Le verità nascoste

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What Lies Beneath
USA 2000, DreamWorks Pictures
con Michelle Pfeiffer, Harrison Ford, Diana Scarwid, Miranda Otto, James Remar, Joe Morton, Wendy Crewson, Amber Valletta, Micole Mercurio
regia di Robert Zemeckis

È stato un anno particolarmente stressante per Claire Spencer: sopravvissuta a un incidente in macchina di cui non ricorda nulla, si è trasferita con il secondo marito nella sua casa di famiglia in Vermont dopo una lunga ristrutturazione e la figlia di primo letto è partita per il college. Quando inizia a sentire strane presenze in casa e pensa che il vicino abbia ammazzato la moglie, Norman il marito, e anche l’amica Jody non le danno retta anche perché la signora Feur ricompare ma Claire non smette di avvertire la presenza di un fantasma e scopre (o meglio ricorda) l’esistenza di una ragazza scomparsa legata al marito…

Mentre Tom Hanks era a dieta ferrea per interpretare il naufrago di Cast Away, il regista Robert Zemeckis sfrutta la pausa di lavorazione per girare questo thriller sovrannaturale molto elegante e patinato ma con un po’ troppi finali e sotto finali.

Anche il cast è di grande richiamo con due protagonisti all’apice del successo, la Pfeiffer conferma la sua bravura, Ford che vuole aggiungere un tassello da cattivo alla sua brillante carriera rimane un po’ schiavo delle smorfiette all’Indiana Jones / Han Solo.

Il film omaggia platealmente Hitchcock soprattutto nella prima parte, quella in cui domina sospetto che il vicino abbia ucciso la moglie e in fondo anche questa falsa pista riprende un po’ il cambio di sceneggiatura di Psyco che inizia con un furto e una fuga per poi diventare tutt’altro, come Le Verità Nascoste che si trasforma lentamente in un horror coniugale da camera dove la raffinata residenza Spencer diventa il luogo dell’infestazione del fantasma della ragazza uccisa nella proprietà.

Se il luogo degli orrori di Psyco era la doccia qui è la vasca da bagno dove si riflette il fantasma di Madison Elizabeth Frank e dove Claire rischia di essere affogata dal marito fedifrago dopo esser stata paralizzata dal farmaco narcotizzante di sua invenzione (l’ossessione di Norman per l’omonimo e più celebre padre scienziato dovrebbe essere speculare ancora una volta al rapporto madre/ figlio di Psyco).

La donna si salva a fatica grazie all’uso dei piedi che riescono ad aprire il tappo della vasca, una scena che potrebbe essere un’ispirazione per Tarantino e il risveglio della Sposa in Kill Bill.

Che il film non sia riuscitissimo nel plot lo dimostra il bisogno di introdurre personaggi secondari con il solo scopo di integrare la trama, vedi la nuova compagna di un amico di famiglia che si rivela essere una vecchia amica di Claire dando così allo spettatore l’opportunità di comprendere meglio la situazione familiare di Claire attraverso i ricordi della cena.

Se il film punta su atmosfere sospese per tre quarti del tempo, l’ultima parte diventa un affastellarsi di finali multipli che aggiungono poco, risultando prevedibili ai fini della trama e dello spavento: ormai lo spettatore sa bene “cosa giace là sotto”.

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Birds of Prey (and the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn)
USA 2020
con Margot Robbie, Mary Elizabeth Winstead, Ewan McGregor, Derek Wilson, Matthew Willig, Jurnee Smollett, Chris Messina, Rosie Perez, Steven Williams, Charlene Amoia, Ali Wong, François Chau
regia di Cathy Yan


Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn


Harley Quinn ci mette un po’ a rivelare la fine della sua relazione con Joker, ben sapendo che senza la protezione del super criminale la sua situazione a Gotham è cambiata e tutti ora vogliono vendicarsi dei torti subiti dalla ragazza; tra questi il boss Roman Sionis. Per salvarsi la pelle Harly promette di riportargli un diamante a cui Sionis tiene molto e che in mano a una giovanissima borseggiatrice, Cassandra Cain. Harley recupera la ragazzina sui cui Sionis ha comunque messo una taglia.
Per questo motivo anche il fidato Doc rivela il nascondiglio di Harley, ormai pronta a consegnare Cassandra a Sionis ma sulla sua strada incontra la detective Renee Montoya, Dinah Lance cantante e autista personale di Sionis che ha a cuore le sorti della ragazzina e la misteriosa Cacciatrice. Le quattro donne si uniranno e riusciranno a sconfiggere le bande assoldate da Roman, che ha dato vita al suo lato più oscuro trasformandosi in Black Mask.



