U.S. Palmese

Italia 2024
con Rocco Papaleo, Blaise Afonso, Giulia Maenza, Lisa Do Couto Texeira, Max Mazzotta, Claudia Gerini, Gianfelice Imparato, Massimiliano Bruno, Massimo De Lorenzo, Guglielmo Favilla, Guillaume de Tonquédec
regia dei Manetti Bros.

La stella del campione del calcio Etienne Morville s’appanna velocemente e crolla dopo che il calciatore fa body shaming ad un’influencer. Per ricostruire la sua immagine pubblica, il suo procuratore accetta la proposta della squadra dilettanti di Palmi i cui cittadini si sono tassati per racimolare i cinque milioni del cartellino di Morville…

Dopo la trilogia di Diabolik, i Manetti Bros tornano alla commedia indagando a modo loro il sotto genere calcistico.

Il film diventa l’occasione di sottolineare la dicotomia tra la metropoli e la provincia, tra il calcio dei grandi ingaggi e quello dilettantistico pur non aggiungendo nulla di nuovo, però persino io, ormai ben lontana dal mondo calcistico, ricordo lo spirito aggregante della squadretta di calcio del mio paesino. 

La prima parte in cui Don Vincenzo s’ingegna per raccogliere il capitale è divertente e anche sottilmente pungente: per quanto assurdo, credo sia possibile che dei tifosi si tassino per comprare un giocatore ma nessuno pensa di tassarsi (e ben pochi a  pagare le tasse) per far ripartire l’ospedale.

L’arrivo della stella del calcio dovrebbe portare la US Palmese in vetta ma Morville, per evitare di infortunarsi, fa il minimo possibile per la squadra fino a quando non ritroverà la passione per il calcio.

Favola semplice e dal finale prevedibile, il film si distingue per lo sforzo di raccontare le scene calcistiche con uno stile diverso da quello televisivo e allora alla staticità dei calciatori fa da controcanto lo split screen tipico dei Manetti Boris con inserti cartoon che rimandano al mitico fumetto di Holly e Benji.

Elvis

USA 2022, Warner Bros
con Austin Butler, Tom Hanks, Helen Thomson, Richard Roxburgh, Olivia DeJonge, Luke Bracey, David Wenham, Kelvin Harrison Jr., Xavier Samuel, Kodi Smit-McPhee, Dacre Montgomery, Leon Ford, Kate Mulvany, Jay Chaydon, Charles Grounds, Josh McConville
regia di Baz Luhrmann



Elvis


La parabola di Elvis Presley dagli esordi per una etichetta locale di Memphis al successo interplanetario, dal sogno di una carriera hollywoodiana alla Jimmy Dean agli ultimi anni nella prigione durata dei resort di Las Vegas raccontata dal Colonnello Parker, misterioso imbonitore socio al 50% del re del rock’n’roll.

Confesso di avere una conoscenza superficiale della vita di Elvis Presley, conosco le canzoni più celebri, il legame indissolubile con Las Vegas e la rovinosa caduta nelle dipendenze che lo ha portato a una morte prematura imbolsito e sfatto. L’unica curiosità che sapevo è che il cantante nasce biondo e il nero corvino dei capelli è dovuto alla tintura, dettaglio rispettato nei flash back sull’infanzia povera dell’artista.
Ovviamente nulla sapevo del misterioso manager, l’imbonitore di origine olandese emigrato illegalmente negli USA riuscendo a spacciarsi per decenni come un ex ufficiale dell’esercito diventando noto come il Colonnello Tom Parker: se ci si ferma a riflettere, il fatto che la più grande stella del rock fosse in mano a un personaggio così ambiguo, suona veramente bizzarro e proprio sul mefistofelico rapporto tra il Colonnello e la sua creatura, Luhrmann incentra il film trasformando il biopic sul cantante in una favola nera sul successo di massa tipico della seconda metà del XX secolo venandolo di reminiscenze faustiane: il trucco caricaturale di Tom Hanks, il patto sulla ruota panoramica, i vari e fallimentari tentativi del cantante di liberarsi del suo ingombrante manager che ben presto ne ha svenduto la carriera per il proprio tornaconto personale.



