Madame Satan

USA 1930, MGM
con Kay Johnson, Reginald Denny, Lillian Roth, Roland Young, Elsa Peterson, Boyd Irwin, Wallace MacDonald, Tyler Brooke, Ynez Seabury, Theodore Kosloff, Julanne Johnston
regia di Cecil B. DeMille

Angela Brooks è sposata con Bob, marito fedifrago che fa passare l’amante Trixie per la fidanzata del suo migliore amico Jimmy Wade. Dopo un confronto con la rivale Angela giura di riprendersi il marito e l’occasione è la mirabolante festa su un dirigibile organizzata da Jimmy a cui la donna si presenta mascherata da sensualissima Madame Satan attirando subito le attenzioni di Bob. Il confronto tra i due viene interrotto da una tempesta che costringe tutti i partecipanti alla festa a lanciarsi col paracadute dal dirigibile alla deriva… 

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Madame Satan è una delle più deliranti visioni a cui si possa assistere in cui si attraversano senza soluzione di continuità diversi generi in cui il regista Cecil B. DeMille conferma talenti e lacune.

La prima ora del film sancisce che DeMille non è tagliato per la commedia (tantomeno musicale) del resto viene ricordato per i suoi film storici che poi divennero kolossal biblici.

È un inizio davvero pesante: Angela chiede conto del biglietto firmato Trixie trovato in tasca al marito che non trova di meglio che farla passare per la fidanzata del suo compagno di scorribande. Per giunta Bob giustifica le sue scappatelle dando la colpa alla moglie che dopo il matrimonio si sarebbe raffreddata. Alla fine si ritrovano tutti a casa di Trixie tra false identità e ingressi da porte secondarie ma non si ride mai. Lo spettatore è duramente messo alla prova e quando la voglia di abbandonare la visione è al culmine arriva il colpo di scena: la festa sul dirigibile.

Madam Satan
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Da noiosa commedia sentimentale cantata -male perché nel 1930 il sonoro era poco più di una novità- si passa a un delirante musical  dove cantano sempre male ma almeno ci si rifanno gli occhi con i folli costumi deco che culminano con l’apparizione di Madame Satan il cui vestito diventa il centro dell’attenzione e in alcune riprese ricorda Il peccato di Franz von Stuck. (Da notare la dicotomia tra il nome della protagonista Angela e il suo altera ego Madame Satan) .


Questa parte è anche la più divertente per le salaci battute pre code: col suo ostentato accento francese Madame Satan chiama il marito beau boop (tette).


Come al solito spunta lo spirito moralista di DeMille così se la festa è la celebrazione della modernità portata dall’elettricità per la legge del contrappasso sarà proprio un fulmine a disancorare il dirigibile e mandarlo alla deriva. Si salvano tutti e una buffa pioggia di ricconi plana in paracadute sulla città con grande sfoggio di intimo femminile per seguire alla lettera i dettami pre-code

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Sarebbe stato un finale buffo ma DeMille non perde l’occasione di trasformare la deriva del dirigibile in un segmento catastrofico: l’aerostato si spezza in due con scene che in alcuni momenti mi sono parse anticipare il Titanic di James Cameron ravvivando per l’ennesima volta l’interesse per la bizzarra pellicola.

Segue una coda in bianco e nero con la scontata riappacificazione della coppia.

L’opera fu costosissima perché la parte sul dirigibile fu girata a colori ma poi si decise di stamparla in bianco e nero, in ogni caso su YouTube si trova una versione con la parte sul dirigibile colonizzata. 

Anora

USA 2024, Universal
con Mikey Madison, Mark Eydelshteyn, Jura Borisov, Karen Karagulian, Vache Tovmasyan, Darya Ekamasova, Aleksej Serebrjakov
regia di Sean Baker

Ani, ballerina erotica di un night newyorkese, sa parlare il russo e per questo motivo viene spedita al tavolo di Vanja Zakharov, figlio di un ricchissimo magnate russo. Tra i due scatta una bella chimica e Vanja la richiede in esclusiva per una settimana e poi finisce per sposarla. La notizia manda su tutte le furie i genitori del ragazzo che fugge lasciando la sposina in balia delle guardie del corpo che dovrebbero far annullare il matrimonio prima dell’arrivo dei datori di lavoro…

È da un po’ che lo penso: il cinema classico è talmente dimenticato che se un giovane regista s’ispirasse a quel mondo attualizzandolo, sarebbe riconosciuto come autore ed ecco qua la concretizzazione di quello che  rimugino da tempo tra me e me.

