La trama fenicia

The Phoenician Scheme
USA 2025
con Benicio del Toro, Mia Threapleton, Michael Cera, Tom Hanks, Bryan Cranston, Riz Ahmed, Jeffrey Wright, Scarlett Johansson, Richard Ayoade, Rupert Friend, Hope Davis, Benedict Cumberbatch, Bill Murray, Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe, Mathieu Amalric, F. Murray Abraham
regia di Wes Anderson

Anatole “Zsa-Zsa” Korda è un disinvolto faccendiere che sfida tutte le regole dell’economia per questo molto lo vogliono morto ma lui sopravvive a innumerevoli attentati aerei finché un giorno decide di designare come unica erede la figlia Liesl, che ha intrapreso il noviziato per farsi suora. La ragazza accetta soprattutto per scoprire se il padre ha veramente ucciso sua madre come si vocifera. Intanto un’agenzia governativa decide di sabotare l’ultimo progetto di Korda facendo lievitare i costi delle materie prime necessarie per l’opera faraonica e infiltra un proprio agente nell’entourage di Korda, ma la spia s’innamora di Liesl e passa dalla parte dei Korda…

Una volta tanto la traduzione pressoché letterale del titolo originale è più emblematica: se pensiamo ai vari significati del termine trama possiamo individuare subito le caratteristiche del film di Wes Anderson.

La trama intesa come sviluppo della storia è intricata ma poco approfondita per quanto racconti l’evoluzione di Korda da faccendiere senza scrupoli soprannominato Mr. 5% per la sua passione per le tangenti, incurante degli stipendi da fame degli operai del suo megaprogetto infrastrutturale in Fenicia a uomo che mette in gioco il proprio capitale per realizzare l’opera in cui crede.
Korda passa da padre assente per Liesl e i suoi nove fratelli minori che tiene in un convitto adiacente alla propria residenza pur di non averli tra i piedi al patriarca di una famiglia unita. C’è molta ironia ma poco studio dei personaggi.

E poi c’è la trama visiva: come mostrano i bellissimi titoli di testa ancora una volta Anderson si dimostra un magnifico costruttore d’immagini o meglio di mondi passando dai maniacali mondi miniaturizzati degli interni agli sfondi quasi metafisici del deserto.

Su questa trama d’arazzo si muovono una miriade di personaggi che interagiscono con Korda e la sua disfunzionale famiglia, su tutti il fratellastro Nubar l’odio tra i due consanguinei non è da spiegare rifacendosi ad un istinto primordiale di sopraffazione

Beetlejuice Beetlejuice

USA 2024, Warner Bros
con Winona Ryder, Jenna Ortega, Michael Keaton,Monica Bellucci, Catherine O’Hara, Justin Theroux, Willem Dafoe, Arthur Conti, Burn Gorman, Danny DeVito, Mark Heenhan, Stephen K. Amos, Santiago Cabrera
regia di Tim Burton

Lidia Deetz è diventata una star televisiva con un programma sulle case infestate, ha un pessimo rapporto con la figlia adolescente Astrid che non crede ai suoi poteri paranormali visto che non può metterla in contatto con il padre morto; quando Charles Deertz viene a mancare, Astrid, Lidia e la matrigna Delia riaprono la casa di Winter River per il funerale. Qui Astrid s’innamora di un ragazzo dalle malevoli intenzioni tanto che per salvarla Lidia è costretta a chiedere l’aiuto di Beetlejuice e ad accettare di sposarlo ma dal passato del bio esorcista è riemersa Delores, la sua prima moglie…

Per la prima volta Tim Burton gira un sequel di un suo film originale, la scelta, vagheggiata da tempo, ricade sull’irrispettoso bio esorcista dando la possibilità al regista di riaggiornare al presente la satira sul mondo della televisione, l’arte e gli onnipresenti influencer.

Il film è divertente ma la scorrettezza del primo film si è molto ammorbidita, punto accettabile essendo un chiaro segno dei tempi. Torna la sarabanda surreale tra mondo dei vivi e mondo dei morti ancora più mescolati che nel primo film.

