L’odore della notte

L'odoredellanotteItalia !998 Filmauro
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Emanuel Bevilacqua, Giorgio Tirabassi, Little Tony, Alessia Fugardi, Francesca D’Aloja, Raffaele Vannoli
regia di Claudio Caligari

Ascesa e caduta di Remo Guerra, poliziotto, ben presto ex, che dalle borgate romane crea una banda che per anni terrorizza la Roma bene con violente rapine in villa.

Il secondo film dei tre diretti in oltre 30 anni da Claudio Caligari è spirato al romanzo Le notti di Arancia meccanica di Dido Sacchettoni ispirato a fatti veri di una banda di rapinatori particolarmente violenti che hanno terrorizzato Roma tra il 1979 e il 1983.
Dopo la morte del regista nel 2015 e l’uscita postuma di Non essere cattivo, anche i suoi due lavori precedenti sono stati rivalutati dato che formano una sorta di trilogia sulla vita tossica e/o violenta delle borgate romane indagando particolarmente il periodo che dai tardi anni’70 arriva agli anni ’90 dell’ultimo lavoro.




L'odoredellanotte


L’odore della notte è forse l’opera più ambiziosa delle tre: non manca l’imprescindibile sguardo pasoliniano verso i ragazzi di borgata che possiamo riconoscere soprattutto nel personaggio di Giorgio Tirabassi, il rapinatore “che ci mette il cuore” e finisce per riciclarsi come barista del locale rilevato con i soldi delle rapine. All’eredità pasoliniana Caligari unisce una cultura cinefila internazionale che parte dal nichilismo di Pickcpocket di Robert Bresson e tramite Melville lambisce anche l’ondata di noir di Hong Kong dei tardi anni 80: quel cappotto così lungo e nero indossato da Remo ricorda gli spolverini di A Better Tomorrow, nella violenza della prima scena quando Remo, Maurizio e Roberto si trovano incastrati tra le auto dei ricconi e inseguiti dalla polizia con il lancio al rallenti dei soldi quando riescono a imboccare il raccordo vedo molto dello stile di John Woo.
Anche il noir americano è presente: Remo davanti allo specchio o che scalcia il televisore dopo aver puntato con la pistola le ballerine del balletto di Cicale di Heather Parisi richiamano Taxi Driver e l’ironia che pervade tutto il film ha un sapore tarantiniano: di culto a scena in cui Little Tony, nei panni di sé stesso, viene costretto a cantare Un cuore matto.
Non solo il noir contemporaneo è espressamente citato da Caligari ma mostra in televisione la famosa inquadratura di Assalto al treno del 1903 in cui il bandito spara direttamente alla macchina da presa (ergo allo spettatore), scena che viene ripresa nei titoli di coda con Mastandrea che spara in camera il titolo del film.




Lodoredellanotte


Se l’ironico gioco citazionista non fu capito all’epoca di certo L’odore della notte è stato fondamentale per Romanzo Criminale la serie: basta pensare che nel film di Caligari si vedono le nozze di Maurizio e sempre Marco Giallini nei panni del Teribbile viene ucciso mentre si svolge un matrimonio in Romanzo Criminale. Sospetto, ma dovrei controllare, che la fontana dove muore il Freddo sia la stessa dove viene trovato moribondo Remo ferito da un poliziotto.
Se Non essere cattivo ci ha confermato il talento dei due protagonisti Luca Marinelli e Alessandro Borghi, anche ne L’odore della notte Caligari ha confermato la sua capacità di scovare talenti: Mastandrea, Giallini e Tirabassi sono attualmente tra gli attori più noti e quotati del piccolo e del grande schermo

La sedia della felicità

Lasediadellafelicita In un centro commerciale di Jesolo, Bruna, un’estetista vessata dalle rate per i macchinari, fa amicizia con Dino, il tatuatore che ha il negozio vicino al suo e vive le stesse difficoltà economiche.
Per arrotondare, Bruna si occupa dell’estetica di una carcerata, Norma Pecche, madre di un famoso bandito. In punto di morte la donna confida alla ragazza e al prete del penitenziario che in una sedia del suo salotto è nascosto un tesoro: Bruna si mette alla ricerca del bottino ma dovrà ricorrere all’aiuto di Dino..

