La vergine di cera

The terror
USA 1963
con Boris Karloff, Jack Nicholson, Sandra Knight
regia di Roger Corman

Laverginedicera

L’ufficiale napoleonico Andrè Duvalier cavalca assetato sotto il sole caliente lungo una spiaggia, quando lo soccorre Helene, una bella fanciulla che dopo avergli indicato una fonte di acqua dolce sparisce tra i flutti, Andrè cerca di salvarla ma sviene e si risveglia nella catapecchia di una megera che nega l’esistenza della ragazza e lo invita a lasciare quei luoghi per riunirsi al più presto al suo reggimento ma il servitore della donna gli rivela l’esistenza del castello del barone Von Leppe dove potrebbe trovarsi la fanciulla. Andrè si reca al castello dove trova il vecchio barone che nuovamente nega l’esistenza della fanciulla che Andrè ha scorto a una finestra. Helene è estremamente somigliante al ritratto della baronessa Ilsa, moglie del barone morta venti anni prima. Il barone, messo alle strette confesserà di averla uccisa in un impeto di gelosia e di essere tormentato dal fantasma della donna da alcuni anni, Andrè non crede che Helene sia solo un fantasma e scopre il piano di vendetta che si cela dietro l’ipnosi della fanciulla ma il lieto fine non è contemplato..

Verginecera

Mentre gira La città dei mostri, Corman pensa che sia davvero uno spreco non sfruttare le scenografie per un altro film che potrebbe girare in soli cinque giorni, nasce così La vergine di cera, classico prodotto della factory di Corman: cast ridotto all’osso, sei attori in tutto, luci psichedeliche, musica ipnotica e un montaggio alternato per creare la suspense di un horror piuttosto intimista e romantico.
Qualche buco di sceneggiatura (l’allusione non sviluppata a un possibile figlio di Ilsa potrebbe far pensare che Helene sia figlia della donna, il che spiegherebbe la somiglianza) ma la genialità di girare un film estremamente luminoso soprattutto con molti esterni girati di giorno, che si sa, i fantasmi del meriggio sono i più inaspettati e deleteri.
Theterror
Alla regia mettono mani in molti e tutti nomi di rillievo: pare che alcune scene siano state girate da Monte Hellman, aiuto regista e da Francis Ford Coppola che produceva la pellicola. Anche Jack Nicholson, protagonista della pellicola con la moglie, Sandra Knight, ha girato qualche scena.
Se Nicholson è bello e interpreta un personaggio tutto logica che pure nel finale si troverà spiazzato, il ruolo dell’antagonista è affidato a un mostro sacro del cinema horror, il settantaseienne Boris Karloff, perfetto nel disegnare un anziano roso dai rimorsi tanto da togliersi la vita e che occhieggia alla pazzia alimentando il ricordo e la visione dei fantasmi del passato ma si scoprirà che il trauma della morte di Ilsa ha avuto conseguenze ben più gravi di quel che si pensi sulla sua psiche.

Frankenstein Junior

FrankensteinjrYoung Frankenstein
Usa 1974
con Gene Wilder, Peter Boyle, Marty Feldman, Peter Boyle, Teri Garr, Madeleine Kahn
regia di Mel Brooks

Frederick Frankenstein, nipote del celebre Victor, è un professore universtario che cerca di far scordare la nomea dell’ingombrante nonno cambiando anche la pronuncia del cognome. Quando riceve il lascito testamentario dell’avo è costretto a partire per la Transilvania e trovati gli appunti di Victor Frankenstein si convincerà che riportare in vita un morto.. si può fare!

