A ciascuno il suo

Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Luigi Pistilli, Laura Nucci, Mario Scaccia, Luciana Scalise, Leopoldo Trieste, Giovanni Pallavicino
regia di Elio Petri

Nelle campagne intorno Cefalù vengono uccisi due notabili del paese, il farmacista Manno e il dottor Roscio, siccome il primo aveva ricevuto una serie di lettere di minaccia per essere un libertino, si pensa che il dottor Roscio sia solo una vittima collaterale in un delitto d’onore per cui vengono arrestati i fratelli analfabeti della servetta di Manno. Paolo Laurana, professore universitario che aveva avuto modo di vedere le lettere anonime, si era accorto che i ritagli erano presi dall’Osservatore Romano, giornale che in città arrivava ai due soli ecclesiastici e lettura ben lontana dai due contadini analfabeti, la scoperta porta l’avvocato Rosello a difendere probono i due indagati mentre Laurana prosegue le indagini…

Screenshot

Prima trasposizione cinematografica di un romanzo di Sciascia ad opera di Elio Petri che con questo film inizia anche la collaborazione con lo sceneggiatore Ugo Pirro e l’attore Gian Maria Volontè che interpreta il professor Laurana, un notabile che, per quanto frequenti il circolo del paese, non è perfettamente inserito nella realtà cittadina un po’ perché insegna a Palermo un po’ perché è un idealista (ha lasciato anche il partito comunista) refrattario a certe dinamiche. La vita con la madre e la nonna, la dedizione allo studio portano Laurana a non sapersi confrontare con le donne, s’interessa al caso dei due amici uccisi anche perché segretamente innamorato di Luisa, la vedova di Roscio.


Volontè costruisce questo personaggio disadattato a una società corrotta che sul finale lo bollerà come un cretino con una postura contratta, gesti indecisi che ben rendono il suo essere fuori posto. Gli fa da contraltare l’avvocato Rosello interpretato dal sempre ottimo Gabriele Ferretti, elegante e a suo agio in ogni situazione del resto intrallazza con la stessa nonchalance con i parlamentari romani e i killer mafiosi. 
Vertice del triangolo tra due uomini è Luisa, la vedova interpretata da Irene Papas, una dark lady prevedibile, a sottolineare come l’unico a non comprendere sia solo e sempre Laurana.


Tornando alla società di paese in cui Laurana non riesce ad inserirsi,  si tratta di un covo di vipere dove tutti sanno tutto di tutti o ne intuiscono i traffici, malizia che manca totalmente a Laurana. Una piccola borghesia arraffona che non esita ad intrallazzare con la mafia per ottenere il proprio tornaconto, in questo caso il coronamento di un amore proibito tra primi cugini, nipoti di un prelato che si oppone alle nozze. Come ci racconterà bene Camilleri che di Sciascia era amico, tutto è teatro: la messinscena delle lettere di morte al farmacista femminaro, la vita apparentemente serena sotto l’imponente cattedrale di Cefalù. 

Petri aggiunge un uso insistito dello zoom che nella sua aggressività ostinata cerca di scardinare le placide connivenze. 
Il taglio quasi televisivo del resto delle riprese, con le carrellate dei volti dei partecipanti alle cerimonie in cattedrale mi hanno dato un brivido perché mi hanno ricordato i funerali di stato di Falcone.
A sottolineare l’ambiguità morale dei personaggi il matrimonio finale che nei colori e nelle espressioni parte come un funerale per trasformarsi nel trionfo del malaffare imperante. 

Sicilian Ghost Story

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La tredicenne Luna è innamorata del compagno di classe Giuseppe, anche se la madre non vuole che lo frequenti perché figlio di mafiosi. Quando il ragazzino viene rapito per ricattare il padre che si è pentito, Luna è l’unica che cerca di scuotere il paese dall’indifferenza omertosa..

Ho recuperato Sicilian Ghost Story al cineforum di Alessandria, dove la proiezione è stata preceduta da un collegamento telefonico a Luca Bigazzi, direttore della fotografia del film fortemente risentito per le molte critiche tutte italiane alla pellicola che invece è molto apprezzato all’estero.
Non si può che essere d’accordo con il maestro della fotografia perché il film ha una forte valenza sociale nel rievocare la tragica vicenda di Giuseppe di Matteo, vittima di mafia segregato per oltre due anni e poi strangolato e sciolto nell’acido a soli quindici anni.
Non basta certo il senso civile per dare valore a una pellicola ma in questo caso il film è davvero ben fatto e il lavoro di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza è molto interessante perché cerca una nuova via per raccontare la tragedia malavitosa. Una strada per certi versi simile a un altro piccolo film (per budget e distribuzione) in cui spicca la fotografia di Luca Bigazzi, L’intervallo, un’altra storia di due adolescenti costretti a una convivenza forzata dai camorristi che ha dei passaggi che sconfinano nella fiaba.