L’ultimo film di Carlo Mazzacurati, uscito postumo a tre mesi dalla morte del regista, ha il sapore di un testamento per la presenza di camei di moltissimi attori che Mazzacurati ha contribuito a rendere celebri, da Fabrizio Bentivoglio a Roberto Citran, da Antonio Albanese a Silvio Orlando.
La sedia della felicità sfrutta uno dei cliché cinematografici che Mazzacurati sa dirigere con mano felice, quella della strana coppia di disperati pronta a tutto per arrangiarsi come ne Il Toro e La lingua del Santo, questa volta il gioco di coppia riserva risvolti sentimentali visto che i protagonisti sono di sesso opposto e la felicità del titolo è il ritrovamento di una stabilità emotiva, più che una economica.
A sparigliare le carte c’é il terzo incomodo, il prete del carcere anche lui impegnato nella ricerca del tesoro perché vittima del videopoker. Lo interpreta un Giuseppe Battiston strepitoso nei panni di un inossidabile Rasputin veneto che utilizza i metodi più improbabili per ricercare le sedie che nel frattempo sono state separate.
Quella che era una divertente e puntuale satira dei costumi della provincia (punto di forza della teoretica di Mazzacurati) si trasforma in una fiaba sempre più surreale e divertente con l’entrata in scena del formidabile prete, forse si perde in realismo ma si guadagna in divertimento e ci si ricorda di un buon regista con un sorriso divertito.

Viva la libertà

Vivalalibertà Enrico Oliveri, segretario del partito di sinistra all’opposizione è oggetto di dure contestazioni sia all’interno del partito, che da parte degli iscritti. Non riuscendo più a sostenere la situazione, Oliveri fugge all’estero, a Parigi e si rifugia da una donna che ha amato in gioventù. Nessuno è al corrente della fuga, neppure Bottini, fedele portaborse del segretario che per risolvere la situazione è costretto a chiedere lumi anche al fratello gemello di Oliveri, Giovanni, appena dimesso da una clinica psichiatrica. Ma un giornalista scambia il gemello per il politico intervistandolo: la lucida follia di Giovanni causa una stupefacente rimonta elettorale..

Roberto Andò porta sullo schermo la riduzione cinematografica del suo romanzo Il trono vuoto del 2012 che ha vinto sia il Premio Campiello per opera prima chee il Premio Vittorini per opera prima.
Riduzione cinematografica è la definizione più azzeccata perchè se tutta la trama del film si concentra sul dramma politico, quanto mai attuale, si possono comunque cogliere degli aspetti del legame morboso tra i due fratelli (l’amore per la stessa donna, il silenzio dell’uno che fa sempre da contraltare alle telefonate dell’altro) che credo siano sviluppati meglio nel romanzo per cui nutro molta curiosità.
L’attualità politica è quanto mai stringente: i fatti ci hanno dimostrato che ancora una volta la battuta “rassegnati De Bellis, questa volta siamo costretti a vincere” l’ha potuta dire solo un pazzo con disturbi della personalità. Il film va però ben oltre la critica precisa a una specifica parte politica per puntare il dito su un intero sistema che vive solo di apparenza televisiva e l’omaggio alla battaglia di Fellini contro i tagli pubblicitari nei film è commovente.
Viva la libertà è una commedia amara ma molto divertente che ci consegna un’ulteriore prova del gigantismo attoriale di Toni Servillo, talmente bravo da non credere neppure che sia lo stesso attore che impersona due gemelli tanto caratterizza bene i due personaggi.
Valerio Mastandrea si dimostra un’ottima spalla: le sue espressioni imbambolate e impotenti di fronte a una situazione che gli è sfuggita di mano sono esilaranti.
Molto più che affascinante Valeria Bruni Tedeschi nei ruolo di una donna da sempre incline al triangolo amoroso; se posso permettermi una piccola cattiveria il tempo è stato più generoso con lei che con la Premier Dame Carlà.

Romanzo di una strage

Romanzodiunastrage Il 1969 è un anno di forti tensione in Italia: diverse bombe esplodono a scopo dimostrativo. La Polizia Politica di Milano guidata dal Commissario Luigi Calabresi segue la pista anarchica e la strada di Calabresi incrocia spesso quella di Giuseppe Pinelli, ferroviere quarantenne a capo del movimento anarchico meneghino. I due uomini si rispettano, pur restando su posizioni profondamente diverse ma tutto cambia il pomeriggio del 12 dicembre 1969 quando la bomba che esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana uccide 17 persone e apre una scia di sangue che si concluderà oltre un decennio dopo.