Il tributo per la scomparsa di Gene Wilder, avvenuta ieri all’età di 83 anni, passa obbligatoriamente da Frankenstein Junior celeberrima parodia del genere horror di cui l’attore non fu solo protagonista, ma fu anche latore dell’idea da cui si sviluppò il film e collaborò alla sceneggiatura.
Premetto che il genere parodistico non è la mia passione però il valore di Frankenstein Junior è innegabile: personalmente ammiro la perfetta ricostruzione delle atmosfere degli horror anni ’30: ovviamente ci si ispira a Frankenstein e al seguito La Moglie di Frankenstein ma l’ambientazione in Transilvania che con il film e il romanzo originale mi pare proprio che non centri, rimanda a Dracula, altro classico mostro della Warner.
Si riproduce il più fedelmente possibile lo studio nel castello rivolgendosi allo scenografo, ormai ottantenne, dei film di James Whale.
FrankensteinjuniorIn realtà la citazione più fedele è verso un sequel del 1939 Il figlio di Frankenstein e infatti tutto il film mette in scena il “ciarpame” gotico che diventa caratteristica dei b movie ispirati ai grandi classici: la nebbia, il castello diroccato, le ragnatele secolari ecc..
Il film comprende anche citazioni di altri generi filmici in voga negli anni ’30:che cos’è l’inserto del balletto sulle note di Puttin’ on the Ritz portata al successo da Fred Astaire, se non un omaggio alle commedie musicali dell’epoca?
Su questo impianto visivo parodistico s’inserisce la comicità surreale dei protagonisti fatta di tormentoni: Igor/Aigor contrapposto a Frankenstein/Frankensteen e Frau Blücher il cui solo nome fa imbizzarrire i cavalli, per tacer del celebre Lupu ululà e castello ululì! entrato di diritto nella cultura pop.
Interessante anche l’uso di sguardi in macchina a cercare la complicità dello spettatore nelle situazioni più assurde e mi sovviene che questa è una caratteristica dei film di Stanlio&Ollio, continuando anche in ambito comico la citazione/tributo ai classici anni ’30.

Ray Milland

Raymilland

Il 10 marzo 1986 moriva Ray Milland, nome d’arte di Reginald Truscott-Jones, nato nel Galles il 3 gennaio 1907.
Pur non diventando mai una stella di prima grandezza (ed è un vero peccato, dato che fascino e carisma non gli mancava) ha avuto una lunghissima carriera con ruoli molto importanti.
Esordisce nei tardi anni ’20 sugli schermi inglesi con il nome di Raymond Milland e già nel 1931 è negli Usa sotto contratto per la MGM che lo sfrutta per piccoli ruoli. Dopo una breve parentesi in patria si trasferisce definitivamente in America dove viene messo sotto contratto dalla Paramount per cui lavorerà almeno per un ventennio.
Tra i ruoli degli anni ’30 ricordiamo Il Giglio d’oro del 1935 diretto da Wesley H. Ruggles dove interpreta un giovane lord inglese che mette a rischio l’amore tra la dattilografa Claudette Colbert e il giornalista Fred MacMurray; nel ’36 è il coprotagonista maschile de La figlia della Giungla, film di debutto di Dorothy Lamour che le vale l’esotico soprannome di Sarong Queen.
Del 1937 è la commedia brillante Che bella vita di Mitchell Leisen con cui Milland girerà altri cinque film: Arrivederci in Francia e I cavalieri del cielo sono pellicole di propaganda essendo girate rispettivamente nel 1940 e 1941; Schiave della città del 1944 è il primo film in technicolor del regista che mischia musical e psicanalisi. Amore di Zingara del 1945 è un film di spionaggio che vede recitare Milland accanto a Marlene Dietrich e Kitty, sempre del 1945, è una pellicola ambientata nel tardo settecento che rilegge la fiaba di Cenerentola con spiccato cinismo.
Nel 1939 l’attore veste i panni di uno dei tre fratelli Geste arruolati nella Legione Straniera nel film Beau Geste di William A.Wellman.

Milland'30

Nel 1942 gira Vento Selvaggio di Cecil B. DeMille, un’avventura marinara che si segnala per uno dei pochissimi ruoli negativi interpretati da John Wayne.
Lo stesso anno segna anche l’incontro con Billy Wilder che lo dirige in Frutto Proibito accanto a Ginger Rogers travestita da dodicenne: è il primo film di Wilder e il caustico regista da subito affronta un tema spinoso come l’attrazione per le minorenni.
Con Wilder Ray Milland gira ancora nel 1945 il film che gli vale l’unico Oscar della carriera: Giorni perduti, una storia estremamente realistica e inconsueta per l’epoca della discesa nell’alcolismo di uno scrittore fallito.