Dopo 10 minuti buoni di scene descrittive delle attività del night (però poi Ani si arrabbia se viene definita prostituta e specifica di essere solo una ballerina erotica, vabbè…) e quasi il doppio di riprese stile istagram o tik tok della vita sprecona dei super ricchi, intorno al minuto 47 il film inizia a carburare: entrano in scena i gorilla dal cuore d’oro che non vogliono fare male alla ragazza che dal canto suo li mena di santa ragione terrorizzandoli e il loro capo, Toros un armeno con il compito di controllare a vista lo svagato e sempre strafatto Vanja che non si è mai palesato fino a quel momento è costretto ad abbandonare il ruolo di padrino a un battesimo di famiglia (la scena è costruita come una gag di un film anni’30).

Vanja è un ragazzino problematico che si è sposato nella speranza di guadagnare in questo modo la cittadinanza americana e liberarsi degli ingombranti genitori e quando si vede scoperto non sa far altro che fuggire, il film prende i contorni di un road movie scalmanato anni ’80 più dalle parti degli exploit surreali di Madonna che di Tutto in una notte o Fuori Orario

Recupero del fuggitivo, arrivo dei magnati russi dominati dalla virago Galina Zacharova, come da tradizione del cinema classico, e ovviamente mancanza di happy end ma scioglimento del matrimonio, la nota amara del fallimento di Anora che cha lottato fino all’ultimo per mantenere la fortuna piovutale addosso. 

Come dai più banali filmetti pre-code  la simpatia è tutta per la protagonista, circondata per altro da figure macchiettistiche: ad un certo punto Toros ha iniziato a ricordarmi il padre di Midge Maisel, non solo perché il doppiatore è lo stesso ma perché aveva lo stesso modo isterico di Abe di reagire ai drammi familiari che sconvolgevano il suo tran tran quotidiano.

Finale che sa toccare il cuore anche se non si discosta dal cliché della prostituta che fa tutto tranne che baciare in bocca e sarà proprio il tentativo di Igor di baciarla a far crollare la maschera di Anora.

Un film sicuramente piacevole da vedere ma mi domando, visto che il film è stato premiato anche per la miglior regia, dov’è il taglio autoriale in un film che deve usare il campo lungo per non mostrare troppo le nudità dei protagonisti? Il merito è quello di aver raccontato il sesso con eleganza, utilizzando il flare del sole per coprire il seno della protagonista? Beh se la motivazione fosse questa mi permetto di far notare che c’è una scena in cui il televisore emerge dal mobile che lo contiene e non oso pensare alle allusioni sessuali che avrebbe potuto costruire Hitchcock su quel marchingegno…

Victor Victoria

Victor/Victoria
USA 1982, MGM
con Julie Andrews, James Garner, Robert Preston, Lesley Ann Warren, Alex Karras, John Rhys-Davies, Graham Stark, Peter Arne
regia di Blake Edwards

Parigi 1934: la cantante Victoria Grant ridotta alla fame, accetta la proposta di Toddy Todd, un artista gay: fingersi un conte polacco, Victor Grazinski, che canta en travesti. Per quanto strambo il piano ha successo e ben presto Victor Grazinski diventa la stella dei cafe chantant parigini. King Marchand, gestore di night club americani legati alla mafia, non riesce a credere che Victor sia un uomo e cerca di scoprire la sua vera identità. Anche Victoria subisce il fascino di Grant e i due iniziano una relazione ma la donna non intende rinunciare al suo personaggio. Intanto la ex fidanzata di King, Norma Cassidy, torna a Chicago e informa il boss che King ha una relazione omosessuale…

Deliziosa commedia di Blake Edwards che ricostruisce perfettamente l’atmosfera anni ’30 aggiornandola alle tematiche d’inizio anni ’80 ad esempio l’uso disinvolto della parola gay e anche l’incipit del film è piuttosto audace -forse anche ancora oggi- aprendosi su Toddy addormentato su un fianco mentre alle sue spalle compare il suo compagno di letto, anche il dialogo che segue è piuttosto crudo anche se ironico: il vecchio attore (piuttosto simile a Liberace) è ben conscio di essere sfruttato dal giovane amante.

