Cime tempestose

Abismos de pasión
Messico 1954
con Irasema Dilian, Jorge Mistral, Lilia Prado, Ernesto Alonso, Francisco Reiguera, Hortensia Santoveña, Jaime González Quiñones, Luis Aceves Castañeda
regia di Luis Buñuel

Catalina è sposata con Eduardo ma il ritorno di Alejandro dopo dieci anni mette in crisi Eduardo a cui la moglie ha sempre ribadito che il suo legame con l’amico d’infanzia trascende l’amore per il marito. Alejandro si è istallato nella casa natale di Catalina, rilevata pagando i debiti di gioco di Ricardo, il fratello della donna amata che lo sempre trattato come un servo. Alejandro è tornato per vendicarsi e portare via Catalina ma la donna non lo segue così Alejandro corteggia Isabel, la cognata di Catalina che è innamorata di lui. Subito dopo la fuga e il matrimonio, Alejandro lascia Isabel al suo destino di serva nella fattoria. Quando viene a sapere che Catalina è in fin di vita, Alejandro la va a trovare un ultima volta, dopo la sua morte si fa sempre più ombroso e arriva a violare la tomba della donna e qui Ricardo gli spara 

Buñuel era affascinato da Cime tempestose fin dagli anni del surrealismo parigino (il tema dell’amor fou era esaltato dalla corrente artistica surrealista). 

Già in quegli anni il regista spagnolo aveva scritto una sceneggiatura inerente al film che riprende una trentina d’anni dopo, durante l’esilio messicano.

Il film s’intitola “abissi di passione” perché oltre all’amore tra Heatcliff (qui Alejandro) e Catherine (Catalina), Buñuel mette in scena tutta una serie di passioni negative che contraddistinguono i vari personaggi.

Se Catalina è una donna volitiva che spara agli uccelli e ne tiene uno in gabbia sostenendo che l’animale non soffre perché gli basta il suo amore con un allusione chiarissima al suo rapporto con Alejandro; suo marito Eduardo si diletta a collezionare lepidotteri infilzandoli da vivi per non rovinarli, pratica altrettanto crudele ma meno sanguinosa che caratterizza il personaggio che non ha mai il coraggio di affrontare direttamente il rivale però non esita a ripudiare la sorella quando fugge con lui.

Ancora più squallida la caratterizzazione dell’alcolizzato Ricardo che cattura le mosche ma invece di ucciderle le lancia sulle ragnatele perché vengano divorate.
È un mondo crudele, quello rappresentato da Buñuel, dove anche il figlio di Ricardo, Jorgito, non sa accettare i baci amorevoli di Isabel e risponde minacciando di lanciarle un sasso.

Isabel è l’ingenuità: non è in grado di sopportare le violenze del mondo che la circonda, vede del buono in tutti, anche Alejandro e solo dopo la delusione di essere stata usata inizierà ad indurirsi.

Persino Maria la governante (Nelly) che nel romanzo racconta la storia dei due amanti, pur avendo allevato Catalina e Alejandro è solo una vecchia serva spia del padrone. 

Alejandro è mosso da spirito vendicativo e solo l’amore di Catalina potrebbe placarlo ma la donna sembra muoversi in una dimensione differente: sa che morirà presto, si è sposata per amore con Eduardo ma sa anche di appartenere ad Alejandro con un sentimento che travalica l’esistenza, è una figura contraddittoria che oscilla tra crisi di nervi e consapevolezze assolute.

Non sono una grande estimatrice della scena finale: Buñuel ha saputo sostituire bene la potenza della brughiera con il paesaggio messicano ma quell’ambientazione in un cimitero urbano con la discesa nella cripta mi ha ricordato un po’ Giulietta e Romeo.
Di certo la scena necrofila della versione del 2011 di Andrea Arnold è un estremizzazione del finale della versione buñueliana

Se avessi un milione

If I Had a Million
USA 1932, Paramount
con Charles Laughton, Gary Cooper, George Raft, Jack Oakie, Richard Bennett, Charles Ruggles, Alison Skipworth, W.C. Fields, Mary Boland, Roscoe Karns, May Robson, regia di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman Z. McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone

