L’appartamento

The Apartment
USA 1960, UA
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen, David Lewis, Hope Holiday, Joan Shawlee, Naomi Stevens, Johnny Seven, Willard Waterman, David White, Edie Adams, Joyce Jameson
regia di Billy Wilder

Screenshot

Impiegato in un’enorme azienda assicurativa, lo scapolo C.C. Baxter presta il suo appartamento ai dirigenti con l’amante ottenendo in cambio scatti di carriera e arrivando anche a prestarlo al grande capo Sheldrake. Quello che non sa è che l’amante di Sheldrake è la bella ascensorista Fran Kubelik di cui Baxter è segretamente innamorato…

Vincitore di cinque premi Oscar su 10 candidature, L’appartamento è una delle zampate più taglienti che Wilder lancia al way of life americano.

L’idea del film nasce da un personaggio secondario del film romantico inglese Breve Incontro che presta (inconsapevolmente) la casa ai due amanti clandestini.

Billy Wilder ha la geniale idea di raccontare la storia di un mediocre impiegato che fa carriera prestando la casa ai dirigenti dell’agenzia di assicurazioni per cui lavora.
“Cicci bello” Baxter è un personaggio laido ma Wilder riesce a renderlo simpatico dandogli la faccia bonaria di Jack Lemmon e mostrandocelo quasi vittima degli eventi nelle notti passate all’addiaccio in attesa che il superiore finisca il suo festino.
A parte il medico vicino di casa che lo considera un ipersessuale, in ufficio tutti lo considerano un sempliciotto anche se nel giro di un anno Baxter arriva ai vertici dell’azienda.

Opposta alla figura di Baxter c’è quella di Fran, l’ascensorista. La ragazza ha avuto una relazione con Sheldrake ma l’ha interrotta conscia che l’uomo non avrebbe mai lasciato la moglie. Sheldrake la corteggia nuovamente pur conoscendo i suoi sentimenti e sapendo di non corrisponderli.
Tra un affittacamere per interesse e una serie di maschi sempre in cerca di avventure, l’unica la cui reputazione è a rischio è Fran, che ha la sola colpa di essersi innamorata di un uomo sposato.

Solo in un secondo tempo Baxter scopre che l’amante di Sheldrake è la ragazza di cui è innamorato e l’elemento scelto per la rivelazione è uno specchio rotto. Wilder è anche un grande maestro del noir e scegliere uno specchio da sempre simbolo di doppiezza nel cinema, per giunta rotto dona un tocco dark al film: la visione frammentata e distorta di sé che tanto piace a Fran è un’anticipazione del suo futuro insano gesto.

Memore della lezione lubitschiana, Wilder sceglie il periodo natalizio per mettere in scena il momento clou della storia: il periodo più scintillante dell’anno è una tortura per chi è solo, così ecco lo squallido appuntamento prenatalizio tra Sheldrake e Fran con l’uomo che regala 100 dollari alla ragazza perché non ha potuto comprarle un regalo per non destare sospetti, umiliandola al punto che Fran tenta il suicidio e Baxter da affittacamere si trova a fare da infermiere all’amante del capo.

La feroce critica al capitalismo si manifesta anche nella scenografia: i futuristici uffici della società d’assicurazione sono luoghi freddi dove l’essere umano dà il peggio di sé: arrivismo, sesso fine a se stesso. L’appartamento di Baxter dal gusto retrò molto old America è invece il luogo delle confidenze e delle intimità dove anche un mediocre come Baxter può trovare il coraggio di diventare mensch.

La febbre dell’oro

The Gold Rush
USA 1925 United Artist
con Charlie Chaplin, Mack Swain, Tom Murray, Henry Bergman, Georgia Hale, Malcolm Waite
regia di Charlie Chaplin



