Undine – Un amore per sempre

Undine
Germania 2020
con Paula Beer, Franz Rogowski, Maryam Zare, Jacob Matschenz
regia di Christian Petzold

Quando viene lasciata dal suo ragazzo, Undine lo minaccia di morte ma Johannes sparisce dalla sua vita. Nello stesso giorno la ragazza incontra Christoph, un palombaro e tra i due nasce l’amore. Tutto procede magnificamente finché un giorno Undine, mentre accompagna Christoph alla stazione, incontra casualmente Johannes con la sua fidanzata, l’uomo si fa trovare sul posto di lavoro di Undine e le ripropone di tornare insieme. La ragazza non risponde ma la sera riceve una telefonata da Christoph infuriato perché si è accorto di tutto. Undine cerca di spiegarsi ma il fidanzato è irraggiungibile: in realtà è in coma irreversibile per esser rimasto troppo tempo sott’acqua impigliato in una turbina, l’evento è avvenuto prima della telefonata ricevuta dalla ragazza che si reca a casa di Johannes e lo annega in piscina per poi andare ad inabissarsi nel lago dove Christoph ha avuto l’incidente. Nel momento in cui Undine scompare Christoph si risveglia dal coma. Cerca a lungo Undine ma poi si rifà una vita con Monika. Alcuni anni dopo nel lago in cui ha avuto l’incidente Christoph vede Undine…

Primo capitolo di una trilogia sulla solitudine che si sviluppa anche nell’ultimo film del ’23, Il cielo brucia, firmata dal regista Christian Petzold, uno degli autori più quotati del cinema tedesco che in Undine si rifà molto al cinema francese: a parte il tributo a L’atalante nelle scene subacquee, il film mi ha ricordato un po’ il ciclo Commedie e proverbi di Rohmer, in particolare L’amico della mia amica per l’importanza che lo sfondo urbano ricopre nel film.

Undine è ambientato a Berlino e la città vive nei racconti della ragazza che lavora al museo e ha il compito di raccontare l’evoluzione della città nel corso dei secoli e soprattutto nel periodo della ricostruzione dopo la caduta del muro.

Molti sono gli scorci della città contemporanea ma il titolo dell’opera e il nome della protagonista rimandano alle ondine, figure mitologiche particolarmente presenti nel folklore germanico e al racconto romantico di Friedrich de la Motte Fouqué in particolare, s’ispira il film di Petzold, almeno nella storia di cornice quella con Johannes che come nel racconto Undine ucciderà, cambia la motivazione: non è il tradimento di Johannes ma l’aver rovinato il nuovo amore che spinge la donna all’omicidio.

Quello con Christoph è un amore totalizzante per entrambi, un amour fou che rompe gli schemi e letteralmente: la distruzione dell’acquario al loro primo incontro, la rottura della gamba del modellino del palombaro poi riaggiustata, il vino sulla parete, scene simboliche che sottolineano e anticipano la tragedia.
Christoph sembra in grado di riconoscere la natura fantastica di Undine: è in grado di vedere l’enorme e leggendario pesce gatto chiamato Gunther che vive nel lago, scopre la scritta con il nome di lei su un pilone e riesce a vedere il suo fantasma: Undine si è sacrificata portando con sé il vecchio amante donnaiolo e torna per liberare Christoph dal suo ricordo per lasciarlo libero di vivere il suo nuovo amore e il suo ruolo di padre.

The woman in black

Thewomaninblackloc.jg GB 2012 Hammer Film
con Daniel Radcliffe, Ciarán Hinds,
regia di James Watkins

Il giovane avvocato londinese Arthur Kipps si reca in uno sperduto villaggio nella brughiera per sovrintendere all’eredità della defunta signora Drablow. L’accoglienza non è delle migliori e Kipps scoprirà a sue spese che la vecchia casa nella palude è infestata dalla Donna in nero: ogni sua apparizione costa la vita a un bambino. Riuscirà il giovane avvocato a dare pace al vendicativo fantasma prima che in paese arrivi il suo figlioletto?