Come al mondo dell’audiovisivo su cui satireggia (più divertente la critica sottile al mondo dell’arte contemporanea che l’osannata scena degli influencer risucchiati dal cellulare) Burton presta più attenzione alla superficie che ai contenuti: precisa la citazione del cinema espressionista del Gabinetto del Dr Caligari, bella la fotografia, i balletti e gli effetti speciali; rimane un po’ di delusione per la trama tirata via in fretta eppure sia il fidanzato fantasma di Astrid e soprattutto la ex di Beetlejuice, Delores avrebbero meritato di essere molto più che sbiaditi comprimari: erano personaggi degni di entrare nell’universo burtoniano, asfittico da troppi anni: forse forse era un progetto più adatto ad una serie? 

Nosferatu

USA 2024
con Nicholas Hoult, Lily-Rose Depp, Bill Skarsgård, Aaron Taylor-Johnson, Willem Dafoe, Emma Corrin, Ralph Ineson, Simon McBurney
regia di Robert Eggers

Al giovane Thomas Hutter viene affidata una pratica complessa: vendere un vecchio maniero di Wisborg a un conte transilvano che non può spostarsi dal suo luogo d’origine. Benché il lavoro lo terrà lontano per mesi dalla moglie appena sposata, Hutter accetta di buon grado l’incarico proprio per garantire una sicurezza economica alla futura famiglia ma Ellen, che prima delle nozze era stata una ragazza problematica affetta da un’acuta forma di malinconia è estremamente contrariata dal viaggio del marito che ben presto smette di dare notizie di sé facendo ricadere la giovane donna nelle sue turbe giovanili. Friedrich Harding e sua moglie, che hanno accolto in casa Ellen, si rivolgono, su consiglio del medico di famiglia, a un luminare svizzero che non disdegna l’occulto; il professor Albin Eberhart Von Franz abbraccia i vaneggiamenti di Ellen confermati anche dal fortunoso ritorno di Thomas: una malefica entità si è mossa dalla Trasilvania per gettare la sua ombra di morte su Wisborg…

La terza versione di Nosferatu, diretta da Robert Eggers è stato il film più discusso d’inizio 2025 e come al solito si sono dimostrate eccessive le esaltazioni dell’opera come del resto le stroncature.
Pur non essendo perfetto il film di Eggers ha degli spunti interessanti.
La differenza maggiore tra il Nosferatu di Murnau e i film di Dracula (di cui la pellicola di Murnau era una versione non autorizzata) è nel ruolo della figura femminile, vittima da salvare da Van Helsing &co nei film che hanno pagato i diritti agli eredi di Bram Stoker, eroina che si sacrifica volontariamente nella versione di Murnau; eppure nel capolavoro del 22 all’eroina sono riservate ben poche scene, Herzog lascia più spazio a Ellen che diventa protagonista assoluta nel film di Eggers.

Il film si apre sulla giovane solitaria che invoca una presenza attirando così l’attenzione di Nosferatu. L’amore per Thomas Hutter placa le fantasie orrorifiche di Ellen ma ormai il conte ha messo in moto la sua macchinazione per arrivare a lei attraverso Knock, il capo di Hutter che è un devoto servitore di Nosferatu.
Giusto porre in risalto l’eroina in grado di sconfiggere Nosferatu: ma è davvero una lettura attenta al femminile o la trita versione dell’oppressione della sessualità femminile vittoriana? Infatti appena si sposa a Ellen passano tutte le fantasie perché finalmente attiva sessualmente.

Per salvare capra e cavoli, da ragazzina troppo eccitabile che ha smosso anche gli inferi per trovare un sollievo alla sua solitudine (quindi colpevole di aver attirato Nosferatu) Ellen viene ripresentata come una persona dalle grandi doti medianiche che in tempi meno sessuofobici sarebbe stata una grande sacerdotessa, personalmente avrei gradito meno ambiguità sulla giovinezza di Ellen, ma credo sia stato un tema su cui si sia voluto giocare, in fondo la battuta più memorabile del film recita “il male nasce dentro di noi o viene da fuori?”

Anche la scelta dell’attrice mi lascia un po’ perplessa, non entro in merito alle doti di Lily-Rose Depp che mi sembra che se la cavi ma di certo una buona fetta di pubblico, come la sottoscritta, ha passato gran parte del tempo a cercare le somiglianze con il celebre padre e non saranno sfuggite le tante inquadrature dove i tagli di luce segnano il volto di Lily con occhiaie degne dei film in stop motion di Tim Burton.

