L’appartamento

The Apartment
USA 1960, UA
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen, David Lewis, Hope Holiday, Joan Shawlee, Naomi Stevens, Johnny Seven, Willard Waterman, David White, Edie Adams, Joyce Jameson
regia di Billy Wilder

Screenshot

Impiegato in un’enorme azienda assicurativa, lo scapolo C.C. Baxter presta il suo appartamento ai dirigenti con l’amante ottenendo in cambio scatti di carriera e arrivando anche a prestarlo al grande capo Sheldrake. Quello che non sa è che l’amante di Sheldrake è la bella ascensorista Fran Kubelik di cui Baxter è segretamente innamorato…

Vincitore di cinque premi Oscar su 10 candidature, L’appartamento è una delle zampate più taglienti che Wilder lancia al way of life americano.

L’idea del film nasce da un personaggio secondario del film romantico inglese Breve Incontro che presta (inconsapevolmente) la casa ai due amanti clandestini.

Billy Wilder ha la geniale idea di raccontare la storia di un mediocre impiegato che fa carriera prestando la casa ai dirigenti dell’agenzia di assicurazioni per cui lavora.
“Cicci bello” Baxter è un personaggio laido ma Wilder riesce a renderlo simpatico dandogli la faccia bonaria di Jack Lemmon e mostrandocelo quasi vittima degli eventi nelle notti passate all’addiaccio in attesa che il superiore finisca il suo festino.
A parte il medico vicino di casa che lo considera un ipersessuale, in ufficio tutti lo considerano un sempliciotto anche se nel giro di un anno Baxter arriva ai vertici dell’azienda.

Opposta alla figura di Baxter c’è quella di Fran, l’ascensorista. La ragazza ha avuto una relazione con Sheldrake ma l’ha interrotta conscia che l’uomo non avrebbe mai lasciato la moglie. Sheldrake la corteggia nuovamente pur conoscendo i suoi sentimenti e sapendo di non corrisponderli.
Tra un affittacamere per interesse e una serie di maschi sempre in cerca di avventure, l’unica la cui reputazione è a rischio è Fran, che ha la sola colpa di essersi innamorata di un uomo sposato.

Solo in un secondo tempo Baxter scopre che l’amante di Sheldrake è la ragazza di cui è innamorato e l’elemento scelto per la rivelazione è uno specchio rotto. Wilder è anche un grande maestro del noir e scegliere uno specchio da sempre simbolo di doppiezza nel cinema, per giunta rotto dona un tocco dark al film: la visione frammentata e distorta di sé che tanto piace a Fran è un’anticipazione del suo futuro insano gesto.

Memore della lezione lubitschiana, Wilder sceglie il periodo natalizio per mettere in scena il momento clou della storia: il periodo più scintillante dell’anno è una tortura per chi è solo, così ecco lo squallido appuntamento prenatalizio tra Sheldrake e Fran con l’uomo che regala 100 dollari alla ragazza perché non ha potuto comprarle un regalo per non destare sospetti, umiliandola al punto che Fran tenta il suicidio e Baxter da affittacamere si trova a fare da infermiere all’amante del capo.

La feroce critica al capitalismo si manifesta anche nella scenografia: i futuristici uffici della società d’assicurazione sono luoghi freddi dove l’essere umano dà il peggio di sé: arrivismo, sesso fine a se stesso. L’appartamento di Baxter dal gusto retrò molto old America è invece il luogo delle confidenze e delle intimità dove anche un mediocre come Baxter può trovare il coraggio di diventare mensch.

A Romance of Seville

anche The Romance of Seville
GB 1929
con Alexander D’Arcy, Marguerite Allan, Randle Ayrton, Cecil Barry, Hugh Eden, Eugenie Amami
regia di Norman Walker

Fin dalla più tenera età il ricco Ramon Duniga è promesso a Dolores ma quando i due giovani s’incontrano non scatta la scintilla: Dolores è innamorata di un ufficiale e Ramon s’invaghisce di Pepita dopo aver sventato una rapina a casa sua…

Film muto inglese a cui venne aggiunta una colonna sonora nel 1930 noto per annoverare tra gli sceneggiatori anche Alma Reville, già moglie e collaboratrice di Alfred Hitchcock. È anche il primo film inglese realizzato a colori con il Pathéchrome.

