Italia 2025 con Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie, Corrado Fortuna, Antonio Gerardi,Francesco Gheghi, Daphne Scoccia regia di Mario Martone
Estate 1980 la scrittrice Goliarda Sapienza cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo essere finita in carcere per aver rubato dei gioielli. Abbandonando ogni speranza di veder pubblicato il suo romanzo, Goliarda sembra trovare conforto nell’amicizia con due ragazze conosciute in carcere…
Al di là del semplice gioco fuori /dentro riferito al carcere e al rovesciamento di come la protagonista riesca a vivere in maniera opposta all’idea convenzionale di cosa sia fuori e dentro rispetto alla detenzione, mi stupisce quanto un titolo semplice come Fuori si riveli perfetto per descrivere la protagonista e il film stesso che è un’opera delicata che sa racchiudere più mondi e modi di vivere.
Goliarda Sapienza è l’autrice de L’arte della gioia, romanzo pubblicato postumo in Francia e che solo dopo il successo internazionale è stato pubblicato in Italia. Intellettuale che sopravvive grazie a traduzioni e correzioni di bozze, finisce in galera per il furto di gioielli a casa di un ex amica/amante.
In questa realtà la scrittrice trova una rinnovata libertà nel rapporto con le compagne di cella, in particolare Roberta, una giovane da sempre coinvolta con la malavita, con legami con il brigatismo e vittima della droga. Una figura affascinante e torbida resa molto bene da Matilda De Angelis che in un finale inatteso offre a Goliarda del materiale che si rivela fondamentale per i due libri sull’esperienza carceraria che daranno notorietà alla scrittrice.
Il film è permeato da ritmi sospesi, fuori dal tempo, c’è l’inquadratura di un orologio che segna le 10 e 10 e non serve altro per capire a cosa allude nell’estate dell’80 ma tutto il peso della Storia resta fuori da questa storia marginale dallo spaesamento umano di una donna stanca di combattere per far pubblicare la propria opera e quindi far riconoscere il proprio valore intellettuale, respinta dal mondo al quale forse non ha mai sentito di appartenere, la Roma dei salotti bene.
La capitale è un’altra protagonista della pellicola, fotografata con i colori ingialliti di una vecchia polaroid che dilatano i tempi morti dell’estate, le sue architetture sia i palazzi bene che le borgate hanno un un che di minaccioso, sorta di castello chiusi da cui le protagoniste sono escluse o da cui fuggono.
La storia non è lineare ma tutto un gioco di flash back tra episodi che precedono l’esperienza carceraria e altri che la seguono, senza soluzione di continuità, a creare una realtà parallela a quella cronologica, cercando di ricostruire il mondo interiore di un’autrice fuori dagli schemi.
Merita attenzione l’interpretazione della Golino premiata col Nastro d’argento come migliore attrice protagonista: è importante ricordare come l’attrice che ha vestito i panni della scrittrice, quasi contemporaneamente è stata anche regista e sceneggiatrice dell’ottima miniserie tv tratta dal romanzo L’arte della gioia
Joy of Living USA 1938, RKO con Irene Dunne, Douglas Fairbanks Jr., Alice Brady, Guy Kibbee, Lucille Ball, Frank Milan, Jean Dixon nel ruolo di Harrison Eric Blore, Warren Hymer, Billy Gilbert, Phyllis Kennedy, Franklin Pangborn, James Burke, John Qualen, George Chandler regia di Tay Garnett
Maggie Garret è una stella di Broadway che lavora duramente per mantenere il suo successo e la famiglia che vive alle sue spalle: i genitori ex attori, la sorella, sua sostituta ufficiale, il marito di lei boxeur fallito e le due nipotine. Per sfuggire alle avances di un corteggiatore Dan Brewster, Maggie lo fa arrestare ma poi, dispiaciuta che l’uomo finisca il galera, finisce per diventare l’affidataria a cui Brewster si deve presentare due giorni a settimana. I due s’innamorano e si sposano ma la donna non è pronta ad abbandonare la carriera e la famiglia fino a quando non capisce che i parenti la stanno sfruttando.
