Il principe studente

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The Student Prince in Old Heidelberg
USA 1927, MGM
con Ramón Novarro, Norma Shearer, Jean Hersholt, Gustav von Seyffertitz, Philippe De Lacy, Edgar Norton, Bobby Mack, Edward Connelly, Otis Harlan, André Mattoni, George K. Arthur, Lionel Belmore, Robert Brower, Èdythe Chapman
regia di Ernst Lubitsch

Il principe Karl-Heinrich, da sempre insofferente alla vita di corte, può finalmente vivere gli aspetti camerateschi che gli sono sempre stati negati dall’etichetta quando si trasferisce con il suo tutore a Heildeberg per studiare. S’innamora anche di Kathi la bella locandiera dell’albergo in cui vive. Ma la spensieratezza dura poco: dopo un anno di studi Karl-Heinrich viene richiamato a corte perchè le condizioni del sovrano sono critiche… 

La pellicola è ispirata all’operetta Il Principe studente e alla piéce teatrale Old Heidelberg e le due opere compongono il titolo originale del film.
Il lavoro era stato proposto inizialmente a Erich Von Stroheim per sfruttare il successo de La Vedova Allegra e qualcosa nell’introduzione della locanda di Heidelberg richiama la locanda del primo incontro tra Sally e Danilo, anche se Stroheim rifiutò di dirigere il film che arrivò a Lubitsch con il cast già scelto e il regista non  fu mai soddisfatto dei due protagonisti, sicuramente bravi ma non all’altezza delle sottili sfumature tipiche dalle opere del maestro berlinese.

Il principe studente è un melodramma incentrato sulla nostalgia della giovinezza e una sottile critica al potere. Seguiamo la crescita di Karl-Heinrich dalla prima infanzia al matrimonio e mentre il popolo scandisce le fasi della sua vita con la frase “dev’essere meraviglioso essere un principe!”, noi vediamo la sua esistenza solitaria: strappato alla balia senza neanche poterla salutare, strappato dal suo primo amore durante i pochi mesi felici ad Heidelberg dalla malattia dello zio e costretto al matrimonio per obblighi dinastici.

Possiamo dividere l’opera in tre segmenti quella introduttiva con Karl-Heinrich ragazzo solitario che trova una figura amica nel precettore che lo seguirà anche all’università. 

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La parte centrale ad Heidelberg con la scoperta dell’amicizia e soprattutto dell’amore.
La scena notturna nella radura con le lucciole tremolanti sui fiori non appartiene molto allo stile di Lubitsch: il regista ha notoriamente un taglio più realista, questa scena è fortemente simbolica e trova ragion d’essere nella terza parte quando il principe torna per l’ultima volta ad Heidelberg e i compagni non lo trattano più in maniera cameratesca ma gli tributano i rispetti che si devono a un reggente. La radura, ora arida e brulla, è il luogo d’addio tra i due innamorati: la primavera delle illusioni è terminata in un soffio e inizia la lunga stagione dei compromessi.

Il film si chiude con il matrimonio del principe tra il tripudio della folla che ancora una volta lo ritiene fortunato ma la ripresa dentro la carrozza è emblematica: la principessa non si vede mai, a sottolineare la solitudine di Karl-Heinrich e l’interscambiabilità della donna: poteva essere chiunque avesse i requisiti adatti a regnare.

Un’altra nota melanconica viene dalla contestualizzazione storica: il film è ambientato nei primi anni del ‘900 e come sappiamo la fine della Prima Guerra Mondiale spazzerà via le monarchie, anche quelle della fantasiosa Ruritania (territorio inesistente per indicare i fittizi regni mitteleuropei  di tanti film e operette) quindi la rinuncia a Kathi è un sacrificio inutile, visto che una decina d’anni dopo Karl Heinrich perderà il suo trono. 

