Zamora

Italia 2023
con Alberto Paradossi, Neri Marcorè, Marta Gastini, Anna Ferraioli Ravel, Walter Leonardi, Giovanni Esposito, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Antonio Catania, Pia Engleberth
regia di Neri Marcorè

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Vigevano, 1965: il commendator Galbiati chiude l’azienda e va in pensione ma si preoccupa dei dipendenti e per il giovane contabile Walter Vismara ha trovato un posto presso la ditta Tosetto a Milano. Il giovane non è entusiasta del trasferimento ma accetta; le cose si complicano quando scopre che il nuovo datore di lavoro è patito di calcio di cui lui non si interessa e pretende che tutti i suoi dipendenti si allenino e partecipino all’annuale partita scapoli e ammogliati. Intanto una giovane segretaria, Ada, attira le attenzioni di Walter ma un giorno la scopre in archivio con Gusperti, lo sciupa femmine dell’ufficio…

Debutto alla regia per Neri Marcorè che si ritaglia il ruolo di Giorgio Cavazzoni, un ex portiere di fama ormai in declino che Vismara assume per avere lezioni private per evitare il licenziamento date le scarse capacità come portiere della squadra aziendale degli scapoli.

Zamora è una favoletta delicata che punta sulla ricostruzione nostalgica degli anni del boom con una fotografia dai toni acidi francamente fastidiosa nel suo intento passatista. 

I toni da commedia sono sono sottolineati dalla presenza di diversi comici nel cast e da alcune reminiscenze filmiche: la ditta Tosetto ha una struttura vagamente fantozziania nell’impossibilità dei dipendenti di ribellarsi alle fisime calcistiche del cavalier Tosetto mentre il barista/arbitro di origini meridionali che ostenta un dialetto meneghino salvo poi sbottare ricorda un po’ Nino Manfredi nel ruolo dell’immigrato di Pane e Cioccolata che si fa biondo per meglio mescolarsi agli svizzeri tedeschi ma rivela la sua italianità proprio durante un a partita di calcio.

La trasformazione del Vismara da schiappa a talento innato del calcio è sottolineata dall’aspetto del protagonista che ricorda un po’ un mite Clark Kent che si scopre il Superman dei portieri.

Il film ha un andamento molto prevedibile a partire dalla storia della sorella di Walter che da mesi finge che il marito sia sempre fuori per lavoro quando in realtà si sono separati, è scontato che avrà anche una relazione con il Galbiati. Si intuisce anche come finirà la partita, l’unico colpo di scena -poco gradito visto il tono rassicurante di tutto il film- è la mancata concretizzazione della storia d’amore tra Walter e Ada.

Challengers

USA 2024
con Zendaya, Josh O’Connor, Mike Faist, Darnell Appling, AJ Lister, Nada Despotovich
regia di Luca Guadagnino

Art Donaldson ha come coach la moglie Tashi, una promessa del tennis femminile che ha dovuto rinunciare alla carriera per un infortunio. Art vorrebbe ritirarsi ma la grinta di Tashi continua a determinare la sua carriera. È Tashi a decidere di iscrivere il marito a una Challenge con tennisti di seconda fascia, una vittoria facile che dovrebbe rinverdire il desiderio di vincere di Art. Sul campo da tennis però l’avversario è Patrick Zweig, un tennista di talento che non ha mai avuto successo e non è la prima volta che le strade di Tashi, Art e Patrick s’incontrano…

Come la pallina rimbalza da un lato all’altro della rete, così il film rimbalza tra la partita in atto e i continui flashback del passato dei tre protagonisti. Art e Patrick, amici fin dalla prima adolescenza, restano sedotti dal fascino e dallo spirito agonistico di Tashi che accetta inaspettatamente un loro invito e sembra proporre loro una cosa a tre per poi abbandonarli sul più bello alla loro latente attrazione omoerotica.

Da subito Tashi instaura un rapporto di dominio che corrisponde allo spirito con cui affronta le partite di tennis che lei vive come una relazione: il costringere l’avversario in determinate zone del campo, subire il suo contrattacco possono in fondo essere lette come una relazione di potere.
Inizialmente Tashi ha una relazione con Patrick ma le loro posizioni diverse sul tennis e sulla vita (torna spesso la domanda “stiamo sempre parlando di tennis?”) li allontanano e il legame si rompe definitivamente dopo l’infortunio della ragazza che si mette col più malleabile Art plasmando per lui la carriera che non ha potuto avere.

La storia si svolge tra il 2006 e il 2019, l’anno del Challenge in cui Art è stanco di giocare a tennis e vorrebbe ritirarsi mentre Patrick che ha buttato via la sua carriera chiede a Tashi di diventare la sua coach: chi vincerà la partita e il cuore della donna? Il finale sorprende per la sua irrisolutezza, diciamo che i due ragazzi sembrano liberarsi dalla malia di Tashi che però gioisce per aver visto finalmente una bella partita di tennis, Tashi è quindi l’incarnazione dell’agonismo puro.