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Anche il vagabondo Charlot si lascia tentare dalla ricerca dell’oro in Klondike e durante una tempesta si rifugia nella capanna del fuorilegge Black Larsen che vorrebbe scacciarlo, l’arrivo di un altro cercatore, Gicomone, che ha appena trovato un filone d’oro, costringe i tre a una convivenza forzata. Black Larsen parte alla ricerca di viveri mentre Charlot e Giacomone restano nella capanna in preda alla fame. Scampati alla tormenta e alla tentazione di cannibalismo, i due si dividono e mentre Giacomone viene colpito alla testa da Black Larsen che fuggendo dalla legge era incappato nella sua miniera, Charlot arriva in una cittadina mineraria e si innamora di Giorgia, una ragazza del tabarin. L’omino viene ospitato da un ingegnere minerario, Hank Curtis, che gli affida la sua baita mentre parte per una missione. Charlot incontra ancora Giorgia e le altre ragazze del saloon: accortesi della passione del vagabondo per Giorgia si invitano per la notte di Capodanno salvo poi dimenticarsene.Intanto anche Giacomone che non ricorda più dov’è la sua miniera a causa del colpo ricevuto da Black Larsen, arriva la saloon e riconosce Charlot e gli promette di dividere con lui i proventi del filone d’oro se lo riporta alla baita dove si erano riparati durante la tempesta. L’omino acconsente ma un’altra notte di bufera trascina la casupola sull’orlo di un dirupo, fortunatamente vicino alla miniera di Giacomone che come promesso divide la sua ricchezza con Charlot che ritrova anche l’amore di Georgia.



Lafebbredell'oro


Un classico della cinematografia chapliniana che ci ha regalato alcune sequenze memorabili: Giacomone che nel delirio della fame vede Charlot come un grosso pollo, l’eleganza con cui l’omino serve una delle sue scarpe bollite, sfilettata come un pesce pregiato, il ballo dei panini durante il sogno mentre Charlot attende invano le ragazze la notte di Capodanno, e la casa in bilico sul dirupo che s’inclina pericolosamente.
La genesi del film è nota: dopo il successo de Il Monello, Chaplin gira il drammatico La donna di Parigi dove non compare e si limita al ruolo di regista, il film fu un insuccesso commerciale e il comico faticava a trovare una fonte d’ispirazione per un nuovo progetto. Un giorno a casa dei Fairbanks, vide alcune diapositive relative alla febbre dell’oro e rimase colpito, la lettura di alcune testimonianze di sopravvissuti al gelo e alla fame stimolò la fantasia di Chaplin portandolo a scrivere il film che raccontava nella sua caratteristica chiave poetica e tragicomica le disavventure dei cercatori d’oro nel clima impervio dell’Alaska.



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Per certi versi La febbre dell’oro è il film più “keatoniano” di Charlie Chaplin: l’incapacità dell’uomo di affrontare le forze avverse, in questo caso naturali, sembra più appartenere all’altro genio del cinema muto americano.
Tipicamente chapliniana è la solitudine del suo protagonista che sembra ritrovarsi in Alaska quasi per caso, mosso al limite dalla curiosità ma non certo dall’avidità, un isolamento che emerge lampante quando Charlot entra nel tabarin: è il giorno di Natale, tutti bevono e festeggiano non certo con spirito religioso ma per divertirsi dimenticando le fatiche e i fallimenti della ricerca. L’unica cosa che colpisce l’omino è la luminosa bellezza di Giorgia, che non si accorge di lui e lo sceglie per ballare solo per fare un dispetto a Jack, adone sciupafemmine.



Thegoldrush


Nonostante si prenda bonariamente gioco di Charlot quando scopre che è innamorato di lei, la ragazza rimane colpita dalla cura con cui l’omino aveva preparato il cenone a cui lei e le altre ragazze non si erano presentate per semplice dimenticanza. L’attenzione fa breccia nel cuore di Giorgia che quando ritrova Charlot sulla nave che lasca l’Alaska, vedendolo ancora con gli abiti da barbone pensa sia un clandestino e si batte perché non venga cacciato. Charlot che indossava gli abiti con cui aveva trovato la miniera per un servizio fotografico ha così la conferma che la ragazza lo ama davvero e non per i suoi soldi.



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Nella versione rieditata nel 1942 dallo stesso Chaplin che aggiunge la colonna sonora da lui composta e un commento sonoro eliminando le didascalie, il regista modifica il finale eliminando la scena del bacio per sfumare sui due che entrano nella nave, forse per ricollegarsi ai suoi celebri finali dei protagonisti di spalle e in cammino.

