Insomnia

Insomnia USA 2002
con Al Pacino, Robin Williams, Hilary Swank,
regia di Christopher Nolan

Will Dormer, il detective di maggior successo di Los Angeles e il suo collega, Hap Eckhart, vengono spediti in un paesino dell’Alaska ad investigare sull’omicidio di una diciassettenne. I due poliziotti sono stati allontanati dalla metropoli perchè gli Affari Interni stanno indagando su alcuni loro comportamenti poco cristallini. Appena giunti a destinazione il collega di Dormer confida all’amico che sta per patteggiare. Il giorno dopo mentre si cerca di sorprendere l’assassino, Eckhart viene ucciso involontariamente da Dormer che fa ricadere l’omicidio sul killer ricercato. L’assassino però ha visto tutto e inizia a ricattare Dormer, ossessionato dal senso di colpa e dalla mancanza di sonno.

Alla sua terza regia Christopher Nolan utilizza il remake di un film norvegese per lavorare sui temi basilari della sua teoretica filmica: l’ambiguità morale e la dualità tra bene e male che si esplica nel confronto dialettico tra i due antagonisti, come vedremo anche in Prestige ma soprattutto negli ultimi due capitoli della saga di Batman.
Forse in Insomnia i meccanismi di Nolan non sono oliati perfettamente: ad esempio non si capisce come Dormer arrivi a piedi in pochissimi minuti a casa del fidanzato della vittima su cui l’omicida ha fatto cadere tutti i sospetti mentre i poliziotti a sirene spiegate impiegano più del doppio del tempo lasciando al detective il tempo per ispezionare mezza casa: evidentemente a piedi c’era una scorciatoia ma il perché i poliziotti non si accorgano del casino lasciato da Dormer, resta un mistero.
Al Pacino allucinato e Robin Williams scanzonatamente malefico rischiano di mangiare il film fortunatamente bilanciati da una misuratissima Hilary Swank il cui personaggio funziona davvero molto bene: Ellie Burr, agente alle prime armi è entusiasta di poter lavorare con una leggenda della polizia su cui ha fatto la tesi di laurea ma la mente indagatrice della poliziotta è sufficientemente lucida per capire che a sparare al collega è stato in realtà il suo idolo. Interessante il fatto che proprio Dormer (che pure si è prodigato nel costruire false prove) consigli a Elle di rivedere il primo rapporto che aveva scritto: evidentemente il senso di colpa attanaglia l’inconscio di anche in altri modi oltre l’insonnia.
Location insolita per un poliziesco, la lunga estate senza notti del’Alaska diventa parte integrante della pellicola con la sua luce fredda e i paesaggi aspri, indifferente spettatrice alle allucinazioni dell’insonne Dormer di cui resta insoluto il mistero: l’omidicio del collega è stata fatalità o premeditazione?

Scandalo a Filadelfia

ScandaloaFiladelfia-jpg

The Philadelphia Story
Usa 1940 MGM
con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart
regia di George Cukor

L’altezzosa Tracy Lord, una delle più ricche ereditiere di Filadelfia, è alla vigilia del secondo matrimonio con un magnate di umili origini, George Kittredge. L’ex marito C. K. Dexter Haven vende l’esclusiva del matrimonio a un giornale di gossip e fa passare il cronista e la fotografa che devono seguire l’evento per amici del fratello della sposa. Parrebbe un dispetto all’ex moglie ma in realtà Dexter ha ceduto al ricatto del direttore del giornale per evitare lo scandalo che colpirebbe la famiglia se venisse pubblicato un articolo sulla tresca che il padre di Tracy ha avuto con una ballerina e perciò avvisa i Lord sulla vera identità degli improvvisi ospiti. Dopo un primo scontro Tracy scopre che il giornalista Macaulay “Mike” Connor è in realtà uno scrittore dall’animo profondo e tra i due scatta l’attrazione proprio la sera prima del matrimonio: George sarà comprensivo con la sventatezza della promessa sposa?