Giorniperduti

La carriera dell’attore continua sempre molto intensa ma il ruolo di Giorni perduti fa scoprire il lato oscuro dell’attore che è quello che gli porterà ri risultati più interessanti come Il tempo si è fermato de 1948, un thriller dalle sfumature noir diretto da John Farrow, che lavora con l’attore anche l’anno seguente ne La Sconfitta di satana, una versione noir del mito di Faust ( cfr. Il Mereghetti 2014) che esce sconfitto dalle sue trame per irretire l’onesto procuratore Foster. Nel 1950 Farrow e Milland collaborano ancora nel western, non memorabile, Le Frontiere dell’odio.
Sempre del 1948 è il melò vittoriano Amarti è la mia dannazione dove Milland seduce una vedova e la induce al delitto ma sarà vittima della sua vendetta quando la donna scoprirà che ha un’amante.
Del 1952 è La Spia dove Milland da il meglio della sua recitazione nevrotica: è uno scienziato che confida agli agenti dell’Est gli studi sul nucleare: per sottolineare il senso di segretezza il film è completamente privo di dialoghi.
Nel 1954 è lo spiantato tennista Tom Wendice che vuole uccidere la moglie ne Il Delitto Perfetto di Hitchcock. Il film venne girato in 3D e segna l’inizio della collaborazione tra il maestro del terrore e Grace Kelly.
L’anno seguente l’attore interpreta l’architetto Stanford White vittima del triangolo amoroso tra la bella Evelyn Nesbit e il suo gelosissimo marito Harry Thaw ne L’altalena di velluto rosso di Richard Fleischer.

Milland40

Il 1955 è anche l’anno in cui Milland esordisce dietro la cinepresa con il western Gli Ostaggi. In tutto sono quatto le regie dell’attore: Lisbona, film di spionaggio del 1956, Obiettivo Butterfly del ’58 e Il giorno dopo la fine del mondo  pellicola sci-fi del 1962: pur trattando generi diversi, i film diretti da Ray Milland hanno tutti la caratteristica di essere low budget come i film horror o di fantascienza a cui l’attore inizia a dedicarsi entrando anche nella factory di Roger Corman per cui gira Sepolto vivo (1962) dal ciclo di film tratti da Poe e l’anno seguente il notevole L’uomo dagli occhi a raggi X.

TheManWithX-RayEyes

Già dal 1955 Milland inizia a recitare in serie televisive, cosa che continuerà a fare fino alla fine della sua carriera, segnaliamo le sue partecipazioni a Ellery Queen, dove appare nel pilot; Colombo, Fantasilandia, Cuore e batticuore, Love Boat, mentre sul grande schermo si limita a camei, da segnalare nel 1970 il ruolo del severo Oliver Barrett III padre di Ryan O’Neal nello strappalacrime Love Story.
Ha un ruolo anche ne Gli ultimi Fuochi l’ultimo film di Elia Kazan girato nel 1976.
La sua ultima apparizione è del 1985 nel corto The Gold Key di Richard G. Kutok.

The Hateful Height ***70mm***

Il cacciatore di taglie John Ruth, detto “Il Boia” sta portando la fuorilegge Daisy Domergue a Red Rock per farla impiccare quando è costretto a far salire sulla diligenza che ha noleggiato due passeggeri indesiderati: prima il cacciatore di taglie di colore Marquis Warren e poi il sudista Chris Mannix.
Una tempesta di neve costringe il gruppo a fermarsi all’emporio di Minnie, qui incontreranno altri tre viaggiatori anche loro bloccati dalla bufera, stranamente però mancano i titolari dell’emporio Minnie e Sweet Dave, sostituiti da un messicano..