Costosissima commedia musicale della RKO che fu un flop al botteghino e nonostante i nomi di richiamo la pellicola non funziona molto e manca di ritmo.
La famiglia scroccona che vive alle spalle della star ricorda un po’ Argento vivo con Jean Harlow ma il personaggio di Maggie è troppo buono e ingenuo nella sua dedizione a famiglia e carriera anche quando un giornale rende pubblici i suoi conti: l’attrice è sul lastrico per mantenere i vizi dei famigliari.
D’altro canto Dan è troppo leggero (non si capisce perché di tanto in tanto si metta a fare Paperino) figlio di una dinastia di banchieri, preferisce godersi la vita, cosa non difficile avendo un isolotto privato nei mari del Sud.
Diverse commedie brillanti, pur ambientate nel bel mondo, riescono a fare satira di costume non è questo il caso, Gioa di amare mostra solo i lati più superficiali della commedia screwball e il tocco surreale è solo illogico.
Il film si ricorda per essere incappato nella censura del Codice Hays che trasforma il titolo Joy of Loving nel più casto Joy of Living; Lucille Ball, poco più che esordiente interpreta Selina la sorella minore della protagonista.
Italia 2024 con Rocco Papaleo, Blaise Afonso, Giulia Maenza, Lisa Do Couto Texeira, Max Mazzotta, Claudia Gerini, Gianfelice Imparato, Massimiliano Bruno, Massimo De Lorenzo, Guglielmo Favilla, Guillaume de Tonquédec regia dei Manetti Bros.
La stella del campione del calcio Etienne Morville s’appanna velocemente e crolla dopo che il calciatore fa body shaming ad un’influencer. Per ricostruire la sua immagine pubblica, il suo procuratore accetta la proposta della squadra dilettanti di Palmi i cui cittadini si sono tassati per racimolare i cinque milioni del cartellino di Morville…
Dopo la trilogia di Diabolik, i Manetti Bros tornano alla commedia indagando a modo loro il sotto genere calcistico.
Il film diventa l’occasione di sottolineare la dicotomia tra la metropoli e la provincia, tra il calcio dei grandi ingaggi e quello dilettantistico pur non aggiungendo nulla di nuovo, però persino io, ormai ben lontana dal mondo calcistico, ricordo lo spirito aggregante della squadretta di calcio del mio paesino.
La prima parte in cui Don Vincenzo s’ingegna per raccogliere il capitale è divertente e anche sottilmente pungente: per quanto assurdo, credo sia possibile che dei tifosi si tassino per comprare un giocatore ma nessuno pensa di tassarsi (e ben pochi a pagare le tasse) per far ripartire l’ospedale.
L’arrivo della stella del calcio dovrebbe portare la US Palmese in vetta ma Morville, per evitare di infortunarsi, fa il minimo possibile per la squadra fino a quando non ritroverà la passione per il calcio.
Favola semplice e dal finale prevedibile, il film si distingue per lo sforzo di raccontare le scene calcistiche con uno stile diverso da quello televisivo e allora alla staticità dei calciatori fa da controcanto lo split screen tipico dei Manetti Boris con inserti cartoon che rimandano al mitico fumetto di Holly e Benji.
If I Had a Million USA 1932, Paramount con Charles Laughton, Gary Cooper, George Raft, Jack Oakie, Richard Bennett, Charles Ruggles, Alison Skipworth, W.C. Fields, Mary Boland, Roscoe Karns, May Robson, regia di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman Z. McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone
Il tycoon John Glidden, sarebbe in punto di morte ma a tenerlo in vita è il pensiero della sua eredità: nessuno sembra in grado di gestire le sue imprese, tanto meno gli inetti parenti già radunati alle porte della sua stanza decide così di lasciare un milione di dollari a otto sconosciuti scelti dal caso…
Film ad episodi della Paramount, Se avessi un milione, è una parabola agrodolce (sono gli anni della Grande Depressione) sul ruolo del denaro che non sempre ha la capacità di migliorare la vita di chi lo riceve. Mostra anche la valenza personale che la pecunia ha nella vita di ognuno e degli usi più disparati che la gente ne fa per risarcire le proprie frustrazioni. Il prologo e l’epilogo sono diretti da Norman Taurog.