Questo Nosferatu , infatti, non è solo un remake dei due capolavori precedenti ma è anche una summa di tutto l’horror di autore a partire dal Dracula di Bram Stoker di Coppola da dove viene l’idea di ringiovanire il vampiro mentre si nutre del sangue delle due vittime così da vecchio tremante lo vediamo trasformarsi in un figuro nerboruto (anche Nosferatu paga pegno all’era dei comics) che si riveste man mano di strati epiteliali più solidi anche se all’incontro amoroso con la sua bella di presenta con ancora qualche piaga putrescente.
È un Nosferatu poco presente sullo schermo spesso celato nell’ombra e in effetti era difficile competere con le due figure iconiche dei precedenti film ma la discussione è stata principalmente sui suoi baffoni, sinceramente non ricordavo che lo stesso Stoker li menzionasse nel romanzo, ho subito pensato ai baffoni del ritratto di Vlad Tepes, il sanguinario principe transilvano a cui s’ispira la figura di Dracula.

Sicuramente più presenti gli omaggi all’espressionismo tedesco, forse le sequenze che ho apprezzato di più: l’ombra della mano che si stende su Wisborg trasformandosi nei cavalli dell’Apocalisse e in assoluto la mia scena preferita è Thomas che si avvicina al feretro dove dorme Nosferatu e nelle prime inquadrature da lontano sembra di vedere il conte assiso su un trono, ho trovato divertente che Dafoe gigioneggi tratteggiando il suo professore sul Dottor Caligari.

A contrastare l’oscurità orrorifica del mondo di Nosferatu c’è la perfetta ricostruzione del mondo d’inizio Ottocento, dalla fotografia esangue che riprende quella del film di Herzog regalandoci bellissime inquadrature di lillà che richiamano i celebri versi della poesia di T.S.Eliot, La sepoltura dei morti

April is the cruellest month, breeding

Lilacs out of the dead land, mixing

Memory and desire, stirring

Dull roots with spring rain.

Winter kept us warm, covering

Earth in forgetful snow, feeding

A little life with dried tubers.

Finalmente l’Alba

Italia 2023
con Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe, Sofia Panizzi, Carmen Pommella, Giovanni Moschella, Enzo Casertano, Michele Bravi
regia di Saverio Costanzo

Roma 1953, Mimosa è una ventenne timida e romantica, patita di cinema come la madre e la sorella maggiore (e maggiorata) Iris che riceve la proposta di fare la figurante in un peplum. Mimosa insiste per accompagnare la sorella al provino e inizialmente scartata, diventa la comparsa della scena finale per un capriccio della protagonista, la star americana Josephine Esperanto che l’ha incrociata nei corridoi. Josephine le regala anche un elegante abito rosso che Mimosa indossa attardandosi a Cinecittà, sarà di nuovo Josephine a offrire alla ragazza un passaggio in macchina per portarla a casa, ma il semplice passaggio si trasforma in una discesa nel sottobosco cinematografico, negli stessi luoghi dove pochi giorni prima ha trovato la morte Vilma Montesi. 


Mah! Commenta perplessa la madre di Iris e Mimosa alla fine del film con Alida Valli e lo stesso commento riservo all’opera che segna il ritorno al cinema di Saverio Costanzo dopo nove anni di lavori televisivi (In Treatment e L’amica geniale).
Sono perplessa perché nel film ci sono cose che mi sono piaciute molto e altre che ho trovato fastidiose.

Iniziando da queste ultime ho trovato stucchevole il finale surreale, la chiusa perfetta sarebbe stata la discesa da Trinità dei Monti nell’alba livida di Roma con la voce di Josephine che legge la poesia, non c’era nessun bisogno di aggiungere il fantomatico incontro con la leonessa fuggita, ridondante riassunto del messaggio del film: Mimosa che supera le sue paure, non fugge dalla leonessa che finisce per camminarle accanto, una nota surreale che stona con il registro dell’intero film di cui ho apprezzato molto la capacità di passare dall’omaggio neorealista (la parte iniziale con lo spasimante di Iris che si finge introdotto a Cinecittà è quasi una citazione di Bellissima) al mondo felliniano: Mimosa è più di un’appassionata di cinema delusa dall’incontro con i suoi idoli come ne Lo sceicco bianco.