Frankenstein di Mary Shelley

Mary Shelley’s Frankenstein
USA 1994, TriStar Pictures
con Kenneth Branagh, Robert De Niro Helena Bonham Carter, Tom Hulce, Aidan Quinn, Ian Holm, Richard Briers, John Cleese, Robert Hardy, Cherie Lunghi, Celia Imrie
regia di Kenneth Branagh

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La nave del capitano Walton diretta al Polo Nord rimane incagliata sui ghiacci e trova un uomo allo stremo delle forze; accolto sulla nave, Victor Frankenstein racconta la sua storia al capitano della nave: di come la morte della madre lo abbia spinto a cercare di superare i confini della morte facendogli riportare in vita una creatura assemblata da diversi “materiali” (corpi). Inorridito dal risultato Frankenstein abbandona il Mostro al suo destino credendolo incapace di evolversi e non destinato a sopravvivere, invece l’essere riesce ad imparare a leggere e, letta la sua genesi sul diario del Dr. Frankenstein, decide di vendicarsi uccidendo il fratellino William e facendo incolpare la nutrice che viene linciata. La creatura si presenta a Frankenstein chiedendogli di trasformare la ragazza nella sua sposa ma il dottore rifiuta, il mostro allora uccide Elizabeth, la moglie del chirurgo. Frankenstein la riporta in vita ma la ragazza, contesa tra il marito e la creatura, preferisce uccidersi. Frankenstein e il Mostro iniziano una fuga verso il Polo fino all’incontro con la nave di Walton dove muore Frankenstein e la creatura decide di seguire la sorte del padre.

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Frankenstein di Mary Shelley è tornato in auge per le “somiglianze” con il Frankenstein di Del Toro che consistono nel recuperare la cornice del romanzo con la nave che s’imbatte in Frankenstein e la sua creatura mentre fa rotta verso il Polo Nord e la rinuncia del capitano nel proseguire la spedizione scientifica dopo aver conosciuto la storia del chirurgo.

Il film del 1994 fa parte di una trilogia di recupero di opere gotiche pensata da Francis Ford Coppola e iniziata con il suo Dracula di Bram Stoker.

La regia di Frankenstein fu affidata a Kenneth Branagh che veste anche i panni del protagonista, i dissidi con Coppola iniziarono subito e darei ragione al vecchio Francis: rivisto dopo trent’anni il film si conferma un’opera piuttosto calligrafica con grande sfoggio di costumi mentre la villa ginevrina è piuttosto spoglia con un grandissimo scalone che riprende la scala del Dracula del ’31 (stesso scenario del seguente Frankenstein).

Vorticosi movimenti di macchina e scene al rallenti spostano più il mood verso l’action piuttosto che verso il gotico. Da buon interprete shakespeariano Branagh esalta la componente romantica virando sul melodramma per quanto riguarda la storia di Elizabeth, orfanella accolta dai Frankenstein che diventa il grande amore di Victor che per riportarla in vita è disposto a profanare ancora una volta i confini tra la morte e la vita.

via GIFER

Per il ruolo della Creatura fu scelto De Niro e forse fu la prima volta che un attore acclamato accettò un ruolo in un genere allora sottostimato come l’horror, per quanto la prova dell’attore sia sempre stata osannata io non trovo nessun guizzo particolare mi ha ricordato i vilain precedenti de Gli Intoccabili o Cape Fear.

Rivisto oggi mi diverte l’antefatto: il personaggio di De Niro uccide il professor Waldman, mentore di Frankenstein per quanto riguarda gli studi galvanici, durante una campagna di vaccinazione contro la scarlattina e per questo viene impiccato e il suo corpo recuperato da Frankenstein per il suo esperimento, insomma la Creatura era un novax antelitteram.