È come se Blake Edwards si divertisse a portare in scena tutte le situazioni scabrose a cui la commedia anni ’30, anche quella pre-code, alludeva solamente: la svampita Norma Kassidy è chiaramente ispirata a Jean Harlow anche nei costumi ispirati a Pranzo alle otto.

Anche King Marchand non è quello che sembra, non è un gangster ma si finge tale perché ama gestire i night club. Nessuno nel film è chi finge di essere, a parte Toddy, non a caso demiurgo di tutta la situazione, un po’ come un regista che dirige la messinscena. 

In fondo anche in Victor/Victoria il discorso metacinematografico è sempre latente ricordando che tutto è finzione, cercando anche la complicità del pubblico che non deve essere convinto delle identità fittizie dei personaggi ma partecipare a tutti i passaggi della mistificazione.

Il sapore classico del film torna anche nella costruzione di molte gag: personaggi secondari, come il cameriere, che ritornano nel finale con un ruolo risolutivo, figure di contorno (il cliente dell’albergo che assiste a tutte le entrate nella camera di Victor) con il solo scopo dí sottolineare la comica assurdità della situazione.

Il numero musicale Shady Dame from Seville è elegantissimo quando lo interpreta Julie Andrews, diventa un delirio comico nella ripresa finale di Toddy: la dualità è il tema base: dal titolo all’ambiguità dei personaggi fino alla doppia versione del numero musicale 

Perfidia

Shopworn
USA 1932, Columbia
con Barbara Stanwyck, Regis Toomey, Zasu Pitts, Lucien Littlefield, Clara Blandick, Robert Alden, Oscar Apfel, Maude Turner Gordon, Albert Conti, Wallis Clark, Martha Mattox
regia di Nick Grinde

Il padre di Kitty Lane rimane coinvolto in un’esplosione e prima di spirare consiglia la figlia di lasciare la città mineraria per trasferirsi presso la zia Dot che gestisce una tavola calda col marito in una zona universitaria. Kitty fa la cameriera nel locale e ha un mucchio di pretendenti che tiene a bada, rimanendo colpita da David, un giovane molto studioso. I due s’innamorano ma Davie ha una madre opprimente che rifiuta assolutamente l’idea che il figlio si fidanzi con una cameriera quindi Helen Livingston convince il figlio a seguirla in Europa fingendo di avere gravi problemi cardiaci ma David anticipa la proposta di matrimonio a Kitty. Per togliersela di torno il giudice Forbes offre alla ragazza 5000 dollari e quando lei rifiuta la fa chiudere in riformatorio per atti contro la morale facendo credere a David che la ragazza abbia accettato il denaro. Uscita dal riformatorio Kitty diventa una ballerina di successo e dopo sei anni David si ripresenta dicendo di non averla dimenticata, la relazione riprende ma la signora Livingston arriva a minacciare Kitty con una pistola se non lascia in pace il figlio, le due donne hanno un chiarimento e quando David arriva, Kitty inventa una scusa per lasciarlo e non rovinargli la carriera ma Helen finalmente rinsavisce e svela al figlio il sacrificio di Kitty.

Un film pre-code rimontato malamente dopo l’entrata in vigore del codice Hays.

L’inizio nella cittadina mineraria è particolare, sia come introduzione di un film che ci porterà nel bel mondo, sia per la scena di addio tra Kitty e il padre che consiglia la figlia di lasciare la città perché ci sono troppi uomini, introducendo il dramma della vita di Kitty: una ragazza troppo bella e senza famiglia che diventa ben presto oggetto di pettegolezzi nonostante il suo comportamento irreprensibile; anche il primo incontro con David è scandito dalla reprimenda del ragazzo che ritiene che se una ragazza non vuole è in grado di non attirare le attenzioni indesiderate degli uomini, qualificandosi da subito per il bamboccione succube di una madre manipolatrice che lo tiene legato alle sue gonne giocando con i suoi problemi di cuore.

Ancora una volta lo stigma è verso le classi dominanti che usano ricchezza e potere senza farsi scrupoli di spezzare delle vite: le scene al riformatorio sono ancora piuttosto crude per la severità delle guardie e l’indifferenza del medico.

In poche scene vediamo l’ascesa di Kitty che continua ad essere una donna chiacchierata: è sulle prime pagine dei giornali perché coinvolta in un divorzio. Dopo il nuovo incontro con David e dopo avergli rinfacciato quello che ha passato a causa sua, Kitty torna nella città natale e finalmente David si ribella alle convenzioni e la raggiunge al suo tavolo in un locale pubblico.