Più che una commedia romantica A Romance of Seville è un film d’azione che ha per protagonista Ramon Duniga, il più obbediente figlio di Siviglia, come si presenta lui stesso che ha la fortuna di trovarsi sempre al momento giusto nel posto giusto: uscito in giardino a fumare dopo la presentazione alla fidanzata, la scopre amoreggiare con l’ufficiale Juan, ben contento di potersi liberare del matrimonio di convenienza, Ramon rimane colpito dalla bella Pepita ma il loro gioco di sguardi viene interrotto dai ladri che sono entrati in casa della ragazza. L’azzimato signorino in frac e brillantina riesce a scacciare i tre malintenzionati e, liberato anche il padre della ragazza, diventa ospite gradito della famiglia.

Nella rapina a casa di Pepita è coinvolto Esteban un suo spasimante ricattato per debiti dal bandito Ruffo. Ramon ha ancora la fortuna d’intercettare un biglietto che Esteban lascia a Ruffo con la combinazione della cassaforte e ruba la collana per metterla in salvo. Non trovando i preziosi, Ruffo e i suoi rapiscono Pepita ma ancora una volta Ramon ha la fortuna d’intercettare uno dei banditi e riesce a liberare l’amata prima che Juan arrivi con il suo drappello di soldati a sgominare la banda.

A sottolineare la sicurezza nella propria fortuna sono le grandi risate con cui Ramon accoglie i cambiamenti di rotta: la scoperta che Dolores ama un altro, il biglietto caduto dall’alto.
Sempre elegante e impomatato, Ramon ha il fascino di Zorro pur facendo esclusivamente i propri interessi… amorosi.

A romance of Seville è un film che procede senza scossoni verso il naturale lieto fine, piacevole nell’accuratezza delle scenografie e della bella fotografia che esalta la luce spagnola e presenta qualche raffinato gioco di luce sui volti dei protagonisti.

Milano rovente

Italia 1973
con Antonio Sabàto, Philippe Leroy, Marisa Mell, Antonio Casagrande, Carla Romanelli, Alessandro Sperlì, Tano Cimarosa, Franco Fantasia, Ugo Bologna
regia di Umberto Lenzi



Milanorovente


Salvatore Cangemi gestisce il racket della prostituzione milanese, un giorno una delle sue migliori ragazze viene ritrovata annegata: è il messaggio del malavitoso corso Roger Daverty che vuole usare le prostitute di Cangemi per smerciare l’eroina. Cangemi rifiuta la proposta e inizia una guerra tra i due clan. Lino Caruso, il vice di Cangemi, propone di rivolgersi al mafioso americano tornato in Sicilia, Billy Barone per trovare una soluzione. Barone finisce per far accordare Cangemi e il Francese ma il siciliano viene truffato da Jasmine, la donna di cui è innamorato e che è in combutta con Daverty. Quando lo raggiunge per la resa dei conti, Cangemi trova il francese già morto: Billy Barone, con l’aiuto di Lino, ha tramato per impossessarsi di tutti i traffici.



Milano rovente


Il primo poliziottesco di Lenzi lascia la polizia in secondo piano insieme ai mitici inseguimenti automobilistici che caratterizzeranno il genere, e racconta una storia legata ancora ai vecchi cliché della mafia” buona” quando è dedita alla prostituzione contro quella “cattiva” che non si fa scrupolo di smerciare droga, il modello alto è Il Padrino ma il racconto di come Cangemi e Caruso iniziano la carriera nel racket grazie alla bontà di una corregionale che divideva con loro i frutti della prostituzione occasionale, oggi risulta improponibile come è piuttosto risibile la figura del malavitoso in fuga che trova il tempo di andare a trovare la vecchia madre al ricovero trovandola in punto di morte e rimembrando il ritorno al paese.



MilanoRovente


Siamo anche negli anni d’oro delle commedie scollacciate e le retate di prostitute sono un modo per alzare le gonne e mostrar natiche a favor di macchina da presa; tolte queste sbavature figlie dei tempi, il film è decisamente solido nell’escalation tra lo scontro tra le due bande e nel mostrarne la violenza. Da menzionare la tortura con l’elettricità ai genitali di Caruso, che mi ha ricordato, più per la costruzione della scena, la tortura di 007 in Casino royale.
Come sempre resto fortemente impressionata dal reparto scenografico dei film italiani anni ’70 che pure non nascono come opere di punta della produzione cinematografica: stavolta poco spazio al design dei ricconi ma indimenticabile l’appartamento blu di Cangemi che ripropone lo stile dei suoi night.
Milano sarà rovente ma nella fotografia è soprattutto livida e notturna.