Il film godette di una certa notorietà all’uscita perché era l’attesa prova attoriale di Radcliffe dopo la saga di Harry Potter e direi che l’attore se la cava più che dignitosamente nel ruolo del giovane affranto per la prematura morte di parto dell’amata moglie. Radcliffe è spesso in scena da solo e nonostante si trovi ad affrontare coraggiosamente prove sovrannaturali come il maghetto a cui ha dato corpo, non mi ha mai ricordato Harry Potter.
Più che dei seguiti dell’epopea potteriana il film meriterebbe di essere ricordato perché segna il ritorno della Hammer Film, la mitica casa di produzione horror inglese, alla produzione cinematografica dopo oltre un trentennio di inattività per il grande schermo (l’ultimo film prodotto risale al 1979 e fu Il mistero della signora scomparsa, remake de La signora scompare di Alfred Hitchcock).
The woman in black è tratto dall’omonimo romanzo gotico di Susan Hill (titolo italiano La donna in nero) e presenta molti cliché dell’horror classico soprattutto la vecchia villa abbandonata che ha una pregevolissima ambientazione che ricorda un po’ Mont-Saint-Michel: sorge su uno scoglio raggiungibile solo durante la bassa marea.

Thewomaninblack

L’inizio è molto interessante per la capacità di saper giocare con la suggestione: la donna in nero esiste veramente o rappresenta le angosce di un giovane padre restato solo a badare al figlioletto?
La trama horror poi prende il via e resta credibile con la storia della madre costretta a cedere il proprio bambino alla sorella e impazzita dopo che il piccolo è annegato nella palude.
Purtroppo il finale, che sarebbe di grand’effetto, è rovinato da una scena completamente inutile che ha il torto di anticipare quello che andrà ad accadere; in realtà è il sottofinale, dato che ci tocca ancora un conciliante happy end post mortem e lo sguardo cattivo dell’implacabile donna in nero: un vero peccato!
Intanto da inizio gennaio è nelle sale inglesi e americane il sequel The Woman in Black 2: Angel of Death, la cui vicenda si svolge 40 anni dopo i fatti che coinvolsero Arthur Kipps.

Fantasma d’amore

Fantasmadamorejpg Italia 1981
con Romy Schneider Marcello Mastroianni
regia di Dino Risi

Un giorno, il distinto commercialista pavese Nino Monti prende l’autobus e presta cento lire a una donnetta sciatta per pagare la corsa. La donna garantisce che gli restituirà la moneta e la sera stessa lo contatta telefonicamente confessandogli di essere Anna Brigatti, l’amore giovanile di Nino, ormai sfatto dalla malattia. Raccontando l’accaduto ad alcuni amici, l’uomo viene a sapere che Anna è morta da qualche anno, dopo essere andata a vivere a Sondrio. Casualmente il commercialista deve andare a Sondrio e decide di telefonare al conte Zighi, marito (o forse vedovo?) di Anna ma a rispondere è proprio la donna e Nino la ritrova bella come in gioventù. I due decidono di vedersi a Pavia e durante una gita in barca la donna annega lasciando Nino nel timore di aver perso la ragione.

Incursione nel gotico da parte di Dino Risi e penultimo film della bellissima Romy Scheider che non si fa problemi ad imbruttirsi notevolmente per recitare il ruolo di Anna malata. Un film non molto amato dalla critica che andrebbe invece rivalutato per la capacità di costruire un’atmosfera malsana di delirio psicologico: solo nella scena finale capiamo che la voce off del protagonista non stava raccontando a noi la vicenda, ma Nino sta narrando ossessivamente la sua storia agli altri ricoverati nella stessa clinica dove alla fine è stato internato.
Alla luce della via destrutturata che ha preso il cinema contemporaneo potremmo quasi dire che Risi anticipa questo stile. La trama potrebbe essere raccontata in modo classico dicendo che il fantasma di una donna morta torna sulla terra per vendicarsi di chi l’aveva allontanata dal suo grande amore e vuole incontrarlo per l’ultima volta ma Risi preferisce giocare con l’illusione mentale di un uomo dalla vita apparentemente soddisfatta che improvvisamente si trova a fare i conti con il passato. Estremo anche il romanticismo nostalgico nella scena in cui Nino allontana il fantasma e si vede il soprabito bianco volteggiare giù dal ponte e scivolare nell’acqua
Gli attori sono bravissimi e oltre alle trasformazioni della Schneider va sottolineata l’interpretazione magistrale di Mastroianni. Coprotagonsita è la città di Pavia, brumosa e malsana nel suo spettrale panorama invernale, con le nebbie del fiume che salgono ad avvolgere i vicoli contorti del centro storico sotto lo sguardo severo dei suoi monumenti romanici.
E’ impressionante per la sottoscritta riconoscere quasi tutti gli esterni del film, credo sia la prima volta che mi capita; per chi fosse interessato a saperne di più consiglio lo speciale Davinotti sulle location esatte della pellicola.