The Philadelphia Story


Celeberrimo capolavoro della commedia sofisticata americana passato alla storia, oltre che per i meriti artistici, per aver rilanciato la carriera di Katharine Hepburn, soprannominata negli anni precedenti veleno dei botteghini per gli insuccessi teatrali a cui legò il proprio nome. La caparbia attrice acquistò i diritti della commedia e raddrizzò definitivamente la sua carriera con l’aiuto di Howard Hughes come racconta anche il film di Scorsese The aviator. Mi pare romantico ricordare che il suo personaggio si chiama Tracy, come il grande amore della Hepburn, Spencer Tracy che l’attrice avrebbe incontrato sul set del film successivo, La donna del giorno (1942).


Thephiladelphiastory


Diretto con la consueta eleganza da George Cukor, The Philadelphia story presenta tutti gli elementi classici della commedia sofisticata: scambi di persona, gag fisiche che richiamano il slapstick delle comiche (la scena d’apertura con Cary Grant che getta a terra la Hepburn spingendola all’indietro con una mano sulla faccia) girandole amorose che, con buona pace del Codice Hays aggirato dal genere comedy of remarriage (divorziati che tornano insieme dopo altre relazioni) descrivevano una società molto meno bacchettona in fatto di scappatelle matrimoniali e infatti, tutto ruota attorno alla “rossa” Tracy altera e molto dura nel giudicare gli altri: è stata lei a spingere la madre a lasciare il padre in seguito alla tresca con la ballerina. Anche il matrimonio con Dexter è fallito perchè Tracy non accetta la sua debolezza verso l’alcol. Quando le vengono rinfacciate tutte queste cose e quando prova una tenerezza con lo spiantato Mike, Tracy capirà l’importanza della comprensione e del perdono per essere felice.


Scandalo a filadelfia


Non manca la satira sociale diretta non tanto verso il bel mondo, quanto verso gli arricchiti che non hanno sensibilità e nobiltà d’animo: non ci sono grossi problemi infatti nel riconoscersi e stimarsi tra i due giornalisti e i ricchi Dexter e Tracy che apparentemente non avrebbero nulla in comune.
I capolavori sono tali perchè offrono una lettura nuova con il mutare dei tempi: oggi, che il gossip è uscito dal sottobosco delle riviste dedicate per regnare sulle testate più autorevoli dei quotidiani, salta all’occhio il fastidio con cui era visto dalla buona società di una volta.


Scandaloafiladelfia


Il film vanta un remake (Alta Società, 1956) di tutto rispetto in quanto a cast: Grace Kelly Bing Crosby, Frank Sinatra e la presenza di Louis Armstrong ma la bravura del trio Hepburn, Stewart, Grant resta inarrivabile: Katharine Hepburn è splendente e Cary Grant superbo mentre James Stewart vinse inaspettatamente il suo unico Oscar come attore protagonista forse per compensare quello perso l’anno precedente per Mr. Smith va a Washington citato in Scandalo a Filadelfia nel fervore con cui Mike detta la lettera che denuncia le nefandezze del direttore del giornale.