Non è certo la prima volta che il tennis viene usato al cinema come metafora della vita, pensiamo a Match Point solo per fare un nome. Guadagnino ne esalta lo sforzo atletico e l’ideale eleganza; della raffinatezza, in fondo il regista è un cultore dai tempi di Io sono l’amore film che a sua volta presentava un triangolo amoroso ambientato a Villa Necchi lussuoso bene FAI in Milano.


Anche Challengers è un film patinato e a volte si sospetta che sotto l’eleganza formale ci sia poco altro, anche se il film riesce ad avvincere lo spettatore.

Preraffaelliti – Amore e desiderio

Preraffaelliti amore e desiderio

Temevo fortemente che la mostra milanese fosse una riproposta di quella torinese di cinque anni fa ma sono stata felicemente smentita, pochissimi i quadri presenti in entrambe le mostre – ça va san dire l’iconica Ofelia di Millais posta a inizio mostra creando un grande ingorgo di pubblico- e anche l’approccio al mondo preraffaellita presenta qualche differenza: la sala di Ofelia è quella dedicata a Elizabeth Siddall la modella simbolo della confraternita, protagonista di una convulsa relazione con il fondatore Dante Gabriel Rossetti, mentre a Torino erano presenti anche due opere della Siddall, a Milano viene mostrata solo come musa e mi provoca una punta di amarezza che non vengano mai esposte opere di pittrici femminili dato che la Confraternita, descritta sempre come elemento di rottura e modernità, aprì la via a diverse artiste donne anche se non appartenenti al nucleo originario del movimento che durò solo cinque anni ma del resto la mostra si conclude con due opere di John William Waterhouse, pittore che si ispira al mondo preraffaellita ormai mitizzato.



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Interessante lo spazio dedicato a Millais, il bambino prodigio che a soli undici anni dipinge I lottatori (The wrestlers) presente in mostra come è fondamentale la presenza del libro, proprietà di Millias, Pitture a fresco del camposanto di Pisa, testo su cui la Confraternita fonda il proprio gusto di rivisitazione medievale.
Come a Torino tornano i temi cardine della critica sociale: torna Prendete Vostro figlio, Signore di Ford Madox Brown, ma colpisce, del medesimo autore, lo sfrontato ritratto di Cattivo soggetto.



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La mostra pone l’accento sul taglio delle opere, primi piani o campi molto ristretti sulla scena come dimostra Claudio e Isabella di William Holman Hunt tratto dall’opera shakespeariana Misura per misura, il taglio ravvicinato concentra l’attenzione sugli aspetti emotivi dell’opera dove però sono sempre presenti elementi floreali con valore simbolico, qui il fiore di melo, in Amore d’aprile di Arthur Hughes l’edera e i petali di lillà al suolo.



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Un’attenzione naturalistica che riprende l’iconografia gotica ma i preraffaelliti sono anche i primi a dipingere en plein air: tornando a Ofelia, Millais lavorò per mesi sulle rive del fiume Hogsmill per creare lo sfondo mentre è ormai leggendaria la storia di come ritrasse la Siddall immersa in una tinozza d’acqua che si gelò causando l’infreddamento della fanciulla che non si riprese mai del tutto dalla stoica seduta di posa.
L’afflato spiritualistico della natura è reso manifesto in una sezione di opere meno note della produzione preraffaellita dove il sublime naturale diventa il soggetto, che sia il Il ghiacciaio di Rosenlaui di John Brett o Maggio a Regent’s Park di Charles Allston Collins.



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I dipinti della confraternita celebrano un ideale romantico dell’amore, fatto di passioni contrastate e spesso infelici, il legame tra Rossetti e la Siddall incarna perfettamente questo genere di passione anche se sconfessa in parte gli ideali libertari del movimento: il pittore sposò la sua musa solo in punto di morte e a trattenerlo dal mantenere la promessa matrimoniale spesso reiterata c’era anche la bassa estrazione sociale della modella; leggendaria e significativa fu anche la decisione di seppellire con la donna l’antologia di poesie inedite a lei dedicate e poi far riaprire la tomba qualche tempo dopo per recuperare gli scritti trovandosi davanti a una morta che aveva mantenuta intatta la sua bellezza ed era ricoperta da lunghissimi capelli rossi che avevano continuato a crescere. Questa la genesi di una delle opere più note di Rossetti, l’ascetica Beata Beatrix che contrasta con le scelte stilistiche che a breve maturerà l’artista, ispirate a Tiziano puntando sulla ricchezza delle vesti e la bellezza opulenta delle donne ritratte.
Se lo stesso fondatore della confraternita si allontana dai suoi ideali, la corrente è ormai entrata nel mito e sono diversi i pittori che si rifanno al mondo medievale riproposto dai preraffaelliti, il più noto è certamente Waterhouse e se la mostra si apre con l’iconica Ofelia, altrettanto iconica è la sua La dama di Shalott del 1888 che con Il cerchio magico conclude la mostra.

Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone

Jean-Auguste-Dominique Ingres al centro di una mostra che intende analizzare lo stile neoclassico, omaggiare Napoleone, il primo console che ha liberato Milano dagli austriaci rendendola una capitale dai vivaci fermenti artistici.
Un intento complesso che poteva sfuggire di mano e invece viene felicemente raggiunto.

IngresNapoleone

Si parte da Jacques-Louis David, l’artista che con fatica si affranca dal pomposo stile rococò e dopo il soggiorno romano reinventa una pittura meno ornata che si rifà alla classicità antica e al classicismo secentesco.
In mostra uno dei più noti quadri del nuovo corso artistico, il Patroclo del 1780 mentre de Il giuramento degli Orazi, il quadro manifesto del neoclassicismo, è presente una copia ad acquerello proveniente dal Musée Ingres di Montauban.


Patroclo

Ampio spazio è dato anche ad altri importanti allievi di David, in particolare ad Anne-Louis Girodet  di cui mi è piaciuto molto Il sonno di Endimione.
Intento della mostra è cancellare definitamente l’idea del neoclassicismo visto come uno stile decorativo che ripropone pedissequamente modelli antichi e sottolineare le varie tensioni che percorrono il periodo artistico e la sezione “La notte del sogno” espone opere che esprimono il lato lunare e protoromantico spesso dimenticato del neoclassicismo.
Ingres entra in scena in questa sezione con l’imponente I Canti di Ossian.


IlsonnodiEndimione

Dalla dimensione sognante si passa al pragmatismo napoleonico, il generale che da solo ridisegna le sorti geopolitiche dell’Europa e soprattutto negli anni giovanili è venerato dagli italiani come un liberatore. Proprio in questa fase, Milano diventa il luogo di esaltazione artistica del nuovo leader, con tracce ancora presenti oggi (il Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore nel cortile di Brera. Da Appiani a Canova tutti immortalano la grandezza del Corso.
Sulla locandina della mostra fa bella mostra di sé il Napoleone imperatore di Ingres e anche in mostra il quadro ha un posto speciale, una sala tutta per sé a cui si arriva dopo le decine di incisioni delle gesta napoleoniche.
Il dipinto è in posizione angolare, unico oggetto illuminato in una stanza buia dove una serie di totem che contengono i disegni preparatori sono posizionati in modo da attirare l’attenzione sul fastoso dipinto in cui Ingres affastella tutti i simboli del potere a partire dall’antichità.


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Terminato il tripudio napoleonico la mostra assume un carattere monografico e si concentra sull’analisi del lavoro di Ingres: i molti disegni che sezionano le parti del corpo fanno capire come l’artista parta sempre dal disegno spesso un nudo che poi riveste di panneggi. I dettagli a grandezza naturale della  Venere Anadiomene non rendono neppure necessaria la presenza del quadro finito tanto è lampante il soggetto che servirà da modello per il più noto  La sorgente.
Passando in rassegna i generi pittorici frequentati dall’artista, la pittura storica, religiosa, i nudi sono rimasta davvero impressionata da un disegno, Italiana al fuso, folgorata dal sorriso del soggetto.
Non possono mancare le odalische, tema carissimo al pittore de La grande odalisca è presente la versione in grisaille, unico assaggio italiano della mostra sull’uso del monocromo che nel 2018 ha affascinato Londra Monochrome. Painting in Black and White, alla National Gallery e Düsseldorf : Black & White From Dürer to Eliasson
Un disegno dell’Odalisca a tre braccia modello per Il bagno turco fa pensare che nonostante la passione quasi ossessiva per Raffaello, se dovessimo riprendere la visone semplicistica del neoclassicismo come mera riproposta del arte rinascimentale, Ingres sarebbe un eccentrico fiorentino: nonostante il rigoroso studio del corpo umano che come abbiano detto è sempre il punto di partenza della sua opera, l’artista non esita a deformarlo: la lunghissima schiena dell’odalisca, il braccio spropositato di Teti di Giove e Teti (non in mostra) facendo del pittore un antesignano delle avanguardie e di Picasso.