Birdsofprey


Lo spin-off di Suicide Squad incentrato sulla figura di Harley Quinn è un film caotico come la personalità di Harley e come lei, nonostante tutto, innegabilmente simpatico, tutto merito di Margot Robbie che con il suo carisma riesce a sostenere tutto il film.
Il comic è tutto al femminile, non solo il manipolo di eroine Bird of Prey, ma la regista Cathy Yan, prima regista di origini asiatiche a dirigere un action movie, la colonna sonora cantata solo da interpreti femminili.
L’inno al girl power c’è tutto declinato anche in maniera intelligente, seppure leggera: la necessità da mettere da parte le questioni personali per sconfiggere un nemico comune.
Ovvio che il riferimento vada a Kill Bill, citato in diversi momenti, soprattutto nella storia della Cacciatrice e addirittura il titolo provvisorio del film è stato Fox Force Five, il progetto a cui accenna Mia in Pulp Fiction e da cui si è sviluppata l’idea di Kill Bill.



Harley quinn birds of prey


Molti interessante l’inserto in cui Harley immagina la sua versione di Diamond are the girl’s best friend, l’omaggio a Marilyn è pazzoide come tutto il film ma le sonorità hanno molto di Moulin Rouge!, omaggio che giustificherebbe anche la scelta di Ewan McGregor per il ruolo di Black Mask.
image from gfycat.com Visivamente il film è molto piacevole: costumi pazzi, bella fotografia, ottime le scene d’azione.
La narrazione un po’ confusa che torna in dietro per rispiegare i pezzi saltati rispecchia la personalità logorroica e svampita di Harley Quinn, cuore spezzato per amore che trova conforto in una jena come animale domestico, Arlecchino senza più padrone che trova la sua libertà sognando il panino perfetto.

L’occhio che uccide

Peeping Tom
GB, 1960
con Carl Boehm, Moira Shearer, Anna Massey, Maxine Audley, Brenda Bruce, Shirley Anne Field, Esmond Knight, Pamela Green, Michael Goodliffe, Martin Miller, Jack Watson, Shirley Ann Field
regia di Michael Powell



Locchiocheuccide


Mark Lewis è il figlio di un celebre scienziato che non ha esitato a utilizzare il bambino per i suoi studi sulla paura, mettendolo nelle situazioni più ardue e riprendendolo in ogni esperienza di vita. Il ragazzo diventa un cineoperatore ma anche un killer che filma le sue vittime infilzate dal treppiede della cinepresa. L’unica persona con cui il giovane riesce ad aprirsi è  Helen, la dolce inquilina di cui Mark si è innamorato ma la polizia è ormai sulle sue tracce…



PeepingTom


Michael Powell è stato un regista che ha rivoluzionato la cinematografia inglese in coppia con il regista di origine ungherese Emeric Pressburger, finito il sodalizio, che avrà una coda negli anni ’70, Michael Powell gira L’occhio che uccide, un thriller psicologico che è in realtà un saggio sulla visione oggi considerato un capolavoro metacinematografico, fu stroncato dalla critica all’uscita in sala.
La trama thriller interessa poco al regista che apre il film mostrandoci il killer in azione con la sua prima vittima, una prostituta, poi ce lo mostra nella sua attività parallela, operatore e fotografo di donnine nude per il fiorente mercato pornografico gestito sottobanco da un irreprensibile edicolante. Anche quando non si serve della sua fedele cinepresa Mark resta un guardone e sbircia senza troppe remore nell’appartamento che ha affittato alle Stephens, madre e figlia. Se la ragazza è aperta e molto disponibile con Mark, la madre, cieca per colpa di un intervento agli occhi non riuscito, è l’unica a percepire la natura deviata che il giovane padrone di casa nasconde sotto l’apparenza di bravo ragazzo; ad interpretarlo c’è Carl Boehm, pseudonimo anglicizzato per l’attore austriaco Karlheinz Böhm che aveva raggiunto la notorietà con il ruolo del giovane imperatore  Francesco Giuseppe  nella smielata saga di Sissi.



