Joker

Joker

Arthur Fleck vive con la madre malata, ossessionata dall’ex datore di lavoro, il miliardario Thomas Wayne che si è candidato come sindaco di Gotham. Arthur lavora come clown cercando di realizzare il suo sogno: diventare un comico di successo ma è affetto da una rara patologia che lo fa ridere sguaiatamente ogni volta che prova una forte emozione, questo fa di lui un disadattato vittima di derisioni e violenze finché un giorno non si ribella e in metropolitana uccide tre ragazzi ricchi che dopo aver importunato una ragazza se la prendono con lui che, in divisa da clown, era scoppiato a ridere a causa del suo disturbo. L’omicidio fomenta lo spirito di ribellione della città e l’assassino, soprannominato Joker, diventa un idolo delle masse; Arthur prova finalmente l’ebbrezza di essere idolatrato anche se non può rivelare di essere il colpevole, intanto, da una delle numerose lettere che la madre invia a Wayne, l’uomo sospetta di esserne il figlio illegittimo e lo affronta ma dopo aver negato il legame di sangue, il milardario gli fa delle rivelazioni sul suo passato che portano Arthur a scoprire la sua infanzia fatta di abusi, una scoperta che fa esplodere la follia latente di Arthur Fleck che sfrutta il passaggio televisivo nello show di Murray Franklin per rivelare di essere il Joker.



Joker_


Leone d’oro a Venezia e campione d’incassi d’inizio stagione (ma sarà davvero difficile batterlo se è arrivato alla quarta settimana di programmazione anche in provincia) Joker è un bel film che sa giocare con un discrimine cinematografico: è o non è un cinecomics? Essendomi annoiata da tempo del genere cinematografico in questione, propendo per la seconda categoria, per quelli che, forti della sequenza finale, pensano che l’elemento fumettistico derivato dalla saga di Batman sia solo una cornice a una storia di discesa della follia, un inferno di solitudine e dolore che trova sfogo e redenzione nella violenza.
L’innesto nella saga di Batman permette di attirare l’attenzione di un pubblico più giovane (o disimpegnato?) che altrimenti avrebbe evitato un film così intensamente drammatico. Del resto la pellicola è fatta tutta di rimandi, se vogliamo persino a L’uomo che ride il film muto del 1928 a cui si ispira la maschera del personaggio del fumetto: la risata forzata di Gwynplaine, frutto di un intervento chirurgico passa da costrizione fisica a una costrizione psicologica e c’è un rovesciamento nel rapporto con la figura paterna: nel film di Leni il protagonista rifiuta la sua ritrovata condizione di nobile per restare con gli ultimi che lo hanno accolto mentre in Joker, Arthur è disposto anche all’umiliazione pur di farsi accettare dal presunto padre miliardario.



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Ovviamente il richiamo più importante è ai film di Scorsese, iniziale produttore del film, Taxi Driver e Re per una notte, pellicole da cui deriva il tema dell’alienazione nella metropoli sporca e violenta dei tardi anni ’70 e che s’incarna in Robert de Niro, protagonista di quelle opere che ritroviamo nei panni del comico di successo, idolo di Arthur che lo invita in trasmissione solo per deriderlo ulteriormente di una sua performance assurda in uno spettacolo per aspiranti comici: che nel 1981 venga inviato un video di una serata amatoriale sarebbe un probabile buco di sceneggiatura ma la dimensione perennemente in bilico tra realtà e distorsione mentale del protagonista permettono anche queste ambiguità.
Altri elementi del cast rimandano alla follia e al mondo di Batman: Zazie Beetz, l’attrice che interpreta la vicina di casa con cui Arthur s’illude di avere una relazione, assomiglia ad Halle Berry che è stata Catwoman nel film del 2004.



Joker


La magrezza di  Joaquin Phoenix rimanda a quella impressionante di Christian Bale (il Cavaliere Oscuro di Nolan ) in L’uomo senza sonno, altro film sull’alienazione mentale. Sulla bravura innegabile del protagonista è stato detto tutto, a me ha colpito un fattore extra: la somiglianza con il defunto fratello River, che non avevo mai notato prima ed emerge in maniera impressionante quando l’attore è truccato da Joker.

Senza tetto né legge

SenzatettoneleggeSans toit ni loi
Francia 1985
con Sandrine Bonnaire, Macha Méril, Yolande Moreau, Stéphane Freiss
regia di Agnès Varda

Una mattina d’ inizio inverno in un fosso viene trovato il cadavere di una ragazza, una barbona senza documenti probabilmente morta congelata. La voce off della regista dice di essere rimasta colpita dalla vicenda di questa ragazza che non ha lasciato nulla dietro di sé e di esser riuscita a ricostruire l’ultimo periodo della sua vita dalle parole di chi l’ha incontrata.

