Silence

Silence

Nel 1640 arriva in Portogallo l’ultimo rapporto di Padre Ferreira, gesuita missionario in Giappone. La missiva narra di terribili persecuzioni verso i cristiani e nel lungo tempo in cui la lettera ha impiegato ad arrivare si è sparsa anche la voce che padre Ferreira abbia abiurato la fede cattolica e si sia sposato. Padre Rodriguez e Padre Garupe, giovani religiosi formati da Padre Ferreira non possono credere che il loro mentore non sia stato in grado di sopportare il martirio e decidono di partire per il Giappone per riabilitare la figura del loro maestro.

Ho amato molto Silence per la lucidità con cui Scorsese ci mostra passo passo il percorso interiore di Padre Rodriguez che con il confratello Padre Garupe parte per il Giappone pur sapendo di dover affrontare un viaggio pericoloso e forse mortale ma se Rodriguez nella sua giovanile esaltazione religiosa si crede pronto al martirio per imitare Cristo, non immagina neppure che quello che lo aspetta è soprattutto un viaggio dentro sé stesso alla scoperta della propria fede.
Se i due religiosi partono principalmente con l’intento di riabilitare il loro mentore che credono vittima di calunnia, soprattutto Padre Rodriguez rimane colpito dalla fede cristallina dei cristiani giapponesi disposti al martirio pur di non abbandonare la loro religione e l’esaltazione del religioso cresce nel rivivere in prima persona un momento drammatico ma glorioso simile a quello dei primi cristiani nelle catacombe.
Ben presto imprigionato Padre Rodriguez deve confrontarsi con una realtà più subdola di quel che avrebbe mai potuto immaginare: l’inquisitore non vuole il suo sangue, non è spietato nei suoi confronti ma circuisce il gesuita con raffinata crudeltà, anche psicologica perché gli sottopone gli aspetti latenti di colonialismo insiti nell’evangelizzazione e lo pone di fronte alla scelta di rinunciare alla fede per salvare i suoi compagni di sventura, contadini innocenti colpevoli non tanto di professare una fede diversa quanto di essere a migliaia quindi sacrificabili mentre l’ultimo prete cattolico del Giappone ha un valore inestimabile: la sua abiura, anche solo formale, sarà d’esempio per il popolo.
Lentamente, dopo aver ritrovato Padre Ferreira che effettivamente vive come un giapponese sposato, Rodriguez capisce che il sacrificio più grande è l’abiura: tradire sé stessi per salvare gli altri e il religioso troverà la forza di compiere questo estremo passo di umiltà.


RodriguezKichijiro

Contraltare di Rodriguez è  Kichijiro, il giapponese ubriacone incontrato a Macao che diventa la guida dei due religiosi nel viaggio in Giappone.
Kichijiro è roso dal rimorso di aver abiurato, calpestando un’immagine sacra mentre tutto il resto della sua famiglia ha preferito morire piuttosto che venire meno al credo, Confessato da Rodriguez, Kichijiro tradirà ancora la propria fede, e sarà il delatore che fa arrestare Rodriguez ma sul suo destino Scorse lascia un dubbio: trovato con indosso un’immagine sacra non sappiamo se  Kichijiro verà punito o abiurerà per la quarta volta, al regista interessa fondere nel suo personaggio le figure antitetiche di Pietro e Giuda: in fondo anche il primo Papa ha rinnegato tre volte Gesù la notte della Passione.
Oltre che religioso, Silence è un film profondamente politico: impressiona che l’alto dignitario giapponese incaricato di sradicare la fede cristiana sia chiamato inquisitore, parola che a noi riporta a mente gli orrori perpetrati dalla fede cristiana ma ancora una volta se la vera fede è qualcosa di intimo che può trascendere l’abiura il vero scandalo è quando la fede diventa emblema di potere e peggio del potere politico c’è l’arroganza di vuole assoggettare la libertà di credo, quindi di pensiero dell’altro, con pubbliche mortificazioni.

The Hateful Height ***70mm***

Il cacciatore di taglie John Ruth, detto “Il Boia” sta portando la fuorilegge Daisy Domergue a Red Rock per farla impiccare quando è costretto a far salire sulla diligenza che ha noleggiato due passeggeri indesiderati: prima il cacciatore di taglie di colore Marquis Warren e poi il sudista Chris Mannix.
Una tempesta di neve costringe il gruppo a fermarsi all’emporio di Minnie, qui incontreranno altri tre viaggiatori anche loro bloccati dalla bufera, stranamente però mancano i titolari dell’emporio Minnie e Sweet Dave, sostituiti da un messicano..