Il tycoon John Glidden, sarebbe in punto di morte ma a tenerlo in vita è il pensiero della sua eredità: nessuno sembra in grado di gestire le sue imprese, tanto meno gli inetti parenti già radunati alle porte della sua stanza decide così di lasciare un milione di dollari a otto sconosciuti scelti dal caso…

Film ad episodi della Paramount, Se avessi un milione, è una parabola agrodolce (sono gli anni della Grande Depressione) sul ruolo del denaro che non sempre ha la capacità di migliorare la vita di chi lo riceve. Mostra anche la valenza personale che la pecunia ha nella vita di ognuno e degli usi più disparati che la gente ne fa per risarcire le proprie frustrazioni.
Il prologo e l’epilogo sono diretti da Norman Taurog.

Il primo episodio diretto da Norman Z. McLeod, riguarda un mite commesso che dal reparto libreria è stato trasferito a quello delle porcellane: il magro aumento sparisce nei rimborsi per la merce rotta provocando i continui rimproveri della moglie. Quando riceve il denaro la prima cosa che fa è devastare tutte le porcellane del negozio.

Il secondo episodio ha per protagonista una prostituita che appena ricevuto il denaro si prende la camera più lussuosa della città per dormire finalmente sola; la regia è di
Stephen Roberts.

Bruce Humberstone dirige George Raft, uno dei re dei gangster movie nel segmento più beffardo: l’attore è un falsario che finisce per non poter incassare l’assegno milionario perché ricercato dalla polizia e non può nemmeno svenderlo ai ricettatori per la sua fama, finirà comunque in prigione e il suo assegno verrà usato per accendere un sigaro.

Il quarto episodio è nuovamente diretto da Norman Z. McLeod che ripresenta il tema della vendetta declinata come una comica girata tutta in esterni: due anziane stelle del vaudeville che hanno coronato il sogno di avere una macchina nuova immediatamente distrutta da un pirata della strada, usano il milione per comprare 10 macchine usate e rendere pan per focaccia a tutti i pirati della strada che incontrano in quella giornata.

Il quinto episodio per la regia di James Cruze è il più controverso e drammatico: un condannato a morte riceve l’assegno il giorno dell’esecuzione e si illude che il denaro potrà salvarlo ma la condanna è ormai irrevocabile.

Il sesto episodio è diretto da Ernst Lubitsch e riprende un po’ il tema del primo episodio, un impiegato che per prima cosa si prende una rivincita sul datore di lavoro. Sebbene McLeod sia un regista di gran valore, il taglio di Lubitsch è totalmente diverso da quello del collega: praticamente privo di dialoghi e concepito come una serie di piani sequenza, ci mostra l’impiegato Phineas V. Lambert, ovvero Charles Laughton, ricevere l’assegno e senza scomporsi salire dal mega direttore per fargli una pernacchia.

William A. Seiter dirige Gary Cooper e Jackie Oakie più Roscoe Karns nel ruolo di tre inseparabili marines che, ricevuto l’assegno il 1 aprile, credono si tratti di uno scherzo e lo rifilano per 10 dollari al padre della ragazza che tutt’e tre corteggiano, finiscono per l’ennesima volta in prigione per rissa e vedendo Maria e il padre tutti agghindati sono colti da un leggerissimo sospetto…

L’ultimo episodio, forse il più toccante, ha la regia di Stephen Roberts e racconta di un’anziana donna ricoverata in un ospizio che usa i soldi per trasformare il ricovero per donne sole pieno di regole umilianti in un club esclusivo per gattare dove far ricevimenti a cui viene invitato anche il magnate Glidden sempre più lontano dall’idea della morte.

Credo giri ancora una vecchia copia doppiata in Italiano da cui sono esclusi due episodi, quelli di Lubitsch (!) e quello del condannato a morte.