Valeria l’amante che uccide

The Velvet Touch
USA 1948
con Rosalind Russell, Leon Ames, Leo Genn, Claire Trevor, Sydney Greenstreet
regia di Jack Gage

Valerie Stanton, un’attrice all’apice del successo uccide accidentalmente il suo produttore durante una lite. Al suo posto viene accusata un’altra attrice, Marian Webster, da sempre innamorata di Gordon Dunning ma quando scopre che l’uomo che ama ha capito che è la vera assassina, Valerie, dopo un ultima magistrale interpretazione, decide di confessare la propria colpevolezza al capitano Danbury che ha condotto le indagini… 

Al netto del tremendo titolo italiano, un melodramma dalle sfumature noir ambientato nel mondo del teatro, una produzione indipendente voluta da Rosalind Russell che però spesso è un po’ sopra le righe: troppe mossette per mostrare i vari stati d’animo della protagonista soprattutto nei momenti in cui teme di essere scoperta, il talento della Russell è più per i ruoli brillanti e queste sottolineature espressive lo dimostrano.

Anche il trucco è esagerato ed evidente il conturing per scolpire gli zigomi, sembra quasi che l’attrice voglia adattare il volto ormai maturo allo stile di bellezza imperante nei tardi anni 40.


Ci sono un po’ di similitudini tra Rosalind e Valerie: la prima si butta sul noir come la protagonista del film decide di cimentarsi con l’immancabile Ibsen (Edda Gabler invece dell’abusato Casa di bambole per il suicidio finale della piece che ha corrispondenza nella trama).

Vittima di un produttore che oltre a decidere le scelte lavorative è contrario al nuovo legame sentimentale della sua diva che minaccia di rovinare se non accetta di girare la sua nuova commedia brillante, il violento alterco finisce con l’omicidio del produttore. Valerie riesce a lasciare l’ufficio del manager, posto sopra il teatro senza essere vista e decidere di non confessare il delitto. La fortuna sembra assisterla perché la seconda attrice da sempre innamorata del produttore viene trovata svenuta sul corpo della vittima e quindi creduta colpevole. 

Valerie proclama in ogni modo l’innocenza della collega arrivando anche a ipotizzare di poter essere lei la colpevole ma il bonario detective con la passione del teatro non le crede. Ad interpretare il poliziotto troviamo Sydney Greenstreet in un ruolo meno crudele del solito anche se venato di una sottile perfidia: magnifico il suo ingresso, dopo uno sguardo torvo sui possibili testimoni riuniti in teatro finge di temere che l’esile seggiolina d possa non reggere  il suo fisico corpulento e poi scoppia in una risata di finta bonomia, l’impressione è che abbia intuito la colpevolezza di Valerie ma come il suo promesso sposo cerca di tutelarla, fino a rifiutare la sua confessione perché il suicidio di Marian chiude le indagini. È un noir che sovverte le regole del noir: in teoria abbiamo un lieto fine, mancanza del quale è la condicio sine qua non del genere che ha dominato gli anni ’40.

Momento di suspense assoluta è il suicidio in scena di Edda: Valerie, preda dei rimorsi, si limiterà ad incarnarlo o morirà sul palcoscenico dopo una memorabile interpretazione? 

Un marito per Anna Zaccheo

Italia, 1953
con Silvana Pampanini, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Umberto Spadaro, Agostino Salvietti, Enrico Glori, Enzo Maggio
regia di Giuseppe De Santis

Anna Zaccheo è una bellissima ma altrettanto povera ragazza napoletana il cui sogno è quello di trovare marito. I pretendenti non le mancano e Anna s’innamora di Andrea, un marinaio che presto deve partire per quattro mesi di navigazione. Anna in quel periodo cerca lavoro per farsi il corredo trovando lavoro come modella. Il direttore dell’agenzia fotografica è molto gentile ma finisce per approfittare di lei. Anna tenta il suicidio e Andrea, tornato dalla trasferta, la lascia. La ragazza accetta la corte del ricco pescivendolo vicino di casa però non riesce ad accettare l’idea di sposarsi per interesse così lo lascia e cerca nuovamente lavoro, incontra nuovamente Andrea ma dopo una notte d’amore il marinaio la lascia definitivamente perché non riesce a perdonarla.

