Nosferatu

USA 2024
con Nicholas Hoult, Lily-Rose Depp, Bill Skarsgård, Aaron Taylor-Johnson, Willem Dafoe, Emma Corrin, Ralph Ineson, Simon McBurney
regia di Robert Eggers

Al giovane Thomas Hutter viene affidata una pratica complessa: vendere un vecchio maniero di Wisborg a un conte transilvano che non può spostarsi dal suo luogo d’origine. Benché il lavoro lo terrà lontano per mesi dalla moglie appena sposata, Hutter accetta di buon grado l’incarico proprio per garantire una sicurezza economica alla futura famiglia ma Ellen, che prima delle nozze era stata una ragazza problematica affetta da un’acuta forma di malinconia è estremamente contrariata dal viaggio del marito che ben presto smette di dare notizie di sé facendo ricadere la giovane donna nelle sue turbe giovanili. Friedrich Harding e sua moglie, che hanno accolto in casa Ellen, si rivolgono, su consiglio del medico di famiglia, a un luminare svizzero che non disdegna l’occulto; il professor Albin Eberhart Von Franz abbraccia i vaneggiamenti di Ellen confermati anche dal fortunoso ritorno di Thomas: una malefica entità si è mossa dalla Trasilvania per gettare la sua ombra di morte su Wisborg…

La terza versione di Nosferatu, diretta da Robert Eggers è stato il film più discusso d’inizio 2025 e come al solito si sono dimostrate eccessive le esaltazioni dell’opera come del resto le stroncature.
Pur non essendo perfetto il film di Eggers ha degli spunti interessanti.
La differenza maggiore tra il Nosferatu di Murnau e i film di Dracula (di cui la pellicola di Murnau era una versione non autorizzata) è nel ruolo della figura femminile, vittima da salvare da Van Helsing &co nei film che hanno pagato i diritti agli eredi di Bram Stoker, eroina che si sacrifica volontariamente nella versione di Murnau; eppure nel capolavoro del 22 all’eroina sono riservate ben poche scene, Herzog lascia più spazio a Ellen che diventa protagonista assoluta nel film di Eggers.

Il film si apre sulla giovane solitaria che invoca una presenza attirando così l’attenzione di Nosferatu. L’amore per Thomas Hutter placa le fantasie orrorifiche di Ellen ma ormai il conte ha messo in moto la sua macchinazione per arrivare a lei attraverso Knock, il capo di Hutter che è un devoto servitore di Nosferatu.
Giusto porre in risalto l’eroina in grado di sconfiggere Nosferatu: ma è davvero una lettura attenta al femminile o la trita versione dell’oppressione della sessualità femminile vittoriana? Infatti appena si sposa a Ellen passano tutte le fantasie perché finalmente attiva sessualmente.

Per salvare capra e cavoli, da ragazzina troppo eccitabile che ha smosso anche gli inferi per trovare un sollievo alla sua solitudine (quindi colpevole di aver attirato Nosferatu) Ellen viene ripresentata come una persona dalle grandi doti medianiche che in tempi meno sessuofobici sarebbe stata una grande sacerdotessa, personalmente avrei gradito meno ambiguità sulla giovinezza di Ellen, ma credo sia stato un tema su cui si sia voluto giocare, in fondo la battuta più memorabile del film recita “il male nasce dentro di noi o viene da fuori?”

Anche la scelta dell’attrice mi lascia un po’ perplessa, non entro in merito alle doti di Lily-Rose Depp che mi sembra che se la cavi ma di certo una buona fetta di pubblico, come la sottoscritta, ha passato gran parte del tempo a cercare le somiglianze con il celebre padre e non saranno sfuggite le tante inquadrature dove i tagli di luce segnano il volto di Lily con occhiaie degne dei film in stop motion di Tim Burton.

Questo Nosferatu , infatti, non è solo un remake dei due capolavori precedenti ma è anche una summa di tutto l’horror di autore a partire dal Dracula di Bram Stoker di Coppola da dove viene l’idea di ringiovanire il vampiro mentre si nutre del sangue delle due vittime così da vecchio tremante lo vediamo trasformarsi in un figuro nerboruto (anche Nosferatu paga pegno all’era dei comics) che si riveste man mano di strati epiteliali più solidi anche se all’incontro amoroso con la sua bella di presenta con ancora qualche piaga putrescente.
È un Nosferatu poco presente sullo schermo spesso celato nell’ombra e in effetti era difficile competere con le due figure iconiche dei precedenti film ma la discussione è stata principalmente sui suoi baffoni, sinceramente non ricordavo che lo stesso Stoker li menzionasse nel romanzo, ho subito pensato ai baffoni del ritratto di Vlad Tepes, il sanguinario principe transilvano a cui s’ispira la figura di Dracula.