Il primo episodio diretto da Norman Z. McLeod, riguarda un mite commesso che dal reparto libreria è stato trasferito a quello delle porcellane: il magro aumento sparisce nei rimborsi per la merce rotta provocando i continui rimproveri della moglie. Quando riceve il denaro la prima cosa che fa è devastare tutte le porcellane del negozio.
Il secondo episodio ha per protagonista una prostituita che appena ricevuto il denaro si prende la camera più lussuosa della città per dormire finalmente sola; la regia è di Stephen Roberts.
Bruce Humberstone dirige George Raft, uno dei re dei gangster movie nel segmento più beffardo: l’attore è un falsario che finisce per non poter incassare l’assegno milionario perché ricercato dalla polizia e non può nemmeno svenderlo ai ricettatori per la sua fama, finirà comunque in prigione e il suo assegno verrà usato per accendere un sigaro.
Il quarto episodio è nuovamente diretto da Norman Z. McLeod che ripresenta il tema della vendetta declinata come una comica girata tutta in esterni: due anziane stelle del vaudeville che hanno coronato il sogno di avere una macchina nuova immediatamente distrutta da un pirata della strada, usano il milione per comprare 10 macchine usate e rendere pan per focaccia a tutti i pirati della strada che incontrano in quella giornata.
Il quinto episodio per la regia di James Cruze è il più controverso e drammatico: un condannato a morte riceve l’assegno il giorno dell’esecuzione e si illude che il denaro potrà salvarlo ma la condanna è ormai irrevocabile.
Il sesto episodio è diretto da Ernst Lubitsch e riprende un po’ il tema del primo episodio, un impiegato che per prima cosa si prende una rivincita sul datore di lavoro. Sebbene McLeod sia un regista di gran valore, il taglio di Lubitsch è totalmente diverso da quello del collega: praticamente privo di dialoghi e concepito come una serie di piani sequenza, ci mostra l’impiegato Phineas V. Lambert, ovvero Charles Laughton, ricevere l’assegno e senza scomporsi salire dal mega direttore per fargli una pernacchia.
William A. Seiter dirige Gary Cooper e Jackie Oakie più Roscoe Karns nel ruolo di tre inseparabili marines che, ricevuto l’assegno il 1 aprile, credono si tratti di uno scherzo e lo rifilano per 10 dollari al padre della ragazza che tutt’e tre corteggiano, finiscono per l’ennesima volta in prigione per rissa e vedendo Maria e il padre tutti agghindati sono colti da un leggerissimo sospetto…
L’ultimo episodio, forse il più toccante, ha la regia di Stephen Roberts e racconta di un’anziana donna ricoverata in un ospizio che usa i soldi per trasformare il ricovero per donne sole pieno di regole umilianti in un club esclusivo per gattare dove far ricevimenti a cui viene invitato anche il magnate Glidden sempre più lontano dall’idea della morte.
Credo giri ancora una vecchia copia doppiata in Italiano da cui sono esclusi due episodi, quelli di Lubitsch (!) e quello del condannato a morte.