Sicilian ghost story


Di fiaba gotica si parla espressamente per Sicilian Ghost Story, del resto anche il titolo richiama il genere ma anche se tornano diversi elementi favolistici classici ad esempio il montgomery rosso di Luna che fa di lei una sorta di Cappuccetto Rosso, ho avuto l’impressione che il mondo a cui fa riferimento il film non è il gotico inglese ma i rimandi sono alla cultura classica della Magna Grecia: molti degli animali mostrati sono degli psicopompi, traghettatori di anime, in grado di mettere in contatto il mondo reale con l’aldilà e su questo continuo contatto tra i due mondi è giocato tutto il film: l’io interiore estremamente creativo di Luna cerca strenuamente di entrare in contatto con l’amore perduto.
Questa insistita ricerca di un contatto con il mondo dei fantasmi mi ha fatto pensare a un altro film, sempre presentato a Cannes 2017: Personal Shopper dove Maureen tenta disperatamente di comunicare con il gemello morto per restare in contatto con una parte di sé che rischia di perdersi in un paese straniero, in un’attività fittizia e un mondo di comunicazioni virtuali. Allo stesso modo Luna si aggrappa all’amore per Giuseppe per non farsi derubare della capacità di amare dall’atteggiamento omertoso della società che la circonda: non sono più i fantasmi a reclamare l’attenzione degli uomini ma sono i vivi a cercare di colmare il vuoto interiore attraverso i morti.



Sicilianghoststory


Definirei Sicilian Ghost Story un film intriso di cultura classica e umanista, quasi esoterico: l’acqua, elemento dominante di tutta la pellicola non rimanda solo al tragico destino di Giuseppe di Matteo che il film oserà esplicitare con una sequenza veramente toccante, ma diventa strumento alchemico di trasformazione per un corpo distrutto che rivive negli elementi naturali: come nella mitologia la pietà degli dei trasforma in piante o animali tanti sfortunati amanti della mitologia.

The Wolf of Wall Street

Thewolfofwallstreet Dall’autobiografia di Jordan Belfort, broker senza scrupoli che ha imperversato a Wall Street nei primi anni ’90, Martin Scorsese trae un film eccessivo e sopra le righe, gonfiato come probabilmente sono gonfiate le (dis)avventure narrate in prima persona da Jordan, personaggio bigger than life sempre pronto a reinventarsi e a macinare milioni di dollari in maniera sempre più losca.
Con uno stile molto pop e patinato, Scorsese ricostruisce le gesta di Belfort e dei suoi improbabili soci come dei novelli Goodfellas: del resto il background di Jordan &co. è il medesimo di Quei bravi ragazzi ma l’appeal della mafia ormai si è perso e le nuove generazioni cresciute nei sobborghi di New York puntano direttamente al guadagno facile, alla vita lussuosa e ben vista dei broker finanziari drogando il mercato di titoli spazzatura e facendo della droga e altri eccessi la loro ragione di vita. Il film è molto esplicito nel mostrare i retroscena sessuali dell’alta (?) finanza ma è un’oscenità mai gratuita e fine a se stessa che a tratti assume la valenza di un girone dantesco e non mancano abbondanti dosi di ironia che alleggeriscono il tutto.
Un’ironia che diventa graffiante cinismo nell’esilarante scena della guida della Lamborghini sotto gli effetti di una droga paralizzante: senza alcuna pietà Scorsese riduce il suo protagonista a un verme strisciante, metafora di una regressione etica che si riflette anche sul fisico.
Altrettanto sardonico il racconto del naufragio nel Mediterraneo: Scorsese e Di Caprio trasformano il racconto sicuramente esagerato di Jordan in un occasione per citare beffardamente Titanic.
Tre ore di film adrenalinico che volano via senza lasciare allo spettatore il tempo di prendere fiato, una storia amorale con un lieto fine immeritato, può lasciare con l’amaro in bocca ma apre gli occhi sul nostro presente.