Da un punto di vista stilistico è il momento più interessante del film: David e la madre partecipano a una cena di gala, sentiamo solo un vuoto chiacchiericcio mentre la macchina da presa inquadra il nome delle personalità sui segnaposto invece che i personaggi tanto sono interscambiabili, poi l’entrata di Kitty suscita il più prevedibile clamore.

In un’opera probabilmente rovinata dal rimontaggio spicca come sempre la bravura di Barbara Stanwyck, credibile nei panni di un’ingenua ragazza di bassa estrazione sociale che cerca di farsi una cultura studiando il vocabolario (e tra le parole imparate quel giorno c’è eiaculazione, non sarebbe pre-code altrimenti!) che in quelli della sofisticata showgirl che ha imparato ad interagire col bel mondo e a sfruttarlo a proprio vantaggio.

Proibito

Forbidden
USA 1932, Columbia Pictures
con Barbara Stanwyck, Adolphe Menjou, Ralph Bellamy, Dorothy Peterson, Thomas Jefferson, Myrna Fresholt, Charlotte Henry
regia di Frank Capra

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Lulu è un’anonima bibliotecaria di provincia avviata allo zitellaggio quando decide di ritirare tutti i propri risparmi e regalarsi una crociera da sogno all’Havana. Una sera trova in cabina il suo dirimpettaio, un avvocato ubriaco che ha sbagliato stanza, nasce così un grande amore. Lulu si trasferisce in città e lavora in un giornale, Robert continua la sua vita da avvocato fino a quando le confessa di essere sposato e di non poter divorziare perché la moglie è rimasta zoppa per colpa sua in un incidente d’auto e lascia Lulu perché lei si possa rifare una vita. Dopo averlo supplicato, la donna lo caccia malamente, partorisce una bambina che chiama Roberta e continua la sua vita dopo aver lasciato il giornale. Dopo due anni Robert si ripresenta e, scoperta l’esistenza della figlia, la relazione riprende. Il giornalista Al Holland che lavorava con Lulu e la corteggia da sempre ed è anche nemico giurato di Grover che ha intrapreso la carriera politica, incontra casualmente la famigliola: per giustificarsi Lulu si qualifica come la governante della bimba adottata da Grover mentre la moglie è in Europa per l’ennesimo intervento. Per non rovinare la carriera dell’uomo che ama Lulu gli affida la figlia e torna al giornale dove si occupa della rivista per cuori solitari. Gli anni passano ma Holland continua ad indagare sulla strana adozione del governatore. Nella speranza di distrarlo, Lulu accetta di sposarlo ma quando Holland scopre che è lei la madre naturale di Roberta non accetta di rinunciare allo scoop per amor suo e nella lite Lulu lo uccide. Grover, diventato governatore la grazia dopo un anno di carcere e la vuole incontrare in punto di morte, pur di non rovinare il futuro alla figlia, Lulu straccia il testamento di Robert che rivelava il loro rapporto. 

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Un Capra minore che firma un melodramma sentimentale su temi non nuovi per l’epoca. Con la sua maestria il regista riesce a non scadere in toni melensi grazie alla bravura degli interpreti, su tutti Barbara Stanwyck che qualche anno dopo sarà ancora più grandiosa in Amore sublime, una storia che ha delle similitudini con Proibito nell’ambito del sacrificio materno.

Anche Adolphe Menjou veste un ruolo meno cinico del solito seduttore: è un uomo sposato che intraprende una relazione extraconiugale senza avvisare l’amante della sua reale situazione ma la lascia quando capisce che per stare con lui Lulu sta rinunciando alla possibilità di farsi una vita. Non è un personaggio positivo, schiacciato dalle ambizioni politiche ma i suoi ripensamenti e ritorni da Lulu danno profondità al personaggio facendolo uscire dallo stereotipo.

Ralph Bellamy interpreta con molta energia il giornalista Al Holland, gli occhi cerchiati di nero ben sottolineano le sue ossessioni per Lulu e per smascherare Grover anche se non è ben chiaro il motivo dell’odio, sembra più uno scontro esasperato tra politica e giornalismo libero.