Un marito per Anna Zaccheo viene considerato un film minore nella produzione di De Santis, certamente non aiuta la scenografia ricostruita e l’abbondante uso di canzoni napoletane si salva Era de maggio solo arpeggiata -e non nel ritornello- come colonna sonora dei momenti malinconici e degli addii di Anna, ma visto oggi il film sembra anticipare una visione anti patriarcale ante litteram. 

Tutte le mattine la bella ragazza si alza e sa che dovrà dribblare una masnada di galli italiani pur cercando tra essi un futuro marito. Anna è una ragazza molto pragmatica e in realtà vorrebbe lavorare ma sono i suoi familiari in primis che la spingono verso il matrimonio, possibilmente economicamente vantaggioso per salvare le sorti di tutta la famiglia.

Nei primi anni ’50 quando il matrimonio era l’unico progetto di vita per una donna (ridicolizzato dalla figura dell’amica che quando trova il fidanzato è costretta ad andare in giro col saio per rispettare il voto esaudito) raccontare le disavventure di una donna troppo bella per trovare un lavoro senza implicazioni maliziose è una bella stigmatizzazione della condizione femminile e anche dal punto di vista sentimentale quella di Anna è una favola amara: nessuno degli uomini che incontra è una figura positiva. Andrea si dichiara innamorato ma non è in grado di perdonarla e non si fa scrupoli a cercarla una seconda volta per passare una notte d’amore salvo poi confermare la sua impossibilità al perdono.

Il dottor Illuminato, direttore dell’agenzia sembra una persona molto gentile e premurosa ma non esita a far bere un po’ troppo Anna per poi sedurla, salvo poi pentirsi e giustificarsi ricorrendo alla solita solfa del matrimonio infelice, tutta la piccineria del personaggio viene rivelata nel secondo incontro in metropolitana.

Don Antonio apparentemente è il meno peggio: l’unico a continuare a corteggiare Anna nonostante i suoi “errori” in realtà vuole solo una bella moglie da esibire a conferma della sua ascesa e la confessione che ha sempre desiderato Anna guardandola crescere dà una patina viscida al figuro.

I toni della pellicola sono un po’ eccessivi come si confà al melodramma di stile matarazziano, ma forse De Santis cerca anche di rivolgersi a un pubblico ben preciso: a quelle ragazze che invece di andare al cinema negli anni ’50 andavano a vedere la sceneggiata e oggi si nutrono di programmi tv alla Temptation Island dove ragazze bellissime e talvolta anche intelligenti si sono lasciate irretire da individui di poco spessore e pure assai bruttarelli.

Il fantasma dell’Opera

Phantom of the Opera
USA 1943, Universal
con Nelson Eddy, Susanna Foster, Claude Rains, Edgar Barrier, Leo Carrillo, Miles Mander, Hume Cronyn, Fritz Leiber, J. Edward Bromberg, Frank Puglia
regia di Arthur Lubin


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Il violinista Erique Claudin viene allontanato dall’orchestra dell’Opera di Parigi perché l’età non gli permette più di eseguire virtuosismi. Il cruccio di Claudin è di non poter più pagare le lezioni di canto alla promettente corista Christine DuBois di cui è segretamente innamorato e i cui studi finanzia di nascosto. Il musicista tenta di vendere una sua composizione ma credendo che l’editore stia rubando la sua musica lo uccide e nella colluttazione rimane sfigurato con l’acido. Si rifugia nei sotterranei del teatro e continua ad uccidere per favorire la carriera di Christine, ma alla fine, impazzito del tutto, rapisce la ragazza per tenerla con sé. La salveranno i suoi due pretendenti il baritono Anatole Garron e il poliziotto Raoul Daubert.