La mafia uccide solo d’estate

Arturo, palermitano, classe 1969, da sempre innamorato della compagna di scuola Flora non riesce a conquistare l’amata per colpa della mafia

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Il debutto alla regia di Pif, ex iena ed ora Il Testimone di Mtv che ha anche coprodotto il film (se non erro primo caso, almeno per Mtv Italia) si segnala per la rara intelligenza dell’opera: far ridere su un cancro enorme e malevolo come quello mafioso con un’anticlimax progressiva che conduce alla commozione finale. L’evoluzione emozionale è inversamente proporzionale alla negazione del fenomeno mafioso per cui più si nega il problema più è grottesca la situazione che si crea: nei primi anni ’70 gli attentati per mafia vengono liquidati come “questioni di fimmine” tanto che il piccolo Arturo si convince che innamorarsi porti alla morte e reagisce scompostamente all’improvviso colpo di fulmine per la nuova compagna di scuola, Flora. Quando abbandona questa convinzione e cerca un modo per dichiararsi all’amata, è il giorno in cui a Bontà loro, va in onda la celeberrima intervista di Costanzo ad Andreotti, la prima in cui ad un politico viene domandato del suo privato e il fatto che racconti come si sia dichiarato alla moglie trasforma Andreotti nell’idolo di Arturo dando luogo a gag divertentissime.
L’ingenuità e la sfiga del protagonista sono in realtà un modo per raccontare l’indifferenza prima e il fastidio poi dei palermitani verso una realtà che non volevano affrontare (e se si chiudevano gli occhi lì dove si era in prima linea, figuriamoci nel resto d’Italia che liquidava la mafia come un fenomeno locale!) una presa di coscienza che diventa nazionale e nel giro di vent’anni porta dalla negazione alla rabbia e il desiderio di partecipazione, che segue agli omicidi di Falcone e Borsellino, culmina nel bacio che mi ha ricordato quello durante gli scontri a Gezy Park nelle manifestazioni turche anti Erdogan dell’estate scorsa.

E’ stato il figlio

èstatoilfiglio Palermo, fine anni ‘70. Nicola Ciraulo campa la famiglia facendo il robivecchi: smonta quanto è ancora riutilizzabile dalle navi in demolizione. A suo carico, oltre la moglie e i genitori, ci sono i due figli, l’adolescente ed inane Tancredi e la piccola Serenella dal destino infausto: si prende la pallottola destinata al cugino mafioso Masino. La famiglia Ciraulo ha diritto a un risarcimento per le vittime di mafia, la cifra è cospicua ma tarda ad arrivare e i Ciraulo finiscono in mano agli strozzini. Quando finalmente i soldi arrivano, pagati tutti i debiti, del gruzzolo resta poco ma la cifra è sufficiente per realizzare il sogno di ogni italiano: comprarsi una signora macchina, la Mercedes..

Debutto in solitario alla regia per Daniele Ciprì del duo Ciprì e Maresco, che resta fedele allo stile grottesco dei tempi di Cinico tv, anche nella scelta di facce straordinarie per i suoi personaggi, con il supporto di un grandissimo cast in cui spicca la solita bravura, declinata in un nuovo aspetto, di Toni Servillo.
La storia è quella emblematica di una famiglia di poveracci improvvisamente arricchita che passa da una situazione di sottoproletariato economico a una parvenza di benessere che le permette prima di vivere a credito sulla cifra che lo Stato le deve e poi, proprio per i ritardi statali, finisce in mano agli strozzini. Superate le traversie burocratiche resta quanto basta per realizzare il sogno “accattarsi ‘a machina” e che macchina! Il modello più esclusivo di Mercedes che testimonierà il nuovo status economico raggiunto dai Ciraulo.
Ovviamente l’auto sarà solo fonte di nuovi guai e il tono lieve per quanto grottesco ed incisivo che ha retto il film si chiude nel finale in una morsa crudele dove la sopravvivenza della famiglia impone sacrifici assoluti ai singoli componenti in nome di un bene comune superiore.

èstatoilfiglio

La vicenda è ambientata a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80 quando l’Italia passò definitivamente alla modernità. C’è qualcosa di pasoliniano nelle scenografie (il rientro nei grandi casermoni popolari che incombono come le mura possenti di un castello medievale) e mi piace che per quanto Tancredi e il nonno fissino imbesuiti la tivù questa non riesca mai a sintonizzarsi su un canale: l’ho letta come una metafora che finalmente discolpa la televisione e il conseguente berlusconismo da tutte le colpe del degrado italiano. Il film si chiude infatti ai giorni nostri e le case popolari sono ben più squallide della dignitosa vitalità dimostrata negli anni ‘70. Certamente la televisione e il berlusconismo hanno molte responsabilità ma avere il coraggio di guardare gli aspetti più vergognosi di una certa tradizione italiana disposta a tutto pur di arricchirsi senza nascondersi dietro i soliti alibi (che ne diventano conseguenza) è un segno di coraggio e di speranza.

