Addio Anni 70. Arte a Milano 1969-1980

Funeralianarchicopinelli Sarà aperta fino al 2 settembre la mostra Addio anni ‘70 che racconta come Milano ha vissuto il decennio più lungo e drammatico della Repubblica Italiana. Potenzialmente è una mostra davvero interessante ma con sommo dispiacere debbo definirla un’occasione sprecata.
I materiali in visione sono davvero tanti (oltre 200), gettati un po’ allo sbando nei vasti saloni labirintici del Palazzo Reale di Milano senza nessuna didascalia che introduca il visitatore a quello che sta guardando; forse davvero, come dice l’unica nota posta all’inizio del percorso espositivo, è una mostra dedicata ai milanesi, a quelli che hanno vissuto quell’epoca e a cui un’immagine basta per far scaturire i ricordi. Un giovane o un visitatore che si rechi per apprendere qualcosa, troverà frustrata la sua sete di conoscenza non solo dalla mancanza di note ma anche dalla fatica di dover trovare i cartellini che riportano i titoli e gli autori delle opere posizionati sempre in angoli estremi e lontani, quasi come in un gioco a rimpiattino per cui lo spettatore, appena entra in una nuova sala più che dare uno sguardo d’insieme alle opere, cerca affannosamente i cartelli di cui sopra che anche quando sono posizionati accanto alle opere danno sempre un gran da fare per decrittarli. Ricordo un gruppo di fotografie poste su due linee orizzontali i cui cartelli erano invece posizionati su linee verticali: con molta buona volontà, in due, riconoscendo qualche personaggio (ad esempio Mimmo Rotella alle prese con un decollage) si riesce a ricostruire il senso con cui sono posti i cartelli.
Nessuna parola si spreca neppure per il pezzo forte della mostra, I funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj, capolavoro dolente paragonato a Guernica, praticamente mai esposto in precedenza visto che la mostra del 1972 fu sospesa perchè la data di apertura coincise tragicamente con l’assassinio del Commissario Calabresi; eppure l’allestimento serale della sala delle Cariatidi è di grande impatto e la visione di quest’opera da sola vale, non il prezzo del biglietto dato che la mostra è gratuita, ma la fatica di raccapezzarsi tra tutti i materiali mal segnalati.
Notevoli sono anche le fotografie drammaticamente cupe che Mimmo Rotella (che non conoscevo come fotografo) scatta ai funerali di stato per le vittime di Piazza Fontana; anche il catalogo ha un’impaginazione interessante: per formato del volume e stile di scrittura ricorda i ciclostili e la produzione libraria politica del periodo. Davvero non si perdona la poca attenzione all’allestimento in un progetto altrimenti così ricco d’inventiva.

Addio Anni 70. Arte a Milano 1969-1980
Milano, Palazzo Reale
31 Maggio – 2 Settembre 2012

Romanzo di una strage

Romanzodiunastrage Il 1969 è un anno di forti tensione in Italia: diverse bombe esplodono a scopo dimostrativo. La Polizia Politica di Milano guidata dal Commissario Luigi Calabresi segue la pista anarchica e la strada di Calabresi incrocia spesso quella di Giuseppe Pinelli, ferroviere quarantenne a capo del movimento anarchico meneghino. I due uomini si rispettano, pur restando su posizioni profondamente diverse ma tutto cambia il pomeriggio del 12 dicembre 1969 quando la bomba che esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana uccide 17 persone e apre una scia di sangue che si concluderà oltre un decennio dopo.

Pare che non si possa parlare di questo film senza commentarne il titolo, quella parola “romanzo” applicata a un fatto realmente accaduto 43 anni fa che in una qualsiasi altra nazione avrebbe già avuto una sua codificazione processuale e storica mentre da noi resta una pagina incompiuta (la prima di tante) su cui si può solo costruire un romanzo.
Le teorie portate sullo schermo da Marco Tullio Giordana ovviamente hanno subito dato adito a recriminazioni di vario genere, resta il fatto che il regista riesce a costruire un romanzo avvincente, quei 130 minuti sono praticamente volati per l’abilità narrativa e sicuramente per la voglia di sapere e di capire di più quella strage che ci ha segnato profondamente.
Ritornano alla parola romanzo, mi è piaciuta molto la romanzatura lombrosiana dei personaggi i tre protagonisti destinati al martirio sono belli e portatori di valori: resta impresso lo sguardo buono e pulito del Pinelli di Favino, la postura eretta che corrisponde alla drittura morale di Calabresi di un Mastandrea che sorprende in un ruolo insolitamente compassato che valorizza la sua sottrazione recitativa e poi c’è l’Aldo Moro di Gifuni, tormentato da una politica che non cerca più il dignitoso compromesso ma il più bieco intrallazzo. Dietro i tre eroi si muovono le mogli di Calabresi e Pinelli e due caratteristi del cinema italiano che a me piacciono molto, Thomas Trabacchi nel ruolo del giornalista Marco Nozza e Antonio Pennarella, l’untuoso maresciallo Panessa a cui spettava il comando nel momento della caduta di Pinelli. Mi ha colpito la bellezza folle della faccia dei terroristi, l’imbiancato Giorgio Marchesi che interpretava Franco Freda mi ha ricordato il Marlon Brando de I giovani leoni. Dietro a questi personaggi che “ci mettono la faccia” arrivano i volti disgustosamente lombrosiani dei politicanti, dei servizi segreti, degli alti gradi della polizia e il film è riuscito a mettere in scena tutta la bruttura fisica e morale di chi da oltre 40 anni governa (e contemporaneamente) trama alle spalle di questa nazione.