Sicuramente più presenti gli omaggi all’espressionismo tedesco, forse le sequenze che ho apprezzato di più: l’ombra della mano che si stende su Wisborg trasformandosi nei cavalli dell’Apocalisse e in assoluto la mia scena preferita è Thomas che si avvicina al feretro dove dorme Nosferatu e nelle prime inquadrature da lontano sembra di vedere il conte assiso su un trono, ho trovato divertente che Dafoe gigioneggi tratteggiando il suo professore sul Dottor Caligari.

A contrastare l’oscurità orrorifica del mondo di Nosferatu c’è la perfetta ricostruzione del mondo d’inizio Ottocento, dalla fotografia esangue che riprende quella del film di Herzog regalandoci bellissime inquadrature di lillà che richiamano i celebri versi della poesia di T.S.Eliot, La sepoltura dei morti

April is the cruellest month, breeding

Lilacs out of the dead land, mixing

Memory and desire, stirring

Dull roots with spring rain.

Winter kept us warm, covering

Earth in forgetful snow, feeding

A little life with dried tubers.

Le Manoir de la peur

Francia 1927
con Gabriel de Gravone, Romuald Joube, Arlette Marchal, Lynn Arel, Cinq-Léon, Georges Térof, Louis Monfils
regia di Alfred Machin e Henry Wulschleger

Uno straniero e il suo servitore arrivano in un borgo della Provenza spaventando i paesani con i loro modi inquietanti. Lo straniero decide di acquistare un maniero abbandonato che sorge nelle vicinanze del cimitero e su cui gravano cupe leggende. L’unico a relazionarsi con lo straniero è Jean un contadino che non può sposare la donna che ama perché il padre si oppone. Quando in paese iniziano strani e mortali incidenti sulle case segnate da uno strano simbolo, sarà proprio Jean a sfidare la sorte e cercare di capire il segreto del maniero…

Screenshot

L’opera è stata realizzata dai registi Alfred Machin e Henry Wulschleger, che per la prima volta si cimentano nel genere fantastico, forse per questo motivo il film ebbe difficoltà a trovare una distribuzione e benché realizzato nel 1924 uscì solo nel 1927.

È evidente la derivazione dall’espressionismo tedesco, pur smorzandone gli aspetti scenografici: manca l’irrazionalità sghemba di Robert Wiene anche se il lungo corridoio con il pavimento a scacchi ricorda Il Gabinetto del dottor Caligari e in fondo Cagno il servitore è una parodia triste di Cesare: non c’è l’ipnosi a spingere Cagno verso il male ma una più banale cupidigia di denaro spinge il servitore ad utilizzare uno scimpanzé degli esperimenti del dottore per furti che finiscono in tragedia più per la psicosi che ha colpito il villaggio che per le intenzioni dell’animale.

Benché sperimenti sulle scimmie, lo straniero non è un mad doctor ma è spinto dal desiderio di trovare una cura alla tubercolosi che gli ha portato via moglie e figlia. Che il dottore non fosse cattivo ma solo inconsapevole delle pessime abitudini di Cagno era intuibile dal suo look: tabarro e cappello a falda larga ricordano un celebre ritratto di Goethe.

Il film ha il suo punto di forza nella fotografia davvero notevole e nel sapiente uso dei viraggi creando atmosfere gotiche di tutto rispetto; l’impressionante scena del deragliamento del treno nasce da un’esperienza diretta di Machin, sopravvissuto a un incidente ferroviario

Lo studente di Praga

StudentVonPrag

Der Student von Prag
Germania 1913
con Paul Wegener, John Gottowt, Grete Berger, Lyda Salmonova, Lothar Körner, Fritz Weidemann
regia di Stellan Rye

Balduin, studente e il più valente spadaccino di Praga, è in angoscia per la perenne mancanza di denaro, soprattutto da quando si è innamorato della contessa Margit dopo averla salvata da una caduta di cavallo. Esasperato dal bisogno, Balduin cede alla bizzarra proposta del losco Scapinelli: centomila monete d’oro in cambio di una qualsiasi cosa che il mago voglia prelevare dalla casa dello studente, che non s’immagina certo che Scapinelli scelga la sua immagine riflessa nello specchio. Apparentemente, quella del riflesso, non sembra una gran perdita, ma lo studente inizia ad incontrare il suo doppio nei luoghi più impensati. Sfidato a duello dal geloso fidanzato ufficiale di Margit, Balduin promette al padre di lei di non uccidere il rivale ma mentre si reca al duello, incontra nuovamente il suo doppio e sarà questi a duellare ed uccidere il barone  Waldis-Schwarzenberg. Balduin cerca il perdono di Margit e quando finalmente tra i due sembra trionfare l’amore, il doppelgänger si palesa anche alla donna che si è accorta che l’amato non si riflette nello specchio. Disperato lo studente spara al proprio riflesso che lo perseguita ma sarà lui a morire.