Due milioni per un sorriso

Italia 1939
con Enrico Viarisio, Giuseppe Porelli, Elsa De Giorgi, Sandra Ravel, Romolo Costa, Dhia Cristiani, Lauro Gazzolo, Pina Renzi, Ermanno Roveri, Giuseppe Pierozzi, Vasco Creti, Guido Barbarisi, Maria Polese, Raimondo Van Riel
regia di Mario Soldati, Carlo Borghesio

L’anziano Giacomo Perotti, emigrante che ha fatto fortuna in America, improvvisamente vende le sue attività e torna in Italia alla ricerca del suo amore di gioventù, ormai morto da tempo. La locanda dei genitori dell’amata è ora proprietà di Spinelli, un maneggione sull’orlo del fallimento che convince Perotti a far rivivere il perduto amore sul grande schermo. Il tycoon accetta ma è molto puntiglioso nella ricerca dell’attrice che dovrà interpretare Maria tanto che, incontrato per caso Martino, un giovane maestro che gli somiglia molto, gli affida la direzione artistica del film; Spinelli fa di tutto per far scegliere una sua protetta e rischia di rovinare anche la relazione tra Martino e una giovane dattilografa ma sarà proprio la macchina da presa a far trionfare l’amore e a far tornare Perotti alla sua ditta di sigari americani.

Una graziosa commedia di regime in cui Soldati anticipa il gioco metacinematografico di scatole cinesi tra finzione e verità che culmina in Dora Nelson, uscito sempre nel 1939.

Tutti nel film si fingono qualcos’altro, ogni membro dei reparti della casa di produzione cinematografica Perotti è in realtà qualcuno prestato all’impresa per rientrare dai debiti di Spinelli eppure sarà proprio una ripresa fortuita dell’operatore cinematografico più imbranato (una citazione di Buster Keaton ne La palla n 13) a svelare verità, ovvero la finzione amorosa di Maria, la dattilografa manipolata anche lei da Spinelli per lasciare Martino al suo (falso) destino di grande produttore cinematografico.
Perotti soddisfatto per aver trovato ancora un briciolo di verità -attraverso il cinema- torna soddisfatto alle sue attività oltreoceano.

Il concetto alla base della pellicola è raffinato, la trama forse meno riuscita con gag e personaggi altalenanti: a interpretare il doppio ruolo del vecchio Perotti e del giovane Martino c’è la star dei telefoni bianchi Enrico Viarisio non all’altezza del compito soprattutto nei panni del giovane maestro.
Sono belle le riprese delle donne accorse ai provini che anticipano situazioni neorealiste da Bellissima ad altri film del neorealismo rosa fino al drammatico Roma ore 11.

Ladri di biciclette

Italia 1948
con Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola, Lianella Carell, Elena Altieri, Gino Saltamerenda, Vittorio Antonucci, Giulio Chiari, Mario Meniconi, Ida Bracci Dorati, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino, Sergio Leone, Massimo Randisi, Checco Rissone, Michele Sakara, Peppino Spadaro, Nando Bruno, Eolo Capritti, Giovanni Corporale, Emma Druetti, Giulio Battiferri, Memmo Carotenuto
regia di Vittorio De Sica



Ladri dibiciclette


Finalmente il disoccupato Antonio Ricci trova un buon lavoro: attacchino comunale; l’unico requisito necessario è la bicicletta di proprietà che Antonio ha impegnato per tirare avanti. L’intraprendenza della moglie che porta al Monte di Pietà tutto il corredo, permette al marito di riscattare la bici e presentarsi puntuale all’assunzione. Mentre Antonio sta attaccando un manifesto, la bici gli viene rubata, inizia una spasmodica ricerca per la città insieme al figlioletto Bruno…



Ladri di biciclette


Il più noto tra i capolavori del neorealismo che vale a Vittorio De Sica il secondo Oscar per il miglior film straniero, Ladri di Biciclette incarna a pieno il registro cinematografico di De Sica e Zavattini: lo sguardo sugli umili che non indulge mai al pietismo, la mancanza di giudizio, l’attenzione ai bambini.
Ladri di biciclette trasforma in arte il titolo del film del ’43: I bambini ci guardano: il monito del primo film diventa il valore aggiunto di Ladri di Biciclette: cosa sarebbe la storia di Antonio Ricci senza lo sguardo del figlioletto Bruno che nell’attraversare Roma alla ricerca della bici rubata passa la maggior parte del tempo con gli occhi fissi sul genitore, scrutandolo, paventando i dolori e le delusioni e temendo reazioni inconsulte. Quello sguardo diventa lo sguardo dello spettatore, un invito pressante a prestare attenzione al dramma umano che si nasconde dietro al furto della bicicletta.
L’eccezionalità del film sta nell’inserire questa sofisticata sollecitazione allo spettatore in una storia che, come sottolineava il critico francese André Bazin, nella sua semplicità drammaturgica di ripresa dal vero è in grado di aderire totalmente alla realtà.
Il film ha un andamento circolare: si apre sul capannello di disoccupati che attendono di essere assunti, la folla si apre per inquadrare il protagonista che sta in disparte, segno della sua rassegnazione, e il film si chiude con Antonio e Bruno che tornano mestamente a casa dopo il tentativo di furto fallito: la folla che si era aperta a inizio film si richiude sui protagonisti di questa storia di ordinaria disperazione.