Il film ha la pretesa di raccontare una storia che si sviluppa in circa vent’anni in meno di 90 minuti e quel che è strano lo fa senza soluzione di continuità, senza una didascalia che avvisi del salto temporale vediamo solo imbiancare le chiome dei protagonisti e crescere Roberta senza che neppure i costumi cambino, la cristallizzazione in un eterno presente rende paradigmatica la storia di dedizione assoluta di Lulu che sacrifica tutto a Robert, anche la figlia.


Se manca la scansione temporale il film evolve attraverso i mutamenti di genere: la partenza (la parte migliore) ha il tono di una commedia brillante con i camerieri della nave preoccupati per la fama della loro “loveboat” perché al secondo giorno di navigazione Lulu, ora elegante signora, cena ancora da sola e non ha trovato un’accompagnatore. L’incontro con l’intruso ubriaco segue ancora gli stilemi romantici ma una volta tornati dalla vacanza il film passa a toni drammatici segnato dal bizzarro incontro tra i due amanti che giocano con maschere di cartapesta facendo coincidere il disvelamento della situazione coniugale di Robert letteralmente con la caduta delle maschere.

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C’è ancora un ultimo cambio di registro, la resa dei conti tra Lulu e Al quando il marito a cena le anticipa che ha scoperto il segreto della nascita di Roberta e non esiterà a pubblicarlo anche se riguarda la moglie, segue una rissa e Lulu ricompare con il labbro insanguinato e una pistola in pugno, perfetta epitome del genere pre-code mentre l’energia grezza ma fino ad allora simpatica di Holland sconfina improvvisamente nella figura negativa senza scrupoli degna di un gangster movie.

Finale strappalacrime con Lulu che si perde nella folla, in fondo finale circolare: abbiamo visto apparire Lulu scialba a inizio film e tale la vediamo scomparire.
Un destino predestinato di solitudine a cui non è valso ribellarsi o un sacrificio d’amore per cui è valsa la pena perdere tutto?

The Lady Refuses

USA 1931, RKO
con Betty Compson, John Darrow, Gilbert Emery, Margaret Livingston, Ivan Lebedeff, Edgar Norton, Daphne Pollard, Halliwell Hobbes, Reginald Sharland
regia di George Archainbaud

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June è una ragazza sul punto di prostituirsi per indigenza; per sfuggire a due poliziotti bussa a una casa signorile, Sir Gerald Courtney la copre facendola passare per una cugina e la invita a cenare con lui. La cena era stata organizzata per il ritorno del figlio Russell che però ha preferito cenare con la sua nuova fiamma, la dissoluta Berthine. Confidandosi con June, sir Gerald matura l’idea di pagare la ragazza affinché seduca il figlio e lo tolga dalle grinfie di Berthine. Il piano riesce e in un mese Russell abbandona la vita sregolata per dedicarsi alla carriera di architetto. Il compito di June sarebbe finito ma Sir Gerald e la ragazza si scoprono innamorati e June decide di dire tutta la verità a Russell: di essere stata pagata dal padre per distoglierlo dalle cattive compagnie e dell’intenzione di June e Gerald di legarsi, questa notizia scatena la gelosia di Russell che si era a sua volta invaghito della ragazza e reagisce richiamando Berthine. Il suo amante Nikolai Rabinoff scopre l’appuntamento con il giovane architetto e segue Berthine a casa sua dove la uccide. Russell ha trascorso tutta la notte a casa di June che lo ha fatto ubriacare tanto da stordirlo per non fargli incontrare la vecchia fiamma. Quando il cadavere di Berthine viene ritrovato nel suo appartamento, Russell è il primo sospettato e a salvarlo è ancora June che rivela che il ragazzo ha trascorso la notte con lei. Ad ingelosirsi stavolta è il padre e la ragazza capisce che è avvenuto quel che ha sempre temuto: la sua condizione farà sempre dubitare della sua integrità. Intanto la polizia ha scoperto il vero colpevole e June, dopo aver stracciato l’assegno se ne va delusa

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Una produzione pre-code che tratta argomenti piuttosto scabrosi con un esito un po’ altalenante nella costruzione del plot.

A sostenere tutto il peso del film è l’attrice protagonista, Betty Compson, che sa trasformarsi da rassegnata ragazza sull’orlo della perdizione a elegante dama in grado di sedurre un giovane del bel mondo, tornando ad essere una cinica ragazza di strada quando deve convincerlo che ha sfruttato lui e il padre per i soldi fino a dare una magistrale lezione di dignità ai due lord quando strappa l’assegno ben conscia che il giorno dopo se ne pentirà:
Ciò che la signora rifiuta infatti è il denaro concordato per salvare Russell dalla cacciatrice di soldi Berthine. 

