Primavera

Italia 2025
con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellè, Stefano Accorsi
regia di Damiano Michieletto

Il Pio Ospedale della Pietà è in declino perché un altro orfanotrofio sta attirando i nobili (e i loro lasciti) con una migliore offerta musicale. Si decide quindi di fare tornare Vivaldi a dirigere l’orchestra femminile. L’operazione ha successo anche perché il compositore individua una ragazza di talento, Cecilia e la promuove primo violino. Cecilia però è promessa a un ufficiale che sposerà quando tornerà dalla guerra. La visione musicale di Vivaldi contagia la ragazza che decide di sfuggire al suo destino segnato per darsi interamente alla musica.

Sono rimasta un po’ delusa dal film recente vincitore di 4 David di Donatello. Si tratta di un’opera molto elegante e formale ma ha avuto il torto o la sfortuna di uscire dopo un film e una serie tv che analizzano in modo, se non migliore, certamente più originale, le tematiche di Primavera.

Il film è Gloria! di Margherita Vicario che nel suo esordio da regista, racconta una storia ambientata nella stessa epoca e negli stessi istituti caritatevoli che ospitavano le orfane facendo delle musiciste fino all’età del matrimonio cerimonia con cui avrebbero lasciato definitivamente la musica per dedicarsi alla famiglia.

La serie tv è L’arte della Gioia che ha lanciato Tecla Insolia, protagonista di Primavera. Quando durante la visita del cerusico Cecilia guarda in macchina e confida allo spettatore la sua scelta drastica per sfuggire al matrimonio, sembra proprio una scena in stile “l’arte della gioia” che narra le manipolazioni di una giovane poverissima per farsi una posizione.

La serie era diretta da Valeria Golino e se mi sono sempre chiesta di una differenza tra lo sguardo cinematografico maschile e quello femminile, con Primavera ho trovato la risposta. Le due opere femminili non risparmiano tocchi ironici e fughe fantastiche, l’opera maschile ha una visione più pietistica della condizione femminile non per nulla si apre con un (inutile) scena dell’annegamento di una cucciolata di gattini giusto per introdurre un’atmosfera di crudeltà. La scena più potente di Primavera resta la vendetta del conte di Sanfermo perfetto esempio di sopraffazione maschile.

Primavera è comunque un film solido con una bellissima fotografia, raffinati rimandi artistici ed è interessante la riflessione su arte e potere con i nobili che si commuovono fino alle lacrime durante i concerti senza che la sensibilitá per l’arte instilli in loro qualche dubbio sull’ingiustizia sociale della gerarchia socioeconomica della Serenissima che trasforma istituzioni caritatevoli in macchine da soldi senza umanità per chi avrebbero dovuto proteggere.

Le città di pianura

Italia, 2025
con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Roberto Citran, Andrea Pennacchi
regia di Francesco Sossai

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Doriano e Carlobianchi sono due ultra cinquantenni sempre alla ricerca di un ultimo bicchiere di vino, una sera si spingono fino a Venezia in cerca di un locale aperto e si uniscono a un gruppo di universitari interessandosi soprattutto a Giulio, studente fuori sede secchione e imbranato, coinvolgendolo nelle loro scorribande…

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Tra road movie e buddy movie, il film di Sossai indaga il territorio veneto attraverso l’architettura; uno spaccato della provincia che leggo non essere molto amato dai veneti stessi, forse perché Le città di pianura è più un ritratto dell’intera Pianura Padana.
Dall’estremo ovest della stessa, e coetanea dei protagonisti, riconosco pienamente il mondo descritto dal regista : anche qua le città di pianura sono cancellate dal consumo del territorio, dimenticate in favore delle bellezze alpine o marittime.

Quello delle città di pianura è un mondo che si può raccontare solo dal finestrino di un auto, il mezzo per eccellenza per fuggire dalla noia e andare al mare, all’estero o nelle località di fama, soprattutto per la generazione X che Sossai sa raccontare benissimo.
Siamo stati i figli più agiati del secolo scorso, cresciuti tra gli anni Ottanta e Novanta dov’era facilissimo per molti arrotondare nelle pieghe delle grandi aziende che sfamavano un intero territorio.