Se girovagando nei meandri di Cinecittà Mimosa ha ancora uno sguardo incantato che la porta all’incontro fortuito con la grande star, riceve anche un anticipo del lato oscuro del mondo del cinema durante il montaggio del cinegiornale sull’omicidio Montesi e nel suo viaggio nella notte romana il sogno si trasforma in un incubo: Mimosa si ritrova proprio nel luogo dov’è morta l’aspirante attrice, nel castello la ragazza è vittima di un gioco crudele di Josephine da cui la salva la profonda innocenza per cui il suo pianto viene scambiato per una raffinata performance artistica.

Mimosa riesce a destreggiarsi e sfuggire a una notte di droga e festini perdendo solo la sua ingenuità (e la verginità) ma quando al mattino si presenta alla porta di Sean, l’attore protagonista del film, convinta di poter iniziare una relazione con lui, scopre di esser stata vittima dell’ennesima manipolazione di Josephine, la cui crudeltà viene banalmente giustificata dalla trasformazione davanti allo specchio mentre si strucca. 

In un film che funziona per le allusioni al caso Montesi, alla ricostruzione del mondo delle comparse e della Hollywood sul Tevere dove tutto viene suggerito e compreso senza bisogno di riferimenti reali, stona un po’ la presenza di un unico personaggio storico, Alida Valli interpretata da Alba Rohrwacher senza per altro nessun lavoro sul trucco per creare una qualche somiglianza con la diva, questo è  un esempio di alcune deviazioni improvvise da un percorso ben disegnato e costruttivo che a mio parere inficiano un’opera altrimenti riuscita.


The northman

USA 2021, Universal
con Alexander Skarsgård, Anya Taylor-Joy, Nicole Kidman, Ethan Hawke, Claes Bang, Willem Dafoe, Ralph Ineson, Kate Dickie, Björk, Tadhg Murphy, Olwen Fouéré, Ingvar Eggert Sigurdsson, Jon Campling, Murray McArthur, Gustav Lindh, Rebecca Ineson, Eldar Skar, Ian Whyte
regia di Robert Eggers


The northman jpeg


Il re Aurvandill, tornato da una battaglia, inizia il figlio Amleth ai riti di passaggio per l’età adulta e subito dopo viene ucciso dal fratellastro Fjolnir. Mentre la madre Gudrun viene forzata a nuove nozze, Amleth è costretto a fuggire per salvarsi la vita. Si unisce a una banda di vichinghi che vive di razzie sui mari, un giorno dopo il sanguinoso saccheggio di un villaggio, Amleth incontra una veggente che gli ricorda il suo giuramento di vendetta verso l’assassino di suo padre. Scoperto che Fjolnir ha perso il regno che gli spettava di diritto e si è rifugiato in Islanda, Amleth non esita a mescolarsi agli schiavi destinati ai possedimenti dello zio. Durante il viaggio conosce Olga delle Betulle, una giovane maga, anch’essa destinata alla schiavitù presso Fjolnir. Dopo aver salvato il fratellastro Gunnar, Amleth riesce a conquistare la fiducia dello zio e inizia il suo piano di vendetta con l’aiuto di Olga ma durante un drammatico confronto con la madre che vorrebbe salvare, scopre che Gudrun non ha mai amato il padre ed è da sempre complice dello zio. Amleth uccide la madre ma poi viene catturato, liberato dai corvi, animali totemici del padre, Amleth decide di abbandonare i suoi piani di vendetta e fuggire con Olga di cui ormai è innamorato ma quando scopre che la ragazza è incinta e la sua progenie reale è destinata a continuare, preferisce finire la sua opera di vendetta