USA 2025, Netflix con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery, Charles Dance, Christoph Waltz regia di Guillermo del Toro
Screenshot
I membri di una spedizione danese verso il Circolo Polare Artico stanno cercando di liberare la loro nave dai ghiacci quando sentono una forte esplosione e trovano un uomo malconcio inseguito da una bizzarra creatura. Il capitano porta il capitano sulla nave ed ascolta la sua storia: si tratta del Barone Frankenstein figlio di un noto chirurgo di cui ha seguito le orme. Ossessionato dalla morte della madre, Victor Frankenstein ha come obbiettivo sconfiggere la morte, ci riesce con l’aiuto di Harlander, un ricchissimo venditore d’armi che presto sarà suo parente visto che la nipote Elizabeth sta per sposare il fratello di Victor, William. Anche Victor s’innamora di Elizabeth ma la ragazza lo rifiuta però il suo aiuto sarà fondamentale per permettere a Victor di oltrepassare i confini della morte e riportare in vita la sua Creatura. Nonostante la riuscita dell’esperimento Victor è deluso dalla scarsa intelligenza dimostrata dall’essere che il creatore aveva immaginato come superuomo e arriva persino ad odiarlo dopo aver visto l’affinità elettiva che il mostro ha creato con Elizabeth e cerca di distruggerlo ma l’essere si rivela immortale. Il racconto è interrotto dall’ingresso della creatura che ancora una volta è sopravvissuto ed è venuto a reclamare Victor, la creatura racconta la sua storia, come sia sopravvissuto all’esplosione che ha distrutto la torre, di come si sia evoluto e abbia scoperto il mistero della sua creazione rintracciando Victor perché gli creasse una compagna per sfuggire alla solitudine. L’incontro avviene la vigilia delle nozze di Elisabeth e William; il rifiuto di Victor di creare una compagna alla creatura scatena l’ira del mostro, Elizabeth muore nel tentativo di salvarlo da Victor. Rimasti soli, creatore e creatura iniziano ad inseguirsi raggiungendo i confini del mondo. Ormai in punto di morte Victor comprese ragioni del mostro e chiede perdono morendo tra le sue braccia. Il capitano della nave lascia andare la Creatura che in cambio libera la nave dai ghiacci e invece di proseguire la spedizione, la nave fa rotta verso casa.
Diviso in prologo, due capitoli e un epilogo, l’attesissimo film di Guillermo del Toro che il regista sognava di realizzare da anni, si rivela molto simile alla sua creatura: un innesto di vari rimandi cinematografici tra le varie versioni del romanzo di Mary Shelley più altre suggestioni tra tutte The Elephant Man da cui la Creatura di Del Toro prende l’autodeterminazione di voler essere riconosciuto come essere umano, o quantomeno vivente e senziente.
È un ibrido strano non sempre felice nelle soluzioni (il racconto della Creatura è un po’ ridondante nel ribadire chi sia il vero mostro) che personalmente ho apprezzato molto. Tornano alcuni punti salienti della teoretica del regista messicano e il rapporto creatore / creatura approfondisce quanto già sviluppato in Pinocchio una metafora del rapporto complesso sulla genitorialitá e anche sul processo creativo.
Ancora una volta Del Toro umanizza il mostro regalandogli un’umanità antispecista che nasce dalla sofferenza e crea un’affinità elettiva con anime che si sentono incomprese.
Trovo molto interessante lo spostamento temporale: il film è ambientato nel 1857, nel pieno della rivoluzione industriale, quando al positivismo scientifico risponde la nascita di movimenti spiritisti e l’esplosione della letteratura fantastica, di cui il romanzo della Shelley era stato un antesignano essendo del 1818.
Lo slittamento temporale permette di giocare con la tensione tra positivismo e spiritismo ma permette all’opera di parlare più chiaramente del nostro tempo. Quel corpo in attesa di essere riportato in vita sembra un robot e non dimentichiamo la grossa battaglia che negli ultimi anni le maestranze cinematografiche americane stanno combattendo (il famoso sciopero del 23 che fermò diverse produzioni seriali) contro l’uso dell’intelligenza artificiale. Non a caso il capitano alla guida della spedizione che si era detto affine allo spirito di ricerca di Frankenstein, dopo aver visto consumarsi il dramma del barone e della sua creatura, decide di tornare indietro. Direi che il messaggio del regista è chiaro ed è piuttosto beffardo che lo lanci da una delle piattaforme più coinvolte nell’uso degli algoritmi.
Anche fare di Harlander un mercante d’armi che ha a disposizione una ricchezza infinita e ha uno scopo ben preciso sulla ricerca di Frankenstein è un riferimento ben preciso ai nostri giorni tra guerre e ricerca soggetta alle esigenze del capitalismo.
Se la trama è il messaggio del film possono aver fatto storcere qualche naso, la bellezza della messa in scena ha ben pochi o nulli detrattori.