L’amaro caso della Baronessa di Carini vs La Baronessa di Carini

L-amaro-caso-della-baronessi-di-carini

Lo dissi da subito che il remake de L’amaro caso della Baronessa di Carini mi sembrava una mala trovata, ora a 5 anni di distanza sono riuscita a vedere per intero La Baronessa di Carini con Vittoria Puccini e Luca Argentero, passato tra il 31 dicembre e il 1 gennaio su Rai Premium. Questo lustro di distanza ci permette di guardare con oggettivita’ al prodotto fiction Rai nel pieno periodo di fulgore dell’era berlusconiana e osservare come il grande sceneggiato Rai si sia trasformato in una fiction ben confezionata (calligrafica) ma estremamente bigotta.
La storia e’ sempre la medesima: nel XVI secolo Laura Lanza, baronessa di Carini, viene uccisa dal padre per aver disonorato la famiglia avendo una relazione extraconiugale con il bel Vernagallo, la tragedia da vita a una ballata popolare e alla leggenda del fantasma della povira barunissa che ancora aleggia nel castello. A trecento anni di distanza la nuova baronessa di Carini rivive un amore clandestino con un discendente del cavaliere Vernagallo: coincidenza o reincarnazione?
Le differenze tra le due versioni sono minime ma fondamentali: dal punto di vista storico lo sceneggiato del ‘75 si svolge nella Sicilia del 1812 che ha appena adottato una costituzione liberale e Luca Corbara (il Vernagallo) e’ sotto mentite spoglie perche’ deve censire le terre dei nobili. Nella fiction del 2007 l’azione si sposta al 1860 in era preunitaria e Luca Corbara scoprira’ solo in un secondo tempo di essere discendente del Vernagallo. Lo spostamento dell’azione non anticipa di qualche anno i festeggiamenti dell’Unita’ d’Italia di cui abbiamo fatto indigestione nel 2011, piuttosto allontana ogni questione politica inerente alla trasformazione del sistema feudatario borbonico: il Mariano La Grua dello sceneggiato (un cattivissimo Adolfo Celi) incarna perfettamente lo spirito del nobile che non vuole cedere i propri privilegi, compresa l’annessione illegittima dei possedimenti del Vernagallo e i due amanti del XIX secolo morranno come i loro predecessori proprio perche’ vittime degli intrighi di una classe nobiliare di stampo gattopardesco. Enrico Lo Verso invece, nel 2007 interpreta (con poca convinzione) un Mariano La Grua cattivo d’animo, forse perverso ma scevro di ogni amoralita’ politica anzi e’ un fervente borbonico.

Baronessadicarini Se va riconosciuta all’opera di Umberto Marino una grande eleganza formale con richiami a La donna che visse due volte nello chignon della Puccini quando viene ipnotizzata e soprattutto nei costumi che citano espressamente un abito de Il Gattopardo (quello rosso che la Cardinale indossa nella sequenza nelle stanze disabitate) e soprattutto il vestito da viaggio azzurro di Livia Serpieri in Senso, La Baronessa di Carini diventa il paradigma perfetto della fiction bigotta e perbenista targata Rai1: nella versione del ‘75 nessuno si e’ fatto problemi perche’ la vicenda ruota attorno all’amore extraconiugale di una baronessa, nella versione del 2007 si sprecano bizantinismi per rendere accettabile l’amore tra i due protagonisti: Laura e’ appena uscita dal collegio ed e’ una giovane sposa il cui scostumato marito ha violato la verginita’ la notte prima delle nozze. Non rallegatevi ingenuamente come la sottoscritta perche’ finalmente si affronta il tema dello stupro legalizzato della prima notte, nella seconda parte Laura raccontera’ al suo confessore (e pubblicamente) il misfatto ottenendo implicitamente il permesso di concedersi all’amante visto che l’atto brutale subìto invalida, almeno moralmente, il vincolo matrimoniale con il barone La Grua per volare incontro al melenso happy end. Una contorsione moralista che fa rivoltare nella tomba l’omaggiato Visconti e il regista dello sceneggiato Daniele D’anza, maestro del gotico italiano in una televisione che non voleva mai rinunciare all’insegnamento: confrontate lo sguaiato canto del cantastorie Nele Carnazza della fiction con la sublime cantata di Gigi Proietti che oltre a celebrare una ballata popolare rinverdisce anche i fasti del siciliano ducentesco, lingua fondante dell’italiano moderno.

