Anora

USA 2024, Universal
con Mikey Madison, Mark Eydelshteyn, Jura Borisov, Karen Karagulian, Vache Tovmasyan, Darya Ekamasova, Aleksej Serebrjakov
regia di Sean Baker

Ani, ballerina erotica di un night newyorkese, sa parlare il russo e per questo motivo viene spedita al tavolo di Vanja Zakharov, figlio di un ricchissimo magnate russo. Tra i due scatta una bella chimica e Vanja la richiede in esclusiva per una settimana e poi finisce per sposarla. La notizia manda su tutte le furie i genitori del ragazzo che fugge lasciando la sposina in balia delle guardie del corpo che dovrebbero far annullare il matrimonio prima dell’arrivo dei datori di lavoro…

È da un po’ che lo penso: il cinema classico è talmente dimenticato che se un giovane regista s’ispirasse a quel mondo attualizzandolo, sarebbe riconosciuto come autore ed ecco qua la concretizzazione di quello che  rimugino da tempo tra me e me.

Dopo 10 minuti buoni di scene descrittive delle attività del night (però poi Ani si arrabbia se viene definita prostituta e specifica di essere solo una ballerina erotica, vabbè…) e quasi il doppio di riprese stile istagram o tik tok della vita sprecona dei super ricchi, intorno al minuto 47 il film inizia a carburare: entrano in scena i gorilla dal cuore d’oro che non vogliono fare male alla ragazza che dal canto suo li mena di santa ragione terrorizzandoli e il loro capo, Toros un armeno con il compito di controllare a vista lo svagato e sempre strafatto Vanja che non si è mai palesato fino a quel momento è costretto ad abbandonare il ruolo di padrino a un battesimo di famiglia (la scena è costruita come una gag di un film anni’30).

Vanja è un ragazzino problematico che si è sposato nella speranza di guadagnare in questo modo la cittadinanza americana e liberarsi degli ingombranti genitori e quando si vede scoperto non sa far altro che fuggire, il film prende i contorni di un road movie scalmanato anni ’80 più dalle parti degli exploit surreali di Madonna che di Tutto in una notte o Fuori Orario

Recupero del fuggitivo, arrivo dei magnati russi dominati dalla virago Galina Zacharova, come da tradizione del cinema classico, e ovviamente mancanza di happy end ma scioglimento del matrimonio, la nota amara del fallimento di Anora che cha lottato fino all’ultimo per mantenere la fortuna piovutale addosso. 

Come dai più banali filmetti pre-code  la simpatia è tutta per la protagonista, circondata per altro da figure macchiettistiche: ad un certo punto Toros ha iniziato a ricordarmi il padre di Midge Maisel, non solo perché il doppiatore è lo stesso ma perché aveva lo stesso modo isterico di Abe di reagire ai drammi familiari che sconvolgevano il suo tran tran quotidiano.

Finale che sa toccare il cuore anche se non si discosta dal cliché della prostituta che fa tutto tranne che baciare in bocca e sarà proprio il tentativo di Igor di baciarla a far crollare la maschera di Anora.

Un film sicuramente piacevole da vedere ma mi domando, visto che il film è stato premiato anche per la miglior regia, dov’è il taglio autoriale in un film che deve usare il campo lungo per non mostrare troppo le nudità dei protagonisti? Il merito è quello di aver raccontato il sesso con eleganza, utilizzando il flare del sole per coprire il seno della protagonista? Beh se la motivazione fosse questa mi permetto di far notare che c’è una scena in cui il televisore emerge dal mobile che lo contiene e non oso pensare alle allusioni sessuali che avrebbe potuto costruire Hitchcock su quel marchingegno…

Se avessi un milione

If I Had a Million
USA 1932, Paramount
con Charles Laughton, Gary Cooper, George Raft, Jack Oakie, Richard Bennett, Charles Ruggles, Alison Skipworth, W.C. Fields, Mary Boland, Roscoe Karns, May Robson, regia di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman Z. McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone

Il tycoon John Glidden, sarebbe in punto di morte ma a tenerlo in vita è il pensiero della sua eredità: nessuno sembra in grado di gestire le sue imprese, tanto meno gli inetti parenti già radunati alle porte della sua stanza decide così di lasciare un milione di dollari a otto sconosciuti scelti dal caso…

Film ad episodi della Paramount, Se avessi un milione, è una parabola agrodolce (sono gli anni della Grande Depressione) sul ruolo del denaro che non sempre ha la capacità di migliorare la vita di chi lo riceve. Mostra anche la valenza personale che la pecunia ha nella vita di ognuno e degli usi più disparati che la gente ne fa per risarcire le proprie frustrazioni.
Il prologo e l’epilogo sono diretti da Norman Taurog.