Avevo visto Senza tetto né legge all’uscita in sala dopo la vittoria del Leone d’oro a Venezia, a trent’anni di distanza provo lo stesso senso di devastazione di quella prima visione, forse anche peggiore perché la società si è sempre più omologata e basta molto meno per essere considerati (sopratutto se donna) una ribelle “senza tetto né legge” finendo emarginati e vittime di una solitudine sempre più divorante.
Con uno stile scarno e poetico Agnès Varda racconta una storia di duplice lettura: da una parte c’è Mona, segretaria insofferente alle regole che spinge la sua ribellione fino a scegliere la strada e la solitudine. Strafottente e dura, come tutti Mona non può vivere senza i suoi simili, pur tenendoli a distanza e la discesa negli inferi della noncuranza è dovuto ad alcuni rifiuti particolarmente sofferti, quello della docente univeritaria che per qualche giorno la accoglie nella sua macchina mentre è in viaggio per poi abbandonarla senza preavviso e quello del tunisino che promette di prendersi cura di lei per poi cacciarla quando gli altri emigrati che condividono con lui la vecchia casa nella cascina rifiutano la presenza di una donna tra loro.



Sanstoitniloi


Il film racconta anche le reazioni di chi incontra anche solo casualmente questa strana ragazza che pietosamente la regista fa uscire dalle acque di un freddo mare autunnale, come una sirena sperduta tra gli esseri umani.
C’è chi cerca di approfittare di lei, chi la compatisce, chi ne ha paura o le impartisce lezioni di vita ma anche chi la invidia (guarda caso tutte donne) e proietta su di lei le sue fantasie di libertà o d’amore come la cameriera Yolande che la sorprende addormentata con un compagno occasionale nel castello disabitato di cui lo zio è custode e nella sua mente imbevuta di romanzetti i due diventano gli amanti del castello, la coppia perfetta che la ripaga di una relazione con un delinquentello che la sfrutta.
Per la docente universitaria, Mona è quasi un cucciolo abbandonato di cui prendersi cura ma ben presto si stanca, salvo poi pentirsi di averla lasciata sola: sarebbe l’unica disposta ad aiutare veramente Mona ma è anche l’unica che non ha più occasione di incontrarla; perché nel suo vagabondare la ragazza gira in tondo, una falena impazzita che tenta di sfuggire a quel consesso umano che la attrae ma che non sa gestire ed è altamente simbolico che a portarla alla morte sia l’inconsapevolezza di attraversare un paese con una tradizione legata al vino per cui uomini mascherati (tipo i Krampus altoatesini) prendono di mira i passanti, terrorizzando e sfinendo definitivamente Mona già stremata dalla vita sempre più randagia.

The young pope

Theyoungpope

I primi tre anni di pontificato di Lenny Belardo inaspettatamente eletto a soli 47 anni. Il giovane papa, ritenuto facilmente manovrabile, sconcerta tutti scegliendo il nome di Pio XIII riallacciandosi all’intransigenza conservatrice dei predecessori con quel nome e decidendo di non mostrarsi mai ai fedeli, almeno fino all’ultimo (?) viaggio a Venezia..

Da sempre affascinato dal tema del potere, era prevedibile che prima o poi Paolo Sorrentino indagasse la figura del Papa dove il potere terreno con i suoi aspetti più triviali trascende nel misticismo.
Il mezzo televisivo permette al regista un’analisi approfondita spacciando per serie tv un film lungo 10 ore che ha fidelizzato il pubblico con buona pace di chi solo qualche mese fa criticava la lunghezza ritenuta improponibile del film Leone d’Oro a Venezia 2016, The Woman Who Left di Lav Diaz.
Sorrentino non rinuncia a nulla del suo stile barocco e rarefatto, non concede nulla al più indolente pubblico televisivo anche se di nicchia come quello di una pay tv dedicata al cinema e lo conquista con la storia di un uomo estremamente complesso dove luce e ombra coesistono di pari grado: basti dire che Lenny Belardo è un uomo in grado di compiere miracoli ma che non crede in Dio, infatti a tutti pone la stessa domanda, anche alla escort incontrata per caso in un bar: dove/come ha trovato Dio.
Belardo coglie solo l’assenza di Dio, riflesso di quella dei suoi genitori che lo hanno abbandonato in orfanotrofio per potersene andare a Venezia.