Thenorthman


Ispirandosi alle antiche saghe che dovrebbero aver ispirato anche Shakespeare, il regista americano Robert Eggers costruisce un blockbuster intriso di violenza arcaica e vendetta senza redenzione con incursioni nel fantastico. Tematiche che non sono certo innovative e seguono il solco tracciato da Il Trono di Spade: rivendicazioni di regni legittimi in un universo che mescola la più prosaica crudeltà umana alla dimensione fantasy.
L’elemento fantastico in The Northman non è dato da animali o altri esseri mitologici, ma la rappresentazione visiva del mondo spirituale della civiltà vichinga, nate dalla fede (la valchiria che trasporta l’eroe nel Valhalla) poteri paranormali (le visioni riguardanti la progenie futura di Amleth) o l’uso di allucinogeni (il rito iniziatico del giovane Amleth). Paradossalmente l’indagine del mondo spirituale dei norreni, l’elemento “autoriale” che dovrebbe distinguere The Northman dai prodotti tipicamente action, è quello che funziona meno: da una ieraticità simbolica delle scene iniziali, in particolare dell’accoglienza del re Aurvandill o la presenza iconica di Bjork nelle vesti della veggente che richiama Amleth al suo compito di vendetta, si finisce a scene di sapore lisergico fino al deludente viaggio della valchiria, realizzata con una mediocre CG e un volo iniziale che ha lo stesso andamento di quello del drago di Never Ending Story: un’apparente caduta del soggetto volante che poi ricompare in cabrata dal basso dell’inquadratura.
Ho particolarmente sofferto la rappresentazione fantastica perché l’ho trovata stridente, mella sua mediocrità, con il resto del film: i paesaggi sono indubbiamente ammalianti ma anche la dimensione sanguigna, per non dire gore dell’opera è notevole: l’immagine di Amleth prigioniero è molto potente, richiama la pittura espressionista.
Il ritorno alle origini della più nota figura shakespeariana conserva le caratteristiche del pensoso principe di Danimarca descritto dal Bardo? qualcosa si può ritrovare: il dilemma della vendetta, se perseguirla o abbandonarla è declinata in maniera diversa: la complicità della madre con lo zio sconvolge Amleth che si risolve a lasciare l’Islanda con Olga e a ricostruirsi una vita, già imbarcati sulla nave che li porta in salvo, il principe ha la visione sul futuro della sua progenie e decide di portare a termine la sua vendetta, apparentemente è un controsenso ma solo eliminando l’eterno nemico Fjolnir, Amleth può assicurare la salvezza alla sua stirpe.
Notevoli le figure femminili e le loro interpreti: la determinata Olga è interpretata da Anya Taylor-Joy, la famosa Regina degli Schacchi lanciata dal film d’esordio di Eggers, The Witch ma soprattutto Nicole Kidman, inizialmente il suo ruolo pare poco più di un cameo ma lo scontro con il figlio è il momento cruciale del film che fa di Gudrun il personaggio più shakespeariano anche se da Amleto passiamo al livore di Lady Macbeth; l’unica nota stridente è ritrovare nel ruolo di madre e figlio la Kidman e Alexander Skarsgård che avevano già lavorato insieme pochi anni fa nella miniserie di successo Big Little Lies in cui interpretavano una coppia sposata vittima di un amore violento.

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Nightmare Alley
con Bradley Cooper, Cate Blanchett, Rooney Mara, Toni Collette, Willem Dafoe, David Strathairn, Ron Perlman, Holt McCallany, Jim Beaver, Richard Jenkins, Mark Povinelli
regia di Guillermo del Toro

 

Lafiera delleillusioni

 