L’allusione sessuale è giocata in tutto il film: realisticamente quando June confessa candidamente a Sir Gerald che la povertà l’ha portata a decidere di prostituirsi e quella sera era la prima volta che si metteva sul mercato. L’argomento è molto imbarazzante per il nobile inglese che non sa bene come proporre una soluzione alternativa alla donna: essere pagata per salvare il figlio senza essere costretta a prostituirsi.

June diventa la vicina di casa di Russell e con la scusa di aver perso la chiave dell’appartamento si fa aiutare a rientrare in casa e dopo aver fatto bere il giovane già ubriaco lo sistema a letto lasciandogli credere che hanno passato la notte insieme.

Il primo buco di sceneggiatura avviene nel salto temporale di un mese in cui Russell si redime e diventa un uomo in carriera: difficile credere che sia solo l’influenza da buona amica di June eppure ci crede ciecamente Sir Gerald che durante i report della ragazza si innamora -ricambiato- di lei (anche di questo lo spettatore non ha sentore fino a quando i due non si confessano il reciproco sentimento). Basta però che il figlio geloso dica al padre che June era più che amichevole che il “gentiluomo” inizi a sospettare la tresca tra June e il figlio, come aveva sempre temuto la donna. June però fedele al suo patto salva nuovamente Russell da Berthine facendolo nuovamente ubriacare ma l’omicidio la costringe a rivelare di aver passato la notte con lui davanti all’avvocato difensore, perdendo definitivamente ogni traccia di moralità agli occhi dei nobili londinesi.

Il rifiuto del denaro dimostra la vera statura morale della donna molto superiore ai due uomini per bene e anche se Gerald con la benedizione del figlio, promette di andare a riprendere June, il film si chiude con la donna che scompare nella nebbia dei bassifondi da cui l’avevano vita uscire nella scena iniziale. 

Un film che parte come una commedia degli equivoci e si trasforma in un melodramma sentimentale a tratti superficiale anche se resta valida la denuncia della condizione femminile tipica del periodo pre-code. 

Chi la dura la vince

The Passionate Plumber
USA 1932, MGM
con Buster Keaton, Jimmy Durante, Irene Purcell, Polly Moran, Gilbert Roland, Mona Maris, Maude Eburne, Henry Armetta, Paul Porcasi, Jean Del Val, August Tollaire
regia di Edward Sedwick


The passionate plumber


Parigi: l’idraulico Elmer Tuttle viene chiamato a riparare un guasto alla doccia di Patricia Alden, una ragazza del bel mondo. Il fidanzato di lei, che la tiene sulla corda facedole credere di essere sposato con un’altra, si ingelosisce e sfida a duello Elmer che sceglie come padrino Julius, il cameriere che gli aveva procurato il lavoro. Elmer è anche un inventore e ha realizzato un innovativo modello di pistola, con l’aiuto di Julius vorrebbe mostrarlo al generale Bouschay, decidono di farlo durante una serata al Casino di Parigi che ovviamente finisce malissimo ed Elmer fugge con l’auto di Patricia, distruggendola, per ripagarla la donna gli propone di aiutarla a liberarsi dalla relazione con Tony fingendosi il suo amante; Elmer prende molto seriamente il compito e scopre che Tony ingannava sia Patricia che la presunta moglie, smascherato il seduttore, l’amore tra Elmer e Patricia trionfa.



The passionate plumber


Chi la dura la vince è una delle commedie sonore che Buster Keaton girò nel suo periodo alla MGM, il plot non è originalissimo: l’ingenuo ingaggiato per allontanare il fidanzato fedifrago riesce a smascherarlo e a conquistare il cuore della bella, la cosa interessante è vedere come il grande genio del cinema muto si adatta al sonoro, usando un tono monocorde che ben si sposa con l’imperturbabilità della sua maschera.
abbastanza stridente il contrasto con la spalla Jimmy Durante la cui comicità è fatta più di parola, giochi di parole e parlantina a raffica, i due girarono insieme tre film.
Migliore il supporto del resto del cast: Gilbert Roland esaspera i toni del seduttore che ben conosceva pe i suoi ruoli da latin lover ai tempi del muto, le due rivali, la bionda Irene Purcell e la mora Mona Maris rappresentano perfettamente la svampita e la latina pasionaria sempre pronta alle scene madri con urla e lanci di piatti.