EsCoriandoli

Escoriandoli

Italia 1996
con Antonio Rezza, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Claudia Gerini, Valentina Cervi, Carla Cassola
regia di Antonio Rezza

Durante la veglia funebre scoppia la passione tra la vedova Tarcisia e il cognato Giuliano, complici le parole post mortem che esala il cadavere, i due amanti finiranno per rinchiudersi nella tomba con lui. Dopo la sepoltura il becchino Rolando inizia una relazione con Ida, una donna già sposata con Fiore, uomo anziano e depresso che da quando la moglie lo ignora inizia a ringiovanire mentre Rolando invecchia precocemente e prende il suo posto. Fiore è pronto per iniziare una nuova vita ma viene investito da Filippo Proprietario che dopo l’incidente si preoccupa solo della BMW appena acquistata che però non suscita l’entusiasmo della figlia Sabrina, l’ennesimo episodio di apatia della ragazza convince i genitori a ricoverarla nella clinica della Professoressa Coatta perché le restituisca una personalità media. Sabrina però è indifferente ai trattamenti più spietati e viene uccisa. Un ragazzo della clinica riesce a fuggire e sale su un autobus dove si consuma la tragedia del poeta Giacane: pesta involontariamente un piede a al professor Cicciotti e si lascia morire perché l’insegnate non trova che ci sia nulla da perdonare in un gesto di distrazione che accade regolarmente sui mezzi pubblici. Lauretta, l’amica di Giacane si vendica dando fuoco a Cicciotti. Sul luogo della tragedia non manca Elio, presenzialista famoso per vivere nell’epicentro della massa, spronato dalla mamma. Improvvisamente il corpo di Elio si ribella e invece di condurlo agli eventi, lo porta in luoghi solitari, Elio inizia ad amputarsi gli arti ribelli: prima i piedi, poi un braccio fino a rimanere una testa parlante.

EsCoriandoli è il debutto cinematografico di Antonio Rezza, artista dell’assurdo che, con collaborazione con la compagna Flavia Mastrella, grazie alla sua incredibile mimica facciale e ai dialoghi non sense ha realizzato diverse opere, teatrali, fotografiche, televisive e anche cinematografiche.
Il film ha una costruzione ad episodi dove elementi molto esili permettono di passare da un episodio all’altro senza soluzione di continuità. Il protagonista maschile è sempre Antonio Rezza mentre variano le protagoniste femminili dei vari episodi, attrici di chiara fama che si cimentano con successo con la recitazione molto fisica e assurda di Antonio Rezza.
L’episodio più sconvolgente è certamente quello di Sabrina che vede la violenza come unico mezzo per omologare l’individuo alla società. La totale indifferenza della ragazza che non prova nemmeno rancore verso i suoi stupratori mette in crisi i suoi torturatori non certo la prof.ssa Coatta che decide per l’eliminazione con il consenso dei genitori. L’episodio colpisce non solo perché è la critica sociale più puntuale dei diversi episodi ma anche quella costruita in maniera più straniante: Rezza vestito da donna non è per nulla ridicolo ma profondamente inquietante, disturbante anche la rappresentazione dei genitori di Sabrina: la madre è una sciatta donna di mezz’età mentre il padre, molto più giovane ha l’aspetto di un manager rampante.
Se la qualità degli episodi è altalenante, molto buono è lo stile di ripresa con angolature sbilenche, riprese dall’alto o dal basso che schiacciano e inchiodano i personaggi alla loro realtà surreale.
Notevole anche la scenografia: spazi aperti degradati, palazzoni enormi che, anche se nuovi portano già in sé il germe della fatiscenza.