Lo studente di Praga


Un classico del cinema degli esordi (l’arte cinematografica non esisteva nemmeno da vent’anni) che viene considerato il primo film d’autore nel senso che per la prima volta il cinema fantastico non si limita a stupire il pubblico con gli effetti speciali della settima arte ma li mette al servizio di una storia significativa che attinge a temi classici della cultura tedesca, il doppelgänger e al romanzo di Adelbert von Chamisso, Storia straordinaria di Peter Schlemihl, ripreso anche da  E.T.A. Hoffmann e con reminiscenze del racconto William Wilson di E.A Poe; torna più volte una didascalia tratta dalla malinconica poesia di Alfred de Musset, Nuit de décembre e l’immagine finale del film con il dopplelganger seduto sulla tomba del giovane è la rappresentazione della strofa citata sin dall’inizio del film.



Lo studente di praga


Molti altri i rimandi letterari che si possono intravedere ma il film attinge anche alla neonata psicanalisi: il doppio che si assume il ruolo “sporco” (l’uccisione del rivale) e si presenta nei momenti peggiori con il chiaro intento di ostacolare lo studente ha dei risvolti freudiani lampanti.



Lo studente dipraga


Le riprese sono a telecamera fissa con una grande profondità di campo, sia negli interni che negli esterni dove si possono riconoscere alcuni luoghi noti di Praga. Il protagonista del film e coregista, Paul Wegener rimase molto colpito dal fascino della città e qui scoprì il mito del Golem che portò sul grande schermo ben tre volte.
Restano di grande effetto le scene di Balduin con il suo doppio, ottenute con la doppia esposizione.



Der student von Prag


Il film viene considerato anticipatorio dell’espressionismo tedesco sia per i temi perturbanti che per la figura del mago: il doppio e il mefistofelico incantatore sono gli elementi cardine del celeberrimo Il gabinetto del Dottor Caligari.

L’uomo che ride

The Man Who Laughs
USA 1928, Universal
con Conrad Veidt, Mary Philbin, Olga Baclanova, Brandon Hurst, Cesare Gravina, Molnar Jr., Stuart Holmes, Samuel de Grasse, George Siegmann, Josephine Crowell
regia di Paul Leni



L'uomocheride


Re Giacomo II, prima di condannare a morte il ribelle ribelle  Lord Clancharlie, lo informa che suo figlio è stato venduto ai comprachicos, gli zingari che sfigurano i bambini per farne dei mostri da baraccone: il volto del ragazzino è stato deformato in un riso perenne. Per far perdere le tracce del misfatto i comprachicos vengono banditi dall’Inghilterra ma il piccolo Gwynplaine viene lasciato a terra, vagando in una notte gelida il ragazzino trova una donna morta di freddo con un neonato ancora vivo che Gwynplaine porta con sé, i bambini vengono accolti dall’artista ambulante Ursus che si accorge che la neonata è cieca.
Una ventina d’anni dopo Gwynplaine, l’uomo che ride, è un artista molto popolare, un giorno assiste allo spettacolo la duchessa Josiana, sorella della regina Anna che viene sedotta dalla mostruoisità del santimbanco e lo seduce. Gwynplaine non cede perché è innamorato di Dea ma la morte di Hardquanonne, il chirurgo che sfigurava i bambini per i comprachicos, rivela le nobili origini del giovane guitto e la regina, per porre rimedio al torto subito, vorrebbe fargli sposare proprio la duchessa Josiana ma ancora una volta Gwynplaine si ribella e torna dalla sua vera famiglia che intanto è stata bandita dall’Inghilterra ma l’uomo che ride riuscirà a ricongiungersi a Dea prima che la nave lasci l’Inghilterra.



L'uomo che ride


Visto il successo de Il Gobbo de Notre Dame con Lon Chaney, la Universal decide di portare sullo schermo un’altra opera di Victor Hugo, il progetto ebbe diverse traversie ma fu realizzato nel 1928 affidato al regista espressionista tedesco Paul Leni che si era appena trasferito in America. Lon Chaney, già malato, rifutò il ruolo di Gwynplaine che andò all’attore tedesco Conrad Veidt, attore simbolo del cinema espressionista: è il Cesare de Il gabinetto del Dottor Caligari e aveva già lavorato con Leni.


Luomocheride


Il film è anche un anello di passaggio tra cinema muto e cinema sonoro infatti, pur essendo un film muto con didscalie, ha alcuni inserti sonori: il sibilo del vento nella tempesta in cui Gwynplain trova Dea neonata e il rumoreggiare della folla in diverse scene corali, la più commovente ovviamente è quella in cui i saltimbanchi fingono di osannare l’artista durante una falsa rappresentazione per non fare capire a Dea che Gwynplain è stato ucciso.