Chi la dura la vince


Non è chiaro perché l’americano Elmer si trovi a Parigi con una bottega ben avviata pur non essendo in grado di comprendere le abitudini francesi, soprattutto quelle del bel mondo, ragion per cui Elmer, per trarsi dalle situazioni imbarazzanti in cui si trova userà a sproposito lo schiaffo col guanto che indica la sfida a duello, resta memorabile -e in perfetto stile pre code– il primo schiaffeggiamento con Tony Lagorce: al tocco del guanto Elmer risponde usando l’asciugamano che lo cinge in vita per coprire le sue parti intime dopo che si è bagnato nel tentativo di riparare la doccia.
Il momento più divertente del film resta la scena della colazione, un brevissimo assolo delle tipiche gag della comicità lapstick del comico che trasformano i semplici gesti del servire a letto la colazione all’amata in un vero delirio comico, arrivando a sciabolare un uovo alla cocque.
In omaggio alla trasferta francese cambia anche il look di Keaton che sostituisce la paglietta con un basco.

Ballerine

Italia, 1936
con Silvana Jachino, Maria Denis, Antonio Centa, Olivia Fried, Laura Nucci, Giorgio Bianchi, Livio Pavanelli, Carlo Fontana, Fausto Guerzoni, Nicola Maldacea, Gemma Bolognesi, Nino Marchetti, Gino Viotti, Oreste Bilancia
regia di Gustav Machatý

La vita di un gruppo di ballerine della Scala: il vecchio direttore vorrebbe licenziare la prima ballerina per i suoi capricci e sostituirla con la sua protetta, Fanny. Durante l’ennesimo litigio il direttore muore. Il giornalista con cui aveva una tresca la prima ballerina si avvicina a Fanny e tra i due scoppia l’amore. Una ballerina di fila, Gina preferisce darsi ai cafe chantant e diventa la mantenuta di un ricco industriale e grazie a lui fa in modo che la carriera di Fanny abbia successo facendole incontrare la signora Alexa, grande ballerina ora produttrice di spettacoli. Mario, il fidanzato giornalista pretende che con il matrimonio Fanny lasci la carriera. La ragazza sarebbe anche pronta al sacrificio ma per ripicca non cede e i due si lasciano. Intanto il ricco industriale lascia la città per motivi di lavoro, la partenza è improvvisa e la lettera che avvertiva Gina va perduta, la donna è cacciata dal grande albergo e divide l’appartamento con Fanny non perdendo l’abitudine di trovarsi ricchi amanti, Fanny costretta a stare fuori casa per lasciar spazio all’amica, ripensa con rimpianto alla sua scelta sentimentale.

Tentativo malriuscito di dare lustro internazionale alla cinematografia di regime: molti furono i registi internazionali che negli anni’30 furono accolti dal cinema italiano questa volta tocca al ceco Gustav Machatý, l’autore dello scandaloso Estasi celebre per il nudo integrale di Hedy Kiesler, la futura Hedy Lamarr.
Il tema di Ballerine è in fondo ancora attuale (purtroppo) il dilemma di una donna divisa tra la carriera e l’amore, il finale aperto con Fanny che viene colta dalla malinconia per l’amato in una solitaria sera di pioggia riascoltando la canzone del loro amore è anche passabile a il resto del film è infarcito di luoghi comuni: la diva capricciosa che dopo la morte del vecchio direttore rende la vita impossibile a Fanny costretta a cercar fortuna al di fuori della Scala. Fanny è una giovinetta pura e di buon cuore, scrupolosa allieva del maestro che la considera una figlia, nelle pause va nei sotterranei del teatro per nutrire una gatta coi cuccioli. Ovviamente il giornalista Mario non può che innamorarsi di lei quando si reca al teatro per scrivere della morte del direttore, un amore serio non un’avventura come con la Sandri, ragion per cui si crede in diritto di chiedere alla futura moglie di lasciare la promettente carriera, solo uno stupido bisticcio da innamorati impedirà che Fanny si sacrifichi per l’amore coniugale.
In concorso alla 4ª Mostra del Cinema di Venezia, Ballerine fu giudicato melenso già dalla critica del tempo, l’unico motivo d’interesse per vederlo oggi è cercare di capire lo spirito d’internazionalizzazione del cinema italiano d’epoca. Il modello era sicuramente il cinema pre code americano: le ballerine sono mostrate spesso in pagliaccetto anche se c’è troppo punto smock sulle scollature per competere con la lingerie d’oltre oceano. Il personaggio di Gina è ricalcato sulla Jean Harlow di Pranzo alle otto perennemente a letto con vestaglie dai grandi colli di pelliccia ma nell’autarchica Italia degli anni ’30 la pigrizia non paga e il messaggio di arrivismo con allegata disponibilità finanziaria va perso e la povera Gina è costretta ad abbassare il suo tenore di vita e perdersi con amanti di ben più basso profilo.
Con lo strabismo internazionale che ci contraddistingue (all’epoca anche per chiari motivi politici) si cerca digitare non solo l’America a anche la Germania ed ecco che i costui dello spettacolo allestito da Alexa (una sosia di Marlene Dietrich per altro) richiama lo stile geometrico del Bauhaus.
Lo stile di Machaty si bilancia tra virtuosismi tecnici e i primi piani delle tante dive presenti nel cast.