Pare che non si possa parlare di questo film senza commentarne il titolo, quella parola “romanzo” applicata a un fatto realmente accaduto 43 anni fa che in una qualsiasi altra nazione avrebbe già avuto una sua codificazione processuale e storica mentre da noi resta una pagina incompiuta (la prima di tante) su cui si può solo costruire un romanzo.
Le teorie portate sullo schermo da Marco Tullio Giordana ovviamente hanno subito dato adito a recriminazioni di vario genere, resta il fatto che il regista riesce a costruire un romanzo avvincente, quei 130 minuti sono praticamente volati per l’abilità narrativa e sicuramente per la voglia di sapere e di capire di più quella strage che ci ha segnato profondamente.
Ritornano alla parola romanzo, mi è piaciuta molto la romanzatura lombrosiana dei personaggi i tre protagonisti destinati al martirio sono belli e portatori di valori: resta impresso lo sguardo buono e pulito del Pinelli di Favino, la postura eretta che corrisponde alla drittura morale di Calabresi di un Mastandrea che sorprende in un ruolo insolitamente compassato che valorizza la sua sottrazione recitativa e poi c’è l’Aldo Moro di Gifuni, tormentato da una politica che non cerca più il dignitoso compromesso ma il più bieco intrallazzo. Dietro i tre eroi si muovono le mogli di Calabresi e Pinelli e due caratteristi del cinema italiano che a me piacciono molto, Thomas Trabacchi nel ruolo del giornalista Marco Nozza e Antonio Pennarella, l’untuoso maresciallo Panessa a cui spettava il comando nel momento della caduta di Pinelli. Mi ha colpito la bellezza folle della faccia dei terroristi, l’imbiancato Giorgio Marchesi che interpretava Franco Freda mi ha ricordato il Marlon Brando de I giovani leoni. Dietro a questi personaggi che “ci mettono la faccia” arrivano i volti disgustosamente lombrosiani dei politicanti, dei servizi segreti, degli alti gradi della polizia e il film è riuscito a mettere in scena tutta la bruttura fisica e morale di chi da oltre 40 anni governa (e contemporaneamente) trama alle spalle di questa nazione.

Cose dell’altro mondo

Cosedell’AltroMondo Piu’ che la riflessione sul tema dell’immigrazione, a portarmi in sala a vedere Cose dell’altro mondo e’ stata la curiosita’ di capire come si sarebbe risolto l’intreccio narrativo, dato un incipit cosi prorompente come quello dell’improvvisa sparizione di tutti gli extracomunitari dal suolo italico. Il punto di partenza cosi’ tosto mi ha ricordato quella lezione di Hitchcok riportata nel libro intervista di Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, dove il grande maestro del thriller raccontava di un inizio di trama troppo avvincente (se non erro una nave che ritorna vuota o con tutto l’equipaggio morto) per mantenere il tasso di interesse dello spettatore cosi’ alto per tutta la durata della pellicola e soprattutto per trovare una chiusa degna dell’exploit iniziale. Ovviamente aveva ragione il grande Hitch e il film di Patierno finisce ben presto per avvitarsi su se’ stesso, proponendo qua e la’ alcune situazioni divertenti ma non sapendo poi trovare un finale (siamo ben oltre il finale aperto per cui personalmente sto sviluppando un’idiosincrasia).
L’incoerenza regna sovrana: la scomparsa degli immigrati comporta la salita vertiginosa dei prezzi e si ricorre a delle simil tessere annonarie, la benzina manca ma i protagonisti non risentono di questi problemi, quello del carburante in particolare. Marta, la moglie di Golfetto, si ritrova a gestire la casa e passa le ore a stirare ma lo fa con improbabili tacchi dodici e una messa in piega impeccabile, sarebbe stato logico assistere a una sciatteria progressiva nella sua trasformazione da siora a casalinga disperata.
L’antica tradizione di bruciare la vecia, ultima risorsa per far tornare gli immigrati, mi sarebbe piaciuta leggerla positivamente come una riscoperta delle proprie origini perche’ personalmente credo che chi sia sicuro delle proprie radici non abbia paura di confrontarsi con il diverso, invece il rogo diventa l’emblema di una nazione provinciale e d arretrata.
Anche il tono della pellicola mi e’ parso un po’ sfilacciato: una vena di surrealta’ piu’ spinta avrebbe di certo giovato ad imbrigliare un soggetto cosi’ traballante.

