene contattata dalla MGM e parte per Hollywood, verso quello che si prospetta come un futuro radioso, ma mentre la giovane attrice inizia da subito la sua ascesa cinematografica, l’arte di Stiller non viene apprezzata e presto si vede costretto a tornare in Europa.
Greta Garbo esplode sullo schermo per la sua modernita’: in un’epoca in cui la recitazione e’ fortemente caricata lei affida tutto all’enigmaticita’ del suo sorriso e del suo sguardo. Le bastano quattro anni e dieci film per diventare un mito tanto che all’avvento del sonoro il suo primo film parlato (Anna Christie del 1930) viene pubblicizzato al grido di Garbo Talks! , slogan ripreso circa dieci anni dopo quando nel 1939 Garbo Laughs! invita il pubblico a vedere Ninotchka.

Ninotchka Gli anni trenta paiono consolidare il suo successo, ma qualcuno nota gia’ allora come i film della Garbo non si siano adattati al nuovo modello femminile che il sonoro ha imposto: una donna piu’ dinamica, dalla battuta fulminante come puo’ essere la Mirna Loy de L’uomo Ombra o la Claudette Colbert di Accadde una notte: Greta Garbo continua portare sullo schermo il suo diafano mistero, non sempre supportata dai banali script che la MGM sceglie per le sue grandiose produzioni.
A salvarla da una carriera che si sta facendo ripetitiva ed insoddifacente arriva Ernst Lubitsch che le regala il suo ruolo migliore, Ninotchka; visto il successo del film la MGM nel 1942 fa girare alla Garbo una nuova commedia, Non tradirmi con me. A tradire e’ il pubblico che non puo’ certo apprezzare questa mediocre commediola nonostante la presenza della divina.
Dopo questo flop la Garbo, a soli 37 anni si ritira dalle scene e alimenta il suo mito esasperando il suo gia’ noto riserbo, fino alla morte avvenuta a New York il 15 aprile del 1990
Oggi della divina rimangono i film ed il mistero del suo abbandono: se fu una scelta voluta e perseguita con metodo o se solo il caso ha impedito un suo ritorno, registi e produttori, infatti, cercarono di convincerla a tornare sui suoi passi per molto tempo.
Nell’anno del centenario un doveroso omaggio le dovrebbe esser reso da Le giornate del cinema muto: domenica 9 ottobre verra’ proiettato Garbo un documentario che mostra anche il famoso provino che Ophuls le fece nel 1949 per il suo probabile ritorno sugli schermi, mentre il 16 la kermesse si chiudera’ con la proiezione della copia restaura de La carne e il diavolo, bellissimo film del 1927, questo almeno secondo FilmTV, perche’ il sito del festival riporta un altro programma. Il mistero della Divina continua..