DonnaBarbuta

Seppure non crede (o crede di non credere) Pio XIII è prima di tutto un sacerdote estremamente ligio ai suoi voti, a partire da quello di castità, pur essendo un uomo estremamente bello e conscio di esserlo, tanto da risultare incorruttibile e da sconcertare i tentativi di ricatto da parte dello scaltro Segretario di Stato, il cardinal Voiello, politico senza scrupoli disposto a tutto per la Chiesa, che forse ama solo un po’ meno dell’adorato Napoli ma che poi si rivela capacissimo di gesti di grandissima umanità, in apparente contraddizione con la sua natura manipolatrice che alla fine trova anche il modo di circuire il monolitico papa portandolo a decidere il viaggio veneziano sulle cui conseguenze si chiude la prima stagione della serie.
Se la complessità dell’animo umano è sempre stata al centro del cinema di Sorrentino, il regista napoletano si caratterizza anche per il gusto dell’iconografico dell’immagine e l’iconografia ha un peso fondamentale in The Young Pope, Belardo ci viene mostrato quasi sempre mentre fuma e non si è mai visto un Papa fumare, per lo meno non in pubblico, la scelta non è solo simpaticamente insolita ma sottolinea il tentativo di dipingere il ritratto intimo di una figura pubblica, anche il non volersi mostrare non è solo uno sfizio per elencare i più celebri artisti che rifiutano di farsi riprendere, da Salinger a Mina, passando per Kubrick ma sottolinea un dato di fatto: non abbiamo immagini di un papa che esulino dagli aspetti pubblici della sua vita, non esistono scatti rubati, intimi di un papa durante il pontificato ma ne conosciamo solo l’immagine istituzionale mentre Belardo ci viene mostrato negli aspetti più banali della sua esistenza come nel fare ginnastica.

TheyoungpopeSigla

L’iconografia pittorica ha poi un ruolo fondamentale perché è il primo linguaggio con cui la religione ha comunicato con i fedeli e molti sono i messaggi che il regista affida ai quadri scelti: se Pio XIII è un po’ la summa di tutti gli ultimi papi, La donna barbuta dello Spagnoletto richiama tanto quel “Dio è madre” di Giovanni Paolo I.
Ovviamente non si può non parlare della bellissima sigla che tanto ha colpito positivamente, in rete si trovano numerosi articoli che elencano i quadri mostrati, una sorta di summa dell’immagine della chiesa nel corso dei secoli fino a La nona ora di Maurizio Cattelan. Mi pare più interessante notare che nella sigla del quinto episodio, quello in cui Pio XIII compie le scelte più intransigenti, manca l’opera di Cattelan e le letture della scelta possono essere molto interessanti.