Ladridibiclette


Come sempre il cinema di De Sica mescola dramma e commedia, una delle scene più celebri del film è il pranzo in trattoria quando Bruno scambia occhiate in tralice con il bambino ricco, i due ragazini non possono fare a meno di notarsi, segno dell’innata complicità infantile ma anche questo moto spontaneo viene abilmente usato per mostrarci il divario sociale: Bruno sudaticcio e scarmigliato nei suoi abiti dozzinali fa da contraltare al bambino altolocato e snob in abiti di velluto e riccioli angelici mentre Bruno è già cosciente di tutta la fatica della vita e quando il padre commenta il pasto luculliano dei ricconi è pronto ad abbandonare la sua mozzarella in carrozza. Del resto con pochi schizzi il regista ci ha descritto la vita e il carattere di Bruno: garzone presso un benzinaio, preciso manutentore della bici del padre ma con la delicata sensibilità di chiudere la finestra prima di andare al lavoro per evitare infreddature al fratellino neonato: un piccolo adulto, per questo il suo sguardo fisso sul padre è così affidabile per il pubblico che si può immedesimare.
Adulto anche nel rapporto con padre che se lo porta appresso perché conosce la bici meglio di lui, Bruno accetta tutto ma allo schiaffo ricevuto per rabbia, il bambino si ribella e si offende sottolineando il rapporto paritario col padre. Forse è proprio Antonio l’elemento più debole della famiglia Ricci, sfiancato dalla lunga attesa di un lavoro fisso è già scoraggiato perché la bici è impegnata, ci penserà Maria, la moglie a prendere in mano la situazione impegnando il corredo per riavere la bici.



Ladri di biciclette .


Da riflettere sulla figura della santona, simbolo di un’Italia sempre a metà tra fede e credenze popolari. Quando Maria vuole passare a lasciare un ringraziamento, Antonio la sfotte simpaticamente ma quando non sa più a che santo rivolgersi per trovare la bici eccolo ricorrere a sua volta alla santona. Il personaggio non è solo un elemento pittoresco ma entrambe le sue apparizioni sono importanti snodi narrativi, al mancato ringraziamento iniziale segue il furto della bici (sarà mica una conseguenza della mancata riconoscenza?), alla profezia “o la trovi subito o non la trovi più” segue l’incontro con il ladro e il tentativo di ottenere giustizia e quindi si pensa che la bici stia per essere ritrovata ma bisogna fare i conti con gli ingranaggi della giustizia e la mancanza di testimoni porta Antonio a lasciar perdere la denuncia, su consiglio dello stesso vigile.
Se la giustizia non tutela perché allora non arrangiarsi da soli e non rubare una bici? La tentazione è forte e Antonio cede ma mentre la sua bicicletta era stata rubata con maestria da una banda di ladri, il suo tentativo di furto si rivela fallimentare e Antonio rischia il linciaggio e la galera, si salva per la presenza di Bruno e ancora una volta è lo sguardo del bambino che prende per mano il padre denigrato a restituire la dignità di una famiglia che continuerà a lottare per la sopravvivenza.