Thehatefulheight

L’ottavo (?) film di Quentin Tarantino segna un cambio di passo rispetto agli ultimi due lavori: la rilettura della storia si fa più fedele come testimoniato anche dal mezzo con cui il regista ha girato il film, l’Ultra Panavision 70 mm, che con il leggero tremolare dell’immagine trasporta subito lo spettatore in una dimensione antica di fruizione dello spettacolo. Io mi sono commossa anche alla scritta intervallo, dato il nervoso che mi procura lo stacco improvviso nelle multisale contemporanee dove ti strappano dall’immersione filmica a metà di una frase, accecandoti brutalmente per offrirti bibite e popcorn.
L’intervallo è durato esattamente dodici minuti, circa quel quarto d’ora a cui allude la voce off alla ripresa dello spettacolo. L’intervallo non è solo un tributo alle vecchie pellicole ma una vera e propria cesura tra le due parti del film: la prima introduce con molta calma ambientazioni e personaggi, siamo nel Wyoming, pochi giorni prima di Natale, un Cristo semi sepolto dalla neve segna l’arrivo a una stazione di posta “dimenticata da dio”, una baracca di legno che diventerà il luogo dove si sveleranno le vere identità dei vari personaggi e si pareggeranno diversi conti in un inesorabile gioco al massacro, a cominciare da quello tra il Maggiore Warren, nordista di colore e il generale sudista Sanford Smithers: sono passati pochi anni dalla guerra civile americana e gli animi non sono ancora assopiti. Ma si assopiranno mai gli animi di quest’America costruita sulla violenza e sull’odio che celebra un’improbabile amicizia sulle parole di una lettera (fasulla?) di Abramo Lincoln letta sotto il cadavere di una donna impiccata? A proposito, la prima donna impiccata in America è Mary Surratt, presunta complice dell’omicidio di Lincoln la cui storia è stata raccontata da Robert Redford in The Conspirator.
A lasciarmi un po’ perplessa è stato proprio il finale con la strana amicizia tra i due sopravvissuti prima acerrimi rivali: dato che il tema dello scontro razziale è tornato dominante negli USA mi sarei aspettata un ultimo conflitto a fuoco ma forse quella risata in faccia alla morte è ancora più cinica e inquietante di una sparatoria.
JohnDaisy Alla prima parte molto parlata si oppone la seconda dove la violenza splatter, che era totalmente assente nel primo tempo diventa dominante e Tarantino ci riconduce nel mondo granduignolesco che ben gli compete. La sinfonia mortifera di Ennio Morricone e l’improvviso vortice di morti violenti virano d’horror un film molto parlato, affabulatorio (e il regista è talmente bravo ad incantarci, anche sulla fiducia, che dimentichiamo alcune nozioni che dovremmo ben conoscere anche prima di entrare in sala o che ci mette sotto il naso nei titoli di testa). Mi riferisco all’horror perché tra le suggestioni filmiche che gli hanno inspirato The Hateful height, Tarantino cita La Cosa di John Carpenter che ha per protagonista Ken Russell e allora sarei proprio curiosa di sapere se nella versione originale il generale Smithers dice letteralmente a John Ruth “tu sei una jena” riferendosi al primo film di Tarantino o se gli da del serpente, omaggiando Jena (Snake) Plissken.

In fondo al bosco

Infondoalbosco

Durante la festa dei Krampus, a Croce di Fassa, si perde il piccolo Tommi di soli quattro anni. La scomparsa si trasforma in un’ipotesi di omicidio di cui è indiziato il padre, Manuel che ha problemi di alcolismo e non è originario del luogo, la madre, Linda, distrutta dal dolore, tenta il suicidio.
Cinque anni dopo, a Napoli viene ritrovato un bambino che ha lo stesso profilo genetico di Tommi ma il reinserimento in famiglia non è per niente facile..


Obbiettivamente siamo stati fortunati, la morbosa attenzione che l’infotainment televisivo riserva alla cronaca nera avrebbe potuto sfociare in qualche pessimo instant movie o qualche miniserie strappalacrime, invece nella medesima stagione abbiamo avuto la bella serie Rai Non uccidere e ora questo film prodotto da Sky, dove si mescolano gli echi di diversi delitti che hanno monopolizzato l’attenzione pubblica.
In fondo al bosco è una pellicola più complessa di quello che appare, con diversi piani di lettura legati alla famiglia: l’infanzia negata di un bambino che non ha memoria del traumatico passato, il dramma di una famiglia impossibilitata a ritrovare la pace dopo una tragedia, il legame di Manuel con il figlio ritrovato che rappresenta anche il desiderio di rivalsa dell’uomo che per cinque anni è stato creduto un mostro.
La disfunzionalità della famiglia e delle piccole comunità dove è più facile attribuire al diavolo le più banali (!) colpe umane trova la sua ragion d’essere nel racconto di genere, un noir dai toni e dai ritmi sospesi, sfumati che lascia spazio all’allusione horror per trovare una soluzione molto realistica e quanto mai attuale nel finale, ben più terribile di qualsiasi favola demoniaca.
Ottima la prova degli attori, soprattutto di Filippo Nigro.

