Capitan Harlock

Dopo aver colonizzato quasi tutto l’universo, per la razza umana inizia un periodo di decadenza e miliardi di coloni vogliono fare ritorno al pianeta Terra. Chi è rimasto sulla Terra non accetta il ritorno di massa e dopo una guerra feroce il pianeta Terra viene considerato un santuario irraggiungibile protetto dalla flotta della coalizione Gaia ma esistono dei ribelli contrari a questo stato di cose guidati dall’Arcadia di Capitan Harlock.
Logan, fratello di un gerarca dell’esercito, si infiltra tra i pirati per uccidere Harlock..

Capitanharlock

Ho un ricordo molto vago delle avventure dell’anime di fine anni’70 per cui il mio parere sul film è scevro da ricordi ingombranti. Questa nuova versione mi è piaciuta per l’attualità di alcune tematiche, prima fra tutte quella dell’emigrazione, problema mondiale: basta abbandonare i confini dei nostri mari e pensare all’Australia presa di mira dai migranti del Sud Est asiatico o gli States che devono vedersela con i migranti sudamericani.
Altro tema molto interessante è la manipolazione delle informazioni da parte degli “organi statali”: nel futuro remoto ipotizzato da Shinji Aramaki la contraffazione delle notizie si avrà con mirabolanti ologrammi. La missione di Capitan Harlock è quella di svelare la menzogna governativa per ripristinare la verità, questo aspetto è un primo punto di contatto con V per Vendetta (volendo se ne trovano altri).
A scombussolarmi un po’ è stato il doppiaggio, non tanto per la qualità dei doppiatori quanto per le scelte di traduzione con un eccessivo uso di termini inglesi per colpire l’immaginario e sinceramente non ho capito perché il protagonista nei titoli di coda sia indicato con il nome inglese Logan mentre nel film viene chiamato Yama (presumo il nome nella versione giapponese).
Vero protagonista del film è Logan/Yama e il suo rapporto conflittuale con il fratello nei cui confronti si sente debitore per aver causato l’incidente che lo ha immobilizzato rovinandogli la brillante carriera militare. Capitan Harlock viene caratterizzato misterioso e tormentato come nel cartone animato, nel film si racconta il suo segreto ma il personaggio viene ammantato da un alone leggendario che ne fa una figura che va oltre l’uomo e il tempo tanto che mi pare (resto un po’ criptica per non fare spoiler) che il film racconti il prequel dell’anime.

Pane e cioccolata

Panecioccolata Italia 1973
con Nino Manfredi, Johnny Dorelli, Anna Karina
regia di Franco Brusati

Giovannino Garofoli, detto Nino, e’ un emigrato nella Svizzera tedesca che sta per realizzare il suo sogno: ottenere un posto fisso da cameriere in un ristorante di lusso quando il permesso di soggiorno gli viene revocato per atti osceni un luogo pubblico, ha orinato all’aperto. Inizia per Nino una discesa nei gironi infernali dell’emigrazione clandestina fino al lampo di genio: tingersi i capelli di biondo tentando di arianizzarsi…

La forza del film di Brusati sta nel non risparmiare frecciate su emigrati e popolo ospitante, di entrambi il regista mette alla berlina i difetti con un tono grottesco tra il fantozziano e il chapliniano. C’e’ poi lo stato d’animo del protagonista ormai in una terra di mezzo per cui non si identifica piu’ nell’emigrato sfruttato disposto ad accettare tutto pur di sopravvivere, sintomatica la sua idiosincrasia per i canti nostalgici degli emigranti ma non puo’ nemmeno riconoscersi nel popolo svizzero di cui, in una memorabile sequenza iniziale che introduce la pipi’ in piazza, non riesce a rispettare i piu’ banali divieti. Resterebbe l’amore ma anche il sentimento e’ un lusso che gli emigranti non possono permettersi.
Da sottolineare come il regista adegui la cifra stilistica della scena alla situazione: i figli del padrone spiati dai poveri emigrati dalla casa-pollaio, sono rappresentati come semidei con un afflato naturalistico alla Flaherty e proprio dall’incanto delle loro chiome bionde, Nino trarra’ l’idea della tinta per capelli per sembrare finalmente uno svizzero ma a tradirlo sara’ una partita di calcio Italia/Germania quando non riesce a trattenere l’esultanza per un goal segnato da Fabio Capello.
Questa pellicola ha quasi quarant’anni ma non e’ cambiato nulla nel mondo dell’emigrazione, e’ sempre una lotta tra poveri: Nino e’ in lizza con un turco per il posto fisso da cameriere che permettera’ di ricongiungersi con la famiglia rimasta a casa; i diritti dei rifugiati non sono mai rispettati, Dimitri il figlio della rifugiata politica Eleni puo’ girare per casa solo di notte. L’unica cosa che e’ cambiata e’ che anche l’Italia e’ diventata terra ospitante, tra tanti remake all’ordine dl giorno non sarebbe male un aggiornamento di Pane e cioccolata in terra italiana, magari girato da un italiano di seconda generazione che sappia stigmatizzare i difetti degli italiani e degli emigrati, con lo stesso spirito pungente di Brusati.