Orizzonte Perduto

Lost Horizon
USA 1937 Columbia
con Ronald Colman, Thomas Mitchell, Edward Everett Horton, Jane Wyatt, Sam Jaffe, John Howard, Margo, Henry Byron Warner, Isabel Jewell
regia di Frank Capra



Orizzonteperduto


1935: gli occidentali fuggono dalla Cina in guerra con il Giappone; a Baskul le operazioni sono dirette da Robert Conway, diplomatico, militare e letterato che alla fine s’imbarca su un aereo con il fratello e altre tre persone. Il veivolo però non si dirige verso Shanghai ma punta verso il Tibet e conduce i passeggeri nella misteriosa città di Shangri-La dove regna la serenità e le persone vivono centinaia di anni. Tutti trovano una ragione di vita nella pace della vallata tibetana, tranne George il fratello di Robert, e il diplomatico, anche se di malavoglia, decide di accompagnarlo nel ritorno alla civiltà perché sa che Maria, l’amante di George che ha organizzato la fuga, non sopravviverà ai rigori della montagna accusando la sua vera età. Quando vede Maria invecchiata George impazzisce e finisce in un crepaccio, Robert è l’unico a sopravvivere al tremendo viaggio e farà di tutto per tornare a Shangri-La.




LostHorizon


Orizzonte Perduto è un capitolo a parte della produzione di Frank Capra che, ispirato dal romanzo omonimo di James Hilton, realizza una storia fantastica dove i classici “buoni sentimenti” delle sue commedie si concretizzano in una filosofia che mescola principi cristiani e buddisti. Il senso avventuroso ed epico della vicenda alimenta la vena pessimista, insolita per Capra, che esalta l’utopica vita condotta a Shangri-La esplicitamente in contrasto con lo stile di vita americano fortemente competitivo.
Oltre l’apologo filosofico forse un po’ ingenuo e certamente verboso, resta la grandiosità cinematografica del film con cui la Columbia voleva fare il salto di qualità per diventare una grande casa di produzione appoggiando il progetto immaginifico del regista che, pur girando tutto il film negli studios, utilizzò un immenso capannone frigorifero dove girare le scene tra le tempeste di nevi e le valanghe con ottimi risultati, seppur costosissmi.
Il film vinse due Oscar, uno per il montaggio e uno meritatissimo per le scenografie: pur cercando di inventare un mondo fantastico, il lavoro di Stephen Goosson diventa un manifesto del tardò deco americano anni trenta, opulento ed elegante.
Orizzonte perduto rappresenta anche un importante tassello nel restauro cinematografico: la pellicola era già seriamente compromessa negli anni ’60, quando l’American Film Institute decide di restaurare il film nel 1973, viene ritrovata l’intera colonna sonora mentre mancavano sette minuti d’immagini dovuti ai vari tagli; si sopperì con l’uso di immagini fisse per le brevissime parti mancanti. Un’escamotage molto interessante che rende ancora più peculiare un film la cui trama e realizzazione sono già piuttosto insoliti.

Brigitte Helm

Brigittehelm

L’11 giugno 1996 moriva in Svizzera, ad Ascona, Brigitte Helm, icona del cinema (non solo) muto per il doppio ruolo di Maria e la donna robot in Metropolis. L’attrice ebbe una carriera fulminea: si ritirò dalle scene nel 1936 e non volle mai rilasciare interviste relative alla sua attività cinematografica.
Brigitte Eva Gisela Schittenhelm era nata a Berlino il 17 marzo 1906, ultima di quattro figli. Il padre militare morì nel 1913.

Metropolis

Quando nel 1924 Fritz Lang stava preparando I Nibelunghi, la madre di Brigitte inviò le foto della figlia a Thea von Harbou, moglie e collaboratrice di Lang.
La ragazza non venne selezionata ma per il lavoro seguente, Metropolis, Thea si ricordò di lei, che nel frattempo si era impiegata come segretaria negli studi cinematografici della UFA.
Brigitte Helm entra nel cinema – e nella storia del cinema- con il doppio ruolo Maria e la Robot, impegnativo da un punto di vista artistico ma anche fisico visto il complicato costume che doveva indossare per il robot.

L’esperienza con Lang non la soddisfa e Brigitte non volle mai più lavorare con il regista. Il terzo film lo interpreta nel 1928 per G.W.Pabst, il delirante Il giglio nelle tenebre dove interpreta una ragazza cieca.
Sempre nello stesso anno il regista la dirige anche in Crisi (Abwege).
Ancora nel 1928 è Alraune, ne La mandragora di Henrik Galeen: una donna amorale nata da un esperimento genetico. Brigitte torna ad interpretare lo stesso ruolo due anni dopo nel 1930 in Alraune la figlia del male, remake sonoro del film di Galeen diretto da Richard Oswald.