I primi della lista

Iprimidellalista Pisa, inizio giugno 1970, Renzo Lulli e l’amico Fabio Gismondi invece di prepararsi per l’esame di maturita’ vanno a fare un provino per suonare con Pino Masi, piccola star musicale del movimento studentesco per la sua Ballata del Pinelli. Mentre stanno provando i brani il Masi viene avvisato dai compagni che a Roma si sta organizzando un colpo di stato fascista. Temendo per la propria incolumità’, dato che artisti ed intellettuali sono “i primi della lista” dei nemici da eliminare da parte dei golpisti, i tre ragazzi si ritrovano coinvolti in una fuga verso il confine austriaco creando un incidente diplomatico..

Intelligente operazione del debuttante registra angloitaliano Roan Johnson: visto che ogni rievocazione filmica degli anni di piombo scatena sempre grandi polemiche nel nostro paese, il giovane sceneggiatore passa alla regia scegliendo la chiave della commedia per rievocare quel periodo storico. Si tratta di una pellicola a piccolo budget a cui ha contribuito anche Paolo Virzì e al suo stile il film paga un debito iniziale con il Lulli che ricorda un po’ il Gabriellini di Ovosodo, partecipe invontario di esperienze piu’ grandi di lui.
La storia del Lulli, il Masi e il Gismondi che sfondano il confine austriaco di Tarvisio creando un incidente diplomatico per il Ministro degli Esteri Aldo Moro che in quel momento era impegnato a gestire la cacciata degli italiani dalla Libia voluta da Gheddafi, e’ una vicenda realmente accaduta che viene trasformata in un surreale road movie a bordo di una fiammante (!) A112. Ricordando la poverta’ di budget e’ encomiabile lo sforzo fatto per recuperare l’epoca storica, segnalo solo un blooper veniale: la Giulia dei Carabinieri che i tre incrociano al passaggio a livello ha gia’ la targa a sfondo bianco e non piu’ quella originale a sfondo nero.
La seconda parte nel carcere di Villach, dove i tre esuli in cerca di asilo politico vengono trattenuti dopo aver sfondato il confine, e’ davvero esilarante perchè i tre protagonisti faticano ad accettare il fatto che nella notte tra il primo e il due giugno del 1970 in Italia non sia successo nulla e i convogli militari che hanno incontrato per la strada si stavano recando a Roma solo per la parata della Festa della Repubblica. Ragazzi di provincia sprovveduti e suggestionati che ci fanno tenerezza certo, ma il film si apre con immagini di repertorio del colpo di stato dei Colonnelli in Grecia nel ‘67, l’inizio dell’era stragista in Italia con la bomba di Piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli misteriosamente caduto da una finestra della questura milanese e si chiude con la didascalia che il 7 dicembre del 1970 il principe nero Valerio Borghese tento’ davvero un colpo di stato, fatto poco noto alla maggioranza degli italiani.