Il fantasma dell'opera


Dopo quasi vent’anni la Universal riporta sullo schermo il classico del cinema muto, con l’iconica interpretazione di Lon Chaney.
La nuova versione è una sfavillante e lussuosa produzione in technicolor che vinse l’Oscar alla fotografia e alle scenografie nel 1943 ma che ha ben poco a che fare con la versione del 1925: si preferiscono i toni del melodramma a quelli orrorifici e solo la parte finale nei sotterranei del teatro riprende anche visivamente il film muto anche se vennero riutilizzate molte delle scenografie del 1925.



Fantasma dell'opera_


Claude Rains, già mostro classico Universal nei panni de L’Uomo Invisibile nel 1933, fu scelto dopo aver vagliato diversi altri attori.
Il melodramma ruota tutta attorno all’amore inespresso che l’attempato violinista nutre per la bella corista, conscio della differenza d’età, Claudin si limita a pagare di nascosto le lezioni di canto della fanciulla con la complicità del suo maestro di canto, dopo l’omicidio dell’editore Pleyel per il musicista è un crescendo di follia che lo porta alla morte.
Christine, nonostante la pena espressa per la morte del violinista, è bella quanto superficiale e si giostra abilmente tra la corte del baritono e del poliziotto, alla fine preferirà il successo all’amore e ai due rivali non resterà che diventare buoni amici.



Fantasmadellopera


La rivalità tra Garron e Daubert è descritta con tocchi comici: arrivano a tempo, dicono contemporaneamente le stessi frasi d’amore, regalano lo stesso bouquet di fiori.
Non sono gli unici tocchi umoristici della pellicola, anche la leggenda del Fantasma dell’Opera entra in scena con toni da barzelletta con il direttore che ne mima le sembianze: naso lungo e pizzo sul mento.


Phantom of the opera


La storia è appena sbozzata, se si calcola che il film dura poco più di novanta minuti e una buona parte sono spese nelle riprese degli spettacoli operistici per dar modo al protagonista Nelson Eddy di dimostrare le sue abilitò canore. Lo spazio riservato al Fantasma è davvero poco e spesso si staglia solo la sua ombra, in bianco e nero, quasi a rinverdire un legame con i mostri classici degli anni ’30.
Un film piacevole ma davvero molto lontano dal capolavoro del muto e anche dal romanzo di Gaston Leroux.

Foglie d’autunno

Autumn Leaves, 1956 Columbia
con Joan Crawford, Cliff Robertson, Vera Miles, Lorne Greene, Ruth Donnelly, Shepperd Strudwick, Selmer Jackson, Maxine Cooper, Frank Gerstle, Leonard Mudie, Bob Hopkins, Marjorie Bennett, Maurice Manson
regia di Robert Aldrich



Foglie d'autunno

Milly, un’attempata dattilografa zitella, conosce per caso il giovane Burt Hanson che s’innamora di lei; conscia della differenza d’età, la donna cerca di rompere la relazione ma quando lui torna dopo un mese, i due decidono di sposarsi. Il matrimonio è felice anche se lei nota qualche discrepanza nei racconti del passato di Burt ma non ci fa caso finché un giorno non si presenta a casa Virginia, l’ex moglie del marito di cui Milly non sapeva assolutamente nulla…



Autumn leaves

Foglie d’autunno segna l’incontro tra Joan Crawford e Robert Aldrich che nel 1962 si ritroveranno sul set del celeberrimo Che fine ha fatto Baby Jane?; alcuni temi del film sono già presenti in questo melodramma sentimentale scardinato dalla violenza di Aldrich: la solitudine della vecchiaia (in questo caso della mezza età) e la follia.
La pellicola è pensata per rilanciare la carriera della cinquantaduenne diva che era appena passata alla Columbia, il coté sentimentale è sottolineato già dal titolo: le foglie d’autunno sono Le foglie morte di Prevert cantata da Nat King Cole, che diventano lo struggente refrain malinconico della drammatica storia tra Milly e Burt, uomo fragile segnato dall’aver scoperto la relazione tra la moglie e il padre. In perenne fuga dai ricordi per rimuovere il trauma e dai due amanti che hanno bisogno di una sua firma per una questione immobiliare.