Alraune

Con Alraune l’attrice viene identificata totalmente con la vamp mangiauomini, ruolo che riveste egregiamente anche ne L’argent di Marcel L’Herbier, sempre del 1928.
Superato senza problemi lo scoglio del sonoro la carriera della Helm procede bene: nel 1932 lavora ancora con Pabst ne L’Atlandide dove interpreta Antinea, la regina del regno perduto.

L'atlantide

Se ha accettato l’imposizione dell’esclusivo ruolo di femme fatale che lei non ama, Brigitte Helm non accetta l’intromissione in campo cinematografico del regime nazista e nel 1936 si ritira definitivamente dalle scene, lasciandosi alle spalle una serie di occasioni mancate che avrebbero potuto fare di lei una grande diva: imdb dice che Josef von Sternberg aveva pensato in origine a lei per L’angelo azzurro.
Non volendo trasferirsi in America, la Helm nel 1935 rifiuta il ruolo de La moglie di Frankenstein di James Whale che fece la fortuna di Elsa Lanchester.
In quell’anno Brigitte Helm gira il suo ultimo film Il marito ideale diretto da Herbert Selpin e ripara in Svizzera perché il secondo marito era di origini ebraiche. Qui cerca di farsi dimenticare dal mondo del cinema ma la potenza del suo debutto resta indimenticabile.

L’argent – Il denaro

L'argent Francia 1928
con Brigitte Helm, Pierre Alcover, Marie Glory, Alfred Abel, Henry Victor
regia di Marcel L’Herbier

L’aristocratico banchiere Gundermann cerca in ogni modi di far fallire il concorrente Saccard, uomo vulcanico e molto più terragno. Per risollevare le sorti della sua Banca Universale, Saccard finanzia l’impresa aviatoria dell’ingegnere Jacques Hamelin che vuole compiere una trasvolata in solitaria fino in Guyana dove impiantare dei pozzi petroliferi. L’impresa riesce tra mille peripezie, anche la presunta caduta dell’aereo e Saccard è all’apice del successo ma oltre che dal nemico storico Gundermann, il banchiere deve guardarsi anche dalla baronessa Sandorf, sua ex amante che ha scommesso sul fallimento della Banca Universale. A conoscenza del tentativo di Saccard di sedurre la moglie di Hamelin, Line, la baronessa induce la donna a denunciare il banchiere per operazioni poco chiare causando così anche guai processuali al marito. Disperata Line vorrebbe sparare al banchiere ma sarà proprio la Sandorf a sventare l’omicidio sempre per i propri interessi economici. Tornato dalla Guyana quasi cieco, Hamelin deve affrontare il processo, verrà assolto grazie all’aiuto di Gundermann mentre Saccard affronta sei mesi di detenzione con il suo spirito battagliero, coinvolgendo anche il secondino nelle sue future imprese economiche.