L'occhio che uccide


La macchina da presa, unica compagna dell’infanzia traumatica è diventata per il protagonista un feticcio con cui guardare il mondo, l’ossessione paterna per la paura si esaspera nel figlio al punto di non solo filmare gli ultimi momenti di vita delle sue vittime, ma di porre uno specchio sulla telecamera perché loro stesse assistano orripilate alla loro uccisione.
Con il coraggio della sua ingenuità Helen da subito cerca di capire cosa si nasconde dietro gli strani comportamenti di Mark che non esita ad aprirsi, una metafora del bisogno di raccontarsi dell’artista.
Quella di Powell è una riflessione senza filtri sul mondo del cinema, comprese le scene divertenti del regista stremato dall’attrice “cagna” come direbbe Boris, e per sè il regista ritaglia il cameo del padre che compare di sfuggita in un vecchio filmino dell’infanzia di Mark.
La sensualità voyeuristica non è espressa solo dal mondo del porno, ma anche dal modo in cui Mark accarezza la gamba del treppiede che nasconde l’arma, un gesto che torna in Kill Bill nello sfioramento delle katane alludendo all’imprescindibile rapporto tra Eros e Thanatos.



L'occhioche uccide


Del resto il titolo originale allude alla leggenda di Lady Godiva, costretta ad attraversare nuda tutta Coventry in difesa del popolo che per onorarla rifiuta di alzare lo sguardo su di lei, tranne Tom, che non resiste alla tentazione e sbircia la donna, punito con la cecità. La morbosità voyeuristica è diventata arte ma conserva sempre il suo lato peccaminoso

She-Devil – Lei, il diavolo

USA 1989
con Meryl Streep, Roseanne Barr, Ed Begley Jr., Linda Hunt, Sylvia Miles, A Martinez, Bryan Larkin, Elisebeth Peters, Maria Pitillo, Susan Willis, Mary Louise Wilson
regia di Susan Seidelman


She - devil


La sciatta casalinga Ruth Patchett scopre che l’adorato marito ha una relazione con la ricca scrittrice di romanzi rosa Mary Fisher; dopo aver aspettato inutilmente che il marito rinsavisca, Ruth viene lasciata dal consorte che le rinfaccia di essere l’unica voce in passivo della sua esistenza; punta sul vivo, la donna si mette d’impegno per distruggere la vita dell’ex: fa saltare in aria la casa, costringendo così il marito ad accollarsi i figli nella magione dell’amante; fa sbattere fuori dalla casa di riposo in cui vegeta la madre di Mary Fisher, con cui la scrittrice non ha un gran rapporto, e infine fa in modo che il marito finisca in carcere perché froda i suoi clienti.



Shedevil


Sul finire degli anni ’80 la stella di Meryl Streep si stava appannando: il suo talento era indiscutibile ma l’attrice non si era mai cimentata con la commedia quindi c’era qualche dubbio sulla sua versatilità.
She Devil è la prima commedia in cui la Streep si cimenta (guadagnando una nomination ai Golden Globes) prima di approdare al capolavoro di Zemeckis La morte ti fa bella, alla regia c’è una donna, Susan Seidelman, arrivava dal successo con Madonna, Cercasi Susan disperatamente. Se in quell’opera la regista metteva in scena il mondo underground new yorkese, in She Devil al centro della trama c’è ancora una casalinga frustrata ma stavolta l’estetica è quella da soap opera, soprattutto nella lussuosa villa rosa di Mary Fisher e nelle sue messe in piega vaporose. E dal mondo della soap arriva A Martinez, protagonista di Santa Barbara qui nelle vesti di Garcia, maggiordomo e toy boy della scrittrice fino all’arrivo di Bob Patchett; l’antagonista Roseanne Barr era un a regina delle sitcom tornata in auge di recente per il suo vibrante sostegno all’elezione di Trump.