Crimson Peak

Crimsonpeak Edith Cushing è la figlia di un magnate americano, con il sogno di diventare una scrittrice; quando incontra il baronetto inglese Thomas Sharpe, è subito amore ma Mr. Cushing, che ha fatto condurre delle ricerche sul giovanotto, osteggia il matrimonio costringendo Sharpe a spezzare il cuore alla figlia. Cushing però muore improvvisamente ed Edith, a cui Thomas ha confessato tutto, può coronare il suo sogno d’amore e seguire il marito nella sua magione in Inghilterra, non sapendo che la tenuta è nota anche Crimson Peak, proprio il luogo da cui lo spettro della madre invita Edith a star lontana fin dall’infanzia..

Crimson Peak segna il ritorno di Guillermo del Toro al genere horror, più propriamente al filone gotico con tanto di fantasmi e casa fatiscente.
Le atmosfere gotiche del film sono suggerite da una serie di allusioni, più che citazioni, a tutta la letteratura e la filmografia del genere: uno dei riferimenti più chiari riguarda l’amore impossibile di Thomas che ripropone il melodramma amoroso di Cime Tempestose; la casa fatiscente che sta sprofondando sotto i due fratelli schiavi del loro passato ha reminiscenze de La caduta della casa degli Usher e la determinazione con cui Lucille Sharpe protegge i segreti della magione ricordano (anche nella rigidità della postura) la signora Danvers, la governante di Rebecca la prima moglie.
Da un punto di vista artistico il rifemento va alla pittura preraffaellita e il look di Mia Wasikowska nella desolata Allerdale Hall si ispira chiaramente al quadro di Sir John Everett Millais The Bridesmaid.

Millaismia

L’uso di colori molto saturi richiama il ciclo dedicato a Poe diretto da Roger Corman con Vincent Price per protagonista.
Mille altre suggestioni si possono trovare nell’opera del regista messicano che però non è solo un film calligrafico: se “i fantasmi sono solo una metafora”, come ripete spesso Edith, questa storia per certi versi scontata (anche se si svela a poco a poco) è di grandissima attualità e di grande presa sul pubblico, visto il grande interesse che suscitano gli episodi di cronaca nera che in fondo ripropongono le stesse tematiche del film: passione, gelosia, denaro.

La casa sulla scogliera

UninvitedThe Uninvited
USA 1944 Paramount
con Ray Milland, Gail Russell, Donald Crisp, Ruth Hussey
regia di Lewis Allen

In vacanza in Cornovaglia, i fratelli Rick e Pamela Fitzgerald s’innamorano di una casa abbandonata a picco su una scogliera chiamata Villa Ventosa. Il proprietario, il comandante Beech, non ha problemi a vendere la dimora a prezzo modico ma non vuole che la nipote Stella Meredith frequenti la casa che abitò nell’infanzia fino alla morte della madre.
Trasferitisi nella magione restaurata, i Fitzgerald iniziano a sentire un lugubre pianto nella notte che fa pensare alla presenza di un fantasma e quando Stella, innamorata di Rick, torna a villa Ventosa, cade in trance e rischia di cadere dalla scogliera come accadde alla madre. Durante una seduta spiritica si palesa, oltre all’amorevole Mary Meredith, anche la presenza malefica di Carmela, la gitana spagnola che in vita fu modella e amante del padre pittore di Stella..