Auguri a Meg Ryan

Megryan

50 anni per la fidanzatina d’America degli anni ‘90, Margaret Mary Emily Anne Hyra nata a Fairfield, nel Connecticut il 19 novembre 1961.
Spinta dalla madre che aveva un passato da attrice e direttrice di casting, Meg Ryan debutta sul grande schermo a 20 anni, nel 1981, con il ruolo di Debby Blake, la diciottenne figlia di Candice Bergen in Ricche e Famose l’ultimo film diretto dal grande George Cukor.
Comincia la solita gavetta da giovane attrice: due anni in una soap (Così gira il mondo), una comparsata nell’horror Amityville 3-D nel 1983 fino ad approdare nel 1986 sul set del fortunatissimo Top Gun. Fortunatissimo non solo perche’ campione di incassi ma anche fucina di future star: oltre a confermare definitivamente il protagonista Tom Cruise, e a trasformare Kelly McGillis in un sex symbol, il film fu un ottimo trampolino per la carriera di Val Kilmer che interpretava Iceman. Meg Ryan era fidanzata di Goose, l’attore Anthony Edwards che tutti abbiamo imparato ad amare come il Dottor Green di E.R.
Nel 1987 Meg Ryan e’ chiamata ad interpretare Salto nel buio, il remake di Viaggio allucinante firmato da Joe Dante. Come protagonista maschile c’e Dennis Quaid: nasce l’amore. I due lavorano insieme anche l’anno successivo in DOA – cadavere in arrivo e coronano il loro sogno d’amore con il matrimonio nel 1991, finito dieci anni dopo per la liason di Meg con Russell Crowe.



Mryan1


Nel frattempo, nel 1989, l’attrice gira Harry ti presento Sally la commedia firmata da Rob Reiner che consacra Meg Ryan come stella del firmamento hollywoodiano grazie alla celeberrima scena del finto orgasmo al ristorante.
Nel 1990 gira il primo film con Tom Hanks, Joe contro il vulcano; i due faranno coppia in altre due pellicole, vette della commedia romantica del decennio, Insonnia d’amore nel 1993 diretta da Nora Ephron. La stessa regista li dirige nel 1998 in C’è posta per te. Entrambi i film si segnalano per essere degli omaggi alla grande Hollywood classica: Insonnia d’amore cita Un amore splendido interpretato da Cary Grant e Deborah Kerr nel 1957 mentre C’è posta per te e’ un remake in chiave internettica del capolavoro di Lubitsch Scrivimi fermo posta del 1940.
Unico ruolo in un decennio tutto dedicato a sentimento e’ il ruolo di Pamela Courson, la fidanzata di Jim Morrison nel discusso biopic The Doors diretto nel 1991 da Oliver Stone.



Mryan2



Stanca di essere considerata la reginetta dei ruoli ingenui e romantici, l’attrice nel 1994 cerca di dare una nuova immagine di se’ con Amarsi dove interpreta il ruolo di un alcolizzata ma il film non e’ pienamente riuscito, forse Meg Ryan non avrebbe dovuto rifiutare il ruolo di Basic Instinct che nel 1992 ha lanciato Sharon Stone. La Ryan si riserva il debutto in un ruolo torbido per il nuovo millennio con In the Cut (2003) di Jane Campion. il thriller d’autore, per quanto sexy, non porta fortuna all’attrice che da allora ha molto diradato le sue apparizioni e non ha piu’ trovato un ruolo che ne esaltasse le indubbie qualita’ artistiche.

L’anima e il volto

A Stolen Life
USA 1946
con Bette Davis, Glenn Ford, Dane Clark, Walter Brennan, Charles Ruggles, Bruce Bennett, Peggy Knudsen
regia di Curtis Bernhardt

Astolenlife

In un’isoletta del New England, Kate, ricca newyorkese con ambizioni da pittrice, si innamora del bell’ingegnere che lavora al faro, Bill Emerson, ma la gemella piu’ scafata, Pat, glielo ruba e se lo sposa. Dopo qualche anno le due sorelle si rappacificano e decidono di fare una vacanza sull’isola ma durante un’uscita in barca incappano in una turbolenta mareggiata che costa la vita a Pat. Kate si salva e si spaccia per la sorella morta pur di vivere accanto all’amato Bill ma si accorgera’ che il matrimonio tra i due era solo apparenza..