Shedevil


L’assunto di questa spassosa commedia nera è quello di dimostrare che basta mettere la più raffinata donna alle prese con dei bambini e le incombenze domestiche e la seduzione va a farsi benedire, sia da un punto di vista intellettivo che da quello prettamente fisico: è difficile essere perfette quando basta lo sportello di una lavatrice a spezzare le unghie!



She-devil


La vendetta di Ruth è sistematica, vuole distruggere tutte le certezze della vita del marito, la casa, la famiglia, il lavoro e la libertà per farlo e la casalinga si munisce di un block notes dove segna i suoi obbiettivi per cancellarli una volta raggiunti, esattamente come fa Beatrix Kiddo in Kill Bill!
Per portare a termine la sua vendetta Ruth mette in piedi un agenzia di collocamento rivolta solo a donne brutte e segnate dalla vita, creandosi così una rete di contatti su cui far affidamento per incastrare penalmente l’ex marito, soluzione poco verosimile ma accettabile nel tono sopra le righe che caratterizza il film; chiaro e netto comunque il messaggio di sorellanza da cui siamo ancora lontane.

Paura nella città dei morti viventi

Paura nella città dei morti viventi

Italia 1980
con Christopher George, Catriona MacColl, Carlo De Mejo, Antonella Interlenghi, Giovanni Lombardo Radice, Luca Paismer, Michele Soavi, Venantino Venantini, Fabrizio Jovine, Luciano Rossi, Janet Agren, Adelaide Aste, Daniela Doria
regia di Lucio Fulci

Nello sperduto paesino di Dunwich un prete si suicida impiccandosi in un cimitero e a New York una ragazza che partecipa a una seduta spiritica visualizza la scena e cade morta. Il giornalista Peter Bell che indaga sulla strana morte della fanciulla si reca al cimitero appena in tempo per salvare Mary che era stata sepolta viva. La medium che aveva organizzato la seduta spirita spiega loro che gli avvenimenti erano già stati previsti dal Libro di Enoch, vecchio di quattromila anni e invita Mary e Peter a recarsi Dunwich, costruita sulle rovine della antica Salem per richiudere le porte dell’inferno. Intanto a Dunwich iniziano strani fenomeni: Emily viene trovata morta di paura e il fratellino dice di vedere il suo cadavere alla finestra, Sandra, una pittrice in analisi, trova il cadavere di un’anziana signora nel suo soggiorno e Bob, il capro espiatorio del paese, finisce per essere ucciso in modo orribile da Mr Ross.
Quando Mary e Peter arrivano a Dunwych incontrano Jerry, lo psichiatra e con il suo aiuto decidono di aprire la tomba di famiglia di Padre Thomas, scoprendo che la cripta è un passaggio verso gli inferi; solo la definitiva eliminazione del prete può fermare il risveglio degli inferi… forse.



Pauranellacittàdeimortiviventi


Primo capitolo della “trilogia della morte” a cui seguono  …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero, l’horror splatter di Fulci si sarebbe dovuto intitolare La paura poi, le solite ragioni economiche della casa di produzione aggiunsero il riferimento ai morti viventi per sfruttare il successo del precedente Zombi 2, ma come sottolinea il titolo iniziale, a Fulci interessa mostrare i procedimenti della paura a discapito della trama estremamente frammentata e con troppi personaggi, quasi un inanellamento di una serie di brevissimi episodi costruiti attorno a un avvenimento spaventoso collegati da un senso logico a volte davvero esile.