The man who laughs


La trasposizione è piuttosto fedele al romanzo e Leni avrebbe voluto rispettarne anche il drammatico finale ma poi fu convinto a scegliere il lieto fine anche se più che al trionfo dell’amore tra Gwynplaine e Dea lo spettatore (moderno?) è più preoccupato per la sorte di Homo, il cane che si è tuffato in mare riconoscendo l’amato padrone sulla riva, fortunatamente l’happy end è riservato anche a lui.


TheManWhoLaughs


E’ interessante notare come la vicenda del protagonista sia racchiusa tra due partenze dal molo: in apertura il bambino viene lasciato a terra dai comprachicos perché non c’è più posto sulla nave mentre nel finale Gwynplaine riesce a raggiungere l’ombarcazione dove ritrova l’amore e la libertà.
Che il personaggio sia l’ispirazione dichiarata di Joker, l’antagonista di Batman è notorio, meno indagati mi sembrano i rapporti con The Elephant Man di Lynch: Gwynplain che alla corte dei Pari osa ribellarsi al matrimonio imposto dalla regina per ridargli la nobiltà perduta gridando di essere innanzitutto un uomo ricorda il grido di Merrick ma L’uomo che ride è soprattutto un sottile gioco tra mostro e pubblico, la prima volta che lo spettatore s’identifica con un mostro che osserva chi lo acclama e soprattutto è incuriosito da Josiana cercando di capire se la donna si stia burlando di lui o sia veramente attratta dalla sua deformità: anche l’Uomo Elefante spia dal foro del suo sacco un’unumanità crudele.

Il fantasma del palcoscenico

Phantom of the Paradise
USA 1974 20th Century Fox
con Paul Williams, William Finley, George Memmoli, Jessica Harper, Gerrit Graham
regia di Brian de Palma




Ilfantasmadelpalcoscenico


Swan, geniale produttore musicale vuole aprire un” tempio della musica”, il Paradiso e trova la musica adatta per l’inaugurazione nell’opera ispirata al Faust del pianista Winslow Leach; Con la scusa di volerlo produrre, manda il fedele scagnozzo Philbin a farsi consegnare gli spartiti. Dopo diversi tentativi di contatto, Winslow scopre che le sue canzoni saranno usate per inaugurare il Paradiso e cerca di far valere i suoi diritti ma Swan, stufo di ritrovarselo sempre tra i piedi, lo fa incarcerare a Sing Sing. Dopo esser stato torturato Winslow riesce a sfuggire e cercando di distruggere i dischi pronti per esser venduti finisce per rimanere sfigurato dai macchinari e creduto morto ma il musicista ormai ridotto a mostro s’intrufola nel Paradiso e cerca in tutti i modi di mandare a monte lo spettacolo. Swan allora scende a patti con lui e sceglie come protagonista dello spettacolo Phoenix, una giovane cantante della cui voce Winsolw si era innamorato durante le audizioni. Come da contratto Winslow finisce la partitura ma terminato il lavoro Swan lo fa murare vivo e stravolge di nuovo l’opera affidandola al suo nuovo pupillo, Beef. Il fantasma del Paradiso uccide il cantante in diretta e decreta il successo di Phoenix ma Swan, visto il deliro della folla per l’omicidio in diretta, decide di replicare il giorno dopo con la morte della giovane cantante che intanto seduce portando Winslow al suicidio ma Swan lo salva rivelandogli di aver firmato un patto col diavolo e il fantasma, trovati i diabolici patti, potrà finalmente salvare la ragazza che ama.




Phantomofparadise


Iniziale flop ai botteghini poi diventato un film di culto, Il Fantasma del Palcoscenico è un musical fantasmagorico e grandguignolesco, una coloratissima rilettura pop del Il Fantasma dell’Opera e del Faust, le scenografie sono firmate dall’attrice Sissi Spacek.
Un apologo sul mondo dello spettacolo sui meccanismi che stanno dietro al successo e si mangiano l’anima degli artisti: manager senza scrupoli che piegano alle loro voglie le aspiranti cantanti, che decidono il nome il look, le droghe di chi diventerà una star, anche Phoenix che prima fugge schifata dal provino orgia non riesce più a ribellarsi una volta provato il brivido della folla che la acclama.




Phantomofparadise


Contro questo potere incarnato dal diabolico Swan si batte Winslow Leach, musicista che non ha certo le physique du rôle per diventare una star ma che compone musiche bellissime, tanto puro quanto ingenuo non capisce le manovre di Swan che, non potendosi liberare di lui, decide di farselo amico. La lotta di Winsow con la macchina della fama si fa sempre più dura, prima lascia tutti i denti a Sing Sing, poi finisce letteralmente negli ingranaggi musicali deturpandosi il volto e perdendo la voce (che Swan gli restituirà attraverso le macchine per pulire il suono) e ovviamente finisce per perdere la vita, portando però con sé Swan che scopre aver a sua volta venduto l’anima al diavolo.




