Il libro della giungla

Ilibrodellagiungla The Jungle Book
USA 1967 Disney
regia di Wolfgang Reitherman

La pantera Bagheera trova un cucciolo d’uomo abbandonato nella foresta e lo affida a una coppia di lupi che lo cresce assieme alla loro cucciolata. Dopo dieci anni il consiglio dei lupi decide che Mowgli debba abbandonare il branco perché la tigre Shere Kan è tornata in quella parte della giungla ed essendo nemica giurata dell’uomo assalirà il branco che ha allevato il ragazzo. Bagheera si offre di accompagnare Mogwli al più vicino villaggio degli uomini ma oltre a superare le resistenze del ragazzo, che non vuole abbandonare la giungla, deve anche vedersela con Baloo, l’orso che si propone di adottare il cucciolo d’uomo..

Il libro della giungla è uno dei film meno visibili nella filmografia Disney, basti pensare che Rai1, che lo ha trasmesso il 19 dicembre scorso, lo ha presentato in prima visione Rai.
Effettivamente il film si può considerare un’opera minore: sono 75 minuti di sarabanda musicale, spensierata avventura ben lontana dalle tematiche affrontate nel libro di Kipling, divisa in quadri piuttosto slegati tra loro dove Mogwli incontra diversi animali, amichevoli o meno nei suoi confronti.
La pellicola però passa alla storia per essere l’ultima supervisionata da Walt Disney che si spegne nel dicembre 1966 durante la lavorazione del film, uscito in USA nell’ottobre ’67.
Lo spirito di Walt si riconosce nell’ambientazione, frutto di colte citazioni: le antiche rovine abitate dalle scimmie di Re Luigi si ispirano ad Angkor mentre la lussureggiante foresta deve molto ai dipinti di Henri Rousseau il Doganiere (a cui si ispira anche Michel Ocelot per i suoi cartoon africani che han per protagonista il piccolo Kirikù).
Il libro della giungla rovescia il dilemma di chi si prende cura di un animale selvatico e poi è costretto a ridargli la libertà, in questo caso sono gli animali a dover restituire l’uomo alla sua civiltà; a guidare l’avventrua la strana coppia Bagheera/Baloo con la pantera saggia e l’orso superficiale.
Interessare notare come Il libro della giungla è stato saccheggiato dal cartoon contemporaneo: Diego, lo smilodonte della saga de L’era glaciale riprende molto la finta indifferenza di Bagheera, le nuove principesse Disney (Jasmine, Pocahontas..) riprendono i tratti del viso di Shanti, la ragazzina indigena di cui Mogwli si innamora nel finale e in fondo anche Sir Biss di Robin Hood del 1973, deve molto al pitone Kaa dallo sguardo ipnotico.

Faccia d’angelo

Facciad'angelo

La miniserie di Sky ispirata alle vicende di Felicetto Maniero vanta un’interpretazione superlativa di Elio Germano che dimostra un’abilità notevole nel parlare il dialetto veneto. I grandi attori Italiani, da Gassman a Manfredi sono sempre stati molto bravi nel giocare con i vari dialetti nazionali ma Germano sembra aggiungervi un quid di nonchalance per cui la leggera cadenza veneta che il suo Toso mantiene quando parla in italiano sembra del tutto naturale. E in tempi in cui buona parte degli attori non riesce a recitare in un italiano pulito, privo delle inflessioni natali, il lavoro linguistico di Germano ha del miracoloso.
Per il resto la produzione di Faccia d’angelo non si discosta troppo da una produzione media televisiva e per come è stata raccontata la violenza nella prima puntata il tvmovie avrebbe potuto tranquillamente passare anche su Rai1.
Forse quello che non si addiceva troppo all’ammiraglia della nostra televisione è il messaggio della miniserie. Checchè ne dicano le solite polemiche che ne hanno anticipato la messa in onda, Faccia d’angelo non mi pare giustificare l’opera della mala del Brenta ma nonostante lo stile piuttosto anonimo, in alcuni passaggi stigmatizza perfettamente una trasformazione socio-economica che ha aperto la strada a personaggi come Maniero; l’improvvisa trasformazione di realtà contadine in ricchi contesti industriali è ben rappresentato dalla scena in cui l’industriale fa mettere le telecamere sul villone. L’affettata indifferenza dei (nuovi) ricchi di fronte a un paese che osserva stupito tanto sfoggio di tecnologia è qualcosa che esula completamente dalla mentalità di piccoli paesi rurali dove l’ostentazione della ricchezza è vista come ubris.
L’altra scena dal contenuto molto significativo riguarda sempre il primo rapimento che da vita alla banda di Felicetto, quando i ragazzi, dopo aver ceduto la rapita ai giostrai, cantano Symbolum 77 in onore dei milioni guadagnati. Una chiara metafora della perdita della religiosità (e dei valori in genere) in nome del Dio Denaro.