Thehatefulheight

L’ottavo (?) film di Quentin Tarantino segna un cambio di passo rispetto agli ultimi due lavori: la rilettura della storia si fa più fedele come testimoniato anche dal mezzo con cui il regista ha girato il film, l’Ultra Panavision 70 mm, che con il leggero tremolare dell’immagine trasporta subito lo spettatore in una dimensione antica di fruizione dello spettacolo. Io mi sono commossa anche alla scritta intervallo, dato il nervoso che mi procura lo stacco improvviso nelle multisale contemporanee dove ti strappano dall’immersione filmica a metà di una frase, accecandoti brutalmente per offrirti bibite e popcorn.
L’intervallo è durato esattamente dodici minuti, circa quel quarto d’ora a cui allude la voce off alla ripresa dello spettacolo. L’intervallo non è solo un tributo alle vecchie pellicole ma una vera e propria cesura tra le due parti del film: la prima introduce con molta calma ambientazioni e personaggi, siamo nel Wyoming, pochi giorni prima di Natale, un Cristo semi sepolto dalla neve segna l’arrivo a una stazione di posta “dimenticata da dio”, una baracca di legno che diventerà il luogo dove si sveleranno le vere identità dei vari personaggi e si pareggeranno diversi conti in un inesorabile gioco al massacro, a cominciare da quello tra il Maggiore Warren, nordista di colore e il generale sudista Sanford Smithers: sono passati pochi anni dalla guerra civile americana e gli animi non sono ancora assopiti. Ma si assopiranno mai gli animi di quest’America costruita sulla violenza e sull’odio che celebra un’improbabile amicizia sulle parole di una lettera (fasulla?) di Abramo Lincoln letta sotto il cadavere di una donna impiccata? A proposito, la prima donna impiccata in America è Mary Surratt, presunta complice dell’omicidio di Lincoln la cui storia è stata raccontata da Robert Redford in The Conspirator.
A lasciarmi un po’ perplessa è stato proprio il finale con la strana amicizia tra i due sopravvissuti prima acerrimi rivali: dato che il tema dello scontro razziale è tornato dominante negli USA mi sarei aspettata un ultimo conflitto a fuoco ma forse quella risata in faccia alla morte è ancora più cinica e inquietante di una sparatoria.
JohnDaisy Alla prima parte molto parlata si oppone la seconda dove la violenza splatter, che era totalmente assente nel primo tempo diventa dominante e Tarantino ci riconduce nel mondo granduignolesco che ben gli compete. La sinfonia mortifera di Ennio Morricone e l’improvviso vortice di morti violenti virano d’horror un film molto parlato, affabulatorio (e il regista è talmente bravo ad incantarci, anche sulla fiducia, che dimentichiamo alcune nozioni che dovremmo ben conoscere anche prima di entrare in sala o che ci mette sotto il naso nei titoli di testa). Mi riferisco all’horror perché tra le suggestioni filmiche che gli hanno inspirato The Hateful height, Tarantino cita La Cosa di John Carpenter che ha per protagonista Ken Russell e allora sarei proprio curiosa di sapere se nella versione originale il generale Smithers dice letteralmente a John Ruth “tu sei una jena” riferendosi al primo film di Tarantino o se gli da del serpente, omaggiando Jena (Snake) Plissken.

Tutta colpa di Giuda

Tuttacolpadigiuda

Una giovane registra teatrale inizia a collaborale con un gruppo di detenuti su invito del cappellano del penitenziario che vorrebbe far recitare ai detenuti la passione di Cristo..