Ci piaceva fare nottata discutendo di questioni filosofiche che sfuggivano alle prime luci dell’alba prima di dividerci sulla politica e finire a fare i leoni da tastiera dietro un monitor.
Doriano e Carlobianchi (tutto attaccato) sono due irriducibili sopravvissuti di quell’epoca: perennemente fuori tempo anche agli appuntamenti importanti come il ritorno del leggendario Genio.

L’incontro con Giulio mette a confronto due generazioni diverse, i sogni e i desideri del giovane studente intimidito dalle sfide della vita e la giocosa rassegnazione di chi ha visto il mondo cambiargli sotto gli occhi, cresciuto convinto di avere tutto a portata di mano e che si ritrova a sopravvivere come può.

Sarà l’età ma la battuta più bella resta quella di Carlobianchi quando sbaglia gelato: se lo aspettava amaro e alla fine è dolce, gelato che poi cade a terra e vediamo sparire sotto le ruote delle auto: speriamo che anche per le città di pianura il finale sia più dolce e meno amaro.

Il ritorno di Casanova

Italia 2023
con Toni Servillo, Sara Serraiocco, Fabrizio Bentivoglio, Natalino Balasso, Alessandro Besentini, Marco Bonadei, Bianca Panconi, Antonio Catania, Angelo Di Genio, Sara Bertelà, Elio De Capitani
regia di Gabriele Salvatores



Ilritornodicasanova


Il famoso e attempato regista Leo Bernardi è colto da una profonda crisi esistenziale che lo porta a disinteressarsi del film che sta ultimando, Il Ritorno di Casanova, tratto dall’omonima novella di Arthur Schnitzler, lasciando che tutto il lavoro ricada sul suo montatore di fiducia, Gianni. La causa della crisi del regista è Silvia, una ragazza incontrata durante le riprese del film con cui Leo ha avuto una storia: Silvia è rimasta incinta ma Leo non trova il coraggio di affrontare l’idea della paternità. Tra litigi e insofferenze Gianni termina il montaggio e il film può essere presentato a Venezia anche se la vittoria va al regista emergente, Lorenzo Marino, Leo ricostruisce il legame con il fedele Gianni e ritrova anche Silvia…



Il ritorno diCasanova


Una classica operazione metacinematografica dove alle vicende del protagonista fanno da contraltare quelle del vecchio Casanova che vuole tornare a Venezia. Il racconto del presunto film è estremamente fedele alla novella di Schnitzler: il vecchio seduttore fatica ad accettare il tempo che passa e si porta via il suo fascino, la riprova definitiva avviene a casa di Olivo, un signorotto suo amico che lo ospita durante il viaggio: se la moglie di Olivo, ex amante di Casanova, sarebbe ancora pronta a concedersi, la giovane Marcolina è inorridita dalle avance del vecchio seduttore che pure riesce a trascorrere una notte con lei ricorrendo all’inganno. Segue un duello con il giovane ufficiale amante di Marcolina che Casanova uccide invidiandogli però la fortuna di esser morto nel fiore degli anni.
La specularità tra Leo e Casanova e il loro modo di affrontare il passare del tempo è il tema del film; entrambi si trovano ad interagire con due donne giovani e indipendenti: Marcolina è colta e rifiuta il matrimonio, Silvia è un’imprenditrice agricola che non teme di portare avanti la sua gravidanza da sola. Entrambi si trovano a combattere con due giovani rivali Casanova uccide il tenente Lorenzi, Bernardi viene sconfitto dal regista emergente: se Casanova è un vecchio deluso che rimpiange egoisticamente il proprio fascino, Leo è un vecchio timoroso delle sfide che la vita gli pone ancora davanti come la paternità tardiva. Se la vita è sempre meglio di un film per parafrasare Marzullo, Salvatores racconta la storia di Casanova con colori vibranti mentre ai tormenti di Leo Bernardi riserva un corposo bianco e nero, a sottolineare come l’arte sia un rifugio dalle ambasce della vita.
Se le strade dei due protagonisti divergono, spesso i loro gesti coincidono e il punto d’incontro tra le loro vicende è Venezia: Casanova vi arriva in tempo per veder nascere la lanterna magica, antesignana del cinema di cui Venezia è simbolo con la sua celebre mostra: il guizzo della commedia dell’arte si confonde con rumoroso contorno odierno alla kermesse artistica.