Addio a Omar Sharif

Omarsharif E’ mancato oggi Omar Sharif, al secolo  Michel Demitri Shalhoub nato ad Alessandria d’Egitto il 10 aprile 1932, attore di fama internazionale e sex symbol degli anni’60/’70 nonché grande giocatore di bridge a livello professionale.
Il debutto cinematografico avviene a ventun’anni nel film egiziano Siraa Fil-Wadi  (The Blazing Sun): Sharif diventa una stella della cinematografia egiziana, segnalo il film I giorni dell’amore (Goha) del 1958 diretto dal francese Jacques Baratier che ha per protagonista femminile la ventenne Claudia Cardinale.
Nel 1962 viene scelto per il ruolo di Ali ibn al-Kharīsh, lo sceicco sodale di Peter O’Toole protagonista di Lawrence d’Arabia, kolossal diretto da David Lean che vale al trentenne Omar Sharif due Golden Globe e una nomination agli Oscar, spalancandogli le porte per una carriera internazionale.
Nel 1954 gira tre film: il kolossal La caduta dell’impero romano  diretto da Anthony Mann, il film di guerra …e venne il giorno della vendetta di Fred Zinnemann e il film a episodi Una Rolls-Royce gialla  di Anthony Asquith: Omar Sharif interpreta il terzo episodio accanto a Ingrid Bergman, ricca americana che durante la Seconda Guerra Mondiale da un passaggio al partigiano jugoslavo Davich. Da jugoslavo a russo il passo è breve e in mezzo c’è il ruolo di protagonista in Gengis Khan il conquistatore (1965) di Henry Levin. Quello stesso anno David Lean lo richiama, stavolta come protagonista, per Il Dottor Zivago, tratto dall’omonimo romanzo di Boris Pasternak. La travagliata storia d’amore tra Yuri e Lara spopola ai botteghini e fa di Omar Sharif un idolo per tutte le donne. Personalmente condivido il giudizio dell’attore che non amava molto questa pellicola, trovandola troppo melensa, pur se gli fece vincere un altro Golden Globe.
Lawrencezivagofunnygirl Nel 1967 ritrova l’amico Peter O’Toole nel thriller di guerra La notte dei generali di Anatole Litvak: questa volta i due sono rivali e Sharif è un maggiore tedesco che deve indagare sull’omicidio di alcune prostitute di cui è sospettato Tanz, generale prediletto da Hitler.
Nello stesso anno l’attore è chiamato da Francesco Rosi per C’era una volta, racconto dell’amore tra una bella popolana (Sophia Loren) e un principe spagnolo, Rodrigo. E’ una pellicola fiabesca, che come l’omonimo film di Matteo Garrone, trae spunto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.
Nel 1968 interpreta Nick Arnstein il grande amore di Fanny Brice in Funny Girl. Il film diretto da William Wyler è un biopic romanzato su Fanny Brice, stella delle Ziegfeld Follies nonostante fosse bruttina ma dotata di un gran talento canoro e comico. Il film è tratto dall’omonimo musical del 1964 di cui era protagonista Barbra Streisand che con Funny Girl debutta sul grande schermo aggiudicandosi subito un Oscar come miglior attrice a pari merito con la Kate Hepburn di Indovina chi viene a cena?. Il film avrà un sequel nel 1974, Funny Lady che racconta l’amore della Brice per il compositore Billy Rose, Sharif partecipa sempre nel ruolo di Arnstein.
Nick Arnstein era un re dei tavoli da gioco, passione che lo accomuna all’attore che lo interpreta che si ritrovò spesso a girare film di poco spessore solo per ripianare i debiti di gioco. La passione di Sharif per il tavolo verde non è solo per l’azzardo, il bridge fu un vero lavoro a cui dedicò dei libri e un programma di gioco al computer.
Sempre nel 1968 in Mayerling, l’attore è anche l’Arciduca Rodolfo d’Austria che si suicida nel castello di Mayerling assieme all’amante Maria Vetsera interpretata da Catherine Deneuve,
MonsieurIbrahim Nel 1974 è protagonista del giallo di Blake Edwards Il seme del tamarindo, i due si ritrovano nel 1976 per La pantera rosa sfida l’ispettore Clouseau dove Omar Sharif interpreta un egiziano.
Per tutti g gli anni ’80 e ’90 l’attore vive di particine o telefilm e film per la tv, ruoli alimentari che sfruttano esclusivamente la sua fame e gli permettono di dedicarsi al bridge.
Torna a dedicarsi al cinema a partire dal 2003: Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano gli vale il Leone d’oro del pubblico a Venezia oltre al Leone d’oro alla carriera e un Cesar come miglior attore.
Torna a fare lo sceicco arabo che invita a partecipare l’americano  Frank T. Hopkins, celebre pony express (Viggo Mortensen) a una celebre gara di cavalli nel 1897 in Oceano di fuoco – Hidalgo. Nel 2006 gira il suo primo film recitato in presa diretta in italiano Fuoco su di me e viene scelto come doppiatore italiano del leone Aslan per il primo capitolo della saga de Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio.
Tra i suoi ultimi lavori ricordiamo Un castello in Italia, diretto da Valeria Bruni Tedeschi dove interpreta sé stesso.

A Oriente! – Al cinema lungo la Via della Seta

Banner A Oriente Partiamo alla scoperta della Via della Seta attraverso il cinema! Un viaggio a tappe tra grandi metropoli, pericolosi deserti e montagne invalicabili, negli stessi luoghi che mercanti, pellegrini e soldati affrontarono in un passato lontano (come ancora oggi) per trasportare merci preziose, scambiare scoperte e credi religiosi tra il lontano Oriente e l’Europa. Faremo inoltre una sosta al cinema in tutti i Paesi del nostro viaggio, per vedere i film più rappresentativi della loro migliore produzione contemporanea, e conoscere, attraverso lo sguardo critico di grandi autori, le storie private e le tensioni sociali di un’area geografica al centro di molti conflitti dell’epoca contemporanea. Un viaggio emozionante dall’Italia al Medio Oriente, dall’Asia Centrale alla Cina, ma anche un percorso nel tempo, dal passato al presente: dalle esperienze di antichi mercanti e guerrieri – le origini culturali e religiose delle grandi civiltà orientali – alle storie di oggi, che riflettono il peso e la violenza della Storia sulla quotidianità delle persone comuni, spesso costrette a scontrarsi con le contraddizioni dei loro Paesi o in fuga verso un altrove sempre più inospitale.

sabato 27 ottobre, ore 18.00
STORIE
Marco Polo Reloaded
1 – Venezia e Turchia
2 – Turchia e Teheran
una produzione Along Mekong Productions. Germania, 2010/2011, 100’ – v. it.
Un viaggiatore di oggi, Bradley Mayhew, ripercorre le orme del più grande viaggiatore di tutti i tempi in una straordinaria serie di documentari. 8000 km lungo la Via della Seta con Il Milione nello zaino, da Venezia alla Turchia, alla ricerca di una leggendaria pietra nera, fino al deserto iraniano, dimora degli antichi adoratori del fuoco.