E’ tutto un gioco di scatole cinesi quest’ultimo film di Ferrario dove l’apparente semplicità e leggerezza della vicenda apre spunti di riflessione sempre nuovi, un esempio e’ il linguaggio verbale: si va dal semplice paradosso di un direttore di carcere che si chiama Libero ai giochi di parole inerenti alla condizione carceraria << che parte vuoi fare?>> <<la parte lesa>> fino al fatto che nessuno vuole interpretare il ruolo di Giuda ma qualcuno si comporterà da Giuda e metterà la protagonista nelle condizioni di fare una scelta o un sacrificio, che dir si voglia.
Ispirato all’esperienza di volontariato del regista nei penitenziari italiani, il film non è esattamente una pellicola sul mondo del carcere che sicuramente è più duro e crudo di quello che ci racconta Tutta colpa di Giuda di certo quello che chiaramente emerge dalla pellicola è l’umanità e la creatività (la meravigliosa scena della “musicazione” di ogni oggetto che serve ad allestire il palco) che neppure le sbarre della prigione riescono a contenere pur essendo un luogo di frustrazione e negazione per i suoi ospiti e per chi in queste strutture ci opera (Libero e Irene seduti sconsolati al termine de “l’ultima cena”).
TuttacolpadigiudaTema principale della pellicola è la riflessione religiosa, argomento sicuramente molto sentito nella realtà carceraria, e il personaggio di Irene Mirkovic, giovane regista serba trasferitasi in Italia dopo la guerra dei Balcani è l’ideale, data la formazione culturale meno impregnata di cattolicesimo, per compiere un percorso di avvicinamento al Cristo più utopico e idealista descritto dai Vangeli, riflettendo sui valori di libertà ed espiazione.
Ferrario si conferma ancora una volta autore innamorato di Torino nonché interessato alle nuove tecnologie: se in Dopo mezzanotte aveva descritto il lato romantico e notturno della capitale sabauda girando uno dei primi film italiani in alta definizione, le inquadrature sghembe di Tutta colpa di Giuda ce ne raccontano il degrado urbano utilizzando per la prima volta in Italia la stessa mdp sperimentata da Mel Gibson in Apocalypto.

Ragnatela

Ragnatela

The Avenging Conscience: or ‘Thou Shalt Not Kill’
USA 1914
con Henry B. Walthall, Spottiswoode Aitken, Blanche Sweet, George Siegmann, Ralph Lewis, Mae Marsh, Robert Harron
regia di D. W. Griffith

Un giovane orfano allevato dallo zio, inizia a litigare con il parente quando s’innamora di una ragazza: il tutore vorrebbe che si dedicasse solo al lavoro e quando la fanciulla si presenta e invita il giovane a un party lo zio la prende a male parole. Benché l’innamorato la difenda e la segua, l’umiliazione è così cocente che la ragazza decide di lasciarlo. Disperato il ragazzo medita vendetta e uccide lo zio nascondendo il corpo nell’intercapedine del camino ma il fantasma del morto inizia a perseguitarlo..

Griffith prende spunto da due racconti di Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore e il poema Annabel Lee di cui compaiono anche alcuni brani nelle didascalie e Annabel è anche il nome dato alla “sweethart” di cui il giovane è innamorato.




The avenging conscience


La storia prende il via drammaticamente con la morte della giovane madre. Il fratello della donna si prende cura del nipote ma quando lo vede allontanarsi per amore gli rinfaccia di averlo sempre mantenuto e pretende che si occupi di lui fino alla morte. L’evidenziare la doppia natura dell’uomo rivela la finezza psicologica di Griffith che lavora molto per antitesi: sei i due innamorati vanno comunque al party dopo gli insulti del vecchio, il loro animo non è certo festaiolo e Griffith non si accontenta di mostrarli mogi in mezzo alle altre coppie felici, inserisce l’inserto della cameriera che ha la conferma dell’amore del commesso del salumiere per evidenziare ancora di più la tristezza dei due amanti.




The avenging coscience


Vedendo un ragno che tesse la tela il ragazzo decide di tendere una trappola allo zio per liberarsi di lui ed essere libero di sposare l’amata con i soldi dell’eredità. L’omicidio viene però visto da un brutto ceffo (guarda caso un italiano) che ricatta il giovane.




L'italiano ricattatore Ragnatela


Anche la coscienza però si risveglia e il ragazzo è perseguitato dal fantasma del vecchio, ha crisi mistiche in cui gli appare Cristo che gli ricorda il quinto comandamento: Thou Shalt Not Kill.
Risulta un po’ strano che dopo la notte di pentimento il giovane non confessi tutto alla polizia che ha già intuito la sua colpa: la tensione è palpabile grazie ai dettagli sulle mani nervose del giovane, e il tamburellare del detective che irrita ancora di più il colpevole ma colpo di scena! è tutto un sogno, un brutto incubo in cui il nipote immagina di uccidere lo zio e quando finalmente lo ritrova in carne ed ossa passa ogni rancore, anche la fanciulla dopo una notte di sonno ristoratore decide di non lasciare il giovane nonostante l’opposizione del tutore e si reca a casa sua dove viene accolta amorevolmente anche dal vecchio che si scusa.




Theavengingconscience


Trionfa il lieto fine in un tripudio di animaletti e graziosi bimbetti vestiti da satiri incantati dal flauto di Pan.