Phantom of the Paradise


Con toni deliranti, a tratti surreali ed ironici Brian De Palma mette alla berlina tutta l’industria creativa, dalla costruzione a tavolino delle rock star, al delirio pilotato dei concerti dove la folla perde i freni inibitori e si esalta nella rappresentazione dei bisogni primari, il sesso, la morte, senza chiedersi se quello a cui sta assistendo sia realtà o finzione, con i confini che ovviamente vengono continuamente spostati fino all’esultanza dell’omicidio in diretta.




Ilfantasmadelpalcoscenico


Su queste tematiche profondamente attuali il regista innesta il suo stile e la sua cultura cinematografica: il tema del doppio fatto di specchi, di immagini viste da registrazioni arrivando a moltiplicazioni barocche: Swan che aziona le telecamere che riprendono il fantasma che lo guarda amoreggiare con Phoenix.



Il fanstasma del palcoscenico


Il citazionismo comprende ovviamente l’amato Hitchcock, la scena della doccia di Psyco viene omaggiata ma chiusa con uno sberleffo: l’assassino non ha un coltello ma minaccia Beef con una ventosa stura cessi, più “serio” l’omaggio a Il Gabinetto del Dottor Caligari le cui scenografie sghembe sono riprese nei fondali della prima.

La maschera di cera

The Mystery of the Wax Museum
USA 1933 Warner Bros
con Glenda Farrell, Fay Wray, Lionel Atwill, Frank McHugh, Arthur Edmund Carewe
regia di Michael Curtiz



Themysteryofthewaxmuseum


Londra 1921: lo scultore Ivan Igor ha un rapporto morboso con le sue opere in cera che reputa alla stregua di persone vive e non pensa al guadagno che si può trarre dall’esposizione come invece fa il suo socio che per rientrare dai capitali investiti decide di dare fuoco al museo per riscuotere l’assicurazione; Igor rimane vittima del rogo per cercare di salvare le statue.
Dodici anni dopo, nel 1933 a New York, ritroviamo Igor in sedia a rotelle che sta per riaprire un nuovo museo delle cere grazie all’aiuto di alcuni scultori. Igor trova una grande somiglianza tra Charlotte, la fidanzata di Ralph, un giovane collaboratore e la sua adorata statua di Maria Antonietta che non ha ancora rimodellato dopo l’incendio londinese. La compagna di stanza di Charlotte, la sfacciata giornalista Florence Dempsey nota un’inquietante somiglianza tra alcune statue del museo e dei cadaveri misteriosamente scomparsi dall’obitorio e inizia a sospettare che le sculture non siano solo di cera..




Misteryofthewaxmuseum


Da La maschera di cera del 1933 è stato tratto il remake piuttosto fedele del 1953 di Andre De Toth il primo film in cui Vincent Price interpreta un mostro.

Lamascheradicera

Le differenze tra le due pellicole possono aiutare a capire le differenze tra un film pre-code e uno girato quando la censura imposta dal Codice Hays si fonde con il perbenismo anni ’50: a parte la piccola allusione alla dipendenza dalla droga del professor Darcy, colui che materialmente riveste i cadaveri rubati di cera, le differenze ruotano tutte attorno alla figura femminile, protagonista della pellicola del 1933 è la giornalista Florence Dempsey: sfacciata e strafottente con l’amica Charlotte che ha messo l’amore prima delle esigenze materiali, è sempre alla ricerca di nuove storie sennò rischia di perdere il lavoro, Florence non ha certo timore di infilarsi nella pericolosa cantina dell’allibratore/spacciatore Joe Worth e da vera smart girl è la prima a intuire l’orrido segreto nascosto nel museo di Igor ed è la prima a intervenire per salvare Charlotte dal “dono dell’immortalità” che le vorrebbe fare lo scultore.
Con tutto che è quasi sempre in scena l’attrice che interpreta Florence, Glenda Farrell, è solo terza nei titoli di testa del film, dopo il protagonista maschile e la scream queen per antonomasia, Fay Wray che entra in scena a metà film. Il vero colpo di scena resta comunque l’inaspettata proposta di matrimonio del direttore di Florence con cui la donna litiga sempre e che lei accetta anche se fuori l’aspetta il miliardario innamorato con cui era più prevedibile il lieto fine



Glendafarrellfrankmchughlamascheradicera


La particolarità del film è di essere girato a colori, l’ultimo dei tre che la Warner gira con il technicolor bicromatico, un procedimento inventato dalla Technicolor che esponeva la pellicola girata in bianco e nero a due filtri colorati.




Mascheradicera


Curtiz usa in maniera ingeniosa l’effetto colore, sfruttandolo per accentuare il tributo alla cinematografia espressionista, in particolare al Il gabinetto del dottor Caligari di cui riprende certi viraggi gialli o blu e l’effetto straniante del technicolor bicromatico consente di citare le scenografie sghembe di certe riprese della scalinata ai sotterranei del museo sempre derivanti dal capolavoro di Robert Wiene.

