Addio a Christopher Lee

ChristopherLee Solo oggi si è saputo che domenica 7 giugno è scomparso Christopher Lee, al secolo Christopher Frank Carandini Lee nato a Londra il 27 maggio 1922 ma con ascendenze italiane essendo figlio della nobildonna  Estelle Marie Carandini dei marchesi di Sarzano, e come si evince dal cognome l’attore vanta una parentela con l’archeologo Andrea Carandini.
E’ stato un attore completamente dedito al lavoro tanto da essere comparso in quasi trecento film, dando vita a bizzarri incroci tra i personaggi interpretati, ad esempio aver vestito i panni sia di Sharlock Holmes che del fratello Mycroft Holmes e del Lord di Baskerville e altre amenità cinefile che potrete trovare nei trivia della sua pagina imdb.
L’attività recitativa di Lee iniza dopo il secondo conflitto mondiale e il debutto sul grande schermo avviene nel 1948 nell’ottimo mistery/horror Il mistero degli specchi di Terence Young. Un esordio che sembra anticipare il destino dell’attore che dopo otto anni di gavetta approda alla Hammer per interpretare “la creatura” ne  La maschera di Frankenstein, insieme all’amico Peter Cushing che interpreta Frankenstein.

Hammer1

La maschera di Frankenstein sbanca i botteghini e la Hammer prosegue nel suo lavoro di rivisitazione dei mostri Universal degli anni’30 puntando sulla coppia di antagonisti Cushing /Lee.
Nel 1958 i due interpretano per la prima volta Van Helsin e Dracula in Dracula il vampiro: il vampiro di Lee è memorabile quanto quello di Bela Lugosi e l’attore rivestirà i panni del principe della notte ben 12 volte tra il 1958 e il 1976, sette volte solo per la Hammer che lo utilizza anche in altri ruoli ad esempio la serie di cinque film dedicata alla maschera del perfido Fu Manciù.

Dracula

LamummiaIl film della serie di mostri Hammer che preferisco, però, è certamente La mummia del 1959, remake della versione del 1932 con Boris Karloff, anche se viene considerata migliore la pellicola di Karl Freund, io adoro la versione del 1959 perché è uno dei primi ricordi cinematografici della mia infanzia e la trovo molto più romantica della prima.
Per quanto Sir Christopher non amasse la definizione di star dei film del terrore, Lee fu sicuramente un’icona del genere per tutti gli anni ’60 lavorando anche in Italia con Mario Bava nel notevole La frusta e il corpo, La vergine di Norinberga di Antonio Margheriti entrambi del 1963 e ne La cripta e l’incubo, per la regia di Camillo Mastrocinque nel 1964.
Nel 1973 è protagonista dell’interessante horror The Wicker Man, di Robin Hardy, il film è poco visibile molto più conosciuto à il remake del 2006, Il prescelto con Nicholas Cage che pur non essendo all’altezza dell’antecedente, riesce a far intuire l’atmosfera dei riti pagani studiati da Hardy per trasporli nella sua pellicola.
Dookusarumancharlemagne Nel 2011 il regista ha ripreso le tematiche pagane in The Wicker Tree e ovviamente anche in questo film c’è un ruolo per Lee.
Sul finire degli anni ’70 è pronta una nuova leva di registi cresciuti con i film dell’attore che sono ben lieti di affidargli un ruolo nelle loro opere: Spielberg in 1941: Allarme a Hollywood, Joe Dante in Gremlins 2 – La nuova stirpe e poi la collaborazione con Tim Burton, che lo annovera tra i suoi attori feticcio insieme a Lugosi e Vincent Price e lo sceglie per Il mistero di Sleepy Hollow, La fabbrica di cioccolato, come voce de La sposa cadavere e per Dark Shadows.
George Lucas gli riserva il ruolo del Conte Dooku nella seconda trilogia di Guerre Stellari (episodi II e III)
Il ruolo che forse lo svincola, almeno presso le nuove generazioni, dalla figura di Dracula è quello di Saruman nella doppia trilogia che Peter Jackson ha dedicato al ciclo de Il signore degli anelli e Lo Hobbit tra l’altro Christopher Lee aveva anche avuto modo di conoscere l’autore della saga, J.R.R. Tolkien.
Christopher Lee è stato un artista poliedrico la cui iperattività non si limita solo al mondo del cinema: da sempre dotato di una bella voce, ben oltre gli 80 anni si avvicina alla musica metal e nel 2010 compone addirittura Charlemagne: By the Sword and the Cross un’opera sinfonica metallara dedicata a Carlo Magno di cui Lee è discendente, ovviamente dal ramo italiano della famiglia.