Astolenlife-the darkmirrorFilm mediocre, remake di un omonima pellicola del 1939 mai uscita in Italia.
E’ degno di menzione come ennesima prova della caparbieta’ di Bette Davis che fa immaginare tutto un mondo di sotterfugi e spionaggio tra gli studios e tra i divi della Grande Hollywood: nel ‘38 Bette Devis fu scartata al provino per vestire i panni di Rossella O’Hara e la Warner Bros decise di battere sul tempo il blockbuster di Selznick con La figlia del vento; nel 1946, anno del celeberrimo Lo specchio oscuro in cui la rivale Olivia de Havilland interpreta il ruolo di due gemelle, la Davis batte nuovamente sul tempo l’uscita del capolavoro di Siodmak (A stolen life esce a luglio mentre The Dark Mirror a ottobre) arrivando a produrre questo melo’ in cui gli effetti speciali sono ancora oggi superlativi.
Se nella scena in cui Pat e Kathy passeggiano appaiate e’ facilmente intuibile l’uso di un trasparente, la scena dell’accensione della sigaretta resta un geniale esempio di editing superiore agli effetti speciali de Lo specchio oscuro

13 assassini

Il principe Naritsugu, fratello dello Shogun e’ un sadico violento e borioso. I consiglieri dello Shogun si trovano di fronte un delicato problema: fermare l’ascesa politica di Naritsugu senza scontentare il loro signore. Si forma allora un manipolo di 13 valorosi samurai che si assumono la responsabilita’ di eliminare il nobile durante un viaggio. Ma a vegliare sulla sicurezza del principe c’e’ Hanbei, vecchio compagno d’armi di Shinzaemon Shimada, capo degli assassini, che ben presto intuisce il piano ai danni del suo protetto e fara’ di tutto per sventare l’impresa.

13Assassini

Takashi Miike si cimenta con un remake dell’omonimo film del 1963 di Eiichi Kudo, realizzando una pellicola dal gusto molto classico idealmente divisa in due parti, la prima narra le delicate trame politiche che stanno alla base della decisione dell’eliminazione di Naritsugu con flashback molto rapidi che raccontano le perversioni del principe e la costituzione del manipolo di samurai giustizieri. Sicuramente questa e’ la parte che mi ha intrigato di piu’ con ambientazioni in interni molto scuri che ben si adattavano al tono cospiratorio. Anche la violenza in questa prima parte e’ narrata per celazione come dimostra la bella scena iniziale dell’harakiri del samurai che si toglie la vita per protestare contro la crudelta’ del fratello dello Shogun: tutto viene raccontato con la cinepresa fissa sul volto dell’uomo e solo dai movimenti delle spalle intuiamo cosa stia facendo. Miike pero’ non dimentica le sue origini horror e allora ecco l’apparizione tremenda della donna con gli arti e la lingua mutilati che scrive con la bocca il destino toccato ai suoi familiari. Il doloroso cartiglio tornera’ a raccontare il rovesciamento di sorti quando scatta l’astuta trappola di Shimada.
La seconda parte e’ puramente di azione e si dilunga un po’ troppo anche se contiene una perla di cinema come la sequenza in soggettiva di un duello visto da un samurai morente che giace a terra. L’uomo (e noi con lui) segue con apprensione il duello del suo compagno d’armi da un’angolazione insolita. Una soluzione stilistica davvero efficace.
13 assassini non vuole essere il solito film di intrattenimento di cappa e spada: come dice una didascalia in apertura di pellicola, i fatti narrati si svolgono nel 1844, esattamente 100 anni prima delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, in un’epoca in cui la civilta’ samurai era gia’ in declino, infatti per i protagonisti piu’ giovani l’attacco al drappello del principe sara’ la sola occasione di un combattimento vero con la spada fuori dai campi di allenamento. Tutto il film e’ percorso dalla tensione che anima i leggendari soldati nipponici, a disagio in tempi di pace e risulta fondamentale la contrapposizione tra l’ideale samurai rappresentato da Shimada che persegue il bene anteponendo gli interessi del popolo ai voleri folli del sovrano e il modello proposto da Hanbei per cui il samurai non si deve interessare delle conseguenze ma avere a cuore solo la volonta’ del proprio signore.

