La cosa da un altro mondo

The Thing from Another World
USA 1951
con Kenneth Tobey, Margaret Sheridan,Rober Cornthwaite, Douglas Spencer, Dewey Martin, James Arness

regia di Christian Nyby

La squadra del capitano di aviazione Patrick Hendry di base ad Anchorage, viene allertata da una base scientifica artica per uno strano incidente. Al gruppo militare in ricognizione si unisce anche il giornalista in cerca di scoop Ned Scott. Arrivati sul luogo dell’incidente, militari e scienziati si accorgono di aver trovato un disco volante che ha impattato con la banchisa. Recuperato il corpo di un alieno, decidono di trasportarlo nella sua bara di ghiaccio alla base artica. Il parziale scongelamento rivela le sembianze di un essere mostruoso che riesce a liberarsi e scatenare il panico nella base…

La cosa di un altro mondo è un classico della sci-fi americana che apre al filone del tema dell’invasione aliena come metafora della guerra fredda e dell’invasione comunista fomentata dal clima da caccia alle streghe creato dal maccartismo. 

Come tutti i film mitici, il film conserva una sua dose di mistero: a quasi tre quarti di secolo dall’uscita non è ancora chiaro il ruolo di Haward Hawks, fu solo il produttore che ha permeato con la sua idea di cinema l’unica opera degna di nota di Nyby o diresse il film? E in tal caso l’intervento fu per salvare l’opera dall’incapacità del regista designato o Nyby fu un prestanome per un’opera troppo di serie B per un autore come Hawks? Dubbi che alimentano la fama di un film cult che pure è invecchiato maluccio anche per colpa del remake più fedele al romanzo che Carpenter girò nel 1982, La cosa.

Il film del 1951 mostra una derivazione dall’horror classico della casa di produzione RKO: l’essere orrorifico è celato per gran parte del tempo con il doppio vantaggio di aumentare la suspense e limitare i costi; quando viene mostrato l’alieno ha fattezze alla Frankenstein che all’epoca facevano ancora effetto mentre oggi sono un po’ risibili, anche perché gli studi sulla natura dell’alieno, prima di mostrarcelo ce lo descrivono come un vegetale assetato di sangue (torna il vampirismo, tema fondante della stagione horror del primo anni ’30) e più che l’umanoide, risultano inquietanti le culture nate dai suoi semi e irrorate di plasma. Una notazione a margine di questi tempi odierni in cui la scienza è messa così facilmente in discussione, è il ricco corredo scientifico usato dai film dell’epoca per avvalorare storie fantastiche anche se già nel film lo scienziato finisce per avere la peggio: la sua apertura verso la superiorità di un essere appartenente al genere vegetale lo fa prendere per pazzo dagli altri umani e a schiaffoni dall’alieno.  

Per tornare alle tematiche caratteristiche di Hawks presenti nel film, su tutti dominano cameratismo e determinazione resi anche visivamente dalle affollate inquadrature di gruppo in contrasto con la desolata vastità artica e gli anfratti bui della base ma non manca neppure la guerra tra i sessi nelle scaramucce tra la bella segreteria della base scientifica e l’abitante ufficiale d’aviazione, ovviamente la donna ambisce al matrimonio e riuscirà ad ottenerlo.

Il modello di società americana ideale continua con il giornalista (che gira nei dintorni del Polo Nord in trench e cappello di feltro) a cui tocca la parte comica redenta dal toccante discorso di chiusura mentre il manipolo di militari, guidati dal classico ufficiale tutto d’un pezzo, sarà in grado di gestire la lotta per la sopravvivenza con ingegno ma soprattutto coesione. 

The Hateful Height ***70mm***

Il cacciatore di taglie John Ruth, detto “Il Boia” sta portando la fuorilegge Daisy Domergue a Red Rock per farla impiccare quando è costretto a far salire sulla diligenza che ha noleggiato due passeggeri indesiderati: prima il cacciatore di taglie di colore Marquis Warren e poi il sudista Chris Mannix.
Una tempesta di neve costringe il gruppo a fermarsi all’emporio di Minnie, qui incontreranno altri tre viaggiatori anche loro bloccati dalla bufera, stranamente però mancano i titolari dell’emporio Minnie e Sweet Dave, sostituiti da un messicano..

Thehatefulheight

L’ottavo (?) film di Quentin Tarantino segna un cambio di passo rispetto agli ultimi due lavori: la rilettura della storia si fa più fedele come testimoniato anche dal mezzo con cui il regista ha girato il film, l’Ultra Panavision 70 mm, che con il leggero tremolare dell’immagine trasporta subito lo spettatore in una dimensione antica di fruizione dello spettacolo. Io mi sono commossa anche alla scritta intervallo, dato il nervoso che mi procura lo stacco improvviso nelle multisale contemporanee dove ti strappano dall’immersione filmica a metà di una frase, accecandoti brutalmente per offrirti bibite e popcorn.
L’intervallo è durato esattamente dodici minuti, circa quel quarto d’ora a cui allude la voce off alla ripresa dello spettacolo. L’intervallo non è solo un tributo alle vecchie pellicole ma una vera e propria cesura tra le due parti del film: la prima introduce con molta calma ambientazioni e personaggi, siamo nel Wyoming, pochi giorni prima di Natale, un Cristo semi sepolto dalla neve segna l’arrivo a una stazione di posta “dimenticata da dio”, una baracca di legno che diventerà il luogo dove si sveleranno le vere identità dei vari personaggi e si pareggeranno diversi conti in un inesorabile gioco al massacro, a cominciare da quello tra il Maggiore Warren, nordista di colore e il generale sudista Sanford Smithers: sono passati pochi anni dalla guerra civile americana e gli animi non sono ancora assopiti. Ma si assopiranno mai gli animi di quest’America costruita sulla violenza e sull’odio che celebra un’improbabile amicizia sulle parole di una lettera (fasulla?) di Abramo Lincoln letta sotto il cadavere di una donna impiccata? A proposito, la prima donna impiccata in America è Mary Surratt, presunta complice dell’omicidio di Lincoln la cui storia è stata raccontata da Robert Redford in The Conspirator.
A lasciarmi un po’ perplessa è stato proprio il finale con la strana amicizia tra i due sopravvissuti prima acerrimi rivali: dato che il tema dello scontro razziale è tornato dominante negli USA mi sarei aspettata un ultimo conflitto a fuoco ma forse quella risata in faccia alla morte è ancora più cinica e inquietante di una sparatoria.
JohnDaisy Alla prima parte molto parlata si oppone la seconda dove la violenza splatter, che era totalmente assente nel primo tempo diventa dominante e Tarantino ci riconduce nel mondo granduignolesco che ben gli compete. La sinfonia mortifera di Ennio Morricone e l’improvviso vortice di morti violenti virano d’horror un film molto parlato, affabulatorio (e il regista è talmente bravo ad incantarci, anche sulla fiducia, che dimentichiamo alcune nozioni che dovremmo ben conoscere anche prima di entrare in sala o che ci mette sotto il naso nei titoli di testa). Mi riferisco all’horror perché tra le suggestioni filmiche che gli hanno inspirato The Hateful height, Tarantino cita La Cosa di John Carpenter che ha per protagonista Ken Russell e allora sarei proprio curiosa di sapere se nella versione originale il generale Smithers dice letteralmente a John Ruth “tu sei una jena” riferendosi al primo film di Tarantino o se gli da del serpente, omaggiando Jena (Snake) Plissken.