Il primo episodio diretto da Norman Z. McLeod, riguarda un mite commesso che dal reparto libreria è stato trasferito a quello delle porcellane: il magro aumento sparisce nei rimborsi per la merce rotta provocando i continui rimproveri della moglie. Quando riceve il denaro la prima cosa che fa è devastare tutte le porcellane del negozio.

Il secondo episodio ha per protagonista una prostituita che appena ricevuto il denaro si prende la camera più lussuosa della città per dormire finalmente sola; la regia è di
Stephen Roberts.

Bruce Humberstone dirige George Raft, uno dei re dei gangster movie nel segmento più beffardo: l’attore è un falsario che finisce per non poter incassare l’assegno milionario perché ricercato dalla polizia e non può nemmeno svenderlo ai ricettatori per la sua fama, finirà comunque in prigione e il suo assegno verrà usato per accendere un sigaro.

Il quarto episodio è nuovamente diretto da Norman Z. McLeod che ripresenta il tema della vendetta declinata come una comica girata tutta in esterni: due anziane stelle del vaudeville che hanno coronato il sogno di avere una macchina nuova immediatamente distrutta da un pirata della strada, usano il milione per comprare 10 macchine usate e rendere pan per focaccia a tutti i pirati della strada che incontrano in quella giornata.

Il quinto episodio per la regia di James Cruze è il più controverso e drammatico: un condannato a morte riceve l’assegno il giorno dell’esecuzione e si illude che il denaro potrà salvarlo ma la condanna è ormai irrevocabile.

Il sesto episodio è diretto da Ernst Lubitsch e riprende un po’ il tema del primo episodio, un impiegato che per prima cosa si prende una rivincita sul datore di lavoro. Sebbene McLeod sia un regista di gran valore, il taglio di Lubitsch è totalmente diverso da quello del collega: praticamente privo di dialoghi e concepito come una serie di piani sequenza, ci mostra l’impiegato Phineas V. Lambert, ovvero Charles Laughton, ricevere l’assegno e senza scomporsi salire dal mega direttore per fargli una pernacchia.

William A. Seiter dirige Gary Cooper e Jackie Oakie più Roscoe Karns nel ruolo di tre inseparabili marines che, ricevuto l’assegno il 1 aprile, credono si tratti di uno scherzo e lo rifilano per 10 dollari al padre della ragazza che tutt’e tre corteggiano, finiscono per l’ennesima volta in prigione per rissa e vedendo Maria e il padre tutti agghindati sono colti da un leggerissimo sospetto…

L’ultimo episodio, forse il più toccante, ha la regia di Stephen Roberts e racconta di un’anziana donna ricoverata in un ospizio che usa i soldi per trasformare il ricovero per donne sole pieno di regole umilianti in un club esclusivo per gattare dove far ricevimenti a cui viene invitato anche il magnate Glidden sempre più lontano dall’idea della morte.

Credo giri ancora una vecchia copia doppiata in Italiano da cui sono esclusi due episodi, quelli di Lubitsch (!) e quello del condannato a morte.

Addio a Luciano Emmer


Luciano Emmer, il regista milanese morto a Roma il 16 settembre scorso a 91 anni, e’ stato un grande esponente di quello che venne banalmente chiamato neorealismo rosa, che dovrebbe iniziare proprio con il suo godibilissimo Domenica d’agosto, la sua opera che preferisco, ma ammetto di non aver ben presente La ragazza in vetrina del 1960 il suo capolavoro che narra dell’amore tra un emigrato italiano e una prostituta di Amsterdam. Il film fu pesantemente ostacolato dalla censura democristiana tanto da indurre Emmer ad abbandonare il cinema per 40 anni e rifugiarsi nelle produzioni televisive; credo che la pellicola in questione sia passata ben poche volte in tv anche in tempi meno moralisti. 
Importanti sono anche i suoi film documentario sulla storia dell’arte che fortunatamente fuoriorario passa di frequente e proprio in un ciclo dedicato a Emmer dal palinsesto notturno di Rai3 ho scoperto che il regista, oltre ad essere il padre della sigla di Carosello ed autore di numerosi spot, si era inventato anche i miei personaggi preferiti, Gli incontentabili: la famiglia decisa e sicura di se’ che sapeva bene cosa acquistare. 
Prodotto per il marchio Ignis tra il 72 e il 76, il "carosello" vede un cambio della guardia tra gli attori che interpretavano il marito: il primo interprete era Giampiero Albertini che mi intimoriva molto perche’ mi ricordava un vilain dei film di Stanlio& Ollio (per la precisione l’evaso che li annodava) . L’attore venne poi sostituito da un torvissimo Adolfo Celi.

da MondoCarosello