Tratto dall’ominimo romanzo di Emile Zola, il film di L’Herbier fu molto criticato per aver spostato l’azione del film dalla fine del XIX secolo all’epoca contemporanea. La pellicola ebbe poco successo perché uscito dopo l’avvento del sonoro del 1927 ma personalmente credo che non sia stata apprezzata la dura requisitoria contro il denaro a un passo dalla grande crisi del 1929 e oggi che riviviamo una crisi economica nata dalla stessa finanza spregiudicata il film torna prepotentemente attuale, soprattutto nell’ipocrisia del finale dove un giudice condanna con toni aspri degni di un Savonarola l’asservimento di Saccard al denaro portando sull’orlo della rovina un eroe del progresso come Hamelin. Peccato che i veri organizzatori del fallimento fisico e morale degli Hamelin e degli investitori della B.U., Gundermann e la Sandorf, non debbano pagare alcuno scotto per le loro malefatte ma ne escano addirittura rafforzati economicamente.
L’argent è un’opera ambiziosa e grandiosa nella lunghezza (200 minuti in versione integrale, 164 quella passata nelle sale) ma soprattutto nell’impianto visivo e per le soluzioni registiche: riprese dall’alto, sovraimpressioni, brevi carrelli in avanti (fenomenale quello che accompagna il galoppino di Gundermann tagliare la folla nella riunione iniziale).
Le scenografie sono quasi tutte originali (si girò nella Borsa di Parigi durante alcuni giorni di chiusura festiva) e i costumi rispecchiano fedelmente la moda deco dei tardi anni ’20 con grande profusione di gioielli dal valore anche simbolico poiché Saccard corteggia sempre regalando bracciali per legare a sé le donne che lo attraggono.
La ricchezza, filo conduttore dell’opera a cui dà anche il titolo, torna anche nelle scenografie ricostruite come la villa della baranessa con la sala da gioco nascosta dai paraventi e mentre la donna conduce il suo gioco con Saccard le ombre dei giocatori si riflettono sul soffitto sottolineando l’azzardo degli investimenti borsistici.
La Baronessa è interpretata da Brigitte Helm, celebre per il doppio ruolo in Metropolis, il robot e la dolce Maria. Solo un’anno dopo il capolavoro di Lang gira questo film dove interpreta il perfetto clichè della maliarda senza cuore anni ’20 votata solo all’interesse, una donna serpente anche nelle movenze tutte singulti con chiare allusioni sessuali.

Brigittehelm

Frenetiche le seguenze della festa di Saccard, dove la resa dei conti tra lui e Line è montata in maniera alternata alle scene dello spettacolo che intrattiene gli ospiti: dei ballerini degni di un musical americano ballano su una passerella sopra la piscina, metafora chissà quanto voluta di un equilibrio economico sempre più precario che l’anno dopo si sarebbe definitivamente spezzato.

Treno popolare

Trenopopolare Italia 1933,
con Maria Denis, Marcello Spada, Lina Gennari,
regia di Raffaello Matarazzo

Le avventure corali di un treno popolare invenzione del regime fascista che proponeva tariffe particolari per le gite fuoriporta nelle festivita’. Il viaggio è da Roma ad Orvieto e l’attenzione si concentra soprattutto su Lina che va in gita con il collega Giovanni, spasimante non ricambiato. I due sul treno fanno amicizia con l’aitante Carlo che non ha problemi a far breccia nel cuore della ragazza..

Strano e misconosciuto oggetto filmico che segna il debutto nella regia del ventitreenne Raffaello Matarazzo. Dovrebbe essere un film di propaganda per l’iniziativa del treno popolare ma la retorica resta in secondo piano affidata solo alle riprese della sferragliante locomotiva marchiata dal fascio littorio.
Essendo girata tutta in esterni la pellicola viene considerata a torto un’antesignana del neorealismo, ma non c’e’ nulla di meno realistico delle riprese di Treno Popolare: la scelta dei posti alla partenza da Roma e la corsa verso la funicolare che porta alla rocca di Orvieto, scandite dalle musiche di Nino Rota, hanno il ritmo di una coreografia e anche la scena della siesta pomeridiana con i gitanti addormentati in pose plastiche ha ben poco di vero. Il giovane regista sembra ispirarsi ai film delle avanguardie degli anni 20 dove i cineasti filmavano le metropoli che crescevano a vista d’occhio. Il progresso per Matarazzo si limita solo alle riprese dei binari e al posto dei grattacieli ci sono le riprese del celeberrimo Duomo di Orvieto o del Pozzo di San Patrizio.
Sul treno è presente ogni “tipo” umano dal sussiegoso professore solitario, alla famiglia numerosa, agli antesignani dei vitelloni fino alla ragazza leggera che si accompagna a un uomo sposato smascherato dalla vecchia moglie gelosa. Un bozzettismo che fa sfoggio di primi piani degni della cinematografia sovietica e che ci regala una delle scene sperimentali più intriganti del nosto cinema: un uomo semi addormentato che cade verso la telecamera mentre sbadiglia e il primo piano della sua bocca spalancata si trasforma nella galleria ferroviaria.
Non mancano dettagli di mani o gambe che si sfiorano a raccontare storie d’amore nascenti o proibite. I dialoghi son ridotti all’osso ma va ricordato che il primo film sonoro italiano è di soli tre anni prima (La Canzone dell’amore, 1930)
Reminiscenze del cinema americano sono presenti nella rappresentazione dei protagonisti: Carlo è un fusto impomatato come Rodolfo Valentino mentre il povero Giovanni indossa una paglietta che ricorda Ridolini. Lina offre l’immagine di una ragazza elegante e sportiva che può competere con quella della smart girl delle commedie americane.
Nonostante la voglia di sperimentare il film presenta già in nuce i temi che faranno passare Matarazzo alla Storia del Cinema, la donna perduta che deve scontare la colpa: la povera Maria diciannovenne sventata in gita con l’uomo sposato scoperto dalla moglie la cui disavventura diventa immediatamente il pettegolezzo dell’intero convoglio, punteggia con la sua presenza solitaria ed affranta i momenti di svago dei gitanti e solo dopo aver penato per l’intera giornata arriva il riscatto: nel viaggio di ritorno farà amicizia con Giovanni ormai arreso all’amore nascente tra Lina e Carlo.