Ilritornodicasanova


Su ammissione dello stesso regista, Il ritorno di Casanova è un film molto personale, non a caso a fargli da alter ego nei panni di Casanova troviamo Fabrizio Bentivoglio con cui Salvatores ha collaborato in altri sei film. Bentivoglio restituisce magnificamente la delusa malinconia del vecchio Casanova senza far rimpiangere quello di Mastroianni ne Il Mondo Nuovo di Scola e affronta da par suo la scena del duello nudo con giovane tenente che poteva presentare il rischio di una comicità involontaria.
La presenza di comici come Ale e Franz (Ale è Olivo, Franz ha un piccolo cameo) e Balasso ricorda gli esordi legati al cabaret di Salvatores. Su questo cast rodato e famigliare s’innesta la prima collaborazione con Toni Servillo nel ruolo di Bernardi: il regista milanese fa vibrare le corde più ironiche dell’attore portando l’ossessione per i marchingegni elettronici a pura gag comica quando rimane chiuso nell’ ascensore.

Maria Antonietta

Marie Antoinette
USA 1938, MGM
con Norma Shearer, Tyrone Power, John Barrymore, Robert Morley, Anita Louise, Joseph Schildkraut, Gladys George, Henry Stephenson, Cora Witherspoon, Marilyn Knowlden, Alma Kruger, Henry Daniell, Scotty Beckett
regia di W. S. Van Dyke



Maria Antonietta


La vita di Maria Antonietta romanzata in funzione della love story tra la regina e il conte Axel von Fersen. La ragazzina sprovveduta che arriva quindicenne dall’Austria si trova di fronte l’impacciato Delfino, i primi anni di matrimonio senza nessun peso a corte fronteggiando la sferzante ironia di Madame du Barry portano Maria Antonietta all’esasperazione e la trasformano in una donna fatua fino all’incontro con Fersen.
Dopo l’ennesimo litigio pubblico con la du Barry, Maria Antonietta sta per essere ripudiata e rispedita in Austria e tutti i suoi amici l’abbandonano tranne Fersen che si fa avanti proprio in quel momento ma il re muore la notte stessa e Maria Antonietta si ritrova regina e Fersen la lascia ai suoi doveri di sovrana a cui Maria Antonietta si applica con impegno, ma le pessime condizioni economiche della nazione e le calunnie dei suoi nemici che imbastiscono anche lo scandalo della collana, rendono la regina odiata dai francesi. Dopo la Rivoluzione, sarà il conte Fersen a organizzare il tentativo di fuga dei sovrani e riuscirà a vederla ancora un’ultima volta prima che la regina venga ghigliottinata.



Marieantoinette


Uno dei film più costosi della storia del cinema memorabile per la sua opulenza: costumi ricchissimi, parrucche elaborate, mobilio d’epoca fatto arrivare dalla Francia (si chiese persino di girare a Versailles!) e addirittura una partitura musicale di alcuni minuti che anticipa i titoli di testa (overture) divide i due tempi (entr’acte) e chiude il film.
Anche la regia di W. S. Van Dyke II è altisonante con ariosi carrelli che sottolineano la vastità degli ambienti, le numerose comparse dei balli e delle scene di massa inerenti alla rivoluzione, quando la scenografia si fa più contenuta si punta tutto sul pathos della drammatica fine degli ultimi sovrani Capetingi.



Dubarry


La pellicola fu l’ultimo progetto del tycoon  Irving Thalberg, scomparso nel 1936 durante l’organizzazione del film, a interpretare Maria Antonietta c’è la sua vedova, la diva Norma Shearer: se è ovviamente fuori parte nei panni dell’adolescente sprovveduta, l’attrice riesce a disegnare tutta la parabola della sovrana e spicca nella seconda parte nella trasformazione da magnifica regina a povera condannata a morte, praticamente irriconoscibile; la sua performance ricevette una nomination agli oscar e le fece vincere la Coppa Volpi a Venezia.
Per il ruolo di  Luigi XVI si era pensato a Charles Laughton abbastanza restio ad accettare la parte che andò quindi a Robert Morley, la somiglianza fisica e la recitazione contenuta si dimostrano apprezzabili.
Per il ruolo di Fersen la MGM si fece prestare un divo di punta della Fox, Tyrone Power: la parte è abbastanza marginale anche se l’assunto del film è proprio il grande amore ostacolato tra Maria Antonietta e il conte, il cast è del resto notevole per molti dei ruoli sempre molto secondari rispetto a quello della Shearer praticamente sempre in scena, fortunatamente con perizia.