Giulia non esce la sera

Giulianonescelasera Italia 2008
con Valerio Mastandrea, Valeria Golino
regia di Giuseppe Piccioni

Accompagnando la figlia Costanza a lezione di nuoto, Guido viene colpito da una nuova istruttrice, Giulia, e quando Costanza decide di interrompere il corso, Guido prosegue le lezioni al suo posto entrando cosi’ in contatto con la bella bagnina e scoprendo la sua disperazione: Giulia e’ una reclusa in regime di semiliberta’ che non riesce ad avere contatti con la figlia sedicenne che la respinge ostinatamente. Neppure l’amore che leghera’ Guido e Giulia potra’ salvare la donna dal suo abisso…

Le sensazioni lasciate dal bel film di Piccioni sono un po’ come una giornata in piscina: c’e’ il piacere dell’acqua e del nuoto ma ci sono anche tante cose sgradevoli: il cloro, l’acqua fredda, la plastica dura dei bordi che graffia la pianta dei piedi. La stessa altalenanza di sensazioni positive e negative accompagnano l’incontro tra Guido, scrittore una volta tanto non in crisi, ma in lizza nella cinquina finale di un prestigioso premio letterario, persona disincantata nei confronti della vita e del proprio mestiere che ha scelto per caso e Giulia, l’assassina per amore che per una passione improvvisa ha abbandonato marito e figlia per seguire uno sbandato che ha ucciso quando questi voleva lasciarla. Il caso sembra guidare le vite dei due protagonisti che si ritrovano uno in carriera e l’altra con l’esistenza distrutta e che si incontrano casualmente in piscina, l’unico luogo dove la dimensione liquida sembra poter cancellare le distanze. Con l’irruenza che la contraddistingue, Giulia ancora una volta crede di poter cambiare la sua vita ma la realta’ la sommerge definitivamente.
Con il suo stile minimalista che preferisce mettere in evidenza il quotidiano sull’eccezionalita’ del dramma, Piccioni ci regala un intenso ritratto di donna orgoglioso e disperato, portato ancora una volta sullo schermo con scabra bravura da Valerio Golino che si cimenta anche nel canto, duettando con Francesco Bianconi, leader dei Baustelle che firmano la colonna sonora, nella canzone dei titoli di coda, Piangi Roma.

Il film ha recentemente vinto la prima edizione del Premio cinematografico Giacomo Casanova per la scena piu’ seduttiva del cinema italiano della passata stagione con la motivazione che “La sequenza del film di Giuseppe Piccioni riesce a trasmettere la forza irresistibile del desiderio e la sua capacità di travolgere leggi, norme e doveri consolidati. È bella perché visualizza il conflitto e l’attrito che ogni atto di seduzione porta con sé”.

Good Morning Aman

Aman e’ un ragazzo somalo, trasferitosi a Roma nella prima infanzia; soffre di insonnia e trascorre le notti sui tetti dei palazzi. Una notte incontra Teodoro, ex pugile quarantenne in profonda crisi depressiva, tra i due nasce un’amicizia..


Gooodmorningaman

Non e’ un paese per neri, titolava un servizio di una testata sportiva de La 7 andato in onda questa settimana e la parafrasi del titolo del romanzo di McCarthy si adatta bene anche la vicenda di Aman. Lui in realta’ italiano ci si sente, ha i modi indolenti dei poveri ma belli del neorealismo rosa o de I Vitelloni: tampina ragazze rigorosamente bianche e lavora come lavamacchine in un autosalone di lusso con la certezza di poter essere un grande venditore, ma il suo capo lo mette regolarmente al suo posto e anche Teodoro gli fa presente che non si e’ mai visto un negro vendere macchine.
Il rapporto con Teodoro e’ strano e misterioso, il ragazzo teme anche delle avances sessuali da questo strambo quarantenne che non esce di casa da tre anni, ma non e’ un rapporto di sesso quello che interessa a Teodoro, che continua a riempire di soldi le tasche di Aman, le motivazioni sono meno banali e per certi versi piu’ egoistiche e daranno uno scossone al ragazzo che ne trae uno spunto per maturare e seguire l’esempio dell’amico Said.
Good Morning Aman e’ un film complesso, probabilmente riuscito solo in parte anche a causa di un certo compiacimento dell’autore di insistere su stilemi registici come l’estrema sfocatura: la macchina da presa e’ sempre addosso a personaggi, anche se l’estrema apertura dell’obbiettivo non riesce/vuole penetrare la loro interiorita’.
Sicuramente di estremo interesse la prova attoriale di Valerio Mastandrea: Teodoro entra nella sua lunga galleria di personaggi disadattati, incapaci di gestire la loro vita, ma l’ex pugile si distingue dagli altri “sfigati” di Mastandrea per il mistero ambiguo e cattivo che nasconde soprattutto nello sguardo creando una caratterizzazione inattesa e inquietante.