Alfred Hitchcok nei film della Universal Pictures

Sono andata a vedere la mostra dedicata a Hitchcok dal Palazzo Reale di Milano con una certa prevenzione, sicura che l’allestimento non avrebbe mai potuto competere con quello eccellente dedicato a La finestra sul cortile nella sezione cinema dell’esibizione monegasca Les annés Grace Kelly dove era stato ricreata la stanza di Jeffries e gli schermi montati nei mezzi di ripresa rimandavano scene del film e della complessa lavorazione.
Effettivamente il materiale fotografico esposto nella mostra milanese non è nulla di eccezionale, foto già conosciute che si trovano molto facilmente nelle board di Pinterest che un qualsiasi amante del cinema raccoglie sul maestro del brivido.
A rendere la mostra degna di nota sono i video commenti del critico cinematografico Gianni Canova che sottolineano il continuo lavoro sperimentale di Hitchcock anche nei flm presi in esame girati nella mezza età da un’artista ormai affermatissimo: La finestra sul cortile, L’uomo che sapeva troppo, La donna che visse due volte, Psyco e Gli Uccelli rappresentano tutte sfide Hitchcok lancia allo spettatore ma anche alla propria arte.
Per chi ama il cinema e soprattutto Hitchcok è una mostra da non perdere perchè fonte di molte nuove informazioni sul maestro del brivido: ad esempio non sapevo che Que serà serà era stata scritta appositamente per il film e che è proprio Bernard Herrmann a dirigere la sequenza del concerto alla Royal Albert Hall di Londra.
Gli Uccelli è noto per l’abbondante uso degli effetti speciali meno nota è la sperimentazione musicale: la musica nella colonna sonora è praticamente assente e tutto quello che sentiamo è ottenuto dall’elaborazione dei suoni emessi dagli uccelli: versi, fruscii di ali, ecc..
Ancora più interessante quel che emerge nel documentario girato per il centenario dell’Universal e presentato in esclusiva alla mostra che racconta come Gli Uccelli non solo sia il “film di mostri” girato da Hitchcock ma che questa pellicola sia un tassello fondamentale nel genere mostri trasformando per la prima volta in mostruosità creature graziose, a cui siamo abituati come gli uccelli che improvvisamente si rivoltano contro l’uomo senza nessun motivo. E’ l’evoluzione delle mostruosità fantascientifiche nate sull’onda della paura nucleare come Godzilla per cui, per certi versi, Hitch si cimenta anche con la sci-fi. Sarà interessante per lo spettatore scoprire quanti film si sono ispirati chiaramente a Gli Uccelli, da Lo squalo di Spielberg a Tremors.

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Alfred Hitchcok nei film della Universal Pictures