Anche nelle scenografie Del Toro ruba pezzi di altri film: la torre è una ziggurat che richiama Metropolis (e anche lì un robot prende vita per arringare le folle) i convertitori d’energia dai colori psichedelici di una tipica produzione di Corman e al suo La maschera della morte rossa fa pensare l’abito inopinatamente rosso della madre di Victor.
Ad interpretarla sempre l’attrice Mia Goth: la sua Elizabeth non viene riportata in vita dopo la morte ma il doppio ruolo della protagonista rimanda a La moglie di Frankenstein sequel del 1935 dove Elsa Lanchester oltre la Sposa veste anche i panni di Mary Shelley nel prologo.
I costumi sono meravigliosi non solo per fedeltà storica (alcuni gioielli sono originali) ma anche perché i tessuti rimandano al mondo dell’entomologia di cui Elizabeth è cultrice, una passione che le permette di interessarsi alla Creatura ed entrare in connessione con lei, poi falene ed altri insetti sono tutti animali psicopompi (atti cioè a trasferire le anime dopo la morte).
Come in Crimson Peak il regista realizza un serrato dialogo con l’arte se nel film precedente lo stile di riferimento era quello preraffaellita, qui abbiamo un rimando al ritratto di Sissi coi i capelli sciolti di Franz Xaver Winterhalter del 1865 mentre molti avranno riconosciuto il famoso quadro che imperversa da Barry Lyndon a Emma.
Evidente anche un interesse di Del Toro per la scultura, la plasticità del corpo inanimato rimanda al Rinascimento o al Neoclassicismo se vogliamo fare paragoni azzardati nella posa della creatura incatenata ho rivisto la Maddalena del Canova, nell’innaturalezza del corpo dissezionato le pose di Rabarama il cui stile mi sembra tornare anche nel gioco di cicatrici sul corpo della Creatura, interpretato da un Jacob Elordi giudicato troppo bello e non adeguatamente imbruttito.
Ho letto che Del Toro ha una passione per Boris Karloff che oltre l’iconico Frankenstein del 1931 è stato anche La Mummia del 1932 è proprio a quest’interpretazione di Karloff sembra l’ispirazione del dagherrotipo del volto della Creatura che guarda caso- si anima tra le bende e diventa rabbioso dopo l’attacco dei lupi, come detto in apertura questo Frankenstein è un innesto di tanti corpi cinematografici e soprattutto cannibalizza altre due grandi maschere dei mostri Warner La mummia e L’uomo lupo
USA 1980 con Adrienne Barbeau, Jamie Lee Curtis, Janet Leigh, John Houseman, Tom Atkins, James Canning, Charles Cyphers, Nancy Kyes, Ty Mitchell, Hal Holbrook, John Goff, George “Buck” Flower, Regina Waldon, Jim Haynie, Darwin Joston regia di John Carpenter
20 aprile 1980: la cittadina di San Antonio Bay sta per festeggiare il centenario della fondazione, è la notte della vigilia e un vecchio marinaio intrattiene i bambini raccontando vecchie storie di fantasmi e leggende locali mentre il reverendo Malone trova il diario di un suo antenato che racconta un misfatto all’origine della fondazione. A mezzanotte in punto strani fenomeni colpiscono la città e una strana nebbia avvolge un’imbarcazione che sta rientrando in porto. Il reverendo informa i notabili della città del crimine perpetrato a una comunità di lebbrosi dai loro avi ma si decide di procedere con i festeggiamenti: la sera la nebbia torna ad avvolgere la città e a pretendere la sua vendetta…
Cameo di Carpenter nel ruolo del tutto fare della chiesa di San Antonio
Dopo aver diretto il caposaldo del genere slasher, ovvero Halloween, Carpenter torna a una classica storia di fantasmi ma l’uscita (e il successo) di Scanners di Cronenberg fa intuire al regista che i gusti del pubblico virano verso il gore quindi al film vengono aggiunte tutte le scene in cui dalla nebbia emergono i fantasmi dei naufraghi e aggrediscono i cittadini di San Antonio, compresa la scena in cui la proprietaria della radio , Stevie Wayne, viene aggredita sul tetto del faro e quella in cui Elizabeth viene aggredita in obitorio.