sabato 27 ottobre, ore 21.00 (replica 31 ottobre)
STORIE
Seta
di François Girard. Canada, Francia, Italia, UK, Giappone, 2007, 107’ – v. ingl. sott. it
Dal best seller di Alessandro Baricco, una ricostruzione storica straordinaria e sontuosa di immagini, esaltate dalla musica strepitosa di Sakamoto, che scandisce i viaggi verso Oriente alla ricerca di bachi da seta di un allevatore francese dell’Ottocento, che si spinge fino al Giappone, paese dai mille segreti.

domenica 28 ottobre, ore 18.00
STORIE
Marco Polo Reloaded
3 – Iran e Afghanistan
4 – Tagikistan e Cina
una produzione Along Mekong Productions. Germania, 2010/2011, 100’ – v. it.
Prosegue la meravigliosa avventura attraverso la Via della Seta sulle tracce di Marco Polo, tra Afghanistan e Tagikistan a bordo di una vecchia jeep russa, in cima a montagne gelate o al riparo nella yurta di nomadi kirghisi, fino in Cina, che ci incanta, come accadde al grande veneziano, con i misteri della città proibita.

domenica 28 ottobre, ore 21.00 (replica 1 novembre)
ITALIA – CINA
Io sono Li
di Andrea Segre. Italia, Francia, 2011, 100’
Questo piccolo gioiello cinematografico racconta con struggente delicatezza e sensibilità poetica una vicenda di immigrazione nella nostra provincia. Sullo sfondo della laguna veneta, l’amore impossibile fra una giovane immigrata cinese e un vecchio pescatore: un incontro tra culture diverse capaci di profonde affinità.

mercoledì 31 ottobre, ore 21
STORIE
Seta
di François Girard . Canada, Francia, Italia, UK, Giappone, 2007, 107’ – v. ingl. sott. it.
Dal best seller di Alessandro Baricco, una ricostruzione storica straordinaria e sontuosa di immagini, esaltate dalla musica strepitosa di Sakamoto, che scandisce i viaggi verso Oriente alla ricerca di bachi da seta di un allevatore francese dell’Ottocento, che si spinge fino al Giappone, paese dai mille segreti.

giovedì 1 novembre, ore 21.00
ITALIA – CINA
Io sono Li
di Andrea Segre. Italia, Francia, 2011, 100’
Questo piccolo gioiello cinematografico racconta con struggente delicatezza e sensibilità poetica una vicenda di immigrazione nella nostra provincia. Sullo sfondo della laguna veneta, l’amore impossibile fra una giovane immigrata cinese e un vecchio pescatore, un incontro tra culture diverse capaci di profonde di affinità.

venerdì 2 e sabato 3 novembre, ore 21.00
TURCHIA
C’era una volta in Anatolia
di Nuri Bilge Ceylan. Turchia, Bosnia Erzegovina, 2011, 150’ – v. it.
Il pluripremiato genio del cinema turco gira con stile formidabile un anti-poliziesco anomalo e dilatato, mettendo a nudo il nostro lato oscuro, attraverso le peregrinazioni di un gruppo di poliziotti alla ricerca di un cadavere, che un assassino smemorato ha sepolto nella steppa dell’Anatolia. Scenario buio e inospitale per un viaggio ai bordi dell’abisso umano.

domenica 4 e martedì 6 novembre, ore 21.00
PAESI ARABI
Viaggio alla Mecca
di Ismaël Ferroukhi. Francia, Marocco, 2004, 108’ – v. it.
Per la prima volta un regista e degli attori riescono a girare tra le moltitudini di pellegrini alla Mecca, che offrono uno scenario impressionante alla meta finale di questo emozionante road movie tra Occidente e Medio Oriente: viaggio di conoscenza interiore e confronto tra generazioni arabe.

mercoledì 7 e giovedì 8 novembre, ore 21.00
IRAN
Una separazione
di Asghar Farhadi. Iran, 2011, 123’ – v. it.
Orso d’oro a Berlino e Oscar come miglior film straniero, questo film tra i più originali degli ultimi anni riesce a mostrare, sotto la facciata di un conflitto familiare, la condizione di un intero Paese spezzato a metà, aggirandone la censura con un racconto privato che rivela un dramma di portata universale.