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Con la sua solita cifra stilistica barocca il regista australiano realizza un film vorticoso caratterizzato dall’uso dello split screen e di immagini di repertorio di vario genere, che trascina lo spettatore nel mondo di Elvis lasciandogli molte suggestioni e ben poche risposte: il rapporto con i cantanti di colore, il suo gruppo di fedelissimi amici e parenti, il legame fortissimo con la famiglia, sia quella d’origine che con la moglie Priscilla e la figlia Lisa Marie, sono tutti elementi, forse poco approfonditi, ma mostrati nei loro aspetti ambivalenti, nell’impatto sia negativo che positivo sulla parabola della prima grande rock star, che ancora oggi conserva alcuni primati artistici e mediatici mai più raggiunti.
In fondo però, più che il giudizio sul cantante, sicuramente molto amato dall’autore, è più interessante il rapporto ambivalente di Elvis con il suo manager, imbonitore da fiera, non dimentichiamolo mai, un personaggio che potrebbe essere uscito da La fiera delle Illusioni di Guillermo del Toro, talmente camaleontico da essere l’alter ego del cantante e del pubblico adorante che divora il suo idolo.

Quella sporca ultima meta

The Longest Yard
USA 1974
con Burt Reynolds, Eddie Albert, Ed Lauter, James Hampton, Michael Conrad, John Steadman, Harry Caesar, Charles Tyner, Mike Henry, Jim Nicholson, Bernadette Peters, Pervis Atkins, Tony Cacciotti, Anitra Ford, Richard Kiel, Mort Marshall, Ray Nitschke, Tony Reese, Sonny Sixkiller, Robert Tessier, Dino Washington, Ernie Wheelwright, Steve Wilder, George Jones, Donald Hixon, Joe Kapp, Don Ferguson, Wilbur Gillan, Joe Jackson, Sonny Shroyer, Howard Silverstein, Ray Ogden
regia di Robert Aldrich



The longest yard


Paul Crewe, ex campione di rugby beccato a vendere le partite della propria squadra, vive alle spalle della fidanzata e quando la lascia rubandole la macchina, finisce in galera. Lo accoglie il capitano Knauer che con modi bruschi lo invita a declinare l’offerta che il direttore del carcere sicuramente gli farà, cioè di occuparsi della squadra di rugby delle guardie. Crewe ubbidisce al capitano e il direttore Hazen lo spedisce ai lavori forzati più duri, Crewe finisce per cedere e accettare la proposta del direttore, quando gli propone di fare iniziare il campionato con una squadra più debole, il direttore decide di creare una squadra di galeotti di cui Crewe sarà il capo. Dopo le molte peripezie per creare la squadra, la partita si rivela più complicata del previsto per le guardie così Hazen corrompe Crewe per ottenere la vittoria, l’uomo accetta con la promessa che le guardie non infieriranno sui detenuti ma Hazen invita i secondini a fare proprio il contrario così Crewe torna in campo e per la prima volta in vita sua combatte per un ideale, vincendo



The longestyard-


Il genere carcerario è sempre stato un modo per ricreare un microcosmo in cui sottolineare lo scontro violento tra potere costituito e losers dove il primo si sente in diritto di sopraffare il secondo per le colpe che sta scontando. Quando si unisce al genere sportivo, apoteosi di retorica e di senso di rivalsa i risultati difficilmente non sono coinvolgenti e Quella sporca ultima meta ne è un’ottima riprova.
Alla regia troviamo il veterano Robert Aldrich, regista che sempre indagato il tema del conflitto e della violenza che ne consegue, tema che sviluppa molto bene anche in questa pellicola, anche se la materia è leggera e non mancano momenti comici: la malta negli stivali con l’altro galeotto è una vera gag muta sottolineata dalla classica musichetta delle comiche.



Quella sporca ultima meta


Il tema principale sarebbe il riscatto del cinico campione Crewe che ha sempre messo i soldi prima di tutto, rovinando la sua carriera vendendo le partite, una cosa che non comprendono neppure i galeotti più efferati tra cui vige comunque un senso dell’onore. Crewe quindi deve prima consolidare la sua reputazione presso gli altri carcerati che sono attirati dal far parte della squadra solo per poter menare i carcerieri senza conseguenze. Ben presto prevale il tema dello scontro caro al regista e tutto si trasforma in uno scontro tra ordine costituito prevaricante e i carcerati che a modo loro conservano il senso del rispetto e che con divertente furbizia ribattono i colpi di violenza gratuita dei secondini.


Quellasporcaultima meta


La galleria di personaggi è perfetta: dal grande e scemo al grande e ultraviolento, la spia che provoca l’incendio della cella in cui muore Caretaker, il braccio destro di Crewe, l’ex gloria sciancata che vuole provare per l’ultima volta il piacere di segnare, la discriminante razziale, con i galeotti di colore che accettano di giocare solo per vendicarsi dell’ennesimo sopruso fatto all’unico di colore che era entrato in squadra.