Carpenter stesso ammette di non amare molto The Fog proprio per le aggiunte successive e se il film col tempo è diventato un classico che riaggiorna alla rinnovata stagione dell’horror anni’70-80 la lezione di Lev Lewton della paura creata dall’ignoto, si nota qualche sbandamento nell’evoluzione della trama. Ad esempio il personaggio di Jamie Lee Curtis, una misteriosa autostoppista che arriva in città proprio la sera del 20 aprile e che si chiama Elizabeth come la nave portata alla schianto nel 1880: ci sono un po’ troppi elementi non debitamente approfonditi per pensare che il personaggio nasca solo come scream queen dí contorno…
Interessante la figura di Stevie Wayne, la proprietaria del faro e della radio: non essendo originaria di San Antonio non dovrebbe attirare la vendetta dei revenants ma il suo ruolo di speaker che racconta in diretta l’avanzare della nebbia (escamotage narrativo d’effetto) la rende una figura ostile ai fantasmi in cerca di vendetta.
Il regista riconosce come ispirazione il film di fantascienza I mostri delle rocce atomiche (The Trollenberg Terror) del 1958 ma a me è venuto in mente come possibile spunto anche l’ultimo film britannico di Hitchcock prima di partire per gli USA: Taverna alla Giamaica racconta di una banda di pirati che attira le navi sugli scogli per farle affondare e poi depredarle e la nebbia che penetra sotto le porte mi ha ricordato il fumo verde che s’infiltra per uccidere i primogeniti egizi ne’ I Dieci Comandamenti di Cecil B De Mille.
Curiosità: al suo secondo film Jamie Lee Curtis lavora accanto alla madre Janet Leigh (la signora Meyers), si ritroveranno in uno stesso film 18 anni dopo in Halloween – 20 anni dopo.
Midsommar, USA Svezia, 2019 con Florence Pugh, Jack Reynor, William Jackson Harper, Vilhelm Blomgren, Will Poulter,Ellora Torchia, Archie Madekwe, Julia Ragnarsson, Björn Andrésen regia di Ari Aster
Christopher trascina stancamente una relazione con la problematica Dani e quando la sorella bipolare di lei si suicida uccidendo anche i genitori, Christopher rimane l’unico punto di riferimento della ragazza che viene invitata al viaggio estivo in Svezia nel villaggio natale di Pelle, uno degli amici di Christopher per vedere i riti di mezz’estate. La vacanza andrà in maniera ben diverse dalle aspettative dei ragazzi…
Il film di Ari Aster non è solo un folk horror dove i protagonisti si ritrovano in realtà rurali chiuse, governate da strani riti cruenti, tema non certo nuovo al cinema horror.
L’apporto più interessante è sicuramente lo studio della relazione di coppia profondamente sbilanciata: Dani rimasta sola al mondo dopo la tragedia che l’ha colpita si aggrappa al fidanzato, immaturo e superficiale che sogna solo una vacanza con i compagni di università.
Ampliando il concetto, Midsommar diventa una riflessione sul mondo delle sette e la loro facilità di far presa su chi è in difficoltà: la condivisione del dolore del tradimento con le altre ragazze ha un significato catartico per Dani sempre sola e incompresa nel suo dolore per le perdite familiari.
La trama non riserva molti colpi di scena, lo sviluppo è piuttosto prevedibile ma lo stile rarefatto e dilatato (forse troppo) ha il suo fascino. Notevole la fotografia: se è inusuale un horror ambientato in situazioni diurne, Midsommar spinge ulteriormente la situazione con una fotografia leggermente sovraesposta che rappresenta un mondo falsamente idilliaco fatto di abiti bianchi e corone di fiori tra i capelli ispirato alle illustrazioni d’inizio secolo di Carl Larsson.
Il film è anche l’ultima apparizione sullo schermo di Bjorn Andrésen, il Tadzio di Morte a Venezia scomparso in questi giorni. Ha il significativo cameo del vecchio della coppia con la cui morte iniziano i nove giorni di riti solari.