Le 5 schiave

Marked Woman
USA 1937 Warner Bros
con Bette Davis, Humphrey Bogart, Lola Lane, Isabel Jewell, Jane Bryan, Eduardo Ciannelli, Mayo Methot, Rosalind Marquis, John Litel, Raymond Hatton
regia di Lloyd Bacon



Markedwoman


Prendendo possesso del Club Intime, il boss Johnny Vanning ha in mano l’intero racket dei locali notturni e anche alle cinque entraîneuse del locale non resta che accettare la protezione del boss. Una notte Mary viene riaccompagnata a casa da un cliente che le confida di aver pagato con un assegno scoperto i debiti di gioco, la ragazza lo consiglia di lasciare in fretta la città ma l’uomo viene ritrovato morto con in tasca il numero di telefono di Mary. Per sbugiardare il giovane procuratore  David Graham, l’avvocato di Vanning convince Mary a indicare come killer due membri della gang che in quei giorni erano in galera. A pagare lo scotto del falso processo sarà Betty, sorella minore di Mary arrivata in città a sorpresa proprio il giorno in cui la sorella è stata arrestata, scandalizzata dalla sua vita equivoca rifiuta di tornare all’Università e una sera finisce per partecipare a una festa organizzata da Vanning ma quando il suo accompagnatore allunga le mani oppone resistenza e Vanning la butta giù dalle scale impedendo che vengano chiamati i soccorsi. Mary denuncia la scomparsa della sorella e Vanning la fa picchiare e sfregiare ma la donna non si lascia intimidire e convince anche le sue colleghe a testimoniare contro il boss.


Marked


Duro melodramma della Warner liberamente ispirato alle vicende di Lucky Luciano che mette in campo le due star di punta: Bette Davis e l’emergente Humphrey Bogart ed è interessante confrontare la recitazione drammatica della Davis con quella trattenuta di Bogey, ricordando che per questo film Bette Davis vinse la Coppa Volpi a Venezia.


Le cinque schiave

La tematica del film sarebbe stata ottima per un film pre-code dove la violenza e i riferimenti sessuali erano espliciti, il Codice Hayes entrato in vigore nel 1934 porta invece una forte censura così le cinque prostitute diventano “hostess” e anche la scena dello stupro di Betty venne tagliata. Il film punta quindi sul realismo tanto che uno dei gangster di Vanning faceva veramente parte della gang di Lucky Luciano; il boss viene interpretato dall’attore e baritono italiano Eduardo Ciannelli, scelto proprio per una vaga somiglianza



Le5schiave

Nonostante la mancata esplicitazione il tema risulta ben chiaro e il film regge bene salvo smorzarsi nella retorica dell’arringa finale di Graham che pur ammettendo la dubbia moralità delle donne riconosce loro il merito di essere le uniche ad avere avuto il coraggio di schierarsi contro Vanning ben consce dei rischi che correvano. Finito il processo le cinque ragazze spariscono nella nebbia della città.


Le5schiave

Sul set nasce l’amore tra Bogart e Mayo Methot l’attrice che diventerà la sua prima moglie.