Pauranellacittàdeimortiviventi


Tra zombi che strappano la calotta cranica a mani nude e tempeste di vermi, la scena più cruenta non ha nulla a che fare con il fantastico, mi riferisco alla morte di Bob, il ragazzo strano della città tenuto a distanza da tutti per alcuni misteriosi fatti che riguardano la sua famiglia, solo Emily sembra volerlo aiutare ma la sua morte improvvisa a casa di Bob peggiora la situazione del ragazzo così quando Mr Ross lo trova insieme alla figlia pensa che la stia molestando e lo uccide trapanandogli la testa: gli esseri umani sono i veri mostri e non c’è bisogno di andare a cercare l’orrore nei meandri dell’inferno.
La cinica lezione di Fulci mescolata alla compiaciuta per non dire divertita insistenza dello splatter fa di Paura nella città dei morti viventi uno dei film preferiti di Tarantino che lo cita esplicitamente in Kill Bill nel risveglio dentro la tomba della Sposa e nella morte di Gogo i cui occhi lacrimano sangue come le vittime del film.



Paura nella cittàdeimorti viventi


Finale aperto e molto bello: Gerry e Mary tornano vittoriosi dalla lotta contro gli inferi e corre loro incontro John-John, il fratellino di Emily che era stato affidato a una pattuglia di poliziotti, il sorriso dei due sopravvissuti si trasforma in una maschera di terrore staccando su un fermo immagine del bambino mentre l’obbiettivo si crepa e ricominciano le urla: il bambino è uno zombie? Oppure sono i poliziotti alle sue spalle a fare qualcosa di orrendo? La paura sta soprattutto nel non esplicitato.

Il trono di Spade stagione 5

GoT5 Passata anche la decima puntata nella versione doppiata, posso esprimere un mio parere sulla quinta stagione di GoT che è stata la migliore, anche se l’inizio temevo che i siparietti comici tra Jamie Lannister e Bronn fossero un primo segnale di svaccamento della serie invece il distacco dalla saga letteraria di George R. R. Martin ha dato nuova vitalità al prodotto televisivo, che si è concentrato solo su alcuni personaggi: la vicenda di Bran Stark è stata accantonata (solo per ora? ci sarà una spiegazione che giustifichi i naturali profondi cambiamenti fisici che avvengono in un ragazzino nel giro di due anni?)
Di certo al centro della stagione è stata la famiglia, dal prologo della giovane Cersei che va ad interrogare una veggente sul suo futuro, al finale bacio velenoso di Ellaria Sand che uccide Mircella. In mezzo abbiamo visto Daenerys trascurare il suo ruolo di Madre dei Draghi abbandonando nelle segrete di Meereen Rhaegal e Viseryon, mentre Drogon in fuga tornerà per salvarla alla nona puntata e, ferito (e io sto in ansia più per lui che per un eventuale ritorno di Jon Snow) riportarla al punto di partenza con l’incontro di una nuova orda di Dothraki.
Drogon All’ambito famigliare si può ascrivere anche il rapporto dell’ultima dei Targaryen e Jorah Mormont, allontanato per tradimento e disposto a tutto per riconquistare la fiducia della sua regina, iniziando dalla consegna del Folletto che in questa serie sconta il parricidio con cui si era chiusa la quarta stagione ed è l’unico che nel finale si trova (apparentemente, ormai lo sappiamo bene) in una condizione di forza.
Il momento più tragico è il sacrificio di Shireen Baratheon da parte del padre: per quanto la figura della principessina sia sempre stata amabile, bisogna ammettere che Stannis sa scontare con dignità l’ubrys in cui è caduto per colpa della Dama Rossa. Forse il suo ultimo dialogo con la figlia è anche uno degli snodi per comprendere l’intera stagione quando le dice che accettare il proprio destino equivale a una scelta.
Walkofshame E il destino in questa stagione ha riservato colpi bassi a tutti, sia chi ha accettato, con dignità o meno la propria sorte: il potere religioso che Cersei ha proveduto a creare e che dovrà scontare in prima persona (non capisco come non si possa amare quel personaggio, c’é più dignità in ogni suo singolo passo nel Cammino della Vergogna che nella storyline di interi personaggi, leggi Sansa sfigata Stark) o l’inaspettato destino di Jon Snow, unica morte (?) di uno dei protagonisti che pure rappresentava un esempio di drittura morale, oppure la ribellione al destino scelto in nome della vendetta come decide di fare Arya Stark il cui personaggio fin dall’inizio mi ha ricordato Kill Bill per la sua lista e l’omicidio di Meryn Trant riprende il segmento a cartoni dell’infanzia di O-ren Ishii del Vol. I. Comunque, mai che si insista un po’ sulla morte violenta dei perfidi ne Il trono di Spade: temo che il trapasso di Ramsay Bolton sarà ancora più insoddisfacente di quello di Joffrey! Invece per aver ceduto alla propria giusta sete di vendetta, Arya paga il caro prezzo della cecità: ma del resto è questo che fa grande il racconto tragico, ispirato al caso che nella realtà domina gli uomini con capriccio, infischiandosene di ciò che è giusto o ingiusto.