Palazzo Reale Milano

dal 21 giugno 2013 al 22 settembre 2013

20 anni senza Audrey Hepburn

Audreyhepburn Se ne andava venti anni fa Audrey Hepburn, icona di stile che in questi anni ha visto levitare il suo mito superando quasi quello di Marilyn. Mi diverte molto che la idolatrino ragazzine dalle sopracciglia (orrendamente) depilate e dalle unghie perfette mentre la loro beniamina aveva delle sopracciglia folte e per quanto riguarda le unghie mi è sempre rimasto impresso l’aneddoto raccontano da Isabella Rossellini nella sua autobiografia del 1997 in cui descrive la diva con le unghie listate di nero ma non per questo meno charmant.
Abbandono la mia indebita incursione nella moda a e torno al cinema.
Audrey Kathleen Ruston nasce a Bruxelles il 4 maggio 1929, il padre è inglese mentre la madre è un’aristocaratica olandese. Wikipedia risolve le curiosità sull’omonimia di Audrey e Kate Hepburn alludendo a una propabile medesima discendenza dal quarto Conte di Bothwell, James Hepburn.
Il divorzio dei genitori porta Audrey a vivere a Arnhem, cittadina olandese che subisce l’invasione nazista. Audrey Hepburn ha sempre giustificato la sua magrezza con la fame patiti nei duri anni sotto il dominio nazista.
Di certo anche la disciplina dovuta agli studi di danza regalano alla diva la linea invidiavibile che sarà una caratteristica della sua carriera.
Il debutto cinematografico avviene nel 1948 in un documentario educativo (L’olandese in 7 lezioni); nonostante alcune particine in produzioni cinematografiche britanniche, è il lavoro nel musical teatrale tratto da Gigi di Colette (che la scelse personalmente per il ruolo di protagonista) a portarla nel 1951 in tournee a Broadway dove vince il Theatre World Award.
Nel 1952 incanta regista (William Wyler) e produzione nel provino di Vacanze romane per il cui ruolo principale si era pensato a Liz Taylor. Gregory Peck chiede che il nome della sconosciuta attrice sia messo in cima al cartellone perchè si dice certo che la giovane Audrey vincerà l’Oscar. Per Vacanze romane, forse il suo ruolo più signifivo, la Hepburn vince non solo l’Oscar ma anche diversi altri importanti premi.
Per regia di Billy Wilder nel 1954 l’attrice gira Sabrina altro monumentale film che la pone nell’olimpo cinematografico.

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Colazionedatiffany Nel 1956 è Natasha Rostova in Guerra e Pace il kolossal tratto dal classico di Tolstoy diretto da King Vidor; nel ’57 sfoggia il suo talento di ballerina accanto a Fred Astaire in Cenerentola a Parigi ed è la giovane sognatrice che fa innamorare il vecchio playboy Gary Cooper in Arianna ancora per la regia di Billy Wilder. Nel 1959 la prima prova drammatica della carriera che le vale la terza nomination agli Oscar, il secondo BAFTA e un David di Donatello, Storia di una monaca diretto da Fred Zinnemann.
Nel 1960 vesti i panni di una mezzosangue indiana nel western di John Huston Gli inesorabili.
Nel 1961 il terzo film pilastro della sua carriera: Colazione da Tiffany dove interpeta la sofisticata e svampita Holly Golightly e incanta tutti cantando Moon river guadagnandosi una quarta nomination agli Oscar.
Nel 1962 gira un film dai toni molto scabrosi per l’epoca, trattando il tema del lesbismo, Quelle due. A dirigerla e’ nuovamente il regista di Vacanze romane, William Wyler che gira il remake de La calunnia diretto dal medesimo regista nel 1936. Accanto a Audrey Hepburn c’e Shirley MacLaine nei panni dell’insegnante effettivamente innamorata dell’amica che dopo l’insinuazione della studentessa si suicida.
Nel ’63 è protagonista accanto a Cary Grant di Sciarada, raffinata commedia giallo rosa diretta da Stanley Donen.
Nel 1964 Audrey Hepburn interpreta il lussuoso musical firmato da George Cukor, My fair lady ispirato all’opera Pigmalione di George Bernard Shaw.
Nel 1966 gira Come rubare un milione di dollari e vivere felici accanto a Peter O’Toole e Eli Wallach, l’ultima commedia diretta da William Wyler, il regista che l’aveva lanciata in Vacanze romane.