Vallanzasca – Gli angeli del male

Vallanzasca Se devo trovare un difetto macroscopico al film e’ la data di uscita: a poco piu’ di un mese dalla fine della seconda stagione di Romanzo Criminale, chi, come la sottoscritta, ha amato molto quella serie, trovera’ molte, forse troppe analogie tra il biopic sul bel Rene’ e le avventure della banda della Magliana, a partire da luci e scenografie (ineccepibili, per altro) per culminare in un momento di gloria per la banda della Comasina che trionfa in coca e biglietti da centomila che cita praticamente la sigla della fiction.
Anche la costruzione del plot con le avventure infantili che portano in riformatorio Renatino e saldano il suo legame con l’elemento della banda che piu’ gli causera’ guai (un Filippo Timi decisamente sopra le righe) ricorda la partenza di Romanzo Criminale (il film, stavolta).
Forse se Vallanzasca fosse arrivato in sala subito dopo il passaggio veneziano il ricordo di Romanzo Criminale sarebbe stato piu’ sbiadito e la nuova pellicola si sarebbe sottratta al confronto, dettato principalmente dalla nostalgia.
Volendo continuare il paragone tra Vallanzasca e il film Romanzo Criminale, essendo anche dello stesso regista, la storia del bandito milanese dimostra una maggior compattezza registica rispetto al lavoro precedente. Le scene di azione sono degne dei poliziotteschi anni ’70 e merita sicuramente di essere menzionato il montaggio alternato del pestaggio in carcere con l’entrata in discoteca del protagonista, un Kim Rossi Stuart che regala una nuova notevole interpretazione cimentandosi anche con il dialetto meneghino.
Il film non e’ un agiografia di Vallanzasca, ma di certo gli perdona molte cose cose, anche troppe dato che si sarebbe parteggiato per lui come del resto si e’ parteggiato per il Mesrine di Nemico pubblico n. 1: figure che acquistano una loro dimensione epica, per quanto negativa, nel rifuggire dal mondo piccolo borghese a cui appartengono e nel seguire un loro codice d’onore ormai di altri tempi, vedi la battuta di Vallanzasca nell’intervista a Radio Popolare quando dice che non sente di avere nulla in comune con un ragazzino che spara in testa ad una vecchietta per un bottino ridicolo.
Ribadendo che i protagonisti sono negativi e non certo modelli da seguire, resta interessante il lavoro di meditazione storica che molti paesi europei portano avanti attraverso le figure dei grandi banditi che hanno rappresentato un fenomeno storico di ribellione al di fuori dalle ideologie politiche, in un mondo ormai completamente assorbito dal sistema mafioso.