Arsenico e vecchi merletti

ArsenicoevecchimerlettiArsenic and Old Lace
Usa 1944 Warner Bros
con Cary Grant, Priscilla Lane, Josephine Hull, Jean Adair, Raymond Massey, Peter Lorre, Jack Carson, Edward Everett Horton, John Alexander
regia di Frank Capra

Mortimer Brewster, critico teatrale noto per i suoi libri contro il matrimonio, capitola e si sposa con la bella vicina di casa. Celebrate le nozze torna a casa per gli ultimi preparativi prima del viaggio di nozze e scopre che le sue adorate ziette che lo hanno cresciuto, hanno l’abitudine di avvelenare i vecchi solitari che prendono a pensione e li fanno seppellire in cantina da suo fratello Teddy, convinto di essere Roosvelt e di scavare il Canale di Panama. Nel delirio improvviso che ha scombinato la vita di Mortimer, torna a casa dopo vent’anni, l’altro fratello, Jonathan che, sadico fin dall’infanzia, è diventato un maniaco omicida con la complicità del Dr. Einstein..

Se La vita è meravigliosa è il film di Natale di Frank Capra, Arsenico e vecchi merletti è il suo film di Halloween come si capisce dalle illustrazioni con pipistrelli e gatti neri che accompagnano i titoli di testa prima che la didascalia iniziale contestualizzi la vicenda la notte di Ognissanti.
Il film è un puro divertissement tratto da una commedia di successo, una sorta di parodia della grande stagione dei mostri della Warner che produce la pellicola: Capra dimostra di saper usare sapientemente i giochi di ombre derivanti dall’espressionismo tedesco e sa gestire con grande maestria l’unità di luogo: quasi tutto il film si svolge nella casa delle adorabili (!) sorelle Brewster con vista sul cimitero.




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La commedia, una sarabanda in puro stile slapstick, è sostenuta ottimamente dagli attori: su tutti svetta Cary Grant, l’unico sano in una famiglia di pazzi -e infatti è ”figlio di un cuoco di mare”- che oltre a sottolineare da par suo l’assurdità delle situazioni, è davvero bravo nelle gag fisiche capitombolando con diverse sedie o poltrone.
Raymond Massey è il terribile Jonathan a cui il succube socio, il Dr. Einstein interpretato da Peter Lorre, ha cambiato i connotati per l’ennesima volta facendolo uguale al Boris Karloff (che interpretava il ruolo a teatro) di Frankenstein proprio perché la sera prima dell’intervento aveva visto “quel film” rimanendone impressionato.
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Molto bravo anche Jack Carson nei panni del nuovo poliziotto di quartiere che ovviamente ha una commedia nel cassetto da far leggere a Brewster ma non si accorge che il poveretto sta per essere eliminato dal fratello omicida.
Tutto il film verte attorno alle due vecchie sorelle Brewster, irreprensibili colonne della comunità che hanno ben più di uno scheletro nell’armadio (per l’esattezza dodici in cantina): la paffuta e serafica zia Abby (Josephine Hull), che si muove sempre saltellando è davvero superlativa.

The Hateful Height ***70mm***

Il cacciatore di taglie John Ruth, detto “Il Boia” sta portando la fuorilegge Daisy Domergue a Red Rock per farla impiccare quando è costretto a far salire sulla diligenza che ha noleggiato due passeggeri indesiderati: prima il cacciatore di taglie di colore Marquis Warren e poi il sudista Chris Mannix.
Una tempesta di neve costringe il gruppo a fermarsi all’emporio di Minnie, qui incontreranno altri tre viaggiatori anche loro bloccati dalla bufera, stranamente però mancano i titolari dell’emporio Minnie e Sweet Dave, sostituiti da un messicano..