Dopo la morte del padre, Stanton Carlisle brucia la casa di famiglia e lascia il Midwest in cerca di fortuna. La trova in un luna park dove inizia come semplice manovale. La prima a notare Stan è la chiaroveggente Madame Zeena, Stan va a vivere con lei e il marito, Pete ex mentalista ormai alcolizzato e nemmeno più in grado di aiutare la moglie nei suoi trucchi. Stan è affascinato da Pete e ascolta avidamente tutti i racconti del glorioso passato, cercando di carpirne i segreti e grazie ad essi riuscirà a salvare il luna park dallo sceriffo che vorrebbe farlo chiudere. Intanto Stan si è innamorato di Molly e le propone di fuggire con lui. Due anni dopo Stan è un mentalista di successo ma una sera rischia di essere smascherato da una psichiatra, Lilith Ritter, accompagnata da un suo paziente, il giudice Kimball. Nonostante il loro incontro sia stato burrascoso, Carlisle e la Ritter si alleano e riferendogli le registrazioni delle sedute, Lilith aiuta Stan a rendere credibili i messaggi del figlio morto in guerra per i coniugi Kimball. Il successo della truffa porta molto denaro ai due truffatori e un’apparente serenità per i Kimball, un loro facoltoso quanto infido amico, Ezra Grindle, richiede l’aiuto di Stanton per mettersi in contatto con l’amante mai dimenticata di cui Grindle ha causato la morte. Lilith si rifiuta di aiutare il mentalista ma Stanton trafuga i suoi nastri e coinvolge Molly, molto somigliante alla donna morta più di trent’anni prima, nella presunta materializzazione del fantasma di Dori. La messinscena non funziona e per fuggire Stanton uccide Grindle e la sua guardia del corpo. Lilith si svela per l’opportunista che è sempre stata e cerca di far arrestare Stanton che lascia la città nascondendosi in un carro bestiame e torna a cercare lavoro in un luna park più squallido di quello in cui ha iniziato accentando il ruolo più infimo che il settore possa offrire.

 

La fiera delle illusioni

 

Guillermo del Toro continua l’opera di rivitalizzazione di classici cinematografici del passato così ben riuscita ne La forma dell’acqua. Questa volta non tocca a un classico della sci-fi ma a un noir di scarso successo dal finale (ovviamente happy end) rimontato dalla major che già aveva faticato ad accettare che una stella come Tyrone Power volesse interpretare un personaggio sgradevole come Stanton Carlisle, anche il pubblico non gradì il tentativo dell’attore di smarcarsi dai soliti ruoli romantici e positivi e il film è finito nel dimenticatoio pur essendo tratto da un romanzo di grande spessore, unica opera degna di nota di William Lindsay Gresham, romanziere dalla vita piuttosto travagliata.
Pur rimanendo piuttosto fedele al romanzo e al film originale, Guillermo del Toro coglie l’occasione per far rivivere il genere noir, creando tutta una serie di situazioni classiche del genere più in voga nei secondi anni’40: certe pose di Stanton mollemente appoggiato mentre fuma la sigaretta sono identificative del loser anni 40, la contrapposizione femminile della compagna comprensiva vesus il modello raffinato e crudele della dark lady, la fuga dai poliziotti, il treno merci come mezzo di trasporto privilegiato dei barboni e ovviamente la sconfitta definitiva a un passo dal successo dettata da un dettaglio insignificante e casuale che manda in frantumi il riscatto del protagonista.
C’è poi il mondo del lunapark, una comunità a sè stante con le sue regole come ci ha insegnato Freaks di Tod Browning e finché Stanton si muove nel mondo, anche illecito ma ben definito delle magie da fiera tutto funziona, quando si sposta nell’ambito dello spiritismo il successo viene meno: ci sono emozioni dell’animo umano di cui non ci si può prendere gioco pena la vendetta crudele degli dei, del fato o come volete chiamare quell’essenza bizzarra e sardonica che regola il destino umano e che nel film ha le sembianze di Enoch, un feto malformato dal terzo occhio che torna nel finale del film a chiedere conto a Stanton delle sue azioni.

Aquaman

USA 2018 Warner Bros
con Jason Momoa, Amber Heard, Patrick Wilson, Willem Dafoe, Nicole Kidman, Dolph Lundgren, Temuera Morrison, Yahya Abdul-Mateen II, Michael Beach
regia di James Wan