Le cronache di Narnia

Inghilterra, Seconda Guerra Mondiale: i quattro fratelli Pevensie trovano rifugio dai durissimi bombardamenti di Londra  nel maniero di un professore dove scoprono che un armadio e’ la porta segreta che conduce nel fantastico mondo di Narnia: anche qui si sta combattendo una guerra contro la crudele Strega Bianca che da cent’anni tiene in pugno il regno con un gelido inverno..

Tildaswintonnarnia7idBanalissimo fantasy che ha per protagonisti i ragazzini piu’ antipatici della storia del cinema, in particolare i due piu’ grandi Susan e Peter, con la scusa di aver la responsabilita’ dei fratelli minori, battibeccano come una vecchia, insopportabile coppia di sposi. Dalla prima inquadratura sotto le bombe di Londra si capisce gia’ quale dei quattro sara’ cosi’ stupido da cedere  piu’ volte al fascino della Strega Bianca e la simpatia della piccola Lucy e’ affidata alla sua leziosita’ che supera quella proverbiale di Shirley Temple (che almeno sapeva ballare!).
La mia comprensione va tutta all’attore che interpreta il Signor Tumnus, costretto a recitare il ruolo del fauno con una salopette di peluche.
Questo film dovrebbe essere l’emulo della trilogia de Il signore degli Anelli, soprattutto nelle scene di battaglia, purtroppo quelle dirette da Andrew Adamson mancano totalmente di epicita’ e i rallenti sarebbero piu’ adatti a un’incontro di rugby che pare essere il modello di scontro fisico a cui il regista si ispira.
Come se non bastassero gia’ i guai della pellicola, il doppiaggio italiano infila una perla delle sue facendo doppiare il prode leone Aslan da Omar Sharif: con tutto l’affetto e il rispetto che ho per il grande attore, gli anni pesano anche sulla sua voce e cosi’ il saggio felino parla con la vocetta querula dei vecchietti del West, per quanto concerne l’accento straniero  ho una teoria: siccome il leone rappresenta una metafora di Cristo, l’accento straniero e’ un omaggio a Giovanni Paolo II, scambiando al solito il significante per il significato. Teoria molto opinabile, ma mi annoiavo a morte e dovevo pur trovare qualcosa per ingannare il tempo.
L’unica cosa rimarchevole del film e’ Tilda Swinton nei panni della Strega Bianca,  non certo in una delle sue prove piu’ eccelse, ma  la sua presenza scenica e’  piu’ che sufficiente a rendere degna di nota la sua partecipazione; non a salvare la pellicola, purtroppo!

Il Vangelo secondo Matteo

E’ nuovamente nelle sale la versione restaurata (in maniera non eccelsa) del capolavoro pasoliniano del 1964 che narra la vita di Cristo dall’apparizione dell’Angelo a Giuseppe per convincerlo della santita’ della gravidanza di Maria fino al nuovo incontro di Gesu’ con gli Apostoli dopo la Resurrezione.

Ilvangelosecondomatteo

Pasolini riesce a rendere tutta la sacralita’ e l’inconoscibilita’ del mistero dell’Incarnazione, con un raro equilibrio che non cerca mai di interpretare la storia narrata dal Vangelo. Le riprese spesso di spalle o di sghimbescio di Gesu’ Cristo sottolineano l’incapacita’ dell’uomo di comprendere a pieno la sua mistica se non con la fede.
Mirabili i rimandi all’iconografia della pittura del quattrocento e l’alternanza di primi piani quasi statici a momenti convulsi, in particolare la memorabile scena della Strage degli Innocenti.
Eccezionale anche la scelta delle musiche che alterna brani sinfonici a canzoni tradizionali a gospel.
La scelta di attori non professionisti acutizza il senso di assistere a una sacra rappresentazione: Gesu’ Cristo e’ interpretato da un giovane studente spagnolo, la Madonna anziana dalla stessa madre di Pasolini, Susanna.
Personalmente sono stata folgorata dai primi fotogrammi del film che inquadrano il volto della Madonna in attesa del Figlio: un volto di rara compostezza per cui non si puo’ usare che la la parola verecondia, che rimanda se non nei lineamenti, nella sua purezza a L’annunziata di Antonello da Messina.
La ieratica staticita’ e’ prodoma di un cineasta che viene da molto lontano con una cultura molto diversa che pero’ condivide la stessa teoretica pasoliniana: Sergej Paradzanov.