Simbolismo Mistico

Rose+Croix

La Collezione Peggy Guggenheim indaga nella mostra Simbolismo Mistico i sei saloni dei rosacrociani che si sono tenuti a Parigi tra il 1892 e il 1897 per volontà dello scrittore e critico d’arte Joséphin Péladan, personaggio sicuramente singolare e non solamente per le sue idee mistiche che venano le istanze simboliste di cattolicesimo e occultismo in una ricerca del bello ideale che fugga la realtà.
Per perseguire questo scopo, Pédalan stila delle regole ferree riguardanti i soggetti delle opere esposte: bandite le scene naturaliste dalle nature morte ai paesaggi, a meno di non essere “paesaggi ideali”. Vietata la pittura storica in favore di soggetti riguardanti leggende, allegorie o sogni.
Sarebbero vietati anche i ritratti ma vige l’eccezione per personaggi ispiratori del movimento rosacrociano, Baudelaire e Wagner e per Pédalan stesso che si vede come un demiurgo e la prima sala della mostra ci mostra proprio i ritratti favoriti del critico, quello di Alexandre Séon che lo rappresenta come il “Sar Medorack”, la guida secondo un termine che dovrebbe ispirarsi al nome di un sovrano babilonese,
Seon-Le-Sâr-Joséphin-Péladanil ritratto di Jean Delville che esalta gli aspetti cattolici del movimento rappresentando Péladan come un Cristo Pantocrate mentre il ritratto di Marcellin Debutin ce lo mostra come un dandy ma il nero imperante richiama la grande ritrattistica nobiliare sottolineando ancora il ruolo aristocratico che il critico si ascrive.
Se l’ego è smisurato, la misoginia non difetta e tra le sue regole sono ben chiare quelle relative al genere femminile: non sono ammesse pittrici (ma pare che alcune riuscirono ad esporre ricorrendo a uno pseudonimo maschile) e anche la figura femminile rappresentata nelle opere oscilla tra la santa, la donna innocente opposta alla diabolica femme fatale di cui dà una meravigliosa rappresentazione L’idolo della perversione ancora di Delville, uno degli “artisti dell’anima” che fanno parte della cerchia più ristretta della confraternita rosacrociana sempre presente ai Salon; alle varie edizioni, però, parteciparono molti artisti meno impregnati dai dettami di Pèladan, soprattutto alla prima edizione che fu un evento di grande richiamo mentre l’interesse andò scemando negli anni seguenti.
IdolodellaperversioneAll’edizione del 1892 partecipa anche Gaetano Previati con l’opera Maternità che non è esposta in mostra, presente è invece L’abime (Salon del 1894) di Georges de Feure, più noto al grande pubblico per la sua produzione cartellonistica squisitamente art nouveau, stile che torna nella decorazione floreale della cornice.
Un artista inatteso è Felix Vallotton presente nel Salon del 1892 con otto xilografie alcune assai lontane dai dettami di Peladan come Il Cervino, paesaggio realistico o Il funerale opera di critica sociale, genere non gradito al Gran Maestro, più congeniali i ritratti di Baudelaire e Wagner.
La prima gloriosa edizione dei Salon de la Rose + Croix aveva l’appoggio del mecenate Antoine de la Rochefoucault che aprì ad artisti meno legati all’ortodossia imposta da Pédalan.
Fin da subito però alcuni grandi simbolisti a cui il critico si ispira sono contrari alla linea rosacrociana, balzano agli occhi le assenze di Gustave Moreau e Odilon Redon a cui suppliscono le opere di seguaci tra cui spicca l’opera di Marcel-Bérronneau, l’Orfeo del 1897 scelto per la locandina della mostra.

Il barone di Munchhausen

MunchhausenMünchhausen
Germania 1943 UFA
con Hans Albers, Ferdinand Marian, Hermann Speelmans, Ilse Werner, Brigitte Horney, Käthe Haack
regia di Josef von Baky

Dopo una festa in costume, il barone di Munchhausen rievoca le avventure del famoso antenato settecentesco: la conoscenza con Cagliostro, la relazione con Caterina di Russia, il viaggio sulla palla di cannone che lo rende schiavo dei turchi, la liberazione grazie a una scommessa con il sultano e conseguente fuga con Isabella d’Este dall’harem alla volta di Venezia, qui sfugge all’inquisizione su un pallone aerostatico che porta Munchhausen e il suo fedele servo Christian sul lato nascosto della Luna..

Il barone di Munchhausen ha segnato la mia infanzia con il suo spirito avventuroso e fantastico: era, se non erro, un classico natalizio poi è scomparso per decenni dai palinsesti televisivi.
Sono contentissima di aver ritrovato intatto la fantasmagoria che mi aveva colpito da bambina, i colori e i toni da cartone animato e anche di non dover provare imbarazzo perché il film è in realtà un caposaldo della propaganda nazista, fortunatamente non nei contenuti, puramente d’evasione, ma nell’esaltazione tecnica del cinema tedesco: per il venticinquesimo anniversario della fondazione dell’UFA, Goebbels voleva dimostrare che la cinematografia tedesca era tecnologicamente avanzata come quella americana e in grado di offrire un prodotto simile se non superiore a Il Mago di Oz del 1939 e al cartoon della Disney Biancaneve e i sette nani che nel 1937 era stato eletto miglior film.