Texas

Texas E’ piuttosto difficile cercare di essere obiettivi nel giudicare un film che racconta una realta’ molto vicina alla propria, anche geograficamente, tanto che alcune scene (il ristorante cinese) sono state girate a pochissimi chilometri da casa mia. L’argomento scelto e’ comunque interessante e inusuale: la periferia della provincia, la vita di quei borghi delle comunita’ montane che d’estate sono la gioia del turista e dei programmi televisivi ma che per i residenti, soprattutto se giovani, si trascinano nella monotonia senza prospettive di un mondo ancora in bilico tra una cultura contadina e una societa’ gia’ postindustriale, dove il cellulare neanche prende e l’autostrada che continua a scorrere indifferente ai piccoli grandi drammi del paese rappresenta l’unica via di fuga.
Interessante la scelta di Paravidino di illustrare una realta’ cosi’ grigia nelle situazioni e nelle condizioni atmosferiche con una fotografia molto vivida, quasi iperrealista che ben sottolinea, forse meglio dei nervosi movimenti di macchina, le tensioni sotterranee dell’apparentemente quieto gruppo di amici e degli adulti che li circondano.
Innegabile la presenza di qualche buco di sceneggiatura, che vuole condensare in pochi mesi anche la storia di Maria, la maestra tornata per insegnare in paese, dove rincontra un vecchio compagno di scuola che sposa e ben presto si ritrova insoddisfatta del suo matrimonio.
Se le introduzioni dei vari personaggi sono ironiche ed alleggeriscono una vicenda dai risvolti drammatici, mostrare il prefinale prima che il racconto sia svolto dai flashback e’ una scelta azzardata che rischia di confondere lo spettatore, anziche’ incuriosirlo.

L’uomo perfetto

Luomoperfetto

Lucia e’ da sempre innamorata di Paolo, quando questi decide di sposarsi con Maria, la sua migliore amica, affitta un attore perche’ si finga l’uomo dei sogni di Maria..




Ispirandosi ad una commedia spagnola, Marco Ponti e Lucia Moisio hanno scritto una commedia molto godibile, senza grossi colpi di scena nella trama, che pero’ riesce a stupire per la freschezza e la perfezione dei tempi comici.
Pur senza graffiare Lucini, gia’ regista di tre metri sopra il cielo, lascia serpeggiare una sottile inquietudine nei tic e nelle manie dei trentenni d’oggi: l’ossessione per il lavoro, lo snobismo per mode e luoghi ma soprattutto la paura della solitudine e l’abitudine.
Finalmente il cinema italiano sembra essere definitivamente uscito dalla morsa minimalista che lo attanagliava nel decennio scorso: all’ottimo il quartetto degli attori protagonisti, si aggiunge una serie di esilaranti personaggi minori altrettanto bravi. Estremamente curate anche l’ambientazione e la fotografia che sa piegare Milano alle proprie esigenze: scorci di grattacieli in vetro quasi newyorkesi per introdurre l’ambiente lavorativo, tristi incroci grigi di smog e nebbia fanno da contrappunto alla malinconia amorosa di Lucia, locali alla moda, la Scala e il book shop della Triennale sono la cornice ai giochi d’amore il cui romanticismo e’ sottolineato dai navigli e dal verde del parco.