Se avessi un milione

If I Had a Million
USA 1932, Paramount
con Charles Laughton, Gary Cooper, George Raft, Jack Oakie, Richard Bennett, Charles Ruggles, Alison Skipworth, W.C. Fields, Mary Boland, Roscoe Karns, May Robson, regia di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman Z. McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone

Il tycoon John Glidden, sarebbe in punto di morte ma a tenerlo in vita è il pensiero della sua eredità: nessuno sembra in grado di gestire le sue imprese, tanto meno gli inetti parenti già radunati alle porte della sua stanza decide così di lasciare un milione di dollari a otto sconosciuti scelti dal caso…

Film ad episodi della Paramount, Se avessi un milione, è una parabola agrodolce (sono gli anni della Grande Depressione) sul ruolo del denaro che non sempre ha la capacità di migliorare la vita di chi lo riceve. Mostra anche la valenza personale che la pecunia ha nella vita di ognuno e degli usi più disparati che la gente ne fa per risarcire le proprie frustrazioni.
Il prologo e l’epilogo sono diretti da Norman Taurog.

Il primo episodio diretto da Norman Z. McLeod, riguarda un mite commesso che dal reparto libreria è stato trasferito a quello delle porcellane: il magro aumento sparisce nei rimborsi per la merce rotta provocando i continui rimproveri della moglie. Quando riceve il denaro la prima cosa che fa è devastare tutte le porcellane del negozio.

Il secondo episodio ha per protagonista una prostituita che appena ricevuto il denaro si prende la camera più lussuosa della città per dormire finalmente sola; la regia è di
Stephen Roberts.

Bruce Humberstone dirige George Raft, uno dei re dei gangster movie nel segmento più beffardo: l’attore è un falsario che finisce per non poter incassare l’assegno milionario perché ricercato dalla polizia e non può nemmeno svenderlo ai ricettatori per la sua fama, finirà comunque in prigione e il suo assegno verrà usato per accendere un sigaro.

Il quarto episodio è nuovamente diretto da Norman Z. McLeod che ripresenta il tema della vendetta declinata come una comica girata tutta in esterni: due anziane stelle del vaudeville che hanno coronato il sogno di avere una macchina nuova immediatamente distrutta da un pirata della strada, usano il milione per comprare 10 macchine usate e rendere pan per focaccia a tutti i pirati della strada che incontrano in quella giornata.

Il quinto episodio per la regia di James Cruze è il più controverso e drammatico: un condannato a morte riceve l’assegno il giorno dell’esecuzione e si illude che il denaro potrà salvarlo ma la condanna è ormai irrevocabile.

Il sesto episodio è diretto da Ernst Lubitsch e riprende un po’ il tema del primo episodio, un impiegato che per prima cosa si prende una rivincita sul datore di lavoro. Sebbene McLeod sia un regista di gran valore, il taglio di Lubitsch è totalmente diverso da quello del collega: praticamente privo di dialoghi e concepito come una serie di piani sequenza, ci mostra l’impiegato Phineas V. Lambert, ovvero Charles Laughton, ricevere l’assegno e senza scomporsi salire dal mega direttore per fargli una pernacchia.

William A. Seiter dirige Gary Cooper e Jackie Oakie più Roscoe Karns nel ruolo di tre inseparabili marines che, ricevuto l’assegno il 1 aprile, credono si tratti di uno scherzo e lo rifilano per 10 dollari al padre della ragazza che tutt’e tre corteggiano, finiscono per l’ennesima volta in prigione per rissa e vedendo Maria e il padre tutti agghindati sono colti da un leggerissimo sospetto…

L’ultimo episodio, forse il più toccante, ha la regia di Stephen Roberts e racconta di un’anziana donna ricoverata in un ospizio che usa i soldi per trasformare il ricovero per donne sole pieno di regole umilianti in un club esclusivo per gattare dove far ricevimenti a cui viene invitato anche il magnate Glidden sempre più lontano dall’idea della morte.

Credo giri ancora una vecchia copia doppiata in Italiano da cui sono esclusi due episodi, quelli di Lubitsch (!) e quello del condannato a morte.

