Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli

Italia 2025
con Federico Cesari, Benedetta Porcaroli, Liliana Bottone, Fausto Paravidino, Davide Lorino, Marco Trionfante, Riccardo Scamarcio, Margherita Buy, Sandra Ceccarelli
regia di Giuseppe Piccioni

Aprile 1912: un treno riporta la salma di Pascoli da Barga, dove ha vissuto gli ultimi anni, al paese natale, Castelvecchio. Lo accompagnano i suoi allievi e la sorella Maria  che durante il viaggio ripercorre l’esistenza del fratello…

Il titolo mostra già le due anime del film che difficilmente si conciliano: Zvanì il dolce diminutivo dialettale con cui era chiamato il poeta in famiglia e la pomposa definizione di romanzo famigliare di Giovanni Pascoli.

Durante la visione si può notare come l’occhio di Piccioni sempre intimista e indagatore nei rapporti familiari poco si sposi con la confezione molto televisiva dell’opera che infatti è subito approdata in televisione, su Rai 1: lo spettatore distratto non a conoscenza del film presentato all’ultima Mostra di Venezia, poteva benissimo credere di assistere a una serie televisiva.

Un’altra cosa che mi ha sconcertato è che avevo letto che il film voleva mostrare un Pascoli inedito, lontano dal poeta dei buoni sentimenti che abbiamo conosciuto a scuola, effettivamente il film offre un ritratto insolito del poeta ma più che un artista ribelle che negli anni giovanili fu anche incarcerato qualche mese perché anarchico, Piccioni ci presenta la figura di un uomo piegato dalla vita, tanto da togliere il primato “mai una gioia” a Leopardi che Martone ci aveva mostrato pieno di vita e di passione.

Da subito, con la scelta del viaggio postumo, Piccioni c’immerge in una dimensione mortifera con i fantasmi del passato che ritornano, morti che parlano in macchina, gruppi familiari fissati in pose da ritratti ottocenteschi.

La vita di Pascoli è stata segnata da molti lutti, a partire dall’omicidio mai risolto del padre che causa il decadimento sociale della famiglia; la scomparsa della madre dopo pochi anni, seguita da quella di alcuni fratelli porta alla dispersione dei sopravvissuti e solo dopo la laurea Pascoli prenderà in casa le due sorelle Ida e Maria.
Mentre la seconda vive pienamente questa unione familiare con il fratello di cui diventerà biografa e curatrice delle opere dopo la sua morte, Ida la sorella maggiore è più irrequieta e vuole fortemente sposarsi per uscire da quel soffocante rapporto familiare.
Anche Pascoli non troverà mai l’amore e il film arriva a lasciar intendere che quello per Ida fosse più di un amore fraterno benché mai andato oltre il lecito. 

Quel nido tanto rimpianto e agognato ha i tratti di un nido di vipere dove gli egoismi personali impediscono agli altri fratelli di trovare la libertà e la felicità personale.

Buono il cast: centrato Cesari nei panni di Pascoli, ottimo Paravidino come il malizioso D’Annunzio, brava anche la Porcaroli anche se mi chiedo sempre come sia passata in così pochi anni da sex symbol generazionale del video 16 marzo di Achille Lauro a “bruttina stagionata” delle serie in costume.

Fuori

Italia 2025
con Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie, Corrado Fortuna, Antonio Gerardi,Francesco Gheghi, Daphne Scoccia
regia di Mario Martone

Estate 1980 la scrittrice Goliarda Sapienza cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo essere finita in carcere per aver rubato dei gioielli. Abbandonando ogni speranza di veder pubblicato il suo romanzo,  Goliarda sembra trovare conforto nell’amicizia con due ragazze conosciute in carcere…

Al di là del semplice gioco fuori /dentro riferito al carcere e al rovesciamento di come la protagonista riesca a vivere in maniera opposta all’idea convenzionale di cosa sia fuori e dentro rispetto alla detenzione, mi stupisce quanto un titolo semplice come Fuori si riveli perfetto per descrivere la protagonista e il film stesso che è un’opera delicata che sa racchiudere più mondi e modi di vivere.