Aquaman


Maine, 1985: durante una tempesta il guardiano del faro Thomas Curry trova il corpo di una donna riverso sugli scogli: si tratta di Atlanna regina di Atlantide. I due s’innamorano e hanno un figlio, Arthur ma dopo qualche anno gli atlantidei attaccano il faro per reclamare il ritorno di Atlanna. Anche se dovrà sposare Barox, il promesso sposo da cui era fuggita, la regina torna nel suo regno per salvare la sua famiglia terrestre. Arthur viene istruito sul mondo atlantideo da Vulko, un dignitario di corte fedele ad Atlanna. Grazie ai suoi poteri marini che sfrutta a fin di bene, Arthur diventa l’eroe chiamato Aquaman e durante una delle sue imprese lascia che un vecchio pirata muoia dopo aver assaltato un sottomarino, il figlio di Jesse Kane diventerà l’acerrimo nemico di Aquaman, Black Manta.
Mentre il fratellastro atlantideo vuole riunire tutti gli antichi regni e diventare Ocean Master, la principessa Mera chiede ad Arthur di reclamare il regno per evitare lo scontro con i terrestri ma Aquaman rifiuta fino a quando non vede i primi effetti sulle terre emerse degli attacchi di Orm. Arthur sfida il fratello ma viene battuto per conquistare il regno e il popolo di Atlantide dovrà recuperare il Tridente Sacro di Re Atlan, nella ricerca lo accompagna Mera. Oltre al Tridente Arthur riporta ad Atlantide la madre Atlanna creduta morta da anni. La regina favorisce la riconciliazione tra i due figli ma Black Manta sta organizzando la sua vendetta…



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Ho abbandonato i cinecomics da tempo e l’unico motivo per vedere Aquaman era il protagonista, il bel Jason Momoa. Senza nessuna aspettativa mi sono trovata coinvolta nell’inizio di questa nuova saga (la vendetta di Black Manta sarà il motore del secondo capitolo).
Quello che ho apprezzato è il tono epico: Aquaman non eredita i suoi poteri per un caso fortuito o un esperimento scientifico, gli provengono dalla sua origine atlantidea e la ricerca del tridente scomparso nel regno sepolto sotto il Sahara e la parentesi in Sicilia restituiscono, seppur nella lettura superficiale da blockbuster americano, il sapore della quest, della ricerca tipico di tanto cinema anni’80 da Indiana Jones a Alla ricerca della pietra verde, pellicole da cui Aquaman recupera anche il giocoso scontro tra i sessi che le pellicole anni ’80 mutuavano dalle commedie anni ’30.



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Un altro referente molto presente è sicuramente il Trono di Spade: un bastardo che si scontra con il fratello legittimo per la conquista dei Sette Regni, e guarda caso il protagonista del film si è fatto notare proprio nelle prime stagione della serie nel ruolo di Khal Drogo.
La regina Atlanna ha un’acconciatura con le trecce, sdoganate da Il Signore degli Anelli, sono diventate un must proprio con il Trono di Spade.



Aquaman


Il difetto più grande che posso imputare al film è proprio quello di non aver sviluppato un immaginario proprio: Orm sembra un elfo cattivo, i fondali di Atlantide hanno i colori fosforescenti di Avatar, l’unica idea interessante è quella degli ippocampi usati come destrieri per i cavalieri di re Nereus interpretato da Dolph “ti spiezzo in due” Lundgren.



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Il cast infatti è di grande richiamo: Nicole Kidman nel ruolo di Atlanna, Willem Dafoe nei panni del consigliere Vulko, e su tutti Jason Momoa che gioca ironicamente con il suo incontestabile fascino truzzo e ammiccante.

American Psycho

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USA 2000 Lionsgate Films
con Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Chloë Sevigny, Reese Witherspoon, Josh Lucas, Samantha Mathis, Justin Theroux, Matt Ross, Cara Seymour
regia di Mary Harron

Patrick Bateman è uno yuppie ventisettenne che vive una vita vuota fatta di apparenze, abiti firmati e locali alla moda, sfogando le proprie frustrazioni ed invidie in una doppia vita di sadico assassino..

Dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, il film che ha lanciato la carriera di Christian Bale, perfetto nel ruolo del levigato uomo di successo, con una passione per la musica pop che nasconde una vena di sadica follia dietro la facciata di yuppie rampante, meticoloso all’inverosimile.
Bateman crede di poter controllare la rabbia sfogandola saltuariamente su esseri che considera inferiori come barboni o prostitute ma quando la sete di sangue sale e non riesce a controllare l’invidia per il successo di un collega, Paul Allen, che uccide, Bateman finisce nel mirino del detective Donald Kimball, che si occupa della sparizione del broker ..sempre che i delirii omicidi di Bateman non siano solo il frutto della sua fantasia malata, ultimo disperato tentativo di fuga da un mondo così superficiale che Bateman e gli altri broker di Wall Street diventano interscambiabili tra di loro.