L’uomo con i pugni di ferro

In un non meglio precisato periodo del secondo Ottocento, Taddeus, nero affrancato dalla schiavitù, finisce naufrago sulle coste cinesi. Accolto e curato da monaci buddisti, diventa il fabbro di un villaggio malfamato in mano a clan di briganti. Quando l’oro del governatore passa per Jungle Village lo scontro tra le bande si fa inevitabile, come il tradimento dei subalterni e a chi sopravvive resta solo la vendetta.

Uomopugnidiferro


Il caso de L’uomo dai pugni di ferro mi ricorda Rob Zombie e La casa dei 1000 corpi: il film di genere trae nuova linfa da esponenti musicali poco noti al pubblico mainstream come il rapper RZA regista e protagonista di questo rutilante action movie che declina tutti i topos classici del wuxia in salsa blaxploitation.
Rob Zombie si è poi meritato il titolo di autore mentre su RZA incombe l’ombra di Quentin Tarantino, produttore della pellicola. Dal mondo tarantiniano arrivano Pam Grier, madre di Taddeus (invecchiata come Samuel L. Jackson in Django Unchained), Gordon Liu (il Pai Mei di Kill Bill) e soprattutto Lucy Liu che gioca con il ruolo che l’ha resa celebre, quello di O-ren Ishii: quando le ragazze del suo bordello si rivelano essere letali guerriere oltre che donne di piacere lo sguardo che l’attrice lancia in camera sembra ricordare ironicamente che non si esce da certi personaggi.
Con tutti i difetti di una “tarantinata” o di un giocattolone di pura evasione, L’uomo dai pugni di ferro porta una ventata di freschezza in un genere che i registi del Sol Levante stavano cristallizzando nella pura estetizzazione della violenza: nel film scorre fortunatamente una vena splatter davvero liberatoria e oltre al mentore Tarantino RZA sembra conoscere molto bene la cinematografia wuxia, che cita a mani basse, con un occhio anche ai cartoons, stando attori dai ciuffi scompigliati alla Actarus o i pugni di ferro del titolo che diventano magli rotanti degni del Grande Mazinga.

Una vita al massimo

True romance
Usa 1993,
con Christian Slater, Patricia Arquette, Dennis Hopper, Val Kilmer, Gary Oldman, Brad Pitt, Christopher Walken, James Gandolfini, Samuel L. Jackson, Chris Penn, Jack Black
regia di Tony Scott

Clarence lavora in un negozio di fumetti a Detroit e la sera del suo compleanno va al cinema. In sala conosce una ragazza, Alabama; i due trascorrono una bellissima serata e finiscono a letto insieme. Alabama confida a Clarence di essere una squillo, regalo di compleanno del suo datore di lavoro ma al ragazzo non importa e i due corrono a sposarsi. Clarence poi si reca dal magnaccia della moglie per riprendere le sue cose e finisce per ucciderlo. Invece della valigia di Alabama prende una valigia piena di droga. Gli sposini decidono di smerciarla in California ma lasciano molti indizi e ben presto si ritrovano i mafiosi proprietari della coca alle calcagna..