CagliostroMunchhausen


Per l’adattamento si sceglie un classico fantastico della letteratura tedesca, Il barone di Munchhausen che già Melies aveva portato sul grande schermo nel 1911.
Imponente la realizzazione: nel cast compaiono i grandi nomi della cinematografia tedesca, anche se i ruoli sono brevi; le porcellane per la cena di gala alla corte di Caterina di Russia sono vere porcellane Meissen settecentesche; le riprese a Venezia furono realizzate nella città lagunare e per realizzarle si chiuse per un giorno il Canal Grande.




MunchhauseneChristian


Anche dal punto di vista degli effetti speciali la pellicola si rivelò all’altezza degli standard dell’epoca con il segmento sulla luna con gli abitanti della luna che possono staccarsi a piacere la testa dal corpo.
Coloratissimi e fantasiosi i costumi che variano dalla fedeltà storica dell’abbigliamento del doge alla rivisitazione giocosa degli abiti turchi con turbanti e barbe esagerate.




BaronediMunchhausen


La trama è l’esaltazione dello spirito avventuroso, della curiosità per il mondo tanto che Muunchausen rinuncia al potere offertogli da Cagliostro in nome delle avventure e le donne, il finale che non rivelerò data la poca diffusione della pellicola, rappresenta il classico spirito fantastico tedesco, facendo slittare nel gotico i toni ironici che hanno caratterizzato tutta la pellicola, giusto corrispettivo dello slittamento iniziale quando l’interruttore della luce e l’auto parcheggiata in giardino fanno capire che la scena del ballo iniziale non era ambientato nel ‘700 ma si trattava di un ballo in costume.

The young pope

Theyoungpope

I primi tre anni di pontificato di Lenny Belardo inaspettatamente eletto a soli 47 anni. Il giovane papa, ritenuto facilmente manovrabile, sconcerta tutti scegliendo il nome di Pio XIII riallacciandosi all’intransigenza conservatrice dei predecessori con quel nome e decidendo di non mostrarsi mai ai fedeli, almeno fino all’ultimo (?) viaggio a Venezia..

Da sempre affascinato dal tema del potere, era prevedibile che prima o poi Paolo Sorrentino indagasse la figura del Papa dove il potere terreno con i suoi aspetti più triviali trascende nel misticismo.
Il mezzo televisivo permette al regista un’analisi approfondita spacciando per serie tv un film lungo 10 ore che ha fidelizzato il pubblico con buona pace di chi solo qualche mese fa criticava la lunghezza ritenuta improponibile del film Leone d’Oro a Venezia 2016, The Woman Who Left di Lav Diaz.
Sorrentino non rinuncia a nulla del suo stile barocco e rarefatto, non concede nulla al più indolente pubblico televisivo anche se di nicchia come quello di una pay tv dedicata al cinema e lo conquista con la storia di un uomo estremamente complesso dove luce e ombra coesistono di pari grado: basti dire che Lenny Belardo è un uomo in grado di compiere miracoli ma che non crede in Dio, infatti a tutti pone la stessa domanda, anche alla escort incontrata per caso in un bar: dove/come ha trovato Dio.
Belardo coglie solo l’assenza di Dio, riflesso di quella dei suoi genitori che lo hanno abbandonato in orfanotrofio per potersene andare a Venezia.