Fammi posto tesoro

Move Over, Darling
USA 1963 20th Century Fox
con James Garner, Doris Day, Thelma Ritter
regia di Michael Gordon.

Moveoverdarling

Nicholas Arden si risposa dopo cinque anni di presunta vedovanza: la prima moglie, Ellen, era scomparsa in un naufragio e data per morta, ma la donna torna a casa proprio il giorno in cui si sono celebrate le nuove nozze…

My favorite wife Una commedia graziosa, interessante più per le riflessioni che offre che per il valore artistico.
Il film e’ il remake della commedia del 1940, Le mie due mogli (My favorite wife) interpretato da Cary Grant e Irene Dunne per la regia di Garson Kanin. La differenza tra i due film sta sostanzialmente nel fatto che nella versione del ’41 la moglie ritorna prima del nuovo matrimonio e inizia un gioco di seduzione che punta molto sulla gelosia (e’ rimasta sette anni su un’isola deserta sola con un altro aitante naufrago interpretato da Randolph Scott) mentre nella versione con Doris Day il matrimonio e’ gia’ stato celebrato e tutta l’azione verte sulla necessita’ di impedire che si consumi la prima notte di nozze per poter dichiarare nullo il matrimonio. Trascorrono poco piu’ di vent’anni tra le due versioni ma l’America e’ completamente cambiata, alla disinvolta alta societa’ delle commedie sofisticate e’ subentrato il perbenismo dell’America anni ’50 e le due star protagoniste incarnano perfettamente questo spirito: Cary Grant sarebbe troppo signore per rivelarlo, ma potreste mai pensare che il suo Nick Arden abbia bisogno di aspettare la prima notte per consumare? Questo invece, diventa il busillis quando per protagonista c’e’ Doris Day, non per nulla soprannominata la vergine di ferro del cinema americano e benche’ anche lei abbia trascorso cinque anni su un isola deserta con la sola compagnia di un aitante naufrago, si offende ancora quando il marito si permette di avere qualche dubbio!
Di estremo interesse (credo sia un caso unico) e’ il legame metacinematografico tra le due pellicole: ad un certo punto, sempre allo scopo di impedire che le nozze siano consumate, la Day si finge massaggiatrice e con un buffo accento tedesco chiede alla sua cliente (la seconda moglie) se ha mai visto un vecchio film con Cary Grant e Irene Dunne in cui la protagonista femminile torna dal marito dopo esser stata creduta morta per sette anni..
Nonostante il titolo e l’intero cast cambiato, Move Over, Darling e’ la ripresa di Something’s Got to Give, l’ultimo film girato da Marilyn Monroe con Dean Martin e Cyd Charisse per la regia di George Cukor, rimasto incompiuto in seguito alla morte della protagonista avvenuta il 5 agosto 1962.
Something's Got to GivePer la nuova versione del film vennero riadattati i costumi e le pettinature pensate per Marilyn e in alcune riprese a campo lungo Doris Day puo’ essere quasi scambiata per la Monroe, grazie al look.
Che Marilyn avesse molti problemi a girare questa pellicola e’ risaputo, forse le sue angosce diventano piu’ comprensibili pensando alla trama: oltre che con il marito, Ellen Arden deve ricostruire un rapporto con i due figli che l’hanno creduta morta per tanto tempo ed e’ noto quanto pesasse all’attrice l’impossibilita’ di portare a termine una gravidanza e il dover interagire con due bambini sul set non avra’ certo reso piu’ facile la sua situazione emotiva disastrata.