Quella sporca ultima meta


Anche dalla parte dell’ordine costituito la piramide gerarchica è perfetta nelle facce e negli atteggiamenti al culmine c’è il direttore Hazen, dall’apparente bonomia che nasconde la violenza più bieca come dimostrato nella scena del post partita.
Molto bello l’inseguimento iniziale di Crewe in fuga con l’auto dell’ex e memorabili le scene della partita con lo split screen.

Addio a Osamu Dezaki

Ladyoscar

Omaggio al regista di anime giapponesi con le sigle italiane dei tre suoi lavori piu’ celebri in Italia. La sua opera si caratterizzo’ per l’accuratezza del disegno, i tagli obliqui dell’inquadratura e l’introduzione nel cartone animato dello split screen e del fermo immagine a suggellare i momenti piu’ drammatici.
Celebrato soprattutto come il papa’ di Lady Oscar subentro’ in realta’ a meta’ produzione chiamato a rilanciare il prodotto in declino che riusci’ a trasformare in un successo planetario caratterizzandolo con il suo stile.











Blow out

Usa 1981
con John Travolta, Nancy Allen, Dennis Franz, John Lithgow
regia di Brian De Palma.


Blowout

Jack Terry e’ un tecnico del suono con un passato in polizia, ora si occupa degli effetti sonori in filmetti di serie B. Una notte mentre sta registrando dei suoni all’aperto, assiste casualmente a un incidente d’auto in cui rimane ucciso un noto politico in lizza per la Casa Bianca mentre era in compagnia di un’accompagnatrice occasionale. Jack salva la ragazza e viene pregato di non far trapelare nulla dell’avventura del politico ma una volta a casa scoprira’ di aver registrato un rumore insolito che precede l’incidente: uno sparo..

Blowout

Assente troppo a lungo dalle televisioni, Blow out viene proposto da domani per tre serate da Sky Cinema Classics.
Con il suo consueto citazionsimo (gia’ il titolo dimostra il chiaro omaggio a Blow up di Michelangelo Antonioni) De Palma riflette su un tema per lui fondamentale, il rapporto tra realta’ e finzione e questa volta lo spazio in cui si svolge l’azione e’ proprio quello cinematografico visto dall’insolita angolazione del suono: sara’ il colpo di fucile che non doveva essere registrato a metter in monto la vicenda e sara’ la mancanza di voce, coperta dai fuochi d’artificio a portarla a termine.
Il film si apre con un divertente piano sequenza di tre minuti (per la precisione 2 piu’ 1, dato che c’e’ una cesura) dove si fa il verso agli horror porno-soft creati dalla casa di produzione per cui lavora Jack e prosegue con un gustoso split screen dove si mostra il lavoro di Jack mentre nell’altra meta’ dello schermo la televisione racconta l’ascesa del governatore che avra’ l’incidente a cui assistera’ il protagonista. L’attenzione con cui De Palma si occupa di un aspetto poco noto del cinema, gli effetti sonori, testimoniano l’amore assoluto del regista per la settima arte e col passare del tempo sono diventati uno degli aspetti piu’ interessanti del film dato che quei macchinari analogici sono ormai cimeli da museo e il film stesso mentre li celebra, ne decreta anche un po’ la morte visto che c’e’ un uso di effetti digitali (i due protagonisti sullo sfondo dei fuochi d’artificio nel finale) che, benche’ ancora rudimentale, anticipa i tempi che verranno.
La vicenda thriller e’ probabilmente troppo macchinosa ma De Palma non lesina i virtuosismi: c’e’ una prevalenza cromatica di soli quattro colori bianco rosso, blu e giallo e molte inquadrature sono composte solo con questi colori e poi c’e’ l’uso quasi sperimentale della macchina da presa che ruota piu’ volte su se’ stessa mentre Jack scopre che hanno frugato a casa sua e cancellato tutto il suo lavoro.
Notevole il cast a partire da un bravo John Travolta in un ruolo inusuale per lui, soprattutto in quel momento della sua carriera dov’era l’idolo delle ragazzine, una svampitissima Nancy Allen e per i cultori di Dexter sara’ un piacere trovare John Lithgow gia’ nei panni del serial killer.
Si inizia ridendo ma si finisce nella commozione piu’ assoluta con uno dei finali piu’ tristi e cinicamente romantici che abbiate mai visto.