Unavitaalmassimo

Forse non è il film più adatto per ricordare la tragica scomparsa di Tony Scott: il film è scritto da Quentin Tarantino e rispecchia fedelmente le ossessioni e gli stilemi del regista che al momento aveva diretto solo Le iene come i monologhi su cinema e musica (in Una vita al massimo Clarence si confida addirittura con il fantasma di Elvis). Erano probabilmente gli anni in cui Quentin girava con lo spolverino di Mark, il protagonista di A better tomorrow di John Woo e infatti tra tante scene di kung fu, alla televisione passa un estratto del film: una scena di resa dei conti con pistole alla mano, anticipatrice del mexican standoff finale che omaggia a modo suo le sparatorie di John Woo con tutte le piume dei cuscini che svolazzano al posto delle colombe.
Tony Scott ci mette il suo stile patinato che è diventato uno stilema dei secondi anni anni ’80 e dei primi anni ’90: quei fasci di luce che filtrano dalle serrande o illuminano la notte di un blu fluo. Anche la direzione degli attori porta più la firma di Scott che di Tarantino (che ha sempre giurato di non essere mai stato sul set durante le riprese) Christian Slater fa il verso a Tom Cruise mentre il personaggio di Alabama è la classica figura di bionda svampita che scombina la vita dell’uomo che incontra, tipica di certo cinema anni ’80 vedi la Rosanna Arquette di Fuori Oraro, la Melanie Griffith di Qualcosa di travolgente e per certi versi anche la Madonna di Who’s that girl? remake pop e scanzonato di Susanna!: ecco dove sono finite le eroine delle commedie brillanti anni ’30, frequentano e tengono testa ai bad boys violenti! L’ideale femminino di Tarantino (alla Kill Bill) esplode solo nella scena in cui Alabama si difende dal killer interpretato da James Gandolfini.
Inutile comunque spartire i meriti e i compiti tra i due autori, il connubio funziona e il film è una divertente commistione tra commedia romantica sposato all’action movie più efferato spruzzato da grandi dosi di ironia. Credo che forse non l’avrei amato molto all’epoca, visto oggi mi diverte tantissimo ed è un’interessante compendio dell’evoluzione cinematografica dell’ultimo ventennio.

Genova

Genova Genova
GB 2008
con Colin Firth, Catherine Keener, Perla Haney-Jardine
regia di Michael Winterbottom

Dopo l’incidente automobilistico che e’ costato la vita alla moglie Marianne e da cui sono miracolosamente uscite illese le due figlie, Joe, professore universitario, decide di lasciare Chicago e di trasferirsi in Italia per un anno. La sua sede d’insegnamento sara’ Genova.

Siamo di fronte a una piccola perla da annoverare tra i film invisibili: nonostante Michael Winterbottom abbia vinto il premio per la miglior regia al festival di San Sebastian, in Italia la pellicola soffre di una programmazione molto sparagnina concentrata soprattutto in Liguria e trainata dal successo veneziano di Colin Firth in A single man.
L’inizio del film e’ molto coinvolgente: la macchina da presa si muove dentro l’abitacolo dell’automobile cogliendo l’intimita’ giocosa di una madre in viaggio con le due figlie, l’adolescente Kelly e la decenne Mary che involontariamente causera’ la morte della madre.
La scelta radicale del padre di trasferirsi in un paese completamente diverso come l’Italia (di cui per altro la madre era originaria) inasprisce l’elaborazione del lutto da parte della famiglia che rischia di perdersi. Il naturale rapporto conflittuale tra sorelle viene esacerbato dal silenzio che avvolge la responsabilita’ di Mary nella morte della madre, Kelly ricerca spasmodicamente la vita buttandosi nel rapporto con l’altro sesso mentre la piccola sublima il suo senso di colpa affascinata dalla molteplice rappresentazione religiosa italiana: chiese e edicole mariane. Questo percorso psicologico si svolge nel centro storico di Genova in cui le ragazze faticano ad orientarsi e i carruggi con la loro oscurita’ squarciata da abbacinanti tagli di luce sono la rappresentazione ideale del iter obbligato(rio) per uscire dal lutto. Oltre a Genova altri luoghi della Liguria, ad esempio San Fruttuoso diventano le location mai banali che sottolineano l’evoluzione psicologica dei personaggi.
La pellicola si chiude con un andamento circolare della trama: Joe e le sue figlie si ritrovano dopo un altro incidente automobilistico che questa volta non ha conseguenze.
Cast di tutto rispetto: oltre a Colin Firth c’e Catherine Keener (la Nelle Harper Lee di Truman Capote: A sangue freddo) che qui interpreta l’amica italiana di Joe, da sempre un po’ innamorata di lui e si segnala Perla Haney-Jardine: la piccola B.B. Kiddo di Kill Bill affronta molto bene il ruolo complesso di Mary, mentre la bella Kelly e’ interpretata Willa Holland, la Kaitlin Cooper di The O.C.