Fer-de-Lance

Ferdelance Quello che vi guarda sguincio dalla foto di questo post e’ il Fer-de-Lance soprannome che viene dato al Bothrops lanceolatus, un velenosissimo serpente della Martinica, uno dei pochi serpenti al mondo che ha l’abitudine di aggredire anche senza essere stato attaccato.
Fer-de-Lance e’ anche titolo del primo romanzo di Rex Stout in cui compare il detective Nero Wolfe, volume che ho appena finito di leggere e che mi ha lasciato piuttosto delusa. Avevo idee molto confuse su questo personaggio: son troppo giovane per ricordarmi lo sceneggiato del 1969 con Tino Buazzelli e nella mia mente il telefilm sul grasso detective che coltiva orchidee si era fusa con la serie americana di Ironside, il consulente della Squadra Omicidi costretto su una sedia a rotelle interpretato da Raymond Burr (il celebre Perry Mason televisivo).
Le mie poche idee ben confuse son state destabilizzate dall’inaspettato io narrante: le indagini di Nero Wolfe son narrate dal suo assistente Archie Goodwin, la cui personalita’ mi ha disorientato alquanto: cinico con la polizia e i clienti, mostra un certo servilismo misto ad odio verso il suo capo. Nero Wolfe in questo romanzo e’ una figura un po’ distante se ne sta sullo sfondo almeno fino a quando non incontra il simpatico animaletto che vi occhieggia da questa pagina. L’assassino l’ha infilato nel cassetto della scrivania di Wolfe e l’uomo appena entrato nella stanza, avverte che il suo studio e’ stato violato da qualche presenza estranea. Confida le sue impressioni al fido vice Goodwin e con deduzione logica Wolfe arriva a capire che qualcosa di anomalo dev’essere stato infilato nel cassetto. I due uomini procedono con molta attenzione all’apertura del medesimo ed ecco comparire il nostro serpentello che vi ricordo aver la pessima abitudine di mordere senza essere stato attaccato. Guardatelo bene.. vi sembra una bestiola lenta o dai riflessi pronti? Beh nel romanzo viene ucciso alla quarta bastonata mentre continua a strisciare lemme lemme sulla scrivania e il colpo ferale sul capino glielo propina propo il corpulento Wolfe che il suo aiutante ci ha descritto estremamente imbarazzato nei movimenti a causa del peso.
All’incredibilita’ dell’evento si unisce una certa superficialità del racconto che non e’ riuscito ad avvincermi in nessun modo, escluso il capitolo finale in cui Wolfe dà una giustificazione di come ha chiuso il caso di cui Goodwin dà una spiegazione del tutto diversa in cui emerge finalmente qualche caratteristica psicologica di Wolfe interessato solo alla propria pace e tranquillita’.
Credo di aver definitivamente chiuso con i romanzi di Nero Wolfe, ma sicuramente buttero’ un occhio sull’immintente fiction Rai che vedra’ Francesco Pannofino nei panni del detective e Pietro Sermonti in quelli del suo vice.

UPDATE: Wikipedia riporta senza fonte la teoria secondo cui Nero Wolfe sia figlio di Sherlock Holmes e Irene Adler