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Sempre per la regia di Stanley Donen nel 1967 è Joanna Wallace, una donna in crisi con il marito che compie un ultimo viaggio con lui e rievocando i bei tempi del loro amore ritrova la forza per ricominciare. Due per la strada resta una delle pellicole più interessanti sull’analisi del rapporto di coppia e valse una nuova nomination agli Oscar alla Hepburn. Nello stesso periodo l’attrice si separa dal marito, l’attore Mel Ferrer che aveva sposato nel 1954. Il dramma personale si consuma durante la lavorazione del thriller, prodotto dallo stesso Ferrer, Gli occhi della notte, in cui Audery Hepburn interpeta una donna cieca venuta accidentalmente in possesso di una partita di droga. Il film è diretto da Terence Young.
Dopo il ‘67 Audrey Hepbur dirada le sue apparizioni cinematografiche preferendo dedicarsi alla nuova famiglia formata con lo psichiatra italiano Andrea Dotti; da segnalare però il film girato nel 1976 accanto a Sean Connery per la regia di Richard Lester: Robin e Marian racconta le ultime avventure di Robin Hood a vent’anni di distanza dalle sue gloriose imprese. Tornato dalle Crociate ritrova Marian che si è fatta suora, stanco di aspettarlo mentre lo sceriffo di Nottingham continua a vessare il popolo.
L’ultima apparizione dell’attrice sul grande schermo risale al 1989 con un cameo in Always di Spielberg.
Finito anche il matrimonio con Dotti nel 1982, Audrey Hepburn si dedica a opere benefiche soprattutto a favore dei bambini per conto dell’UNICEF. Si spegne il 20 gennaio 1993, a soli 64 anni per un cancro intestinale.

Cars – Motori ruggenti

Cars Saetta McQueen e’ la promessa piu’ talentuosa della Piston Cup: potrebbe entrare nella storia vincendo il campionato da esordiente. Purtroppo il successo lo rende arrogante: non ha amici ed anche il team tecnico e’ decisamente stufo del suo fare presuntuoso. Mentre si sta trasferendo in California per l’ultima gara, Saetta scivola fuori dal camion che lo sta trasportando, il fedele Mack, e uscito dall’autostrada si perde nel deserto; finisce a Radiator Spring una cittadina tranquilla che sopravvive ai bordi della Route 66, la gloriosa strada madre d’America ora dimenticata in favore della piu’ rapida autostrada.
Saetta viene costretto a ripare i danni che ha causato alla cittadina con il suo turbolento arrivo: riuscira’ ad arrivare in tempo alla gara piu’ importante della sua vita?

Tecnicamente il film della Pixar e’ raffinato e perfetto, come testimonia l’inizio stupefacente. All’esemplare riproduzione del mondo delle corse si unisce l’inappuntabile umanizzazione delle automobili (la figura umana e’ totalmente bandita); la genialita’ del film di Lasseter sta proprio nell’utilizzare le macchine, simbolo di velocita’, consumo ed inquinamento, per raccontare una storia che celebra la gioia di godersi il viaggio, prestando attenzione alle piccole cose e alla bellezza del panorama, mitizzando un tempo andato “quando la strada seguiva il paesaggio” invece di deturparlo per far posto alle autostrade.
Lo script invece e’ il punto debole di questo film, che resta indubbiamente molto bello, ma la vicenda procede senza scossoni verso l’ovvio happy end e si nota qualche calo di ritmo nei (forse eccessivi) 116 minuti di durata della pellicola; in ogni caso va riconosciuto alla Pixar il merito di esser stata in grado di uscire dall’ormai consueto gioco delle citazioni cinematografiche, tipico di tutti i film di animazione degli ultimi anni: a parte una citazione da La guerra dei mondi di Spielberg che compare in un sogno ad occhi aperti di Saetta, si preferisce dare spazio alle atmosfere ed uno dei momenti piu’ belli del film e’ gioco sul gotico americano, corrente secondo la quale la provincia nasconde mostruosita’ ed orrori, con l’ingresso in campo della mietitrebbia Frank che per me e’ stato il momento piu’ esilarante del film.
SergefilmoreOttime le caratterizzazioni dei comprimari: piu’ che la Cinquecento gialla Luigi, fan sfegatata delle Ferrari, mi sono piaciuti i due amici/nemici: Sarge, l’integerrima jeep della seconda guerra mondiale (che nel finale terra’ un corso di sopravvivenza per Suv moderni) che battibecca sempre con Fillmore, il classico pulmino Wolksvagen dei figli dei fiori che vende carburante biologico fatto in casa.
Come sempre, da seguire fino alla fine i titoli di coda che tra l’altro riservano una divertente celebrazione dei vent’anni della Pixar rivisitando in chiave automobilistica alcuni dei piu’ grandi successi della casa d’animazione.