venerdì 9 e sabato 10 novembre, ore 21.00
IRAN
Il cerchio
di Jafar Panahi. Iran, Italia, 2000, 90’ – v. it.
Il capolavoro del grande regista iraniano, condannato due anni fa al carcere e al divieto di realizzare film, conquistò il Leone d’oro a Venezia per l’intensità dello sguardo sull’universo femminile in una società rigida e codificata. Otto incredibili ritratti di donne, storie di quotidiana sopravvivenza e solitudine.

domenica 11 e mercoledì 14 novembre, ore 21.00
AFGHANISTAN
Viaggio a Kandahar
di Mohsen Makhmalbaf. Iran, Francia 2001, 85’ – v. it.
Girato molto prima dell’11 settembre, resta ancora oggi un’opera fondamentale per comprendere le sofferenze e le contraddizioni di un Paese martoriato dal regime talebano. Film di straordinaria potenza visiva e rigore nella denuncia di un’odissea moderna.

giovedì 15 e venerdì 16 novembre, ore 21.00
AFGHANISTAN
Cose di questo mondo
di Michael Winterbottom. UK, 2002, 88’ – v. it.
Sconvolgente on the road di due giovanissimi profughi afghani in fuga verso un Occidente ‘dorato’. Nascosti in camion e container, attraversano l’antica Via della Seta, oggi itinerario del contrabbando d’oppio e via crucis per milioni di profughi, a cui è dedicato questo film indispensabile, meritato Orso d’oro a Berlino.

sabato 17 e domenica 18 novembre, ore 21.00
KAZAKISTAN
Tulpan – La ragazza che non c’era
di Sergey Dvortsevoy. Germania, Kazakistan, 2008, 100’ – v. it.
Rivelazione del nuovo cinema kazaco, ha trionfato a Cannes nella sezione Un Certain Regard per la visione poetica e sospesa di due mondi in contrasto: quello dei pastori nomadi, dominati dalla violenza della natura nella steppa desertica, e quello cittadino, sogno di rivalsa contro gli ostacoli della tradizione.

martedì 20 e mercoledì 21 novembre, ore 21.00
TAJIKISTAN
L’angelo della spalla destra
di Jamshed Usmonov, Tajikistan, 2002, 90′ – v. it.
Ispirato alla leggenda islamica che pone due angeli sulle nostre spalle a registrare le azioni buone e cattive, questo film sorprendente per il tono ironico e surreale, è una parabola violenta e nera che restituisce perfettamente la condizione di incertezza sociale delle ex repubbliche sovietiche.

giovedì 22 e venerdì 23 novembre, ore 21.00
INDIA
Raavanan
di Mani Ratnam. India, 2010, 137′ – v.o. sott. it. e ingl.
Capolavoro del nuovo cinema indiano che piega lo stile Bollywood più sgargiante (spettacolarità sfrenata, tripudio di balletti, suspense) alle esigente del grande cinema d’autore, trasformando l’antico poema epico Ramayana in un sulfureo melodramma contemporaneo, carico di erotismo e di evidenti sottotesti politici.

sabato 24 e domenica 25 novembre, ore 21.00
INDIA
Kalachakra – La ruota del tempo
di Werner Herzog. Germania, 2003, 81’ – v.o. sott. it.
Il talento visionario di un maestro del cinema contemporaneo ci offre l’esperienza affascinante della ritualità buddista, spingendosi tra migliaia di pellegrini che girano in ginocchio attorno a una montagna in Tibet o realizzano in India un mandala gigantesco, il dipinto di sabbia colorata al centro dell’iniziazione spirituale.

mercoledì 28 e giovedì 29 novembre, ore 21.00
STORIE
Mongol
di Sergei Bodrov. Russia, Germania, Kazakistan, Mongolia, 2007, 120’ – v. it.
Affresco di straordinario impatto visivo sull’epopea di Gengis Khan, il temutissimo condottiero mongolo che conquistò metà del pianeta, raccontata da uno dei più apprezzati registi russi contemporanei, che mescola magistralmente sentimenti e azione, storia e leggenda, sullo sfondo di ambientazioni selvagge.

venerdì 30 novembre e sabato 1 dicembre, ore 21.00
ITALIA – CINA
La stella che non c’è
di Gianni Amelio. Italia, 2006, 103’
Amelio presta il suo sguardo straordinariamente intenso, serio e profondo a un operaio italiano in viaggio attraverso la Cina di oggi, per mostrarci, tra cantieri a cielo aperto e architetture monumentali, una realtà che ha sacrificato affetti e diritti umani al fuoco della modernità a tutti i costi e del capitalismo selvaggio.