Thehatefulheight

L’ottavo (?) film di Quentin Tarantino segna un cambio di passo rispetto agli ultimi due lavori: la rilettura della storia si fa più fedele come testimoniato anche dal mezzo con cui il regista ha girato il film, l’Ultra Panavision 70 mm, che con il leggero tremolare dell’immagine trasporta subito lo spettatore in una dimensione antica di fruizione dello spettacolo. Io mi sono commossa anche alla scritta intervallo, dato il nervoso che mi procura lo stacco improvviso nelle multisale contemporanee dove ti strappano dall’immersione filmica a metà di una frase, accecandoti brutalmente per offrirti bibite e popcorn.
L’intervallo è durato esattamente dodici minuti, circa quel quarto d’ora a cui allude la voce off alla ripresa dello spettacolo. L’intervallo non è solo un tributo alle vecchie pellicole ma una vera e propria cesura tra le due parti del film: la prima introduce con molta calma ambientazioni e personaggi, siamo nel Wyoming, pochi giorni prima di Natale, un Cristo semi sepolto dalla neve segna l’arrivo a una stazione di posta “dimenticata da dio”, una baracca di legno che diventerà il luogo dove si sveleranno le vere identità dei vari personaggi e si pareggeranno diversi conti in un inesorabile gioco al massacro, a cominciare da quello tra il Maggiore Warren, nordista di colore e il generale sudista Sanford Smithers: sono passati pochi anni dalla guerra civile americana e gli animi non sono ancora assopiti. Ma si assopiranno mai gli animi di quest’America costruita sulla violenza e sull’odio che celebra un’improbabile amicizia sulle parole di una lettera (fasulla?) di Abramo Lincoln letta sotto il cadavere di una donna impiccata? A proposito, la prima donna impiccata in America è Mary Surratt, presunta complice dell’omicidio di Lincoln la cui storia è stata raccontata da Robert Redford in The Conspirator.
A lasciarmi un po’ perplessa è stato proprio il finale con la strana amicizia tra i due sopravvissuti prima acerrimi rivali: dato che il tema dello scontro razziale è tornato dominante negli USA mi sarei aspettata un ultimo conflitto a fuoco ma forse quella risata in faccia alla morte è ancora più cinica e inquietante di una sparatoria.
JohnDaisy Alla prima parte molto parlata si oppone la seconda dove la violenza splatter, che era totalmente assente nel primo tempo diventa dominante e Tarantino ci riconduce nel mondo granduignolesco che ben gli compete. La sinfonia mortifera di Ennio Morricone e l’improvviso vortice di morti violenti virano d’horror un film molto parlato, affabulatorio (e il regista è talmente bravo ad incantarci, anche sulla fiducia, che dimentichiamo alcune nozioni che dovremmo ben conoscere anche prima di entrare in sala o che ci mette sotto il naso nei titoli di testa). Mi riferisco all’horror perché tra le suggestioni filmiche che gli hanno inspirato The Hateful height, Tarantino cita La Cosa di John Carpenter che ha per protagonista Ken Russell e allora sarei proprio curiosa di sapere se nella versione originale il generale Smithers dice letteralmente a John Ruth “tu sei una jena” riferendosi al primo film di Tarantino o se gli da del serpente, omaggiando Jena (Snake) Plissken.

Angeli con la pistola

AngeliPistolaloc Pocketful of Miracles
USA 1961
con Bette Davis, Glenn Ford, Peter Falk, Ann-Margret, Edward Everett Horton
regia di Frank Capra

Il gangster Dave “Lo Sciccoso” è convinto che la fortuna nei (mal)affari gli derivi dalle mele che compra dalla barbona Annie. La donna però nasconde un segreto: una figlia, Louise, che ha fatto crescere all’estero, in collegio, facendole credere di essere un’esponente dell’alta società. Quando Annie scopre che la figlia sta tornando in America per presentarle il nobile fidanzato è disperata e a Dave Lo Sciccoso non resta che fare di tutto per aiutarla a sembrare una lady per preservare la propria fortuna…

Angeli con la pistola è uno dei pochi casi in cui il remake di uno stesso regista è più famoso dell’originale, infatti Frank Capra diresse questo, che fu il suo ultimo film, ventotto anni dopo la prima versione del 1933 che si intitolava Signora per un giorno.
Il film è rivisitato in confezione deluxe con caratterizzazioni importanti anche se il cast avrebbe dovuto essere differente nel progetto del regista che avrebbe voluto Sinatra o Dean Martin per il ruolo di Dave invece arrivò Glenn Ford che coprodusse anche il film imponendo la fidanzata del momento, Hope Lange, nel ruolo di Regina Martin. E, ciliegina sulla torta, rilasciò un intervista dove dichiarò di esser stato lui a volere Bette Davis con cui aveva gia lavorato nel ’46 ne L’anima e il volto, rilanciando la carriera della vecchia diva. Immaginabile la veemente reazione della Davis a base di improperi.