Altra tradizione rispettata e’ quella di far precedere il film da un corto, in questo caso One man band racconta la storia di due suonatori ambulanti che si contendono il soldino di una bambina con fantasmagoriche esibizioni delle loro abilita’ strumentistiche, ma al solito chi troppo vuole..
Esilarante.
Ratatouille Altra chicca e’ il primo trailer cinematografico di Ratatouille, il film d’animazione del prossimo anno che ha per protagonista un topo gourmet che non accetta di nutrirsi di rifiuti ma preferisce una vita pericolosa pur di assaggiare le prelibatezze dei migliori ristoranti parigini.

Surface

SurfaceMisteriosi fenomeni colpiscono gli oceani che circondano l’America: un sottomarino scomparso dai radar viene ritrovato a chilometri di distanza integro ma completamente privo d’equipaggio, strane piogge di meteoriti illuminano le notti sul mare, ma e’ il ritrovamento di un immenso vertebrato marino spiaggiato sulle coste della Louisiana ad attirare l’attenzione della biologa marina Laura Daugherty che in un immersione per studiare una fonte geotermica sottomarina aveva assistito a strani fenomeni luminosi ed ascensionali ed ad interessare un sub, Richard, che aveva perso il fratello, trascinato nelle profondita’ degli abissi da un enorme pesce arpionato durante una battuta di pesca subacquea; nel frattempo Miles, un ragazzino che ha visto strane creature mentre faceva sci nautico di notte nella baia vicino casa, torna sul luogo e si porta a casa un bizzarro uovo che si schiudera’ in maniera devastante nell’acquario del salotto..
Questi sono alcuni degli elementi della prima puntata del nuovo serial di genere fantascientifico/sovrannaturale che e’ iniziato martedi’ 11 aprile su Fox, forte del grande seguito avuto in America durante l’inverno appena trascorso.
Prodotto dalla NBC il telefilm ha come referente l’immaginario spilberghiano: il ragazzino instaurera’ un rapporto alla E.T. con l’ospite alieno (?) che si e’ portato in casa e la scena di Miles e il fido amico che in notturna vanno in bici a setacciare la baia e’ costruita come la mitica fuga in bici del suddetto capolavoro di Spielberg; anche le piogge di meteoriti che generano fulmini sul mare ripropone il modello visivo dell’ultima Guerra dei mondi.
Surface, si propone come un buon prodotto medio televisivo che si installa sulla scia di serial di successo come Lost o 4400: io mi sono molto divertita con questa prima puntata, perche’ gli autori hanno avuto l’accortezza di ripescare un topos dimenticato ma molto in voga negli anni ‘70, quello dello studio delle profondita’ degli abissi con i loro misteri e le potenzialita’ di sviluppare una civilta’ sottomarina.

Auguri a Leonaro Di Caprio

30 anni anche per Leonardo di Caprio,  ultimo vero divo made in Hollywood.

Dimostrata la sua bravura in film come Buoncompleanno Mr. Grape o Romeo+Giulietta, il giovane attore e’ passato indenne attraverso il folle successo mediatico del Titanic e si e’ posto sotto l’ala di registi come Scorsese (Gangs of New York, The Departed – Il bene e il male) e Spielberg (Prova a prendermi).

Si attende nelle sale la sua ultima fatica, sempre diretta da Martin Scorsese, The Aviator,
sulla controversa figura del magnate Howard Hughes, mentre e’
definitivamente naufragato il progetto di Baz Luhrman in cui Di Caprio
avrebbe vestito i panni di Alessandro il Grande.