La prima cosa bella

Laprimacosabella Bruno, professore in un liceo milanese e’ un uomo profondamente infelice che rifugge i legami con una famiglia complicata, ma l’aggravarsi della madre, malata terminale di cancro, lo costringe suo malgrado a tornare a Livorno e a confrontarsi con i ricordi del passato..

Un’opera che segna la maturita’ artistica del regista, in grado di dipingere il commovente ritratto di una donna bella ed ingenua, la cui leggerezza nei confronti della vita viene scambiata nella gretta provincia degli anni ‘70/80 per squallida propensione alla promiscuità’ sessuale.
Il sensibilissimo Bruno resta segnato dai commenti su questa madre cosi’ ingombrante e si rinchiude in se’ stesso mentre la sorellina Valeria, appena maggiorenne, sposa il suo primo amore, impedendosi di vivere altri sentimenti per sfuggire al retaggio materno.
L’acuirsi della malattia della madre costringe i due ragazzi a rivedere la figura materna, scoprendone tutto il candore e l’umanita’ negli ultimi giorni di vita.
E’ interessante notare come il tema della riscoperta della figura genitoriale nel momento della morte sia gia’ stato affrontato quest’anno nel film di Rubini, L’uomo nero, con esiti e soluzioni sicuramente diversi ma resta comunque significativo che due registi della stessa generazione decidano di affrontare lo stesso tema.
Se la prima parte de La prima cosa bella, tutta giocata sull’alternarsi del presente con i flashback del passato, risulta a volte un po’ schematica, la parte finale della morte di Anna e’ davvero un capolavoro di commedia all’italiana, dove Virzi’ rifugge il pudore di affrontare i sentimenti (la commovente ultima cantata de La prima cosa bella) osando pero’ miscelarli sapientemente con forti dosi di cinismo (l’abbandono del marito) per cui si passa dalla lacrima alla risata senza soluzione di continuita’.
Venendo al cast, Mastrandrea si conferma maestro in sottrazione ma su tutti svetta una bravissima Stefania Sandrelli; se questa pellicola doveva essere la consacrazione di Michaela Ramazzotti, la brava attrice non riesce a reggere il confronto con il mostro sacro Sandrelli: e’ sicuramente bella e molto spigliata ma a fregarla e’ lo sguardo sempre un po’ affranto che stride con la leggerezza e la gioia di vivere che la Sandrelli sa infondere negli occhi della sua Anna.

Non pensarci

Nonpensarci Stefano, musicista punk in crisi artistica e sentimentale, decide di tornare per qualche tempo a casa dai suoi per ritrovarsi ma appena a casa verra’ travolto nei numerosi problemi dei suoi familiari..

L’aggettivo che piu’ mi veniva in mente mentre mi godevo le gag del film era fantozziano: non sono mai stata una fan di Fantozzi, ma se negli anni’70-’80 la vita patetica del travet era il simbolo delle miserie italiane, oggi questo ruolo spetta al 35-40 enne in crisi, bamboccione di ritorno o per vocazione; quindi le (dis)avventure dei fratelli Nardini possono avere davvero qualcosa in comune con quelle del famoso ragioniere.
La vita di provincia poi e’ descritta con precisione assoluta, anche nei personaggi secondari, come Matrix, il classico ragazzo che si e’ sperso nel suo mondo e che tutti abbiamo conosciuto almeno una volta.
Divertente e leggero, sostenuto dalla grande prova del cast, Non pensarci non e’ pero’ un film conciliante: se non ci fosse stato l’intervento del deus ex machina, Stefano e i suoi fratelli sarebbero riusciti a risolvere i loro guai?