DonnaBarbuta

Seppure non crede (o crede di non credere) Pio XIII è prima di tutto un sacerdote estremamente ligio ai suoi voti, a partire da quello di castità, pur essendo un uomo estremamente bello e conscio di esserlo, tanto da risultare incorruttibile e da sconcertare i tentativi di ricatto da parte dello scaltro Segretario di Stato, il cardinal Voiello, politico senza scrupoli disposto a tutto per la Chiesa, che forse ama solo un po’ meno dell’adorato Napoli ma che poi si rivela capacissimo di gesti di grandissima umanità, in apparente contraddizione con la sua natura manipolatrice che alla fine trova anche il modo di circuire il monolitico papa portandolo a decidere il viaggio veneziano sulle cui conseguenze si chiude la prima stagione della serie.
Se la complessità dell’animo umano è sempre stata al centro del cinema di Sorrentino, il regista napoletano si caratterizza anche per il gusto dell’iconografico dell’immagine e l’iconografia ha un peso fondamentale in The Young Pope, Belardo ci viene mostrato quasi sempre mentre fuma e non si è mai visto un Papa fumare, per lo meno non in pubblico, la scelta non è solo simpaticamente insolita ma sottolinea il tentativo di dipingere il ritratto intimo di una figura pubblica, anche il non volersi mostrare non è solo uno sfizio per elencare i più celebri artisti che rifiutano di farsi riprendere, da Salinger a Mina, passando per Kubrick ma sottolinea un dato di fatto: non abbiamo immagini di un papa che esulino dagli aspetti pubblici della sua vita, non esistono scatti rubati, intimi di un papa durante il pontificato ma ne conosciamo solo l’immagine istituzionale mentre Belardo ci viene mostrato negli aspetti più banali della sua esistenza come nel fare ginnastica.

TheyoungpopeSigla

L’iconografia pittorica ha poi un ruolo fondamentale perché è il primo linguaggio con cui la religione ha comunicato con i fedeli e molti sono i messaggi che il regista affida ai quadri scelti: se Pio XIII è un po’ la summa di tutti gli ultimi papi, La donna barbuta dello Spagnoletto richiama tanto quel “Dio è madre” di Giovanni Paolo I.
Ovviamente non si può non parlare della bellissima sigla che tanto ha colpito positivamente, in rete si trovano numerosi articoli che elencano i quadri mostrati, una sorta di summa dell’immagine della chiesa nel corso dei secoli fino a La nona ora di Maurizio Cattelan. Mi pare più interessante notare che nella sigla del quinto episodio, quello in cui Pio XIII compie le scelte più intransigenti, manca l’opera di Cattelan e le letture della scelta possono essere molto interessanti.

Numero Primo. Studio per un nuovo Album

Marco Paolini nel suo nuovo spettacolo work in progress "Numero Primo. Studio per un nuovo Album"

Una foto pubblicata da Eva (@avadesordre) in data:

L’ultimo spettacolo di Marco Paolini è un work in progress per cui suscettibile di cambiamenti ad ogni rappresentazione: la messa in scena a cui ho assistito venerdì 2 settembre a Monforte d’Alba nella rassegna Attraverso Festival inizia con il racconto dell’Orologio Wagner del Pantheon di Parigi restaurato senza i permessi statali dal gruppo clandestino degli Huntergunther e per quest’opera di miglioria di un bene pubblico l’associazione culturale è stata processata (la storia è raccontata sul loro sito)
Ma a Paolini non interessa raccontare una vicenda di paradosso burocratico, l’orologio serve per scandire il tempo di uno spettacolo in divenire ma soprattutto raccontando un episodio di 5000 giorni nel passato l’artista prende lo spunto per narrare quello che sarà tra 5000 giorni nel futuro.
La differenza con gli altri Album di Paolini è proprio questa: non più lo sguardo verso il passato dell’alter ego Nicola ma una proiezione verso il futuro di Achille, un fotografo che si vede affidato da una donna con cui intrattiene una relazione virtuale il figlio di lei, Nicola Fermat che preferisce essere chiamato Numero Primo. Questo padre per procura che si consola nel non essere il primo nella storia, si ritrova a dover gestire un bambino di cinque anni, curioso vivace.. speciale.
Nella storia di Achille e suo figlio, per quanto futuribile, ritorna tutta la capacità affabulatoria del Paolini che conosciamo, in grado d’immergere lo spettatore nella realtà del racconto di un futuro leggermente più distopico di quello che conosciamo oggi: cosa potrà mai cambiare in 5000 giorni? Forse davvero Marghera si riconvertirà in una fabbrica della neve che salverà Venezia dall’acqua alta e di sicuro la tecnologia a cui siamo ormai perennemente connessi e forse dipendenti assumerà forme nuove e l’uomo ritroverà la sua natura di accudente anziché di accudito, un po’ come gli Huntergunther dell’apertura che si prendono carico di una responsabilità senza avere nessun obbligo, se non morale.