PocketfulOfMiracles

La pellicola è il secondo film natalizio di Frank Capra, dopo il celebrerimo La vita è meravigliosa del 1946, infatti Angeli con la pistola uscì nelle sale americane proprio nel periodo natalizio, il 18 dicembre 1961 e non manca Jingle Bells nella colonna sonora.
Tra attriti di produzione e dilatazione della trama, si sente che qualcosa stenta ad ingranare soprattutto nel lungo prologo iniziale con la comparsa di Regina Martin due anni prima degli eventi principali e i continui tentativi di alleanza tra Lo Sciccoso e il boss di Chicago, Darcey. Tutto comincia finalmente a scorrere quando inizia il progetto di trasformare la vecchia Annie in una dama dell’alta società: il brio e l’esaltazione dei buoni sentimenti, tratti salienti del cinema di Capra, prendono il sopravvento. Entra in scena una vecchia gloria come Edward Everett Horton nel panni del maggiordomo dell’appartamento preso in prestito e duetta da par suo con le nuove leve come Peter Falck che è il vice dello Sciccoso perennemente infastidito dal legame tra Dave e Annie. L’interpetazione valse al futuro Tenente Colombo una nomination agli oscar. Il film va anche ricordato per il debutto di Ann-Margret, deliziosa nel ruolo di Luise.

L’armata Brancaleone

Italia, 1966
con Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Maria Grazia Buccella, Barbara Steele, Carlo Pisacane, Folco Lulli
regia di Mario Monicelli

L'armatabrancaleone

Tra le masserizie che alcuni villici, sopravvissuti all’assalto di un borgo, tentano di vendere all’ebreo Abacuc, si trova una pergamena imperiale che consegna al cavaliere latore della missiva il feudo di Aurocastrum, nelle Puglie. Abacuc conosce un cavaliere spiantato e la banda lo convince a dividere con loro le ricche proprieta’ che la pergamena promette. Dopo alcuni tentennamenti il prode Brancaleone da Norcia decide di mettersi al comando dell’armata e raggiungere la Puglia tra mille avventure..

Le avventure di un’armata sgangherata e imbelle cosi’ rappresentativa di un modo di fare sconclusionato che il titolo del film e‘ entrato nel linguaggio corrente con questa accezione ed e’ accettato anche dai dizionari della lingua italiana.
Il film racchiude tutti i temi centrali della teoretica filmica del regista: il suo occhio benevolo verso i perdenti, messi alla prova dalla Storia e legati da un forte senso di amicizia virile. In questa compagine tutta al maschile non si puo’ non citare la geniale componente animalesca rappresentata da Aquilante, lo malo caballo assurdamente tinto di giallo, fedele compagno delle mille avventure del suo cavaliere, pur restando sempre recalcitrante ed infido.
Un capolavoro del cinema popolare che mischia con grande abilita’ il basso con l’alto. Tra le pellicole che stanno alla base della sceneggiatura firmata da Age e Scarpelli e lo stesso Monicelli, c’e’ anche La sfida del samurai di Kurosawa a cui si ispira, in maniera stracciona e balorda, il trucco di Brancaleone.

Teodoraebrancaleone

C’e poi un chiaro intento di affrancare l’immaginario medievale dal modello fantasioso di stampo hollywoodiano e allora ecco la reinvenzione del linguaggio con un volgare maccheronico divertentissimo. L’ambientazione e’ filologicamente perfetta e i luoghi in cui la pellicola e’ girata, situati prevalentemente nel Lazio settentrionale, conservano ancora una chiara impronta romanica. Su questo rigore architettonico si inseriscono i costumi eccentrici di Piero Gherardi che riescono a sottolineare la dimensione medievale senza stravolgerla. Caso emblematico la famiglia di Teofilatto dei Leonzi presso cui l’armata si reca per chiedere il falso ricatto del cavaliere: i personaggi vengono rappresentati nella maestosa ieraticita’ dello stile bizantino. La mollezza di una civilta’ decadente e’ invece affidata alla parlata di Teofilatto e ai gusti sessuali estremi della zia Teodora.
La sigla animata porta il tratto inconfondibile di Emanuele Luzzati.

Il film e’ il regalo di Natale di Raimovie: sara trasmesso alle ore 21,00 il 25 dicembre.

La promessa dell’assassino

Lapromessadellassassino A Londra, qualche giorno prima di Natale, una giovanissima prostituta russa muore nel dare alla luce una bambina, l’infermiera che ha assistito al parto cerca di risalire alla famiglia della ragazza tramite il suo diario, che nasconde solo segreti sulla mafia russa, mettendo l’infermiera e la sua famiglia in una situazione molto pericolosa..