Genuine

Genuine

Germania 1920
con Fern Andra, Hans Heinrich von Twardowski, Ernst Gronau, Harald Paulsen, Louis Brody
regia di Robert Wiene

titolo alternativo Genuine, die Tragodie eines Seltsamen Hauses

titolo inglese Genuine: A Tale of a Vampire

Da quando ha dipinto il ritratto della sacerdotessa Genuine, Percy, un giovane pittore è diventato cupo e solitario, rifiuta la compagnia degli amici e di vendere il quadro passando le giornate fantasticando su Genuine.
Un giorno si addormenta e la donna esce dal dipinto per narrargli la sua storia: sacerdotessa di riti sanguinari venduta come schiava dopo che la sua tribù è stata sconfitta, comprata da un vecchio e bizzarro Lord che la tiene segregata in un ambiente sotterraneo, benché confortevolissimo perché non si contamini con le brutture del mondo.
Genuine riesce a fuggire dalla sua prigione e incontra Florian, il nipote del barbiere che proprio quel giorno sostituisce lo zio, con i suoi poteri mentali Genuine induce Florian ad uccidere Lord Melo suo carceriere e fa del giovane il suo amante ma nell’estasi della passione pretende che lui si uccida per lei. Il servo del palazzo fa fuggire Florian; poco tempo dopo arriva Percy, nipote del lord; anche lui viene ammaliato da Genuine che gli chiede l’abituale sacrificio di sangue. Un amico di Percy annuncia alla donna che il suo amato è morto, Genuine si dispera capendo la follia delle sue abitudini e quando scopre che Percy è ancora vivo capisce di essere innamorata e gli rivela tutto il suo passato. Florian intanto nel delirio confida allo zio l’omicidio, avvertite le autorità la folla si dirige verso il palazzo dalla fama sinistra e uccide Genuine che oramai aveva capito i suoi errori ed era votata all’amore.
Il pittore si risveglia dal terribile incubo e vorrebbe distruggere il quadro ma in quel mentre torna l’acquirente (che ha le fattezze di Lord Melo) e lo acquista a un prezzo spropositato.




Genuine è il film immediatamente successivo al famoso film di Wiene, Il gabinetto del Dottor Caligari, la pellicola non ebbe lo stesso successo del film precedente e rischiò di andare perduta.
La copia attualmente visibile risale a un restauro del 1996 unendo due copie sopravvissute, mancano comunque circa 600 metri di pellicola.
Il film è una fantasmagoria visivamente molto più folle de Il Gabinetto del Dottor Caligari e sarà visibile stasera a Milano musicata dal vivo da Alberto Ferrari, front man dei Verdena, ultima delle quattro date della musicazione da vivo dell’artista.
Devo dire che si tratta di una delle musicazioni più belle a cui abbia mai assistito, musica molto contemporanea, ben suonata che si adatta perfettamente al film. Il cantante vi aggiunge in alcune scene, sooprattutto riguardanti Lord Melo, una specie di gramelot estremamente efficace e coinvolgente. Qualora il film non interessasse più di tanto vale la pena assistere all’ottimo spettacolo offerto dall’artista.



LordMeloEFlorian


Ma Genuine è una pellicola di un tale delirio visionario che non può non coinvolgere lo spettatore anche se la trama è oggettivamente complicata.
Il film è molto più espressionista del capolavoro precedente di Wiene, i costumi di Genuine sono stupefacenti, degni della Vivienne Westood più punk: strappi, pizzi, trasparenze, piume borchie, addirittura una scarpa diversa dall’altra.
Le riprese sono meno sghembe di quelle de Il Gabinetto del Dottor Caligari ma le decorazioni espressioniste, con riferimento all’arte primitiva sono molto più esplicite e non si limitano solo alle scenografie dove culmina l’orologio/testa dello scheletro, ma caratterizzano con tratti grafici anche il trucco dei personaggi, ad esempio la decorazione bianca sul petto nudo del servo di colore.
La trasformazione di Florian quando lo zio barbiere lo chiama in città è altrettanto d’impatto: un taglio di capelli geometrico con due ciuffi uno sulla fronte e uno sulla guancia che potrebbero essere usciti da una sfilata contemporanea.




Genuinefuga


Inquietante la figura di Lord Melo, ingobbito da una palandrana svergola, costretto a camminare su minuscole scarpe coi tacchi sembra anticipare il conte Orlok che Murnau avrebbe portato sullo schermo nel 1922 in Nosferatu.