La favorita

Lafavorita

Abigail Hill, giovane nobildonna decaduta perché il padre si è giocato il patrimonio e anche l’onore della figlia, arriva a corte per chiedere aiuto alla potente cugina  Sarah Churchill, favorita della regina che ha in mano le sorti del regno, decidendo anche della costosa guerra con la Francia. Abigail viene mandata a lavorare nelle cucine ma ben presto riesce a farsi notare procurando un cataplasma per la gotta della regina e nonostante non apprezzi l’iniziativa, Lady Marlborough è costretta a fare della cugina la propria cameriera personale. Il ruolo mette Abigail al centro delle attenzioni della corte e il capo dell’opposizione, Robert Harley, le propone di diventare la sua spia, Abigail rifiuta e rivela a Lady Marlborough il tentativo di corruzione conquistando definitivamente la sua fiducia. Quando Abigail scopre che la regina e Sarah sono amanti, approfitta del fatto che la favorita è impegnata nelle questioni politiche per corteggiare la regina e continuare la propria scalata la potere. Anna, lusingata di tante attenzioni, alimenta gli scontri tra le due rivali e Abigail avvelena il tè di Sarah che cade rovinosamente da cavallo e resta incosciente e lontana da corte per alcuni giorni durante i quali Abigail riesce a ottenere il consenso regale per sposare un nobile, riconquistando la sua posizione sociale.
Quando Sarah torna a corte arriva fino al ricatto pur di far scacciare la rivale ma la regina non cede e quando Abigail insinua il dubbio che Lady Marlborough e il marito abbiano sottratto dei fondi alla corona, la sovrana si vede costretta a mandare in esilio l’ex favorita ma il trionfo di Abigail non sarà piacevole per nessuno.


Thefavourite


Il regista più amato del momento, Yorgos Lanthimos, dirige per la prima volta un film sceneggiato da altri autori, un biopic sugli ultimi anni della regina Anna di Gran Bretagna, l’ultima Stuart sul trono, una vita travagliata da una una ventina di gravidanze quasi mai andate a buon fine, e dei cinque figli nati nessuno sopravvissuto all’infanzia.
Lanthimos ce la mostra infantile, segnata dalla maternità fallita tanto da vivere con diciassette conigli, uno per ogni figlio perduto, piena di insicurezze e facilmente manipolabile dalla favorita: Sarah Churchill la comanda a bacchetta, facendo leva sulle sue insicurezze e di fatto è lei a governare la nazione: convinta sostenitrice della guerra contro la Francia, è disposta a dissanguare la nazione con le tasse pur di vincere il conflitto.



Lafavorita


A sconvolgere gli equilibri arriva Abigail, apparentemente dolce ma anche lei provata da un destino crudele, ben presto impara a farsi strada nel complicato mondo di corte e nel cuore della regina: se Sarah è inflessibile fino alla crudeltà, indifferente agli amati coniglietti di Anna, Abigail è dolce e comprensiva o per lo meno è quello che lo spettatore crede per tre quarti del film: nonostante Sarah abbia la possibilità di riprendere il proprio posto con il ricatto, brucia le lettere compromettenti prima di usarle, mentre Abigail, che già aveva dimostrato di cos’era capace avvelenando il tè della rivale, lascia che la regina si ingozzi di dolci fino a vomitare e una volta ottenuto il potere, la sua indifferenza verso la sorte della sovrana si trasforma in insofferenza arrivando a schiacciare uno degli amati coniglietti per pura crudeltà ma Anna, anche se rassegnata al suo destino d’invalida in mano alla favorita, le fa altrettanto duramente capire che a detenere il potere è sempre lei.


La favorita


Il film è un cinico apologo sul potere, un graffiante gioco di intrighi, non privo di una tagliente ironia; la ricerca stilistica del regista è sorretta da grandi interpretazioni con notevoli costumi e scenografie: nei BAFTA appena assegnati la pellicola ha fatto incetta anche di questi premi tecnici.

La donna di picche

The Queen of Spades
GB 1949
con Anton Walbrook, Edith Evans, Yvonne Mitchell, Ronald Howard, Mary Jerrold, Anthony Dawson, Pauline Tennant
regia di Thorold Dickinson