World Invasion

Worldinvasion

Michael Nantz e’ un sergente dei marines che dopo decenni di onorato servizio decide di ritirarsi dal corpo anche se c’e’ una macchia sul suo stato di servizio: nell’ultima missione in Afghanistan ha perso tutti i suoi ragazzi ed e’ rimasto l’unico sopravvissuto. L’ultimo giorno di servizio di Nantz succede un fatto molto strano: un’improvvisa pioggia di meteoriti in realta’ nasconde una flotta extraterrestre che invade il pianeta; oltre che con gli alieni il nostro sergente dovra’ fare i conti anche con il suo passato, comandando il fratello di uno degli uomini persi in missione.

La sensazione che il film sia in realta’ un megaspot a favore del corpo dei marines, e’ stata confermata dai fatti di ieri con la cattura di Bin Laden dal parte del corpo speciale dei Navy Seals: probabilmente negli States la fama di questa unita’ speciale era gia’ notevole prima del successo pakistano. Per ripotarre in vetta la fama dei marines ecco allora questa pellicola sci fi noiosissima dove i marziani ricalcano il modello di Alien. Gli scienziati intuiscono subito che gli extraterrestri puntano alla nostra acqua e infatti ben preso i livelli degli oceani si scendono risucchiati dagli infidi esseri.
Peccato che nessuno abbia capito che la flotta aliena localizza e sconfigge gli eserciti terrestri seguendo i segnali radio, ci arriverà solo il nostro glorioso manipolo con spericolate azioni che per la prima volta dalla nascita della telefonia cellulare rinnegano il mezzo per un nostalgico ritorno alla piu’ seria linea telefonica via filo (o hard wired, come dicono nella pellicola). A parte questa geniale intuizione che permetterà di capovolgere le sorti del conflitto, il glorioso corpo dei marines salva un gruppo di civili composto da un immigrato clandestino e il figlio e una donna con due nipotine.
Risolto lo spinoso problema dell’immigrazione con la morte fortuita del padre, perché “i marines non lasciano indietro nessuno!” si anticipa il riscatto sociale del povero orfanello con un futuro da marines, infatti da subito viene chiamato il piccolo marines.
Per nulla nascosto il ruolo drammaturgico delle due nipotine: non hanno una battuta, sono sempre inquadrate strillanti di paura mentre vengono portate in salvo dai soldati o consolate da una sicura stretta di quelle grandi mani guantate, proprio come succederebbe in uno spot a favore dell’arruolamento.

The Pacific

Il fatto che mi sia trascinata per alcuni mesi le 10 puntate della costosissima miniserie HBO prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, andata in onda su Sky nel mese di maggio, dimostra chiaramente quanto poco mi sia piaciuto il prodotto: han ricostruito cosi’ bene il periodo storico della Seconda Guerra Mondiale che hanno recuperato anche lo spirito retorico dei film di propaganda bellica dell’epoca.
The Pacific chiude il dittico iniziato con Band of Brothers del 2001 (che non ho mai visto): se la prima serie ricostruiva il fronte europeo, la seconda analizza l’intero fronte di guerra americano sul Pacifico seguito all’attacco di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941: dalla battaglia di Guadalcanal fino alla conquista di Okinawa, chiudendosi con il primo dopoguerra che vede lo spaesato ritorno dei reduci. Gli scenari offrono poco allo spettatore: la maggior parte delle battaglie si sono svolte in sperdute isole dell’arcipelago Solomon battute dalle piogge monsoniche: fango e trincee, niente piu’. Non si vede praticamente mai il nemico ma solo l’eroico corpo dei Marines composto da bravi ragazzi che se causano qualche disastro, tipo la morte di un compagno, e’ solo per inesperienza. I superiori poi, sono sempre affidabili e comprensivi.
Protagonisti di quest’opera corale sono John Basilone, caduto ad Iwo Jima, Eugene Sledge e Robert Leckie (quello che mi stava piu’ simpatico) che anni dopo la guerra scrissero dei libri di memorie che sono stati utilizzati come spunto per creare la serie. Ogni singolo episodio e’ introdotto da immagini di repertorio e dai commenti di veterani ancora in vita.
La cosa davvero degna di menzione resta la sigla iniziale: si vede il dettaglio di un carboncino che tratteggia i volti dei personaggi. Il colore nero, la punta fatta con un coltello, introducono la nota drammatica e la pressione del carboncino sulla carta genera una frammentazione della mina che ricorda le esplosioni della battaglia. I ritratti a matita si trasformano nei volti degli attori sottolineando cosi’ il passaggio dal racconto scritto a quello per immagini che sta alla base della serie.


Thepacific