Il gabinetto del Dottor Caligari

Loccaligaridalverme Das Cabinet des Dr.Caligari
Germania 1920
con Friedrich Fehér, Werner Krauss, Conrad Veidt, Lil Dagover
regia di Robert Wiene

Il folle Francis confida come lui e la sua fidanzata siano finiti in manicomio: alcuni anni prima durante la fiera di Holstenwall, paese natìo dei protagonisti, arriva una strana attrazione, il dottor Caligari e il sonnambulo Cesare che solo il medico è in grado di risvegliare per fargli predire il futuro. Cesare profetizza l’imminente morte di Alan, amico fraterno di Francis anche se rivale in amore per le grazie della bella Jane. Alan muore effettivamente nella notte e Francis sospetta che sia stato lo stesso sonnambulo ad aver compiuto gli efferati delitti che si sono verificati dall’arrivo in città di Caligari ma un altro criminale viene arrestato in flagrante mentre sta per compiere un terzo omicidio anche se si professa innocente per i due precedenti. Francis si mette a sorvegliare attentamente la roulotte di Caligari e vede che il dormiente Cesare non esce mai dalla sua bara anche se Jane, sfuggita a un tentativo di rapimento che la condurrà alla pazzia, asserisce che il rapitore fosse proprio il sonnambulo.
Si scopre che quello dentro la bara è solo un manichino e inseguendo il Dottor Caligari i poliziotti lo vedono rifugiarsi dentro il manicomio: Caligari non è altro che il direttore della struttura ossessionato dalla figura del Dottor Caligari tanto da voler reincarnare l’imbonitore italiano che un secolo prima era riuscito a far compiere al sonnambulo Cesare azioni violente che l’uomo non avrebbe mai compiuto di sua spontanea volontà.

Ilgabinettodeldottorcaligari Non avevo mai visto Il Gabinetto del Dottor Caligari quindi non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di vederlo al Teatro dal Verme in occasione del Gran Festival del Cinema Muto milanese con orchestrazione dal vivo su partitura originale.
Il film è uno dei capolavori fondanti dell’Espressionismo Tedesco e per originalità di soluzioni compositive e di ripresa è ancora oggi uno un caposaldo da vedere per chi volesse fare regia: già il fatto che un film del 1920 inizi con un flashback è molto innovativo.
La pellicola è girata in un teatro di posa ma le scenografie sghembe riescono a creare un’atmosfera angosciante che mi hanno fatto tornare alla mente le geometrie impossibili tante volte citate da Lovecraft nei suoi racconti.
I fondali dipinti seguono i dettami dell’Espressionismo Tedesco pittorico: anche se la pellicola è in bianco e nero (quasi sempre virata in blu, rosso e giallo) i tratti fortemente impressi sui fondali possiedono tutta l’energia dei lavori di Ernst Ludwig Kirchner (non per nulla alla fine della recente mostra genovese sull’Espressionismo Tedesco Il Gabinetto del Dottor Caligari passava tra gli spezzoni dei film derivati dal genere artistico fondato da Kirchner).
Caligarimanicomio Oltre che una valenza simbolica le linee hanno anche un significato compositivo: attraggono l’attenzione dello spettatore sull’attore che si trova al centro delle geometrie create (il cortile del manicomio, la piazza di Holstenwall) o ne segue le linee a zig zag (la scala degli uffici pubblici) e sanno creare sia spazi angusti e claustrofobici che dimensioni più ampie e spaziose conservando sempre con un senso di irrealtà.
Il gioco delle ombre così caratteristico dell’espressionismo tedesco anticipa la scena del Nosferatu di Murnau: l’omicidio di Alan inizia con l’ombra dell’assassino riflessa sul muro e incombente sul letto del dormiente esattamente come avviene per la visita notturna del vampiro alla bella Helen Hutter.
La macchina da presa è fissa ma Wiene non opta quasi mai per una ripresa frontale classica, posiziona la cinepresa o di lato o leggermente in alto, sempre slittamenti minimi poco percepibili dallo spettatore ma che contribuiscono al senso di straniamento che esplode nella delirante bolgia del sottofinale nel manicomio: il racconto di Francis è vero o è solo la paranoia di un folle?
L’inquietante domanda per lo spettatore si è trasformata in una tragica realtà: dietro quello che viene considerato il primo horror della storia del cinema si nasconde una riflessione sulla Germania post-bellica: il dottor Caligari rappresenta l’ordine prestabilito che cerca di manipolare la volontà del cittadino portandolo a compiere azioni orrende che non avrebbe mai compiuto spontaneamente, il riferimento degli sceneggiatori era alla Prima Guerra Mondiale, non immaginavano che pochi anni dopo un ben più terribile burattinaio sarebbe arrivato a manipolare il popolo tedesco.

Caligaricesare

Da Kirchner a Nolde, Espressionismo tedesco 1905-1913

Ultimi giorni per visitare la mostra genovese che approfondisce la corrente iniziale dell’Espressionismo tedesco, il gruppo Die Brücke (il Ponte) fondato a Dresda nel 1905 da Kirchner e Fritz Bleyl. Le opere provengono tutte dal museo Die Brücke di Berlino e riguardano gli esponenti che nel corso di meno di un decennio hanno orbitato attorno al movimento sciolto improvvisamente dallo stesso Kirchner nel 1913.