Ragnatela

Ragnatela

The Avenging Conscience: or ‘Thou Shalt Not Kill’
USA 1914
con Henry B. Walthall, Spottiswoode Aitken, Blanche Sweet, George Siegmann, Ralph Lewis, Mae Marsh, Robert Harron
regia di D. W. Griffith

Un giovane orfano allevato dallo zio, inizia a litigare con il parente quando s’innamora di una ragazza: il tutore vorrebbe che si dedicasse solo al lavoro e quando la fanciulla si presenta e invita il giovane a un party lo zio la prende a male parole. Benché l’innamorato la difenda e la segua, l’umiliazione è così cocente che la ragazza decide di lasciarlo. Disperato il ragazzo medita vendetta e uccide lo zio nascondendo il corpo nell’intercapedine del camino ma il fantasma del morto inizia a perseguitarlo..

Griffith prende spunto da due racconti di Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore e il poema Annabel Lee di cui compaiono anche alcuni brani nelle didascalie e Annabel è anche il nome dato alla “sweethart” di cui il giovane è innamorato.




The avenging conscience


La storia prende il via drammaticamente con la morte della giovane madre. Il fratello della donna si prende cura del nipote ma quando lo vede allontanarsi per amore gli rinfaccia di averlo sempre mantenuto e pretende che si occupi di lui fino alla morte. L’evidenziare la doppia natura dell’uomo rivela la finezza psicologica di Griffith che lavora molto per antitesi: sei i due innamorati vanno comunque al party dopo gli insulti del vecchio, il loro animo non è certo festaiolo e Griffith non si accontenta di mostrarli mogi in mezzo alle altre coppie felici, inserisce l’inserto della cameriera che ha la conferma dell’amore del commesso del salumiere per evidenziare ancora di più la tristezza dei due amanti.




The avenging coscience


Vedendo un ragno che tesse la tela il ragazzo decide di tendere una trappola allo zio per liberarsi di lui ed essere libero di sposare l’amata con i soldi dell’eredità. L’omicidio viene però visto da un brutto ceffo (guarda caso un italiano) che ricatta il giovane.




L'italiano ricattatore Ragnatela


Anche la coscienza però si risveglia e il ragazzo è perseguitato dal fantasma del vecchio, ha crisi mistiche in cui gli appare Cristo che gli ricorda il quinto comandamento: Thou Shalt Not Kill.
Risulta un po’ strano che dopo la notte di pentimento il giovane non confessi tutto alla polizia che ha già intuito la sua colpa: la tensione è palpabile grazie ai dettagli sulle mani nervose del giovane, e il tamburellare del detective che irrita ancora di più il colpevole ma colpo di scena! è tutto un sogno, un brutto incubo in cui il nipote immagina di uccidere lo zio e quando finalmente lo ritrova in carne ed ossa passa ogni rancore, anche la fanciulla dopo una notte di sonno ristoratore decide di non lasciare il giovane nonostante l’opposizione del tutore e si reca a casa sua dove viene accolta amorevolmente anche dal vecchio che si scusa.




Theavengingconscience


Trionfa il lieto fine in un tripudio di animaletti e graziosi bimbetti vestiti da satiri incantati dal flauto di Pan.

The Eye e altri horror

Theeye Ho visto recentemente the eye , discreto film giapponese dai molteplici riferimenti al cinema nostrano: dallo strausato topos dell’impianto di parti di corpi altrui che mantengono la coscienza della personalità precedente, a the mouthman profecy a il sesto senso. La mia riflessione verte proprio su questo nuovo filone inaugurato con il sesto senso e proseguito con the others, per citare i titoli più eclatanti. Da sempre l’horror è una delle vie preferenziali per raccontare forme di disagio: negli anni’80 il genere era caratterizzato in particolare dall’angoscia giovanile: la paura di crescere e del sesso, ecco allora tutta una serie di splatter ambientata in college, e altri luoghi studenteschi, o comunque giovanili che culminò nel poco noto, ma emblematico society -the horror del 1989. Con il sesto senso è nato un nuovo archetipo del terrore: la figura del fantasma che non sa o non accetta di essere tale e lotta disperatamente per farsi riconoscere e mantenere le peculiarità della sua esistenza terrena. In epoca di folle rincorsa verso l’eterna giovinezza è quasi banale leggervi un rifiuto della morte; vi si può scorgere un sottotesto più nascosto ed inquietante se pensiamo che la misura della nostra esistenza è data dal riconoscimento che gli altri fanno al nostro lavoro e dalla nostra posizione sociale: quindi non è forse la vita che i protagonisti temono di perdere ma il loro prestigio, finendo ai margini della società, diventando degli invisibili, come sottolinea anche il programma della jena Marco Berry.