Undine Germania 2020 con Paula Beer, Franz Rogowski, Maryam Zare, Jacob Matschenz regia di Christian Petzold
Quando viene lasciata dal suo ragazzo, Undine lo minaccia di morte ma Johannes sparisce dalla sua vita. Nello stesso giorno la ragazza incontra Christoph, un palombaro e tra i due nasce l’amore. Tutto procede magnificamente finché un giorno Undine, mentre accompagna Christoph alla stazione, incontra casualmente Johannes con la sua fidanzata, l’uomo si fa trovare sul posto di lavoro di Undine e le ripropone di tornare insieme. La ragazza non risponde ma la sera riceve una telefonata da Christoph infuriato perché si è accorto di tutto. Undine cerca di spiegarsi ma il fidanzato è irraggiungibile: in realtà è in coma irreversibile per esser rimasto troppo tempo sott’acqua impigliato in una turbina, l’evento è avvenuto prima della telefonata ricevuta dalla ragazza che si reca a casa di Johannes e lo annega in piscina per poi andare ad inabissarsi nel lago dove Christoph ha avuto l’incidente. Nel momento in cui Undine scompare Christoph si risveglia dal coma. Cerca a lungo Undine ma poi si rifà una vita con Monika. Alcuni anni dopo nel lago in cui ha avuto l’incidente Christoph vede Undine…
Primo capitolo di una trilogia sulla solitudine che si sviluppa anche nell’ultimo film del ’23, Il cielo brucia, firmata dal regista Christian Petzold, uno degli autori più quotati del cinema tedesco che in Undine si rifà molto al cinema francese: a parte il tributo a L’atalante nelle scene subacquee, il film mi ha ricordato un po’ il ciclo Commedie e proverbi di Rohmer, in particolare L’amico della mia amica per l’importanza che lo sfondo urbano ricopre nel film.
Undine è ambientato a Berlino e la città vive nei racconti della ragazza che lavora al museo e ha il compito di raccontare l’evoluzione della città nel corso dei secoli e soprattutto nel periodo della ricostruzione dopo la caduta del muro.
Molti sono gli scorci della città contemporanea ma il titolo dell’opera e il nome della protagonista rimandano alle ondine, figure mitologiche particolarmente presenti nel folklore germanico e al racconto romantico di Friedrich de la Motte Fouqué in particolare, s’ispira il film di Petzold, almeno nella storia di cornice quella con Johannes che come nel racconto Undine ucciderà, cambia la motivazione: non è il tradimento di Johannes ma l’aver rovinato il nuovo amore che spinge la donna all’omicidio.
Quello con Christoph è un amore totalizzante per entrambi, un amour fou che rompe gli schemi e letteralmente: la distruzione dell’acquario al loro primo incontro, la rottura della gamba del modellino del palombaro poi riaggiustata, il vino sulla parete, scene simboliche che sottolineano e anticipano la tragedia. Christoph sembra in grado di riconoscere la natura fantastica di Undine: è in grado di vedere l’enorme e leggendario pesce gatto chiamato Gunther che vive nel lago, scopre la scritta con il nome di lei su un pilone e riesce a vedere il suo fantasma: Undine si è sacrificata portando con sé il vecchio amante donnaiolo e torna per liberare Christoph dal suo ricordo per lasciarlo libero di vivere il suo nuovo amore e il suo ruolo di padre.
anche The Romance of Seville GB 1929 con Alexander D’Arcy, Marguerite Allan, Randle Ayrton, Cecil Barry, Hugh Eden, Eugenie Amami regia di Norman Walker
Fin dalla più tenera età il ricco Ramon Duniga è promesso a Dolores ma quando i due giovani s’incontrano non scatta la scintilla: Dolores è innamorata di un ufficiale e Ramon s’invaghisce di Pepita dopo aver sventato una rapina a casa sua…
Film muto inglese a cui venne aggiunta una colonna sonora nel 1930 noto per annoverare tra gli sceneggiatori anche Alma Reville, già moglie e collaboratrice di Alfred Hitchcock. È anche il primo film inglese realizzato a colori con il Pathéchrome.