domenica 2 e martedì 4 dicembre, ore 21.00
CINA
Under the Hawthorn Tree
di Zhang Yimou. Cina, 2010, 114’ – v.o. sott. it.
Il campione del cinema cinese rivela il contrasto fra individuo e potere repressivo in una tenera storia d’amore ai tempi della Rivoluzione Culturale. Dopo i successi d’azione (Hero, La foresta dei pugnali volanti), tornano le atmosfere intimistiche e poetiche che lo imposero al mondo, sin dal capolavoro Lanterne rosse.

mercoledì 5 e giovedì 6 dicembre, ore 21.00
CINA
24 City
di Jia Zhang-ke. Cina, 2008, 107’– v.o. sott. it.
Uno degli autori cinesi contemporanei più interessanti e coraggiosi analizza, tra documentario e finzione, i devastanti mutamenti della Cina odierna attraverso otto racconti, sullo sfondo di una vecchia fabbrica in demolizione: la sconvolgente istantanea di una società che ha cancellato memoria e tradizione.

Si ringraziano per le copie dei film:
BIM Distribuzione, Fandango, Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, Istituto Luce Cinecittà srl, Jolefilm, Lucky Red, Parthénos, Sacher Film.
Per Marco Polo Reloaded, si ringraziano il distributore italiano GA&A Productions, Rai 5 e Albatross World Sales GmbH

Informazioni
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 a, Roma
www.palazzoesposizioni.it
INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
Possibilità di prenotare riservata ai soli possessori della membership card

Somewhere

Somewhere Celebre attore hollywoodiano trascina stancamente la sua vita allo storico hotel Chateau Marmont tra sbronze e sesso quando e’ costretto, suo malgrado, a prendersi cura della figlia undicenne.

Nulla di nuovo sotto il sole per la quarta fatica di Sofia Coppola, fresca di Leone d’Oro veneziano, a partire dalla trama: quant’e’ trito il filone della convivenza forzata con uno o piu’ pargoli che cambiano la vita ad un adulto? L’ultima tendenza ora e’ far sparire il genitore che fino a quel momento si era occupato dell’infante senza nemmeno trovare una scusa plausibile, una volta lo si faceva defungere ma questo tipo di soluzione sarebbe troppo drastica e melodrammatica per il filone minimal della Coppola che in soli quattro film e’ gia’ riuscita a far diventare il suo stile un cliche’. Nel suo immaginario di adorabili protagoniste biondocrinite, la regista tira sempre un po’ troppo in lungo la scena che pure avrebbe un suo fascino o un senso: i giri in tondo della Ferrari 360 Modena, la carrellata indietro di Johnny e Cleo a bordo piscina, la carrellata in avanti sul volto di Johnny al trucco per gli effetti speciali durano sempre un attimo in piu’ del dovuto, tanto che la scena della maschera che compare velocemente nel trailer ha un effetto piu’ dirompente, io avevo avuto l’impressione che si liquefacesse deformando il volto del protagonista.
Altrettanto scipita e banalotta la morale sul mondo dello spettacolo e della tivvu’: Sofia ci sottolinea come Johnny Marco sia un attore di cassetta senza spessore, non ha frequentato scuole di recitazione, e’ coperto di tatuaggi insensati e se la scena ai Telegatti vuol fare il verso alla tv tutta lustrini, peggiore mi e’ sembrata l’intevista di Giorgia Surina (manco citata nei titoli di coda), vj storica di MTV Italia che nei suoi urletti e domande sceme fa la parodia della tivu’ giovanilista.
Nella delusione generale crolla anche il mito dello Chateau Marmont, storico hotel losangelino delle star, dove fu trovato morto per overdose John Belushi, alla fine della prima esibizione delle due gemelle lap dancer, mentre una ripone il palo si vede una presa di corrente a cui l’elettricita’ arriva tramite una piattina che scavalca lo zoccolino: che orrore, per giunta neppure a norma!

Lebanon

Lebanon

6 giugno 1982, il primo giorno di guerra visto attraverso gli occhi di quattro burbe in un carrarmato a far da copertura a un contingente israeliano che varca i confini del Libano.

Leone d’oro all’ultimo festival di Venezia, Lebanon e’ l’opera prima e per certi versi autobiografica del regista Samuel Maoz; colpisce il parallelo con Un valzer con Bashir: dopo un quarto di secolo riaffiorano con prepotenza i ricordi di una guerra che pareva superata, cosa ci tocchera’ vedere quando tra 10/15 anni saranno i reduci delle due guerre del Golfo a dover scendere a patti con la loro memoria?
La particolarita’ di Lebanon e’ l’unita di luogo: tutta l’azione si svolge dentro il tank e quello che avviene all’esterno e’ raccontato attraverso il mirino del carrarmato. Il claustrofobico mezzo militare diventa la metafora della guerra, sporca, squallida e puzzolente. Il cingolato che ha gia’ l’aria di un residuato bellico, si trasforma di volta in volta in bara per un soldato israeliano fino a quando il corpo non potra’ essere evacuato dalle forze alleate o prigione di un soldato siriano, tutto sotto gli occhi spaventati dei quattro giovanissimi soldati di leva che si trovano loro malgrado a vivere la terribile avventura di entrare in territorio libanese e attraversarne una parte per arrivare a un fantomatico hotel. Un compito che il comandante del drappello descrive a ragazzi come una passeggiata e per quanto il film si chiuda con il sogno poetico di una fuga utopica la domanda resta: quanto puo’ essere stato indicibile l’orrore seguente?