Da Kirchner a Nolde

Si possono riconoscere due fasi evolutive nell’esperienza di Die Brücke, una iniziale più legata alla pittura en plein air fatta di colori vivaci influenzata fortemente dalla pittura di Van Gogh e gli altri postimpressionisti (l’influenza pointilliste su Bleyl) e una seconda, che rispecchia le atmosfere più cupe della metropoli berlinese; in questa evoluzione si può leggere la parabola di quel decennio della Germania guglielmina, dalla potenza economica d’inizio secolo alla nazione che nel giro di un anno sarebbe entrata spavaldamente nel primo conflitto mondiale per uscirne ridimensionata ed impoverita.
L’esposizione dedica almeno una sala ai sei protagonisti principali del movimento pittorico, approfondendo il loro percorso artistico e accennando anche alle esperienze successive, spesso molto risicate a causa degli effetti psicologici della Grande Guerra e l’umiliazione di essere schedati nell’”Arte degenerata” ripudiata (e distrutta) dal Terzo Reich. L’unico ad avere ancora una carriera proficua dopo la Prima Guerra Mondiale sarà Emil Nolde.
Oltre Kirchner di cui spicca la celeberrima Marcella, la mia attenzione è stata colpita dalle opere di Max Pechstein, l’unico del gruppo ad avere una formazione prettamente pittorica, in particolare ho apprezzato Il cimitero Eliasfriedhof a Dresda (1906) e Peschereccio del 1913.

Il cimitero Eliasfriedhof a Dresda Max Pechstein

Di Erich Heckel si apprezza soprattutto l’uso del colore che l’artista userà anche nella grafica. Da segnalare sono Il giovane uomo e ragazza del 1909, La ragazza che suona il liuto del 1913 e Mare del nord del 1916.


Ragazzachesuonailliuto

Il Nolde di Die Brücke non è quello dei famosi fiori ma passa dai colori vivaci di Villeggianti (1911) al primitivismo angoloso e cupo di Figure esotiche del 1912.
Conclude la mostra un omaggio al cinema Espressionista tedesco, diretta figliazione degli omonimi movimenti pittorici, si possono vedere spezzoni di Die Puppe (La bambola di carne) di Ernst Lubitsch, Metropolis e M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang e Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene.

Da Kirchner a Nolde, Espressionismo tedesco 1905-1913
Dal 5 marzo al 12 luglio 2015
Palazzo Ducale
Genova

ESPRESSIONISMO LIVE: il cinema muto musicato da scrittori e dj

Espressionismo live selezione musicale a cura di
Niccolò Ammaniti, Igort, Letizia Muratori, Nicola Lagioia, Simone Caltabellota, Tommaso Pincio
dj set di
Roberto Corsi, Gianni Music, DandywOlly, Max Passante, Estasy, Giorgio Gigli
collaborazione al progetto di
Giovanni Guardi

Il Palazzo delle Esposizioni presenta una rassegna di capolavori del cinema muto espressionista sonorizzati live grazie al gusto musicale di alcuni dei nostri maggiori autori contemporanei – cinque scrittori e un disegnatore di fumetti – invitati a scegliere le colonne sonore di accompagnamento ai film. Le loro selezioni musicali, eseguite durante le proiezioni da dj d’eccezione, ci offrono una lettura inedita e personale, restituendo “la parola” ai grandi film del passato attraverso una partitura musicale tutta contemporanea.
Quella espressionista è una stagione straordinaria della storia del cinema di tutti i tempi e a distanza di quasi un secolo i suoi capolavori riescono ancora a incidere profondamente nel nostro immaginario di spettatori. Con sorprendente anticipo, i suoi registi proposero temi sconvolgenti al pubblico delle prime sale cinematografiche e svelarono sullo schermo il lato nascosto dell’essere umano, spogliato brutalmente da ogni certezza e rassicurazione sociale, travolto da contenuti profondi, misteriosi e malati. Per primi, attraverso strategie visive spiazzanti e innovative, portarono al cinema la discesa nel magma dell’esistenza o dell’inconscio dell’uomo contemporaneo, sostituendo alla riproduzione oggettiva della realtà una percezione soggettiva e distorta del mondo e dei suoi accadimenti, creando paesaggi irreali, deformati, opprimenti e allucinatori.
Espressionismo Live restituisce al pubblico di oggi lo stesso senso di stupore dei primi spettatori di fronte all’impatto visivo di queste opere, grazie al sapiente dialogo tra le immagini e la fantasia degli autori coinvolti, che si sono divertiti a saccheggiare la loro playlist musicale ideale per dare nuova voce a questi universi visionari, con la complicità di alcuni dei più interessanti dj della nostra scena musicale.

ESPRESSIONISMO LIVE al Palazzo delle Esposizioni_retro

info
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9A, Roma
tel. 06 39967500
biglietto: intero € 4,00 – ridotto possessori della membership card PdE € 3,00