Transatlantici

Transatrantici

Transatlantico, piroscafo.. bastano queste parole per far perdere lamente in immagini di viaggi da sogno, in pagine laceranti d’emigrazione, in tragedie mai dimenticate.

La stagione delle traversate transatlantiche dura circa un secolo,
dalla fine dell’Ottocento agli anni ‘70 del Novecento quando il piu’
veloce aeroplano diventa un mezzo di massa eppure non conosco persona
che non avrebbe voglia ancora oggi di raggiungere l’ America via mare..

La mostra genovese si compone di otto sezioni multimediali che
narrano dalle curiosta’ tecniche, la nascita del Nastro Azzurro, premio
per il piroscafo che compiva la traversata piu’ veloce, i principi
architettonici che stanno dietro a questi giganti del mare, alle pagine
di sofferenza umana nella la sezione intitolata “partono i
bastimenti..” che affronta il tema dell’emigrazione con riproduzioni di
documenti, foto, lettere mentre varie voci si avvicendano nel leggere
stralci di missive che ci mettevano mesi ad arrivare a destinazione,
una frase mi ha colpito particolarmente: la lettera di una emigrante
che potremmo definire di lusso che descriveva i vari dislocamenti sulla
nave: sotto la famigerata terza classe, regno degli italiani c’era la
stiva dove trovavano posto i musulmani, quindi e’ inutile ricordarci di
esser stati un popolo di emigranti, parafrasando Orwell potremmo dire
che tutti siamo stati emigranti, ma qualcuno e’ sempre stato piu’
emigrante degli altri…

Una sezione e’ dedicata alla triste vicenda del Lusitania
affondato durante la prima guerra mondiale da un U-20 tedesco, sotto il
suo carico umano nascondeva, ad insaputa di quest’ultimo, armi e
munizioni per gli alleati, un’altra narra l’ingloriosa fine del Rex
velocissimo piroscafo detentore del Nastro Azzurro bombardato dalla RAF
mente era in secca sulle costre friulane, esattamente un anno dopo
l’Armistizio, poi la tragedia dell’Andrea Doria scontratosi nel ‘56 al largo di Nuntucket con un altro transatlantico, e su tutti aleggiava la presenza ingombrante del Titanic, indimenticata tragedia del mare.

Dopo la catastrofe dello tsunami non si puo’ non notare quanto
l’uomo sia colpito in particolare dalle disgrazie marine: tutte le
civilta’ piu’ remote ricordano il diluvio universale, e l’homo
tecnologicus e’ ancora inane di fronte a quella potenza sconosciuta e
selvaggia che e’ il mare.
Rex

Romanticismo e dolore dell’epoca mitica del transatlantico non
potevano non ispirare la settima arte, cosi’ nella sezione ”.. e la
nave va” un filmato di circa mezz’ora racconta una traversata atlantica
dall’acquisto del biglietto fino allo sbarco, non senza passare
attraverso una tempesta, montando spezzoni di moltissimi film
ambientati su di un piroscafo: fra i tanti ovviamente Titanic di James Cameron, ma anche Titanic, latitudine 41 Nord, Gli uomini preferiscono le bionde, Il pianista sull’ oceano,Un amore splendido, Amarcord, L’emigrante di Chaplin, e spezzoni di film di tutti i piu’ grandi comici da Keaton a Lloyd passando per i Fratelli Marx.

La mostra TRANSATLANTICI, SCENARI E SOGNI DI MARE e’ aperta fino al 9 gennaio al Museo del Mare GALATA di  Genova