Fogliedautunno

Burt trova una parvenza di pace tra le braccia di Milly, piacente donna di mezz’età che ha trascorso tutta la vita da sola per aver sacrificato un amore di gioventù alle cure del padre malato, come scopriamo da un flash back durante il concerto a cui la donna si reca sola; flash back costruito in maniera molto interessante, un gioco di luci isola il volto di Millly seduta tra il pubblico della platea poi parte la telefonata d’addio con il vecchio fidanzato che la costringe a scegliere tra lui e il padre: vediamo solo il busto di Joan Crawford, il volto è tagliato perché gli eventi si sono svolti almeno una ventina di anni prima e Aldrich risolve in questo modo la necessità di tornare indietro nel tempo.



Autumnleaves

Quando Virgina e il padre si presentano da Milly, la follia latente di Burt esplode nella violenza verso la moglie: potente la scena in cui l’uomo scaraventa la macchina da scrivere addosso alla moglie che si scansa e resta ferita solo alla mano.



Fogliedautunno

A Milly viene prospettato il ricovero del marito come unica soluzione per guarirlo ma temendo che una volta guarito l’uomo non abbia più bisogno di lei, la donna procrastina l’internamento mentre la pazzia di Burt aumenta. E’ molto bella la scena in cui svegliatasi di notte, Milly trova il marito che rivive lo shock del tradimento appoggiato alle ante dell’armadio: c’è un’inquadratura (foto 3) del tutto irrealistica ma significativa in cui si vede la scena da dentro l’armadio con l’uomo appoggiato a una lastra di vetro, scena che fa il paio con i primo bacio tra i due, avvenuto in mare e ripreso dal basso con la macchina da presa sott’acqua.

Viale Flamingo

Flamingo Road
USA 1949 Warner Bors
con Joan Crawford, Zachary Scott, Sydney Greenstreet, David Brian, Gladys George, Virginia Huston, Fred Clark, Gertrude Michael, Alice White
regia di Michael Curtiz



Vialeflamingo


Il vice sceriffo Carlisle, incaricato del sequestro d un luna park insolvente, trova solo la ballerina Lane Bellamy che, stanca della vita raminga del circo, ha deciso di di restare nella cittadina di Bolton. Il vice sceriffo aiuta la donna a trovare lavoro e tra i due scatta la scintilla ma questo ostacola i piani dello sceriffo Semple che vuole che il suo aiutante faccia un buon matrimonio per poi dargli un seggio da senatore e trasformarlo nel suo uomo di paglia. Semple fa di tutto per scacciare Lane da Bolton, anche spedirla in galera ma la donna non cede e si sposa con Dan Reynolds un altro ricco intrallazzatore politico. Carlisle, infelice del matrimonio e capita la sua inutilità politica, si da all’alcol e finisce per suicidarsi a casa Reynolds quando capisce che Lane non si è sposata solo per interesse. Semple intanto ha deciso di diventare governatore ma la cricca che tira i fili della politica non lo appoggia nonostante lui li ricatti; per salvare il marito dalla prigione Lane non esita a minacciare con una pistola il suo acerrimo nemico.



Vialeflamingo


Un viale che rappresenta l’ascensore sociale: dai bassifondi della tavola calda e della taverna equivoca di Mrs.Sanders alle ville dell’alta società in un melodramma dalle venature noir su un inusuale sfondo politico dipinto con estremo cinismo e profondamente attuale: pochi uomini decidono i seggi da distribuire al senato perché, spiega Dan Reynolds, il giorno delle elezioni coincide con il giorno della partita e l’elettore medio mal tollera l’interferenza con lo svago preferito ritrovandosi poi la classe politica corrotta che si merita. Pur essendo un cinico che si è dovuto interessare alla politica per tutelare i propri affari, Reynolds in fondo ha una sua morale che riscopre proprio nell’amore per Lane, altra figura in cerca di redenzione.
Fielding Carlisle invece è solo un debole: figlio di uno stimato giudice non ha terminato gli studi e si è messo nelle mani del laido Titus Semple a cui non trova il coraggio di ribellarsi neppure per amore di Lane.