L’amaro caso della Baronessa di Carini vs La Baronessa di Carini

L-amaro-caso-della-baronessi-di-carini

Lo dissi da subito che il remake de L’amaro caso della Baronessa di Carini mi sembrava una mala trovata, ora a 5 anni di distanza sono riuscita a vedere per intero La Baronessa di Carini con Vittoria Puccini e Luca Argentero, passato tra il 31 dicembre e il 1 gennaio su Rai Premium. Questo lustro di distanza ci permette di guardare con oggettivita’ al prodotto fiction Rai nel pieno periodo di fulgore dell’era berlusconiana e osservare come il grande sceneggiato Rai si sia trasformato in una fiction ben confezionata (calligrafica) ma estremamente bigotta.
La storia e’ sempre la medesima: nel XVI secolo Laura Lanza, baronessa di Carini, viene uccisa dal padre per aver disonorato la famiglia avendo una relazione extraconiugale con il bel Vernagallo, la tragedia da vita a una ballata popolare e alla leggenda del fantasma della povira barunissa che ancora aleggia nel castello. A trecento anni di distanza la nuova baronessa di Carini rivive un amore clandestino con un discendente del cavaliere Vernagallo: coincidenza o reincarnazione?
Le differenze tra le due versioni sono minime ma fondamentali: dal punto di vista storico lo sceneggiato del ‘75 si svolge nella Sicilia del 1812 che ha appena adottato una costituzione liberale e Luca Corbara (il Vernagallo) e’ sotto mentite spoglie perche’ deve censire le terre dei nobili. Nella fiction del 2007 l’azione si sposta al 1860 in era preunitaria e Luca Corbara scoprira’ solo in un secondo tempo di essere discendente del Vernagallo. Lo spostamento dell’azione non anticipa di qualche anno i festeggiamenti dell’Unita’ d’Italia di cui abbiamo fatto indigestione nel 2011, piuttosto allontana ogni questione politica inerente alla trasformazione del sistema feudatario borbonico: il Mariano La Grua dello sceneggiato (un cattivissimo Adolfo Celi) incarna perfettamente lo spirito del nobile che non vuole cedere i propri privilegi, compresa l’annessione illegittima dei possedimenti del Vernagallo e i due amanti del XIX secolo morranno come i loro predecessori proprio perche’ vittime degli intrighi di una classe nobiliare di stampo gattopardesco. Enrico Lo Verso invece, nel 2007 interpreta (con poca convinzione) un Mariano La Grua cattivo d’animo, forse perverso ma scevro di ogni amoralita’ politica anzi e’ un fervente borbonico.

Baronessadicarini Se va riconosciuta all’opera di Umberto Marino una grande eleganza formale con richiami a La donna che visse due volte nello chignon della Puccini quando viene ipnotizzata e soprattutto nei costumi che citano espressamente un abito de Il Gattopardo (quello rosso che la Cardinale indossa nella sequenza nelle stanze disabitate) e soprattutto il vestito da viaggio azzurro di Livia Serpieri in Senso, La Baronessa di Carini diventa il paradigma perfetto della fiction bigotta e perbenista targata Rai1: nella versione del ‘75 nessuno si e’ fatto problemi perche’ la vicenda ruota attorno all’amore extraconiugale di una baronessa, nella versione del 2007 si sprecano bizantinismi per rendere accettabile l’amore tra i due protagonisti: Laura e’ appena uscita dal collegio ed e’ una giovane sposa il cui scostumato marito ha violato la verginita’ la notte prima delle nozze. Non rallegatevi ingenuamente come la sottoscritta perche’ finalmente si affronta il tema dello stupro legalizzato della prima notte, nella seconda parte Laura raccontera’ al suo confessore (e pubblicamente) il misfatto ottenendo implicitamente il permesso di concedersi all’amante visto che l’atto brutale subìto invalida, almeno moralmente, il vincolo matrimoniale con il barone La Grua per volare incontro al melenso happy end. Una contorsione moralista che fa rivoltare nella tomba l’omaggiato Visconti e il regista dello sceneggiato Daniele D’anza, maestro del gotico italiano in una televisione che non voleva mai rinunciare all’insegnamento: confrontate lo sguaiato canto del cantastorie Nele Carnazza della fiction con la sublime cantata di Gigi Proietti che oltre a celebrare una ballata popolare rinverdisce anche i fasti del siciliano ducentesco, lingua fondante dell’italiano moderno.

La risintonizzazione di Rai1

Pare che ci siano ottime possibilita’ che chi riceve il segnale televisivo dal Monte Penice non debba risintonizzare RAI1: lo storico ed altissimo traliccione copre un ventaglio di utenti troppo vasto che va dal Basso Piemonte fino al varesotto, per correre il rischio di perdere altri spettatori oltre quelli persi da RAI2 in questa fase di swich over del primo passaggio al digitale terrestre. 
Cosi’ pare che la folla batta Berlusconi.. gia’ perche’ la bizzarra necessita’ di risintonizzare RAI1 a un passo dalla digitalizzazione dei canali terrestri, nasce dall’esigenza si lasciare delle frequenze libere per Europa7 che ha vinto tutti gradi della battaglia legale contro l’abusiva Rete4, ovviamente a lasciar libere le frequenze non e’ il canale colpevole ma nientemeno che l’ammiraglia della tv pubblica nazionale..