Goliarda Sapienza è l’autrice de L’arte della gioia, romanzo pubblicato postumo in Francia e che solo dopo il successo internazionale è stato pubblicato in Italia.
Intellettuale che sopravvive grazie a traduzioni e correzioni di bozze, finisce in galera per il furto di gioielli a casa di un ex amica/amante.

In questa realtà la scrittrice trova una rinnovata libertà nel rapporto con le compagne di cella, in particolare Roberta, una giovane da sempre coinvolta con la malavita, con legami con il brigatismo e vittima della droga. Una figura affascinante e torbida resa molto bene da Matilda De Angelis che in un finale inatteso offre a Goliarda del materiale che si rivela fondamentale per i due libri sull’esperienza carceraria che daranno notorietà alla scrittrice.

Il film è permeato da ritmi sospesi, fuori dal tempo, c’è l’inquadratura di un orologio che segna le 10 e 10 e non serve altro per capire a cosa allude nell’estate dell’80 ma tutto il peso della Storia resta fuori da questa storia marginale dallo spaesamento umano di una donna stanca di combattere per far pubblicare la propria opera e quindi far riconoscere il proprio valore intellettuale, respinta dal mondo al quale forse non ha mai  sentito di appartenere, la Roma dei salotti bene.

La capitale è un’altra protagonista della pellicola, fotografata con i colori ingialliti di una vecchia polaroid che dilatano i tempi morti dell’estate, le sue architetture sia i palazzi bene che le borgate hanno un un che di minaccioso, sorta di castello chiusi da cui le protagoniste sono escluse o da cui fuggono.

La storia non è lineare ma tutto un gioco di flash back tra episodi che precedono l’esperienza carceraria e altri che la seguono, senza soluzione di continuità, a creare una realtà parallela a quella cronologica, cercando di ricostruire il mondo interiore di un’autrice fuori dagli schemi.

Merita attenzione l’interpretazione della Golino premiata col Nastro d’argento come migliore attrice protagonista: è importante ricordare come l’attrice che ha vestito i panni della scrittrice, quasi contemporaneamente è stata anche regista e sceneggiatrice dell’ottima miniserie tv tratta dal romanzo L’arte della gioia

Il giovane favoloso

Ilgiovanefavoloso Pur apprezzando molto l’immagine che si delinea di Leopardi nell’ultima fatica di Mario Martone, ci sono alcune scelte registiche che non ho apprezzato fino in fondo: una certa mancanza di originalità autoriale che mi ha rimandato ad altri registi, ad esempio ho ritrovato un afflato un po’ troppo alla maniera di Malick nelle sequenze del poeta estasiato dalla natura e poi mi ha urtato la colonna sonora che invece leggo essere molto apprezzata o quanto meno citata: le sonorità sono belle ed adatte al film ma mi ha sconcertato il fatto i testi fossero in inglese in un film su uno dei massimi poeti italiani ambientato in un periodo storico in cui la nascita dello stato italiano era un’impellenza, in altre parole trovo che la lingua italiana sia un tema portante della pellicola che dovrebbe rientrare anche nella colonna sonora.
Il Giovane Favoloso è film diviso in due parti speculari, la prima racconta l’infanzia e ancor più l’adolescenza di Leopardi, la seconda si concentra sul soggiorno fiorentino e soprattutto sugli ultimi anni di vita del poeta trascorsi a Napoli, dove morì nel 1837.
La prima parte racconta la costrizione del giovane Leopardi nell’angusto mondo recanatese, soggetto alle oppressive leggi familiari imposte dall’austera madre Adelaide Antici e dal reazionario padre Monaldo che spingeva i figli a istruirsi salvo poi impedire loro la libertà di pensiero e soprattutto d’azione. Se Giacomo, in virtù delle sue qualità osa infrangere il rigore paterno, in quanto donna tutta la mia comprensione è andata a Paolina Leopardi destinata a obbedire ancor più rigorosamente e l’impazienza mista a rassegnazione ben trapelavano dall’interpretazione di Isabella Ragonese.
Alla prima parte in cui è l’ambiente natale a frenare gli slanci di Leopardi fa da contraltare la seconda dove è la società e la salute a rendere infelice il protagonista: pur riconoscendogli il merito di essere un ottimo poeta anche il mondo letterario si stanca ben presto del pessimismo leopardiano attribuendolo alle sue disgrazie fisiche. Con lo stesso slancio Leopardi si ribella alle diverse costrizioni che segnano la sua parabola esistenziale e dal film di Martone emerge la figura di un uomo che nel suo pessimismo cosmico non viene meno alla capacità di amare anche quelli che sono involontariamente i suoi carnefici, il padre e l’amico Antonio Ranieri con cui condivide gli ultimi sette anni di vita anche se è il suo peggior rivale in amore in forza della sua prestanza fisica ottimamente resa da Michele Riondino.