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Il film colpisce per la scelta degli attori: la quarantacinquenne Joan Crawford non si fa scrupoli nell’amoreggiare con attori di dieci anni più giovani che fanno un po’ parte del suo entourage: il pavido Carlisle è interpretato da Zachary Scott, che aveva già recitato con l’attrice ne Il romanzo di Mildred nel ruolo di Monty Beragon mentre David Brian è al suo debutto con il ruolo di Reynolds e in seguito interpreterà altri due ruoli accanto alla maliarda Joan.



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Il punto di forza del film è però lo scontro tra lo sceriffo Semple e Lane Bellamy una lotta anche fisica: prima Lane schiaffeggia lo sceriffo poi la colluttazione finale per il possesso della pistola, incarnata da due “bitches” per eccellenza del cinema hollywoodiano, la Crawford e il corpulento Sydney Greenstreet da sempre destinato ai ruoli di cattivo ma mai così crudelmente determinato.

Smarrimento

Nora Prentiss
USA 1947 Warner Bros
con Ann Sheridan, Kent Smith, Bruce Bennett, Robert Alda, Rosemary DeCamp, John Ridgely, Robert Arthur, Wanda Hendrix
regia di Vincent Sherman


Noraprentiss


Richard Talbot, medico irreprensibile, soccorre una donna investita da un’auto, la disinibita Nora Prentiss, cantante di nightclub e ben presto l’uomo intreccia una relazione con la donna trascurando la famiglia al punto di dimenticarsi il compleanno della figlia prediletta. Nora vorrebbe una relazione più stabile ma Richard fatica a trovare il coraggio di lasciare la famiglia e quando un paziente cardiopatico muore nel suo studio, il dottore usa il suo cadavere per inscenare la propria morte e lasciare la città con Nora ma i movimenti bancari per provvedere alla famiglia fanno sospettare che il dottor Talbot sia stato ucciso da un ricattatore, ad esser accusato dell’omicidio sarà lo stesso Talbot nella sua nuova identità di Robert Thompson…



Smarrimento


Un incrocio tra noir e melodramma amoroso cupo e senza speranza dove le colpe dei protagonisti sono poche e tutto è gestito da un destino cinico e baro che crea una perenne frustrazione dei desideri di felicità dei personaggi coinvolti.
Il medico è davvero un uomo irreprensibile e l’incontro con Nora riaccende in lui desideri che la vita famigliare ha sopito da anni, Richard cerca un nuovo contatto con la moglie che però è presa dai suoi impegni di madre e moglie che deve gestire la vita sociale del marito.



Nora Prentiss


Anche Nora non è una femme fatale senza cuore, gioca più a fare la cinica visto gli ambienti che frequenta e anche per lei è molto facile innamorarsi di Talbot.
L’unica colpa di Talbot è l’indecisione nel chiedere il divorzio, la notte che finalmente si decide a scrive la lettera d’addio alla moglie, nello studio arriva il paziente morente e Talbot ha l’assurda idea di trovare una scappatoia nello scambio d’identità con il paziente che ha la corporatura uguale alla sua: saranno proprio i frammenti della lettera d’addio a far sospettare che Talbot fosse vittima di un ricatto che ne ha causato l’omicidio.