Pane e cioccolata

Panecioccolata Italia 1973
con Nino Manfredi, Johnny Dorelli, Anna Karina
regia di Franco Brusati

Giovannino Garofoli, detto Nino, e’ un emigrato nella Svizzera tedesca che sta per realizzare il suo sogno: ottenere un posto fisso da cameriere in un ristorante di lusso quando il permesso di soggiorno gli viene revocato per atti osceni un luogo pubblico, ha orinato all’aperto. Inizia per Nino una discesa nei gironi infernali dell’emigrazione clandestina fino al lampo di genio: tingersi i capelli di biondo tentando di arianizzarsi…

La forza del film di Brusati sta nel non risparmiare frecciate su emigrati e popolo ospitante, di entrambi il regista mette alla berlina i difetti con un tono grottesco tra il fantozziano e il chapliniano. C’e’ poi lo stato d’animo del protagonista ormai in una terra di mezzo per cui non si identifica piu’ nell’emigrato sfruttato disposto ad accettare tutto pur di sopravvivere, sintomatica la sua idiosincrasia per i canti nostalgici degli emigranti ma non puo’ nemmeno riconoscersi nel popolo svizzero di cui, in una memorabile sequenza iniziale che introduce la pipi’ in piazza, non riesce a rispettare i piu’ banali divieti. Resterebbe l’amore ma anche il sentimento e’ un lusso che gli emigranti non possono permettersi.
Da sottolineare come il regista adegui la cifra stilistica della scena alla situazione: i figli del padrone spiati dai poveri emigrati dalla casa-pollaio, sono rappresentati come semidei con un afflato naturalistico alla Flaherty e proprio dall’incanto delle loro chiome bionde, Nino trarra’ l’idea della tinta per capelli per sembrare finalmente uno svizzero ma a tradirlo sara’ una partita di calcio Italia/Germania quando non riesce a trattenere l’esultanza per un goal segnato da Fabio Capello.
Questa pellicola ha quasi quarant’anni ma non e’ cambiato nulla nel mondo dell’emigrazione, e’ sempre una lotta tra poveri: Nino e’ in lizza con un turco per il posto fisso da cameriere che permettera’ di ricongiungersi con la famiglia rimasta a casa; i diritti dei rifugiati non sono mai rispettati, Dimitri il figlio della rifugiata politica Eleni puo’ girare per casa solo di notte. L’unica cosa che e’ cambiata e’ che anche l’Italia e’ diventata terra ospitante, tra tanti remake all’ordine dl giorno non sarebbe male un aggiornamento di Pane e cioccolata in terra italiana, magari girato da un italiano di seconda generazione che sappia stigmatizzare i difetti degli italiani e degli emigrati, con lo stesso spirito pungente di Brusati.

Pelham 123: Ostaggi in metropolitana

Pelham123

Walter Garber, alto dirigente della metropolitana newyorkese, viene degradato in attesa di essere giudicato per una presunta tangente. Mentre svolge il suo lavoro presso la centrale di smistamento dei treni si accorge che qualcosa di strano e’ successo a un convoglio: si tratta di un sequestro e Garber si trovera’ a dover vestire i difficili panni del mediatore.. 
 
Tony Scott e’ sinonimo di garanzia per quanto riguarda la capacita’ di cogliere lo stile visivo piu’ attuale e moderno tanto da rendere impossibile capire se si limiti a cogliere le nuove tendenze o addirittura le anticipi, l’ultima sua fatica non fa eccezione a questa regola e tra le varie caratteristiche visive c’e’ la conferma che “l’estetica del bokeh”, cioe’ la totale mancanza di profondita’ di campo sia molto di piu’ di una necessita’ che nasce dal filmare in esterni quindi di nascondere con la sfocatura qualcosa di indesiderabile sullo sfondo come ho letto da qualche parte: gran parte del film e’ girato in ambienti chiusi, la centrale operativa della metropolitana o il vagone sequestrato eppure anche in situazioni cosi’ ristrette e a volte corali la mancanza di profondita’ di campo la fa da padrone e talvolta viene addirittura esasperata dall’elaborazione digitale dimostrando che la mancanza di profondita’ di campo e’ qualcosa di piu’ di una semplice scelta estetica, fosse anche a livello inconsapevole, e’ comunque la caratteristica principale di questi ultimi anni, come le luci blu lo erano per gli anni ‘80. 
Il regista non si limita a girare con uno stile adrenalinico il remake de il colpo della metropolitana del 1974 ma attualizza la vicenda unendo i due antagonisti nella medesima colpa di concussione, strizzando quindi un occhio alla recentissima crisi economica. Certamente il tentativo di frode di Ryder e’ di gran lunga piu’ grave della mazzetta presa da Garber ma entrambi sono colpevoli davanti alla citta’ a cui  debbono rendere conto, lo scontro dialettico tra i due si esplica nel differente punto di vista per cui Garber pensa ancora di avere una possibilita’ di redenzione e trova la sua occasione nella mediazione con i sequestratori ma il sottofinale amarissimo mostrera’ il prezzo che Garber dovra’ pagare (l’omicidio) per poter tornare a casa sereno (?).