Baaria

Baaria

Oltre mezzo secolo di storia di Bagheria, citta’ natale del registra narrate attraverso le vicende di Peppino, umile figlio di contadini amanti della letteratura e della politica.
Lo stile e’ quello enfatico di Tornatore ma il tono con cui e’ trattata una materia che potrebbe esser graffiante e’ sempre dimesso: le lotte dei sindacalisti comunisti che rivendicano le terre alla mafia rimangono sullo sfondo e gli scontri politici hanno il tono bonario di Don Camillo e Peppone, a partire da quello tra fascisti ed antifascisti per finire con la scena da commedia di Peppino che di buon ora viene salutato dalla moglie trepidante sulla soglia di casa perche’ deve andare alla manifestazione, stesso sentimento vive la dirimpettaia che saluta il marito, celerino di pattuglia alla medesima manifestazione: ovviamente i due torneranno malconci dalle due donne che ascoltano le notizie dalla stessa radio; la scena e’ anche carina ma purtroppo e’ il massimo sforzo che Tornatore fa per raccontare lo scontro ideologico. Ovvio che questa immagine all’acqua di rose della politica che pervade la pellicola abbia fatto gridare al capolavoro Berlusconi e forse sara’ anche uno dei fattori che potrebbe portare il film a vincere l’Oscar perche’ questa e’ l’immagine dell’italia che piace all’estero: poverta’ e cuore d’oro.
Cuore d’oro che il buon Peppuccio non ha certo dimostrato di avere nei confronti degli animali a loro sono affidate tutte le scene cruente a cui non arrischia i suoi eroi: pesci appesi, vacche moribonde fino alla discutibile scena dell’uccisione del toro, girata all’estero perche’ in Italia sarebbe stata illegale, ma cosa non si fa per amore dell’arte! Pero’ io come spettatrice vorrei essere avvisata quando ci sono scene cosi’ crude nei confronti degli animali, perche’ bisogna solo allertare gli animi sensibili alle scene di sesso?
Tornando a Baaria, Tornatore vorrebbe dare al suo film un realismo magico che celebri il legame con il mondo atavico del passato, anche attraverso il rapporto duro con il mondo animale e allora il doppio ruolo per Lina Sastri che, morta come nonna di Mannina, torna come veggente sosia della madre di Sarina, con Luigi Lo Cascio coma figlio scemo al seguito e poi l’assurdo finale del risveglio di Peppino nella congestionata Bagheria odierna, la sequenza non aggiunge nulla alla pellicola, se non un ulteriore quarto d’ora da passare ingannando il tempo nel riconoscere i camei dei vari attori.
Forse davvero la vastita della materia ha fatto si’ che il film scappasse di mano a Tornatore, che pure qualcosa di buono dice nel suo film: nelle immagini computerizzate della vecchia Bagheria fino allo sviluppo selvaggio senza piano regolatore c’e’ una velatissima critica ai palazzinari che hanno rovinato l’Italia ispirata anche a Rosi e il suo Le mani sulla citta’ visivamente rappresentate dalle sgrinfie ingorde dell’assessore cieco sul plastico dei nuovi quartieri. 

Galantuomini

Galantuomini

Nel Salento dei primi anni ‘60 cresce la bella ma poverissima Lucia con gli inseparabili Luigi e Ignazio, ragazzo di buona famiglia che se andra’ presto dalla Puglia per studiare e intraprendere una carriera da giudice. Trent’anni dopo Ignazio torna a Lecce, proprio nei giorni in cui Luca muore per overdose di eroina; rincontra Lucia e sentira’ riaccendersi quella passione mai sopita dagli anni dell’adolescenza. Il corteggiamento verso Lucia prosegue di pari passo con l’indagine sulla morte di Luca e la scoperta della nascente mafia salentina, fino a quando le due strade si uniranno nella scoperta che Lucia e’ una dei boss delle cosche indagate: nonostante il conflitto con la propria carriera, Ignazio non sapra’ rinunciare all’amore per Lucia..


Galantuomini
Non so perche’ ho raccontato la trama dal punto di vista di Ignazio, quando sono fortemente convinta che il film racconti principalmente l’evoluzione del personaggio di Lucia, cresciuta poverissima, messa incinta da un bulletto locale, il vigliacco Infantino, salita ai vertici della piramide mafiose forse per una scopata con il boss che se ne sta rintanato in Montenegro: l’allusione ai servizietti resi al boss sono sono una perfidia dell’ex compagno invidioso che si vede scavalcato da una donna o sono una chiave di lettura del personaggio di Lucia? Il dubbio resta, visto che la donna esplica il suo ruolo all’interno della cosca con una certa distanza e un’aria di mesta rassegnazione che caratterizza tutta la sua esistenza. 

Galantuomini

La svolta avviene con il rinnovato incontro di Ignazio e quella notte di amore rubata a due esistenze che hanno indirizzi diametralmente opposti: se la prima scena di sesso e’ completamente inutile e richiama nella posa plastica certo sesso patinato degli anni ‘80, la seconda incentrato sull’orgasmo di Lucia (forse il primo?) sembra condurre la donna a una presa di coscienza di se’ che la porta a prendere la decisione narrata nella scena finale del film. 
Molto interessante e’ il rapporto tra Lucia e la collega del giudice: probabilmente Laura ha una cotta per Ignazio, ma la rivalita’ tra le due donne che si accende gia’ al primo sguardo in un locale pubblico, riveste una valenza simbolica: Laura e’ in fondo la coscienza, la parte etica che Ignazio mette da parte per Lucia. 
La storia raccontata da Winspeare ha dunque un taglio molto interessante, il film pero’ risulta poco convincente per il modo trattenuto di raccontare le emozioni dei due amanti, ma questo tono algido mi pare una caratteristica del regista che resta bravissimo nelle suggestioni qui legate alle rievocazioni dell’infanzia dei protagonisti: memorabile quella dove Lucia offre una serpe da baciare ad Ignazio, un’Eva che oltre a condurre il millenario gioco con l’uomo riesce a manipolare anche il serpente.