Be cool

Becool USa 2005
con John Travolta, Uma Thurman, Vince Vaughn,
regia di F. Gary Gray

Chili Palmer sta meditando di abbandonare il mondo del cinema quando assiste all’esecuzione di un amico discografico da parte della mafia russa. Incurante della banda dei russi che cerca di eliminarlo in quanto scomodo testimone, Chili si prende a cuore la causa di di Edie, la vedova del discografico e di Linda Moon, una giovane e promettente cantante..

Dopo dieci anni da Get Shorty torna Chili Palmer, lo strozzino innamorato del cinema, nato dalla penna di Elmore Leonard.
Se il primo film offriva l’occasione per fare una satira del mondo del cinema e dei gangster in questa seconda pellicola (ancora tratta da un racconto di Leonard, Chili e Linda, scritto appositamente per lo schermo) si prende di mira lo star system musicale e la parodia e’ riservata alle bande di rapper che non mancano mai di girare armati di tutto punto o ai gruppi femminili che puntano tutto sulla bellezza e che nel film hanno l’emblematico nome di Chicken international.
La trama e’ discontinua, a volte poco chiara ed appesantita da un montaggio mediocre.
Si ride di una comicita’ grossolana e manca del tutto la calibrata misura e la freschezza che aveva fatto di un semplice lavoro di buona fattura come Get Shorty un film di culto.
Be Cool ripropone tutte le gag che avevano reso celebre il primo film, come la macchina mediocre: se in Get Shorty Chili era costretto ad andare in giro con “la cadillac dei minivan” ora gli tocca “ la cadillac del motore ibrido” ma mentre nel primo caso la sicurezza di Palmer trasforma la macchina in un oggetto di moda che tutti alla fine copiano qui resta solo una vetturetta strana che strappa qualche risata.
Ritornano i gangster che aspettano in casa davanti alla tv accesa, i protege’ di Palmer a cui lui dice di tacere una cosa e questi immediatamente la spifferano ai malavitosi di turno e torna anche la trappola della cassetta di sicurezza (nel primo film in aeroporto, qui presso il negozio dei pegni russi).
Questo ostentato citazionismo delle situazioni del film precedente e’ piuttosto limitante e costringe la vicenda a muoversi su binari gia’ determinati, mentre i personaggi piu’ divertenti sono quelli del tutto nuovi: il produttore Raji dagli abiti improbabilissimi e soprattutto Elliott, la sua guardia del corpo samoana gay che nutre ambizioni recitative, una caratterizzazione molto divertente che ha permesso al suo interprete, The Rock, di dimostrare brillanti capacita’ nella commedia.
Cast stellare che vede anche la partecipazione di Steven Tyler nei panni di se stesso come deus ex machina in grado di sciogliere la vicenda. Uma Thurman torna sullo schermo dopo il successo di Kill Bill e a conferma del suo legame con Tarantino ci regala un altro ballo con John Travolta che riprende quello di Pulp Fiction.
Una curiosita’: il personaggio di Linda, e’ interpretato da Christina Milian, una delle tante lolite del pop che qualche anno fa ebbe un grande successo con il singolo AM To PM.

recensione pubblicata suo tempo su ImpattoSonoro