Noi credevamo

Noicredevamo Angelo, Domenico ed Salvatore sono tre ragazzi cilentani che nel 1828 aderiscono agli ideali unitari e democratici della Giovine Italia di Mazzini. Salvatore, figlio di contadini, dovra’ ben presto abbandonare la cospirazione per sfamare la famiglia e sara’ ucciso come traditore da Angelo, che finira’ ghigliottinato in Francia dopo aver attentato alla vita di Napoleone III. Domenico, dopo aver trascorso decenni nelle carceri borboniche e aver visto confiscate le terre di famiglia, assistera’ al compimento dell’unita’ nazionale, ma la nuova nazione nasce gia’ preda di affaristi e maneggioni.

Che l’Italia fosse nata male, ce lo avevano gia’ raccontato ottimamente romanzi e pellicole, come Il gattopardo che pero’ avevano lasciato sullo sfondo l’epopea garibaldina narrando gli esiti infausti dell’Italia unita. L’opera di Martone si concentra proprio sulle figure che quelle lotte le combatterono credendoci fermamente, narrando quindi il crollo di un sogno: Mazzini appare nel corso del trentennio preso in esame sempre piu’ deluso e chiuso in se’ stesso, Garibaldi e’ solo un’apparizione lontana che sa pero’ infiammare gli animi, lo stesso Angelo diventa una maschera ridicola nel suo continuo tentativo di riscattarsi dall’assassinio di Salvatore ma restando comunque pavido e delatore.
La forza del film sta nel far emergere dai confusi barlumi dei ricordi scolastici figure dalla tragica portata: l’esito disastroso della spedizione di Pisacane e’ solo un racconto tra esuli a Londra ma basta a far risaltare il contrasto tra i fatti storici e il ricordo scolastico delle belle rime de La spigolatrice di Sapri (eran trecento eran giovani e forti e sono morti)


Noi credevamo

Ancora piu’ dirompente il divario tra storia e leggenda a proposito dello scontro del 1862 in Aspromonte tra garibaldini ed esercito regolare che costo’ a Garibaldi quella ferita ad una gamba su cui tutti, da bambini abbiamo canticchiato e giocato a recitare il ritornello con l’uso di una sola vocale (Goroboldo fo foroto).
Da un punto puramente cinematografico la pellicola si dimostra potente, un grande affresco storico che riesce ad avvincere lo spettatore. Ci sono momenti di grande forza evocativa come il tentativo insurrezionale in Savoia finito male e in un mare di nebbia. Per certi versi poi l’ho trovato molto viscontiano, molto vicino a Senso: gia’ solo l’idea di aprire il film con il passaggio di mano dei denari per sovvenzionare la rivolta..
A una grande correttezza filologica Martone unisce degli inserti di contemporaneita’ come il rudere in cemento armato che sovrasta una spiaggia calabrese in cui Domenico e Saverio trovano riparo mentre cercano di raggiungere i garibaldini: le conseguenze di quegli atti pesano ancora sul nostro presente.