Michael Cimino: 70 anni per 7 film

Mcimino

***Il regista è scomparso sabato 2 luglio 2016 a 77 anni***

Nato a New York il 3 febbraio 1939, studia architettura ed arti figurative; nel 1962 inizia a girare documentari e spot televisivi. 
Clint Eastwood rimane colpito dal contributo di Cimino alla sceneggiatura di Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan e decide di farlo debuttare dietro la macchina da presa nel 1974 in Una calibro 20 per lo specialista
Il piu’ grande successo come regista di Michael Cimino e’ la sua seconda opera Il cacciatore (1978) capolavoro indiscusso della cinematografia, vincitore di 5 premi oscar, tra cui miglior film, nel 1979. 
L’enorme successo de Il cacciatore fa si che Cimino abbia carta bianca per la sua terza opera, I cancelli del cielo del 1980, western fluviale ed atipico “che contemporaneamente celebra e distrugge il mito della Frontiera” (Mereghetti). La pellicola fece fallire la United Artists e fa di Cimino un outsider che torna alla regia solo nel 1985 con L’anno del dragone. Il film non e’ esente da polemiche per lo spaccato cruento e senza speranza che offre delle metropoli americane, in particolare della Chinatown di NewYork. Resta forse l’opera piu’ visibile tra quelle di Cimino per la presenza di Mickey Rourke all’apice del successo, in Italia fu distribuito dopo Nove settimane e mezzo e ancora oggi gode di una buona distribuzione sui palinsesti televisivi.
 
Cimino1
Rourke e Cimino collaborano in 3 film e l’incontro avviene sul set de Il papa di Greenwich Village del 1984 da cui Cimino fu licenziato a meta’ lavoro per venire sostituito da Stuart Rosenberg. 
Nel 1987 Cimino gira Il Siciliano rileggendo assieme a Mario Puzo la vita di Salvatore Giuliano come un Robin Hood siciliano, con un improbabile Christopher Lambert nel ruolo del bandito, ma allora il divo anglo francese era la star del momento.. 
Nel ‘90 torna a collaborare con Mickey Rourke in Ore disperate remake dell’omonima pellicola del 1955 firmato da William Wyler.
 
Cimino2
L’ultimo film di Cimino e’ del 1996, il bellissimo Verso il sole, storia di Brandon ‘Blue’ Monroe, un ragazzo navajo condannato per omicidio e malato terminale di cancro. Brandon sequestra un medico e lo costringe a seguirlo in una sorta di viaggio iniziatico nel deserto in cerca della guarigione. Pellicola dolente e toccante e praticamente invisibile al cinema o in televisione.
 
Versoilsole
Nel 2007 Cimino ha anche diretto un episodio del film collettivo Chacun son cinéma ou Ce petit coup au coeur quand la lumière s’éteint et que le film commence (To each his own cinema – A ciascuno il suo cinema) diretto da 33 registi che raccontano il loro rapporto con il cinema, inutile dire che il film non e’ stato distribuito in Italia ma solamente presentato al festival di Roma di quell’anno.

Attualmente Cimino sta lavorando una nuova opera il cui titolo e’ Man’s fate e, ispirandosi al romanzo di Andre’ Malraux, La condizione umana,  narra le vicende di alcuni Europei nella Shangai della rivoluzione comunista del 1923.