Ladonnadipicche


Il capitano del genio Herman Suvorin è amico del principe Andrei, ufficiale della guardia e guarda con invidia la facilità con cui i nobili ufficiali si giocano fortuna sul tavolo da gioco. Un giono in un libro di stregoneria, Suvorin trova il racconto di una leggenda che aveva già sentito a voce, di come 60 ani prima la principessa Ranevskaya avesse venduto l’anima al diavolo per ottenere il segreto per vincere al gioco. La principessa è ancora viva e Suvorin decide di sedurne la giovane dama di compagnia per entrare in possesso del segreto. Una sera il capitano riesce ad entrare nellacamera da letto della principessa e la scongiura di rivelargli il suo segreto ma la donna muore di paura. Ricorrendo ancora al libro di stregoneria, Suvorin cerca di scoprire i segreti dei morti e una notte in sogno riceve la visita della contessa che gli rivela come vincere una fortuna al tavolo da gioco, a patto che l’uomo sposi la sua ex dama di compagnia. Lisaveta Ivanovna rifiuta le nozze e Suvorin si reca al circolo degli ufficiali giocando i numeri vincenti ma se le prime due mani si rivelano esatte, nell’ultima perde tutto sbagliando la carta scelta e cadendo definitivamente nella follia.




Thequeenofspades


Dal racconto omonimo di  Aleksandr Puškin  il regista Thorold Dickinson trae un film molto interessante che per un certo periodo è stato anche considerato perduto. Anche l’attenzione sull’autore che a metà degli anni ’50 abbandonò la regia per dedicarsi all’insegnamento universitario di cinematografia, si è risvegliata solo nell’ultimo decennio dopo che Martin Scorsese ha rivalutato la sua figura e ha giudicato La donna di picche “ stunning film is one of the few true classics of supernatural cinema”.




La donna di picche


Di certo si vede che il regista è anche uno studioso appassionato e la messa in scena è molto raffinata nei movimenti di macchina e nella composizione delle immagini, vero trionfo di uso di specchi e immagini riflesse con i protagonisti che guardano più spesso il riflesso che la persona con cui stanno parlando a sottolineare la dimensione irreale del racconto, in bilico tra fantasy e follia.




Ladonnadipicche


La fotografia usa un bianco e nero fortemente contrastato richiamando per certi versi il cinema espressionista tedesco a cui sarebbe congeniale anche la tram del film, di cui per altri furono girate due versioni mute, la prima nel 1916 è una pellicola russa mentre quella del 1922 è una produzione ungherese; in totale le versioni cinematografiche del film sono sei, compresa questa di Dickinson.
Notevole anche la precisione storica dei costumi: la vecchia contessa veste ancora come una dama del settecento e molti dei suoi abiti posati sui manichini diventano parte della scenografia, Lisaveta Ivanovna veste in perfetto stile impero (il film è ambientato nel 1806) mentre Suvorin porta un cappello bicorno sul modello del suo idolo, Napoleone Bonaparte, un uomo che ha saputo sfidare la sorte e piegare il destino al suo volere, anche Suvorin è spinto dalla medesima ambizione ma diventa una tragica caricatura del suo modello cadendo nella follia.




The queen of spades


Andrei, il principe che introduce Suvorin in un mondo fuori la sua portata, è interpretato da Ronald Howard, di cui oggi ricorre il centenario della nascita, il figlio dell’attore Leslie Howard. Il suo è un personaggio corretto e di buon cuore, veramente innamorato di Lisaveta e compassionevole con l’amico impazzito, figura che l’attore incarna con l’eleganza e il portamento che hanno reso celebre il genitore.

Gigi

USA 1958 MGM
con Leslie Caron, Louis Jourdan, Maurice Chevalier, Hermione Gingold, Isabel Jeans, Eva Gabor, Jacques Bergerac, John Abbott
regia di Vincente Minnelli



Gigiloc


Parigi, 1900: Gaston Lachaille, rampollo di un ricchissimo industriale, vive annoiato il bel mondo tra mantenute, scandali e feste da Chez Maxime, l’unico luogo dove si sente a suo agio è a casa di Mamita Alvarez, una vecchia cocotte che vive con la figlia cantante d’opera e la giovanissima nipote Gigi. Forse è proprio la freschezza e l’innocenza di Gigi a distrarre Gaston dalla noia del bel mondo almeno fino a quando non si accorge che che la fanciulla è ormai cresciuta..