La prima linea

Laprimalinea

Il regista Renato De Maria si ispira a Miccia corta il libro in cui Sergio Segio, una delle colonne della banda eversiva Prima linea narra l’assalto al carcere femminile di Rovigo per far fuggire la compagna Susanna Ronconi; nel film le fasi di preparazione per l’attacco al carcere si alternano ai ricordi dell’attivita’ terroristica della coppia.
Come risaputo, il film, prima di arrivare nelle sale e’ stato coinvolto in grosse discussioni che hanno portato il produttore Andrea Occhipinti a rinunciare al contributo statale. Adesso che la pellicola e’ uscita c’e’ stato un grosso passo indietro e gli uffici preposti hanno riconosciuto il valore culturale dell’opera, pero’ siamo troppo abituati ai presunti misunderstanding per credere che il pregiudizio sul film fosse relativo alla presunta esaltazione dei personaggi o che gli attori scelti fossero troppo belli per interpretare delle figure negative. Io credo che quello che intimidisse fossero l’affermazioni che all’inizio del film il personaggio di Segio fa guardando fisso in macchina e cioe’ che la lotta armata di sinistra in Italia e’ nata come reazione alle bombe di Piazza Fontana, (il cui quarantesimo anniversario cade domani) o Piazza della Loggia sulla cui matrice di destra si cerca di sorvolare ancora oggi.
La prima linea e’ sicuramente un film molto equilibrato, perfetto nella ricostruzione storica tanto da recuperare anche i manifesti dell’epoca ed e’ quasi educativo nel mostrare la desolazione di tanti giovani, in particolare i due protagonisti, Segio e Susanna Ronconi, che hanno buttato le loro vite nella follia della lotta armata che ne ha fatto degli anacronistici e patetici personaggi. Quanto queste vite distrutte da una scelta sicuramente snaturata vadano messe sul conto di quelle mani che per prime si macchiarono di sangue e’ qualcosa che solo il futuro ci potra’ dire, questi tempi non sono ancora pronti per riconoscere le colpe e pacificare gli animi della guerra civile del 43-45 figuriamoci se possono affrontare qualcosa di molto piu’ contemporaneo.

Italia70: il cinema a mano armata

Il documentario e’ stato la punta di diamante della serata conclusiva del  festival  cinematografico di Gavi,
di cui e’ stato protagonista l’immarcescibile Claudio G. Fava con il
suo spirito caustico; anche Ottavia Piccolo, che nel corso della serata
ha ritirato un premio si e’ dimostrata persona squisita ed ironica.

CabiriaDa sottolineare come, con la donazione da parte dell’associazione
Museo Nazionale del Cinema di uno spartito originale delle musiche di Cabiria, composte da Manlio Mazza contenenti la Sinfonia del fuoco
di Ildebrando Pizzetti, il Museo del Cinema di Torino sia in possesso
di tutto il materiale concernente l’opera di Pastrone, dato che
recentemente ha acquisito anche l’eredita’ di casa Pastrone, scoprendo
materiali inediti sul film che rivoluziono’ la cinematografia mondiale
(ispiro’ D.W. Griffith per Intolerance): di queste scoperte il
direttore Barbera non ha voluto parlare ma il Museo sta lavorando
perche’ tutto possa essere pronto per creare uno degli eventi di Torino
2006.

Veniamo finalmente al documentario, che sara’ in rotazione su Sky
tutto il mese di ottobre, ad apertura di un ciclo sul genere
“poliziottesco” italiano.

Italia70Protagonista e’ Umberto Lenzi, maestro indiscusso dell’epoca che
racconta genesi e sviluppi del filone, recandosi anche sui luoghi che
trent’anni fa fecero da set ai suoi film.
Altri interventi importanti sono quelli di Enzo Castellari, noto
regista dell’epoca, di Ray Lovelock, attore oggi riciclato dalle
fiction ma che esordi’ in questi film, degli attori americani John
Saxon e Henry Silva che nei polizieschi italiani ebbero spesso ruoli da
antagonista per garantire la vendita sul mercato americano. Guest star
e’ Quentin Tarantino che spiega l’importanza che questi film ebbero
nella sua formazione.

Molto interessante e’ capire come nasce il genere: gli anni ‘70 sono
compresi tra la strage di Piazza Fontana e l’omicidio di Aldo Moro,
anni che videro il sorgere della lotta armata all’interno del Paese,
dove rapine e omicidi erano all’ordine del giorno e il cinema non fece
altro che ispirarisi a questa tragica realta’, questa genesi mi ricorda
quella del cinema horror americano che trovava le sue motivazioni piu’
profonde nella violenza della guerra del Vietnam come racconta il
documentario American Nightmare

La spericolatezza delle riprese, fatte di inseguimenti in mezzo
alle citta’, scene pericolose senza cascatori, di piccole bruciature
dovute alle cariche che simulavano le esplosioni di colpi di pistola,
ricorda invece gli action movie di Hong Kong, come sono raccontati
nella biografia di John Woo dove spesso la paura degli attori non era
solo simulata ma vissuta in prima persona.

Un documentario interessante, da non perdere che permette di conoscere meglio un filone del cinema italiano finora dimenticato.