American-psycho


La gestazione del film è stata piuttosto complicata: inizialmente la regia doveva essere di Cronenberg, poi sostituito da Mary Harron che abbandona il progetto quando per il ruolo del protagonista si pensa a DiCaprio ma Leonardo, interessato ad altre produzioni, lascia il campo libero a Bale, prima scelta della Harron, anche sceneggiatrice della pellicola.



American Psycho


All’uscita American Psycho ebbe un’accoglienza controversa, visto oggi molta della carica violenta allora scandalosa ha perso mordente, mi sembra ancora valida, invece, la ricostruzione della New York notturna, campo d’azione del serial killer Bateman: vicoli e quartieri desolati, luci blu che restituiscono perfettamente l’atmosfera, se non altro cinematografica, degli anni ’80.
Mary Harron sa costruire bene le atmosfere alienanti facendo riferimento al cinema classico: corridoi vuoti e signorili tra Rosemary’s Baby e Shining, la fuga finale negli atri dei grandi palazzi che ricorda Il tempo si è fermato.
Buoni anche i tocchi di humor nero e l’uso sociologico della musica pop: sinceramente qualcuno oggi ricorda ancora Huey Lewis and The News?



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Pur non essendo un capolavoro, American Psycho è un film interessante, forse l’ultimo capitolo di una cinematografia che indagava il delirio individuale per tentare di sopravvivere a una società che fa sentire perennemente inadeguati: le paure del nuovo millennio sono radicalmente cambiate accelerando l’omologazione e paradossalmente svuotandola del suo valore, oggi i nuovi oggetti del desiderio tecnologico puntano ad appagare solo un piacere estetico materialistico e non sono più status symbol, cioè riprova del raggiungimento di una posizione socioeconomica agiata, ultimo retaggio, ormai deteriorato dall’edonismo reaganiano, del sogno americano che permette(va) di realizzarsi attraverso l’impegno e il lavoro.

Il fuoco della vendetta

Russel Baze fa l’operaio a Braddock, cittadina della Pennsylvania che ruota attorno all’industria siderurgica, è fidanzato con la bella maestra elementare, si occupa del padre malato terminale e dell’inquieto fratello minore Rodney, soldato in Iraq. Un giorno, guidando ubriaco, Russel causa un incidente mortale e finisce in galera,da quel momento la sua vita va a rotoli: la fidanzata lo lascia e Rodney, terminato il servizio in Iraq si da ai combattimenti clandestini scomparendo dopo la resa dei conti tra due malavitosi..


Ilfuocodellavendetta

Storia piuttosto convenzionale sul rapporto tra due fratelli (Christian Bale e Casey Affleck) sorretto da un cast notevole anche nei ruoli secondari: Woody Harrelson, fresco di candidatura agli Emmy per True Detective, è il cattivissimo allibratore/spacciatore dei monti Appalachi, mentre Willem Dafoe interpeta il malavitoso di Braddock e Forrest Whitacker è il poliziotto della città, nuovo compagno della ex di Russel che si deve occupare delle ricerche di Rodney, ciliegina sulla torta Sam Shepard nel ruolo dello zio Red.
Un dramma sulla disgregazione dell’America: la crisi e la conseguente perdita di posti di lavoro (il film inizia nel 2008 durante la prima campagna presidenziale di Obama) che toglie ogni residuo di dignità a quello che comunemente viene definito white trash, il proletariato bianco, costretto a ricorrere alla malavita per sopravvivere.
Russel Blaze accetta con dignità il suo risicato destino da operaio ben sapendo che la fabbrica è costata la salute del padre, paga il suo debito con la società scontando la galera per un incidente in cui la casualità ci ha messo molto del suo. Quello che non accetta è l’immobilità delle forze dell’ordine di fronte alla scomparsa del fratello: all’Uomo che si è giocato tutto per un bicchiere di birra di troppo non resta che agire in prima persona conscio delle conseguenze a cui andrà incontro. Russel agisce più per senso di colpa (molti i riferimenti religiosi e le scene in chiesa) che per spirito di vendetta.
Un film solido che si distingue anche per la notevole fotografia e l’ottimo montaggio.