Il divo

Ildivo

Con il suo solito stile personale e grottesco, con una vena piu’ sgargiante del solito nei colori decisi, Sorrentino mette in scena la vita di Giulio Andreotti, come dire la storia della Repubblica Italiana.
Una repubblica che si e’ arrabattata per 50 anni tra i blocchi atlantici, che convive da trenta con il fantasma del proprio figlio migliore sacrificato alla ragion di stato.
Andreotti c’era quando Marshall stanzio’ i fondi per la ricostruzione post bellica, e’ impossibile pensare che non abbia avuto contatti con la mafia, il cui ruolo strategico nella guerra di liberazione e’ ormai assodato: gli Americani ci fanno pesare ancora oggi il loro intervento risolutivo, come si puo’ pensare che la mafia per decenni non abbia preteso lo stesso occhio di riguardo? (di qua e di la’ dall’Atlantico).
Pero’ e’ interessante notare come il film si sviluppi attorno all’unica sconfitta di Andreotti, la mancata elezione a Presidente della Repubblica nel 1992 e proprio la strage mafiosa di Capaci fa saltare i giochi di potere tra le correnti della DC, quindi forse anche l’uomo che ha fatto il lavoro sporco per il Paese alla fine era uscito/voleva uscire dalle logiche mafiose? Ai posteri (forse) l’ardua sentenza.
A noi resta un film capolavoro che trasforma Andreotti in un’icona non tanto del male ma di un modo paternalistico e clientelare di gestire la res pubblica: la scena che piu’ mi e’ rimasta impressa e’ quella in cui il Divo Giulio riceve i postulanti e uno nel prendere la mazzetta tiene la testa girata con evidente disgusto e vergogna; nel gioco cavaraggesco di luci e ombre quella scena mi si e’ impressa nella mente con la forza di un quadro.
Strepitosa la prova di Servillo che sa portare sulla scena un monstrum patetico quando arretra con il suo passo saltellante ma capace anche di movenze orrorifiche che ricordano il Nosferatu di Murnau.

Le conseguenze dell’amore

Le conseguenze dell'amore

Titta di Girolamo, contabile della mafia nella Svizzera italiana paghera’ a caro prezzo le conseguenze di un amore tardivo per la giovane barista dell’hotel in cui risiede.

Giustamente stravincitore dei David di Donatello 2005, un film sospeso e silenzioso che preferisce comunicare attraverso immagini apparentemente insignificanti.
Mi hanno colpito particolarmente due scene che ben racchiudono lo spirito del lavoro di Paolo Sorrentino: Titta guarda fuori dalla finestra della sua camera e sulla piazza un uomo e una donna sembrano incontrarsi, ma in realta’ le loro traiettorie sono sfalsate di poco, l’uomo si volta per guardare la ragazza e sbatte contro un palo: una scena secondaria, che racchiude tutto il malinconico pessimismo della pellicola con un tocco di ironia che mostra quanto ridicole e dolorose possano essere le conseguenze dell’amore.
Nell’altra Titta e’ ripreso durante il suo monotono peregrinare nell’albergo, mentre l’uomo sale le scale la macchina da presa si ferma sul dettaglio della giuntura tra due corrimano: i due pezzi di metallo sono vicini ma non si toccano, ancora un’emblema della fatica di vivere e l’anticipazione dell’incompiutezza del personaggio: Titta di Girolamo lavora per la mafia ma non e’ un affiliato a Cosa Nostra, si fa regolarmente d’eroina tutti i mercoledi’ mattina alle 10 ma non e’ un vero e proprio drogato.
Ho trovato molto interessante anche la colonna sonora originale che aveva un potere straniante.
Giustamente osannata la prova recitativa di Toni Servillo che e’ stato un vero e proprio mostro di bravura ma buona anche quella di Raffaele Pisu nei panni dei vecchio giocatore che ha perso al tavolo verde tutte le sue ricchezze: un’interpretazione misurata che non mi sarei aspettata da un attore noto piu’ per la sua vis comica.

Dato che noi cineblogger siamo sempre molto critici verso le sale cinematografiche, stavolta voglio lodare pubblicamente la Multisala Kristalli di Alessandria che ha intelligentemente sfidato la concorrenza di blockbuster come StarWars o Le Crociate riproponendo un titolo che aveva fatto solo una fugace apparizione in provincia all’epoca della sua uscita e che invece si e’ rivelato uno dei piu’ bei film italiani del 2004.