Smarrimento


Lasciata San Francisco per New York, convinto di poter iniziare una nuova vita con Nora, il medico scopre da un giornale delle indagini sulla sua morte e inizia a diventare paranoico; quando si confida con Nora la donna è comprensiva e ricomincia a cantare nel night del suo vecchio datore di lavoro, da sempre innamorato di lei. Ormai dedito all’alcol Talbot è geloso di Phil Dinardo al punto di malmenarlo fin quasi ad ucciderlo, se non fosse per l’intervento di Nora. Dopo la rissa Richard ha l’incidente che lo sfigura e dopo esser stato dimesso dall’ospedale arrivano i federali ad arrestarlo; durante il processo la moglie non riconosce nell’uomo sfigurato l’ex marito e Richard chiede a Nora di tacere e lasciare che la giustizia faccia il suo corso pagando con la vita il suo crimine.



Smarrimento


La colpa non sembra tanto essere l’occultamento e il vilipendio di cadavere quanto la fuga dal ruolo sociale, la colpa verso l’istituzione famigliare. Come in molti noir il film inizia con l’arresto del protagonista che poi racconta tutto in un flash back, all’inizio non vediamo il volto del protagonista: Richard Talbot entra in scena con la sua bella faccia di membro stimato della società che via via si trasforma in una maschera fino all’irriconoscibile volto deturpato: la ribellione alle regole sociali corrisponde alla perdita dell’identità.

Il mistero del castello nero

IlmisterodelcastelloneroThe Black Castle
USA 1952, Universal
con Richard Greene, Boris Karloff, Stephen McNally, Paula Corday, Lon Chaney Jr.
regia di Nathan Juran

Il baronetto inglese Ronald Burton, con la falsa identità di Richard Beckett, si reca ospite presso il conte Karl von Bruno: il suo vero scopo è a indagare sulla scomparsa di due suoi cari amici molto probabilmente uccisi dal conte per vendetta. Giunto al castello Burton s’innamora ricambiato della moglie del conte, la bella e mite contessa Elga von Bruno, forzata al matrimonio dal perfido consorte. Quando il conte scopre la verà identità di Burton non sarà per nulla facile ai due amanti sfuggire alle sue ire mortali..

Più che un horror, Il mistero del castello nero è un melodramma amoroso a tinte fosche: i due innamorati seguendo l’esempio di Giulietta e Romeo, bevono la famigerata droga che rallenta i battiti fino a simulare la morte ma il dottor Meissen che ha proposto loro l’espediente non ha abbastanza coraggio per resistere alla crudeltà del conte e rivela a von Bruno l’arcano rischiando che i due finiscano sepolti vivi e l’unico vero momento di tensione del film è proprio il montaggio alternato del conte che scende nella cripta mentre Burton si sta risvegliando.




Theblackcastle


Il dottor Meissen è interpretato da Boris Karloff, sfruttato piuttosto male nel film, destino peggiore tocca a Lon Chaney Jr: il suo Gargon, servitore mostruoso di von Bruno, ha un ruolo marginale, per i cultori resta solo il piacere di vedere l’attore truccato sul modello del trasformismo del celebre padre.




Theblackcastle


Fatti presenti tutti i difetti della pellicola, devo dire che sono rimasta piuttosto sorpresa dall’accuratezza della messa in scena:la ricostruzione del settecento viennese è piuttosto precisa;
Misterocastelloneroanche la scenografia del castello è molto ricca, strapiena di grate, prigioni e passaggi segreti: addirittura una fossa con coccodrilli vivi che i due amanti attraversano su un cornicione con un gioco di luci e suoni che ricorda la scena in piscina de Il bacio della pantera (animale oggetto della caccia di von Bruno, con cui combatte corpo a corpo Burton).
L’esordiente regista austriaco Nathan Juran dimostra un certo talento wellesiano anche nella composizione dell’immagine, nell’uso dei soffitti e nel bianco e nero fortemente contrastato: tutto sommato Il mistero del castello nero non è un film così disastroso come lo descrivono i dizionari di cinema e può soddisfare almeno la curiosità dei patiti del genere.