Gigi


Un classico dei musical MGM, vincitore di nove Oscar che l’ha reso il film più premiato fino al 1987 quando è stato spodestato da L’ultimo imperatore di Bertolucci.
La pellicola è tratta dall’omonimo racconto di Colette con la sola variazione di eliminare la madre di Gigi trasformata in una svagata cantante di cui giungono i gorgheggi dalla stanza accanto a favore del personaggio del tutto inventato di Honoré Lachaille, lo zio di Gaston, vecchio viveur che in gioventù ha avuto una grande passione per la nonna di Gigi.
Interpretato dal sempre perfetto Maurice Chevalier, il personaggio sdoppia la figura di Gaston che nel romanzo è un uomo di mezz’età che finisce per sposare un’adolescente e soprattutto ha il compito di introdurre la vicenda quindi mettere una distanza ulteriore tra l’America perbenista degli anni ’50 e la disinvolta Belle Époque parigina d’inizio secolo eppure, oggi, rivedendo dopo tantissimi anni la pellicola che è stata un classico della mia infanzia, ho provato un lieve disgusto nel sentire un vecchio cantare Thank Heaven for Little Girls: prevedo tempi duri nel distinguere la sacrosanta lotta per i diritti e la leggerezza e/o la contestualizzazione storica di un film se pare che anche un classico come Via col Vento subisca attualmente censure per non urtare le sensibilità afroamericane!




Gigi


Dove il film conferma tutta la sua grandezza è nella scenografia e nei costumi, settori sotto il controllo di Cecil Beaton che riesce a ricostruire perfettamente le atmosfere dell’epoca: l’appartamento di Honoré è una perfetta sintesi dell’art nouveau, le scene a Trouville sembrano uscite da un quadro impressionista come i meravigliosi abiti femminili.




Gigi


Un musical un po’ anomalo cantato sì ma ben poco coreografato e il momento più bello è la dolcemente melanconica rievocazione dell’amore passato tra Honoré e M.me Alvarez che cantano I Remember It Well nella struggente luce rosata di un tramonto a Trouville.




Gigi


Altra peculiarità insolita per un film di una major americana è di avere un tris di protagonisti esclusivamente francesi e se Chevalier e Jourdan conservano tutto il fascino dell’accento parigino, l’adorabile Leslie Caron risulta già troppo “anglicizzata” dalle precedenti esperienze ma fresca e vivace come il suo personaggio, le si perdona tutto.

Brigadoon

USA 1954 MGM
con Gene Kelly, Cyd Charisse, Van Johnson
regia di Vincente Minnelli

Brigadoon

Due newyorkesi a caccia in Scozia si perdono nelle Highlands e finiscono in un paesino non segnato dalle mappe dove si sta svolgendo un matrimonio, è la mitica Brigadoon che si risveglia ogni cento anni per sfuggire ai mali del mondo.
Tommy si innamora a prima vista di Viola e vorrebbe restare con lei nel luogo incantato ma non ha il coraggio di lasciare la sua vita, ma tornato a New York scopre di non poter più dimenticare l’amata..

Brigadoon1954

Dopo La voce nella tempesta, Brigadoon è il film a cui sono più legata dall’infanzia, per cui le critiche che non lo considerano uno dei capolavori di Vincente Minnelli mi tangono poco, resta sempre la fascinazione di un idillio fantastico che ha stimolato la mia fantasia di bambina.
Indubbiamente la scenografia ricostruita in studio è palesamente falsa: il ponte che segna uno dei confini di Brigadoon sembra un ponticello da presepio e negli anni ’70 Brigadoon era un classico natalizio della tv che non doveva per forza riempire 24 ore di palinsesto.
Costumebrigadoon L’interagire dei personaggi in una scenografia così fasulla (che pure fu nominata agli oscar) sottolinea il lato magico della vicenda: tutta la trama di Brigadoon è poco credibile, a maggior ragione l’happy end notturno (che adoro) eppure il film continua ad appassionare da oltre sessant’anni: la sospensione della realtà è tale che paradossalmente coinvolge spiriti solitamente cinici davanti a vicende sentimentali anche di maggior spessore, come accade alla sottoscritta.
So anche delle critiche ai numeri di ballo, personalmente non amo molto i musical ma di Brigadoon amo molto anche questo aspetto, divertita dal gioco sul folclore scozzese di I’ll Go Home with Bonnie Jean dove il ballo scozzese diventa un tip tap e la sequenza de La caccia (The Chase), l’inseguimento dell’amante respinto che vuole lasciare Brigadoon ponendo fine al suo miracolo, resta un caposaldo del musical.
Indiscutibile la bellezza dei costumi, coi colori ultravivaci che caratterizzano i musical di Minnelli: soprattutto l’abito giallo di Viola (in originale Fiona) sembra una rivisitazione di un costume settecentesco in chiave New Look di Dior.