Addio ad Alida Valli

KiraSi e’ spenta ieri, Alida Maria Laura Altenburger baronessa von Marckenstein und Frauenberg, al secolo Alida Valli; nata a Pola il 31 maggio 1921, inizia a recitare giovanissima, il primo film e’ del 1934, Il cappello a tre punte, diventa ben presto una star dei telefoni bianchi e viene considerata la fidanzatina d’Italia.
Dopo i successi di Piccolo mondo antico, (1941), Noi vivi – Addio Kira! del 1942, anno in cui interpreta anche Stasera niente di nuovo dove canta la celeberrima canzone Ma l’amore no, la Valli rifiuta di partecipare a film di propaganda fascista e per questo motivo e’ costretta a nascondersi per evitare l’arresto.

IlcasoparadineNel 1947 la superba interpretazione nell’Eugenia Grandet di Mario Soldati la fa notare da Selznick che la porta ad Hollywood con l’intento di farne la nuova Garbo ed infatti nei credits dei film americani l’attrice compare solo con il cognome, Valli, pseudonimo che si era scelta semplicemente sfogliando l’elenco telefonico.
In America gira cinque film, i piu’ celebri sono i primi due, Il caso Paradine per la regia di Alfred Hitchcock nel 1947 e l’anno successivo Il terzo uomo diretto da Carol Reed dove recita accanto ad Orson Welles e Joseph Cotten.

Tornata in Italia, nel 1954 l’aspetta il ruolo piu’ significativo della sua carriera, quello della Contessa Livia Serpieri in Senso di Luchino Visconti.

Dal 1956 inizia a dedicarsi all’attivita’ teatrale fondando una compagnia con Tino Buazzelli, ma continua anche a recitare nel cinema che le offrira’ ancora grandi occasioni con Il Grido di Antonioni nel 1957, l’Edipo Re di Pasolini nel 1967, La strategia del ragno di Bertolucci nel 1970, il regista la vorra’ anche in Novecento; con Dario Argento lavorera’ in Suspiria nel 1977 e in Inferno (1980).


Liviaserpieri



Nel 1995 esce la sua biografia, Il romanzo di Alida Valli nel 1997 riceve il Leone d’oro a Venezia, per la sua carriera che era gia’ stata premiata nel 1991 con un David e nel 1989 con il premio Duse.

Auguri ad Eric Rohmer

Ericrohmer Éric Rohmer è scomparso l’11 gennaio 2010

Il grande regista nasce il 21 marzo 1920 anche esistono date diverse della sua nascita e la più diffusa è quella del 4 aprile 1920, nasce a Nancy (il fatto che sia nato in questa citta’ per me crea un notevole valore aggiunto!). Esponente della Nouvelle Vague e critico cinematografico inizia la sua carriera dietro la macchina da presa ormai trentenne con diversi cortometraggi, solo nel 1959 avviene il debutto nel lungometraggio con Il segno del leone.
I suoi film, spesso ispirati ad opere letterarie, si contraddistinguono per la loro freschezza e leggerezza: molte volte i protagonisti sono giovani o giovanissimi e le trame apparentemente esili, incentrate su fragili storie d’amore sono riuscite a testimoniare i cambiamenti e i dilemmi della seconda meta’ del XX secolo.
Caratteristica dell’autore e’ quella di aver operato principalmente per cicli di film : i Sei racconti morali a cavallo degli anni ‘60/’70, le Commedie e proverbi racchiudono le opere degli anni ’80 venate da un sottile humour, negli anni ‘90 e’ il momento dei quattro racconti legati alle stagioni, (Racconto di primavera 1990, Racconto d’inverno 1992, Un ragazzo… tre ragazze 1996 e Racconto d’autunno del 1998) “che approfondiscono il tema del rapporto tra generazioni” (Mereghetti).
Rohmer ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera nel 2001 a Venezia dove presentava La nobildonna e il duca film d’ispirazione letteraria con una messa in scena molto classica ma girato completamente in digitale.
L’ultima sua fatica e’ Agente speciale del 2004.

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