Il debutto cinematografico del regista teatrale Lewis Allen è un horror che vira al melodramma e stempera i toni drammatici e paurosi nei toni da commedia riservati ai due fratelli Fitzgerald, che per quanto si trovino a combattere con entità sovrannaturali non perdono mai il sangue freddo e il gusto della battuta: mentre Roderick torna a Londra per lavoro, Pamela resta a Villa Ventosa per sovrintendere la ristrutturazione e benché da subito si accorga del tragico pianto che avvolge la casa, non fugge e non si sfoga neppure con il fratello che scoprirà la peculiarità della casa la prima notte in cui vi dimora.
Casascogliera Se i due protagonisti smorzano i toni orrorifici, la fotografia di Charles Lang (nominata agli Oscar) li esaspera con i chiaroscuri delle candele che si abbassano, contrapponendo la chiara luce degli esterni alla cupa atmosfera delle notti a Villa Ventosa, anche il fantasma di Mary Meredith è rappresentato molto bene e incute paura ancora oggi.
Stella Meredith, la dolce fanciulla tormentata dai confusi ricordi del passato, è il fulcro della vicenda melodrammatica che molto deve a Rebecca la prima moglie: come nel film di Hitchcock si scoprirà che l’idolatrata defunta è in realtà un personaggio malevolo la cui immacolata reputazione è custodita da una fedele ancella: in La casa sulla scogliera Miss Holloway, infermiera e amica personale di Mary Meredith e ora direttrice di una casa di cura intitolata all’amica morta, sta alla governante di casa De Winters, la signora Danvers: ambedue disposte anche ad arrivare all’omicidio pur di salvare la memoria dei loro idoli scomparsi.
Visto il successo della pellicola, l’anno seguente Allen ne girò il seguito, Il fantasma, che si rivelò molto deludente nonostante alla stesura del copione partecipasse anche Raymond Chandler.

Il gabinetto del Dottor Caligari

Loccaligaridalverme Das Cabinet des Dr.Caligari
Germania 1920
con Friedrich Fehér, Werner Krauss, Conrad Veidt, Lil Dagover
regia di Robert Wiene

Il folle Francis confida come lui e la sua fidanzata siano finiti in manicomio: alcuni anni prima durante la fiera di Holstenwall, paese natìo dei protagonisti, arriva una strana attrazione, il dottor Caligari e il sonnambulo Cesare che solo il medico è in grado di risvegliare per fargli predire il futuro. Cesare profetizza l’imminente morte di Alan, amico fraterno di Francis anche se rivale in amore per le grazie della bella Jane. Alan muore effettivamente nella notte e Francis sospetta che sia stato lo stesso sonnambulo ad aver compiuto gli efferati delitti che si sono verificati dall’arrivo in città di Caligari ma un altro criminale viene arrestato in flagrante mentre sta per compiere un terzo omicidio anche se si professa innocente per i due precedenti. Francis si mette a sorvegliare attentamente la roulotte di Caligari e vede che il dormiente Cesare non esce mai dalla sua bara anche se Jane, sfuggita a un tentativo di rapimento che la condurrà alla pazzia, asserisce che il rapitore fosse proprio il sonnambulo.
Si scopre che quello dentro la bara è solo un manichino e inseguendo il Dottor Caligari i poliziotti lo vedono rifugiarsi dentro il manicomio: Caligari non è altro che il direttore della struttura ossessionato dalla figura del Dottor Caligari tanto da voler reincarnare l’imbonitore italiano che un secolo prima era riuscito a far compiere al sonnambulo Cesare azioni violente che l’uomo non avrebbe mai compiuto di sua spontanea volontà.