Il segno della croce

The Sign of the Cross
USA 1932, Paramount
con Elissa Landi, Fredric March, Claudette Colbert, Charles Laughton, Ian Keith, Arthur Hohl, Tommy Conlon, Harry Beresford, Ferdinand Gottschalk, Vivian Tobin, Jeyzella
regia di Cecil B.DeMille



Ilsegnodellacroce


Roma 64 d.C. Nerone sfrutta l’incendio dell’Urbe per incrementare l’odio verso i cristiani. Il prefetto di Roma, Marco Superbo, si trova casualmente davanti a un alterco tra due delatori e due cristiani difesi da una ragazza, Marzia. Tra il prefetto e la fanciulla è amore a prima vista e Marco lascia liberi i cristiani, la notizia arriva a Tigellino che vorrebbe prendere il suo posto, e a Poppea l’imperatrice innamorata di lui. Tigellino fa torturare Stefano un giovane cristiano che vive con Marzia e scopre il luogo di una riunione catturando un centinaio di cristiani, Marco interviene ancora in difesa di Marzia e chiede per lei la grazia a Nerone ma Poppea si oppone. L’imperatore decide che la ragazza avrà salva la vita solo se abiura il cristianesimo ma Marzia è ben salda nella sua fede e Marco, per amore, la segue nel martirio.


Ilsegnodellacroce

Il primo film biblico sonoro di Cecil B.DeMille che segna il suo ritorno alla Paramount dopo la parentisi alla MGM, è un kolossal che ben interpreta lo spirito pre-code mescolando sapientemente il casto fervore dei cristiani alla lussuriosa decadenza dell’impero romano.
La versione che gira(va) nelle televisioni italiane è stata pesantemente censurata lasciando solo la storia d’amore tra Marco e Marzia e il misticismo religioso, eliminando tutta la parte dedicata a Poppea la celeberrima scena di Claudette Colbert nuda nel bagno di latte d’asina, il sensuale ballo lascivo di Ancaria durante il festino di Marco con il canto dei cristiani che soverchia le musiche romane e ridà forza all’intimorita Marzia, le scene più crude dei giochi al circo con le cristiane seminude ricoperte solo da una strategica ghirlanda di fiori in attesa di essere divorate dai coccodrilli o brutalizzate dal gorilla.


Ilsegno della croce


Lo stesso DeMille rimaneggiò il film nel 1944 operando una prima censura e facendo introdurre il film da una scena in cui due cappellani militari discutono sul primo cristianesimo; l’unica cosa interessante di questo aneddoto è che vedendo il film ho pensato spesso come DeMille anticipasse di un lustro le persecuzioni naziste nei confrondi degli ebrei.
Il regista conferma la magniloquenza del suo stile: alcune inquadrature riprendono la composizione di gruppi marmorei romani, la stessa scena iniziale di Nerone che suona la lira mentre Roma brucia si allarga a mostrare una scalinata su cui stanno impietriti dal terrore i suoi cortigiani riprendendo la spirale della Colonna Traiana e il sempre ubriaco Glabrio beve da un boccale che una fedele riproduzione di un rhyton a forma di testa d’ariete.
Nel cast spicca Claudette Colbert nel ruolo della sensuale Poppea che fa le prove per la Cleopatra del 1934, sempre per la regia di DeMille, mentre Charles Laughton con pesante trucco e naso greco, interpeta da par suo l’annoiato e timibondo Nerone.