Più che una commedia romantica A Romance of Seville è un film d’azione che ha per protagonista Ramon Duniga, il più obbediente figlio di Siviglia, come si presenta lui stesso che ha la fortuna di trovarsi sempre al momento giusto nel posto giusto: uscito in giardino a fumare dopo la presentazione alla fidanzata, la scopre amoreggiare con l’ufficiale Juan, ben contento di potersi liberare del matrimonio di convenienza, Ramon rimane colpito dalla bella Pepita ma il loro gioco di sguardi viene interrotto dai ladri che sono entrati in casa della ragazza. L’azzimato signorino in frac e brillantina riesce a scacciare i tre malintenzionati e, liberato anche il padre della ragazza, diventa ospite gradito della famiglia.
Nella rapina a casa di Pepita è coinvolto Esteban un suo spasimante ricattato per debiti dal bandito Ruffo. Ramon ha ancora la fortuna d’intercettare un biglietto che Esteban lascia a Ruffo con la combinazione della cassaforte e ruba la collana per metterla in salvo. Non trovando i preziosi, Ruffo e i suoi rapiscono Pepita ma ancora una volta Ramon ha la fortuna d’intercettare uno dei banditi e riesce a liberare l’amata prima che Juan arrivi con il suo drappello di soldati a sgominare la banda.
A sottolineare la sicurezza nella propria fortuna sono le grandi risate con cui Ramon accoglie i cambiamenti di rotta: la scoperta che Dolores ama un altro, il biglietto caduto dall’alto. Sempre elegante e impomatato, Ramon ha il fascino di Zorro pur facendo esclusivamente i propri interessi… amorosi.
A romance of Seville è un film che procede senza scossoni verso il naturale lieto fine, piacevole nell’accuratezza delle scenografie e della bella fotografia che esalta la luce spagnola e presenta qualche raffinato gioco di luce sui volti dei protagonisti.
USA 2024, Warner Bros con Winona Ryder, Jenna Ortega, Michael Keaton,Monica Bellucci, Catherine O’Hara, Justin Theroux, Willem Dafoe, Arthur Conti, Burn Gorman, Danny DeVito, Mark Heenhan, Stephen K. Amos, Santiago Cabrera regia di Tim Burton
Lidia Deetz è diventata una star televisiva con un programma sulle case infestate, ha un pessimo rapporto con la figlia adolescente Astrid che non crede ai suoi poteri paranormali visto che non può metterla in contatto con il padre morto; quando Charles Deertz viene a mancare, Astrid, Lidia e la matrigna Delia riaprono la casa di Winter River per il funerale. Qui Astrid s’innamora di un ragazzo dalle malevoli intenzioni tanto che per salvarla Lidia è costretta a chiedere l’aiuto di Beetlejuice e ad accettare di sposarlo ma dal passato del bio esorcista è riemersa Delores, la sua prima moglie…
Per la prima volta Tim Burton gira un sequel di un suo film originale, la scelta, vagheggiata da tempo, ricade sull’irrispettoso bio esorcista dando la possibilità al regista di riaggiornare al presente la satira sul mondo della televisione, l’arte e gli onnipresenti influencer.
Il film è divertente ma la scorrettezza del primo film si è molto ammorbidita, punto accettabile essendo un chiaro segno dei tempi. Torna la sarabanda surreale tra mondo dei vivi e mondo dei morti ancora più mescolati che nel primo film.
Come al mondo dell’audiovisivo su cui satireggia (più divertente la critica sottile al mondo dell’arte contemporanea che l’osannata scena degli influencer risucchiati dal cellulare) Burton presta più attenzione alla superficie che ai contenuti: precisa la citazione del cinema espressionista del Gabinetto del Dr Caligari, bella la fotografia, i balletti e gli effetti speciali; rimane un po’ di delusione per la trama tirata via in fretta eppure sia il fidanzato fantasma di Astrid e soprattutto la ex di Beetlejuice, Delores avrebbero meritato di essere molto più che sbiaditi comprimari: erano personaggi degni di entrare nell’universo burtoniano, asfittico da troppi anni: forse forse era un progetto più adatto ad una serie?