Beetlejuice Beetlejuice

USA 2024, Warner Bros
con Winona Ryder, Jenna Ortega, Michael Keaton,Monica Bellucci, Catherine O’Hara, Justin Theroux, Willem Dafoe, Arthur Conti, Burn Gorman, Danny DeVito, Mark Heenhan, Stephen K. Amos, Santiago Cabrera
regia di Tim Burton

Lidia Deetz è diventata una star televisiva con un programma sulle case infestate, ha un pessimo rapporto con la figlia adolescente Astrid che non crede ai suoi poteri paranormali visto che non può metterla in contatto con il padre morto; quando Charles Deertz viene a mancare, Astrid, Lidia e la matrigna Delia riaprono la casa di Winter River per il funerale. Qui Astrid s’innamora di un ragazzo dalle malevoli intenzioni tanto che per salvarla Lidia è costretta a chiedere l’aiuto di Beetlejuice e ad accettare di sposarlo ma dal passato del bio esorcista è riemersa Delores, la sua prima moglie…

Per la prima volta Tim Burton gira un sequel di un suo film originale, la scelta, vagheggiata da tempo, ricade sull’irrispettoso bio esorcista dando la possibilità al regista di riaggiornare al presente la satira sul mondo della televisione, l’arte e gli onnipresenti influencer.

Il film è divertente ma la scorrettezza del primo film si è molto ammorbidita, punto accettabile essendo un chiaro segno dei tempi. Torna la sarabanda surreale tra mondo dei vivi e mondo dei morti ancora più mescolati che nel primo film.

Come al mondo dell’audiovisivo su cui satireggia (più divertente la critica sottile al mondo dell’arte contemporanea che l’osannata scena degli influencer risucchiati dal cellulare) Burton presta più attenzione alla superficie che ai contenuti: precisa la citazione del cinema espressionista del Gabinetto del Dr Caligari, bella la fotografia, i balletti e gli effetti speciali; rimane un po’ di delusione per la trama tirata via in fretta eppure sia il fidanzato fantasma di Astrid e soprattutto la ex di Beetlejuice, Delores avrebbero meritato di essere molto più che sbiaditi comprimari: erano personaggi degni di entrare nell’universo burtoniano, asfittico da troppi anni: forse forse era un progetto più adatto ad una serie? 

American Psycho

American-psycho

USA 2000 Lionsgate Films
con Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Chloë Sevigny, Reese Witherspoon, Josh Lucas, Samantha Mathis, Justin Theroux, Matt Ross, Cara Seymour
regia di Mary Harron

Patrick Bateman è uno yuppie ventisettenne che vive una vita vuota fatta di apparenze, abiti firmati e locali alla moda, sfogando le proprie frustrazioni ed invidie in una doppia vita di sadico assassino..

Dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, il film che ha lanciato la carriera di Christian Bale, perfetto nel ruolo del levigato uomo di successo, con una passione per la musica pop che nasconde una vena di sadica follia dietro la facciata di yuppie rampante, meticoloso all’inverosimile.
Bateman crede di poter controllare la rabbia sfogandola saltuariamente su esseri che considera inferiori come barboni o prostitute ma quando la sete di sangue sale e non riesce a controllare l’invidia per il successo di un collega, Paul Allen, che uccide, Bateman finisce nel mirino del detective Donald Kimball, che si occupa della sparizione del broker ..sempre che i delirii omicidi di Bateman non siano solo il frutto della sua fantasia malata, ultimo disperato tentativo di fuga da un mondo così superficiale che Bateman e gli altri broker di Wall Street diventano interscambiabili tra di loro.



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La gestazione del film è stata piuttosto complicata: inizialmente la regia doveva essere di Cronenberg, poi sostituito da Mary Harron che abbandona il progetto quando per il ruolo del protagonista si pensa a DiCaprio ma Leonardo, interessato ad altre produzioni, lascia il campo libero a Bale, prima scelta della Harron, anche sceneggiatrice della pellicola.



American Psycho


All’uscita American Psycho ebbe un’accoglienza controversa, visto oggi molta della carica violenta allora scandalosa ha perso mordente, mi sembra ancora valida, invece, la ricostruzione della New York notturna, campo d’azione del serial killer Bateman: vicoli e quartieri desolati, luci blu che restituiscono perfettamente l’atmosfera, se non altro cinematografica, degli anni ’80.
Mary Harron sa costruire bene le atmosfere alienanti facendo riferimento al cinema classico: corridoi vuoti e signorili tra Rosemary’s Baby e Shining, la fuga finale negli atri dei grandi palazzi che ricorda Il tempo si è fermato.
Buoni anche i tocchi di humor nero e l’uso sociologico della musica pop: sinceramente qualcuno oggi ricorda ancora Huey Lewis and The News?



Americanspycho


Pur non essendo un capolavoro, American Psycho è un film interessante, forse l’ultimo capitolo di una cinematografia che indagava il delirio individuale per tentare di sopravvivere a una società che fa sentire perennemente inadeguati: le paure del nuovo millennio sono radicalmente cambiate accelerando l’omologazione e paradossalmente svuotandola del suo valore, oggi i nuovi oggetti del desiderio tecnologico puntano ad appagare solo un piacere estetico materialistico e non sono più status symbol, cioè riprova del raggiungimento di una posizione socioeconomica agiata, ultimo retaggio, ormai deteriorato dall’edonismo reaganiano, del sogno americano che permette(va) di realizzarsi attraverso l’impegno e il lavoro.