Ilgabinettodeldottorcaligari Non avevo mai visto Il Gabinetto del Dottor Caligari quindi non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di vederlo al Teatro dal Verme in occasione del Gran Festival del Cinema Muto milanese con orchestrazione dal vivo su partitura originale.
Il film è uno dei capolavori fondanti dell’Espressionismo Tedesco e per originalità di soluzioni compositive e di ripresa è ancora oggi uno un caposaldo da vedere per chi volesse fare regia: già il fatto che un film del 1920 inizi con un flashback è molto innovativo.
La pellicola è girata in un teatro di posa ma le scenografie sghembe riescono a creare un’atmosfera angosciante che mi hanno fatto tornare alla mente le geometrie impossibili tante volte citate da Lovecraft nei suoi racconti.
I fondali dipinti seguono i dettami dell’Espressionismo Tedesco pittorico: anche se la pellicola è in bianco e nero (quasi sempre virata in blu, rosso e giallo) i tratti fortemente impressi sui fondali possiedono tutta l’energia dei lavori di Ernst Ludwig Kirchner (non per nulla alla fine della recente mostra genovese sull’Espressionismo Tedesco Il Gabinetto del Dottor Caligari passava tra gli spezzoni dei film derivati dal genere artistico fondato da Kirchner).
Caligarimanicomio Oltre che una valenza simbolica le linee hanno anche un significato compositivo: attraggono l’attenzione dello spettatore sull’attore che si trova al centro delle geometrie create (il cortile del manicomio, la piazza di Holstenwall) o ne segue le linee a zig zag (la scala degli uffici pubblici) e sanno creare sia spazi angusti e claustrofobici che dimensioni più ampie e spaziose conservando sempre con un senso di irrealtà.
Il gioco delle ombre così caratteristico dell’espressionismo tedesco anticipa la scena del Nosferatu di Murnau: l’omicidio di Alan inizia con l’ombra dell’assassino riflessa sul muro e incombente sul letto del dormiente esattamente come avviene per la visita notturna del vampiro alla bella Helen Hutter.
La macchina da presa è fissa ma Wiene non opta quasi mai per una ripresa frontale classica, posiziona la cinepresa o di lato o leggermente in alto, sempre slittamenti minimi poco percepibili dallo spettatore ma che contribuiscono al senso di straniamento che esplode nella delirante bolgia del sottofinale nel manicomio: il racconto di Francis è vero o è solo la paranoia di un folle?
L’inquietante domanda per lo spettatore si è trasformata in una tragica realtà: dietro quello che viene considerato il primo horror della storia del cinema si nasconde una riflessione sulla Germania post-bellica: il dottor Caligari rappresenta l’ordine prestabilito che cerca di manipolare la volontà del cittadino portandolo a compiere azioni orrende che non avrebbe mai compiuto spontaneamente, il riferimento degli sceneggiatori era alla Prima Guerra Mondiale, non immaginavano che pochi anni dopo un ben più terribile burattinaio sarebbe arrivato a manipolare il popolo tedesco.

Caligaricesare

Dracula

Dracula1979 Usa/GB 1979 Universal Pictures
con Frank Langella, Laurence Olivier, Donald Pleasence, Kate Nelligan
regia di John Badham

Il conte Dracula è l’unico sopravvissuto del terribile naufragio in cui è coinvolta la sua nave. Viene aiutato da Jonathan Arker, l’avvocato che cura i suoi interessi e ospitato nella casa della sua fidanzata, Lucy Seward. Presso i Seward si trova anche Mina Van Helsing, amica convalescente di Lucy che muore poco dopo l’arrivo del conte. Informato della morte della figlia, arriva dall’Olanda Abraham Van Helsing che ben presto scopre che Mina è diventata un vampiro ad opera di Dracula che ora sta vampirizzando anche Lucy. Il dottor Seward, Van Helsing e Harker cercano di eliminare Dracula ma nonostante sia stato bruciato dal sole, il conte riesce a volare via trasportato dal suo mantello.