Cronenberg sembra decisamente aver cambiato genere, passando dall’horror al noir ma resta sempre medesimo il demone sotto la pelle dei suoi film: l’ossessione per la carne, i corpi, in questo film martoriati e saguinanti (dalle ferite dei duelli all’arma bianca o dalla prostituzione) e tatuati.
Un’ossessione che negli anni si e’ fatta meno truculenta e in questo film assume un valore quasi salvifico: ambientato durante un periodo natalizio che pero’ non ha riscontro negli esterni londinesi (anzi, Londra e’ umida e livida come non mai) nessuna luminaria, solo la speranza affidata alla nascita di una creatura a cui viene dato un nome “che ricorda Cristo” che potrebbe rappresentare un nuovo futuro per Anna, almeno nel sogno finale di Nikolai.
C’e’ anche una sottile ironia in quest’opera: il ragazzino scemo e’ scemissimo, Oci ciornie e’ cantata, anzi miagolata, da un russo dai capelli improbabili, l’esaperazione delle caratteristiche colpisce anche a Kiril e Nikolai, un Viggo Mortesen mai cosi’ figo (altro che Aragorn!) con un taglio di capelli anni ‘50; un’esagerazione che cattura lo spettatore, confondendo le acque di una storia altrimenti prevedibile, per cui se si puo’ intuire lo scambio tra Ciryl e Nikolai pensato da Semyon si finisce per sperare nella favola del mafioso del cuore d’oro invece di pensare alla soluzione piu’ logica per la bonta’ di Nikolai.
Da antologia la scena nella sauna, dove Nikolai lotta completamente nudo con due energumeni: come in A history of violence le scene di sesso erano funzionali al film, senza implicazioni voyeristiche, anche stavolta il nudo di Viggo Mortensen non ha compiacimenti, ne’ erotici ne’ atletici, quello che vediamo e’ completamente diverso dall’esibizione del corpo nel nostro tempo, connotato sempre sessualmente o atleticamente (gli spot delle marche sportive), qui le scene sono asciutte e Cronenberg firma con il sangue una messa in scena che sembra richiamare la filosofia neoplatonica del rinascimento: il puro corpo macchina in azione, filmato con la potenza di Michelangelo e l’accuratezza di uno studio di Leonardo nel sapere dove colpire con esattezza per rompere una giuntura.

Tokyo godfathers

Tokyogodfathers

La notte di Natale tre barboni trovano una neonata tra i rifiuti, se ne
prendono cura e decidono di ritrovarne i genitori. Le peripezie che
attraverseranno metteranno a nudo le loro vere storie: Jin, ubriacone e
giocatore ha abbandonato la famiglia, Hana e’ un transessuale finito
sulla strada dopo la morte per AIDS del suo compagno e Miyuki e’ una
ragazzina fuggita di casa dopo aver ferito il padre in una
violentissima lite.

Un cartone giapponese diverso dai soliti che sbarcano in Occidente, anche nel tratto: piu’ realista e dai colori meno accesi.

Un’opera dai chiari risvolti cinefili: titolo e trama fanno immediatamente pensare a In nome di Dio di John Ford, del 1948, titolo originale 3 Godfathers,
dove tre banditi si prendono cura di un neonato a cui sono morti i
genitori, poi diverse battute richiamano grandi film del passato: la
proposta di chiamare la neonata John Doe o la cagnetta che si chiama
Dorothy.

La pellicola affronta temi toccanti con mano leggera e
affastellando situazioni sempre piu’ surreali: il capo yakuza trovato
sotto la macchina, il matrimonio di sua figlia con annessa sparatoria,
la famiglia sudamericana dell’assassino, la falsa madre incline al
suicidio..

I personaggi sono ben delineati nella loro psicologia, e fra tutti
spicca quello di Hana, forse perche’ il suo essere spudoratamente
checca esprime al meglio il miscuglio di melodramma e allegria che
caratterizza il film.

Tokyo sotto la neve, che i protagonisti attraversano in lungo e in
largo, e’ lo sfondo sfolgorante ed indifferente alle avventure di
questa umanita’ che si arrabatta e c’e’ un contrasto stridente tra i
cartelloni pubblicitari che propugnano simboli di felicita’ e ricchezza
e la vita di simpatici, folli poveracci, quasi di stampo zavattiniano.

Per la solita miopia degli esercenti, per i quali cartoon uguale
infanti, il film e’ nelle sale solamente al pomeriggio, almeno in
provincia, ma forse c’e’ da ringraziare per il solo fatto che abbia
trovato una distribuzione.