Trasposizione filmica della pièce teatrale americana ispirata al Dracula di Tod Browning, che ebbe molto successo tra il 1977/1980. Come protagonista fu scelto Frank Langella, che già impersonava il vampiro a teatro. Da contratto l’attore pretese di non dover mai indossare i canini e infatti nel film vediamo le zanne da vampiro solo nelle due donne da lui sedotte.
Minavanhelsing E’ una versione molto romantica della storia, che lascia poco spazio all’horror (solo l’apparizione di Mina vampiro nei sotterranei rispetta i canoni orrorifici) per giocare tutto sugli aspetti gotici della trama: la tenuta di Carfax è un vecchio maniero in disuso, tutto ragnatele e illuminato da candele, i Seward vivono nel manicomio diretto dal Dr.Jack Seward per cui si passa senza soluzione di continuità dai comodi interni di famiglia agli ambienti inquietanti del sanatorio.
A differenza di Dracula il vampiro di Terence Fisher in cui si sosteneva che il conte non potesse trasformarsi in animali, nel film di John Badham entra in scena tutto il repertorio classico di lupi e pipistrelli e il vampiro può scalare impunemente le erte pareti del manicomio strisciando sui suoi artigli.
In questa versione è Mina a morire, mentre Lucy conquista il cuore di Dracula che confessa di aver avuto molte spose ma non avere mai amato nessuna come lei. Lucy dal canto suo ricambia la passione e quando lo vede sfuggire alla morte, sorride anche se ormai dovrebbe essere fuori dalla possessione di Dracula.
L’oggettiva bellezza di Frank Langella esaspera la connotazione erotica del vampiro che non ha praticamente bisogno di zanne per nutrirsi in quanto le donne cedono al suo fascino, al limite forzate dalla suggestione indotta da Dracula, una figura che ha più del mago che del mostro: lo vediamo agitare sapientemente le mani in gesti che ricordano la prestidigitazione.
Van Helsing è un vecchio signore che si accosta al vampirismo solo per capire cosa ha ucciso la figlia e si trova a combattere con qualcosa di più grande di lui e infatti alla fine soccombe. Il personaggio è interpretato da Laurence Olivier, in una delle sue ultime apparizioni sul grande schermo.
Il film è una produzione di lusso che per gli esterni si avvale delle location più celebri della Cornovaglia, mentre i costumi sono fedelissimi al periodo in cui è ambientata la storia, il 1913. La fotografia è notevole: il progetto iniziale prevedeva di girare il film in bianco e nero ma il timore che una pellicola in bianco e nero non fosse appetibile per gli spettatori ha portato a scegliere una fotografia desaturata con i colori spenti che si accende di luce violenta nella scena d’amore, un’unione quasi extratemporale, tra Lucy e Dracula.

Auguri a Clint Eastwood

Nato il 31 maggio 1930 a San Francisco, Clint Eastwood esordisce nei b-movie horror degli anni ‘50, ma e’ in Italia che trova il successo, alla corte di Sergio Leone che fa di questo attore con due sole espressioni, col sigaro e senza, il feticcio dei suoi film che inventarono un nuovo genere, lo spaghetti western.


Trilogia2

Eastwood incontra poi Don Siegel che lo trasforma in Dirty Harry, uno dei poliziotti piu’ cattivi della storia del cinema che da vita alla fortunata serie de L’ispettore Callaghan, cinque film in 17 anni e il penultimo, Coraggio… fatti ammazzare (Sudden Impact) del 1983 è diretto dallo stesso Eastwood.


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Nel 1971 Clint Eastwood fonda la sua casa di produzione, la Malapaso e si cimenta con la macchina da presa girando Brivido nella notte, e’ l’inizio di una nuova carriera mantenutasi sempre su buoni livelli, che e’ arrivata anche a vette altissime.
Eastwood diventa il cantore dell’America suburbana e provinciale, narrando storie marginali che sanno pero’ ben rappresentare i malesseri piu’ profondi della nostra societa’ come dimostrano gli ultimi grandi lavori MYstic River e Million Dollar Baby definitive conferme dell’immensa statura morale del regista.
Personalmente della filmografia eastmaniana porto nel cuore tre titoli tra tutti: Un Mondo Perfetto, I Ponti di Madison County e Million Dollar Baby, certa che il grande Clint sapra’ darci ancora grandissime emozioni e spunti di riflessione.


Clintpreferiti2


31.05.2015

Grantorino

Al giro di boa degli 85 anni di Clint Eastwood dopo posso confermare la facile intuizione che il regista sia stato un pilastro della cinematografia dell’ultimo decennio tanto che spesso si è parlato di lui come moral guidance e il capolavoro Gran Torino del 2008 ne è il più fulgido esempio (va arricchire l’elenco dei miei film eastwoodiani preferiti) ma il grande Clint ha saputo anche far discutere affrontando la battaglia di Iwo Jima da due punti di vista diversi, quello americano in Flags of Our Fathers e quello giapponese in Letters from Iwo Jima, entrambi del 2006.
Si è dedicato ai biopic con intenzioni ed esiti molto differenti, dall’omaggio a Mandela d’Invictus – L’invincibile, all’analisi del controverso capo dell’FBI in J. Edgar, fino a Jersey Boy, ispirato ad un musical.
Ha affrontato un tema delicato come quello della morte in Hereafter (2010) e la sua ultima fatica (che non ho ancora visto) American Sniper ha acceso notevolmente gli animi.
Il vecchio pistolero sa sempre lasciare il segno.