Il Jockey della morte

Italia 1915
con Miss Evelyn, Alfred Lind, Trude Nick
regia di Alfred Lind

 

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Per la mostra SoundFrames sabato scorso, 7 luglio, si è tenuta una proiezione molto interessante nell’Aula del Tempio del Museo del Cinema, ovvero la musicazione dal vivo del film del 1915 Il Jockey della Morte diretto e interpretato dal regista danese Alfred Lind

Il sovraintendente del castello di Castelroc avvelena il conte Raul e affida la figlia neonata a dei circensi per poter ereditare la proprietà. Dopo quindici anni si presenta al castello il giovane Henri, figlio di un fratello del conte che era stato allontanato dalla famiglia per il matrimonio con una ballerina. Non sapendo della morte del fratello chiede che almeno il figlio venga rintrodotto nel suo rango. Il sovrintendente finge di accogliere il ragazzo ma in realtà ne vuole la morte ma il progetto fallisce e il ragazzo resta solo ferito. Alloggiato nella camera del vecchio conte, Henri trova nella testiera del letto un messaggio in cui Raul de Castelroc denuncia di essere avvelenato. Chiesti lumi al vecchio servitore, Henri scopre un passaggio segreto e i vestiti della contessina che si voleva rapita dagli zingari. Henri decide di ritrovare la cugina e ben presto scopre che è una giovane trapezista angariata dai presunti genitori. Tra mille peripezie e fughe rocambolesche i due giovani riconquisteranno il loro status e l’amore.

 

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Il regista danese Alfred Lind in trasferta italiana gira questo feuilletton tutto ambientato a Milano (la casa produttrice era la milanese Vay) ricco di colpi di scena e fughe rocambolesche tra tetti, ponti e ferrovie offrendo una grande testimonianza di Milano e i dintorni nei primi anni ’10 del secolo scorso.

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Se la trama e alcune situazioni oggi risultano risibili, bisogna pensare che il cinema aveva appena compiuto vent’anni e le prodezze ginniche al circo o in fuga sono girate senza effetti speciali e riescono ancora a tenere col fiato sospeso e chissà se Spielberg si è ispirato a questa scena per le biciclette volanti di E.T.!
Per entrare in contatto con la cugina Henri si fa assumere dal circo come cavallerizzo e si esibisce con un inquietante (ancora oggi) costume da scheletro perché la mascotte dei Castelroc è un vecchio scheletro dentro un’armatura che il sovraintendente ha fatto gettare in cantina ma che Henri e il servitore si portano dietro e sarà proprio con l’aiuto del macabro portafortuna che si arriverà al lieto fine.

a musicazione è stata molto interessante una partitura originale che puntava sui suoni bassi, molto ritmata per sottolineare le scene più concitare, un uso di strumenti classici come il contrabbasso decisamente insolito nello strisciare le mani sulla cassa armonica: uno spettacolo nello spettacolo.

Alaska

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Italia 2015
con Elio Germano, Astrid Berges-Frisbey, Valerio Binasco, Elena Radonicich, Paolo Pierobon, Marco D’Amore
regia di Claudio Cupellini

Sul roof garden di un hotel di lusso parigino si incontrano Fausto, cameriere italiano e Nadine, aspirante modella che partecipa a un casting. Per conquistarla lui le mostra la suite più costosa dell’albergo ma il cliente rientra inaspettatamente e viene malmenato da Fausto che sconta due anni di galera col pensiero fisso di Nadine. La ragazza intanto ha fatto carriera a Milano ma il giorno della scarcerazione si presenta davanti alla prigione. Fausto torna a Milano con lei e dopo una serie di lavori insoddisfacenti prende in prestito i soldi che la ragazza ha messo da parte e si compra la quota di una discoteca…




Alaska


Tra noir e melodramma sentimentale contemporaneo, un film dove l’ostacolo più grande all’amour fou tra Nadine e Fausto è rappresentato dal denaro: l’uso indebito della suite li mette nei guai all’inizio e li lega profondamente, l’inadeguatezza di Fausto che a Milano trova solo lavori umili mentre Nadine ha sempre più successo, il furto o prestito dei risparmi di lei portano all’incidente in auto che stronca la carriera della modella che finisce a fare la barista mentre il locale di Fausto ha sempre più successo e dopo la rottura con Nadine si fidanza con Francesca, figlia di un magnate dell’industria alberghiera che affida uno dei suoi hotel al futuro genero. Il furto di Nadine al suo datore di lavoro culmina con l’omicidio dell’uomo e il carcere per la ragazza.




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Tra i percorsi che allontanano e riavvicinano Fausto e Nadine, tornano l’albergo e il carcere, due non luoghi che stanno a simboleggiare lo spaesamento di una generazione: per quanto “poveri” i due ragazzi non sono certo in condizioni disperate eppure emergere è la loro priorità, qualcosa che va oltre all’ambizione e li porta a gesti di violenza incontrollati le cui conseguenze sembrano essere messe in conto: non c’è nessuna vergogna nel finire il galera, solo il dolore della lontanza della persona amata che rappresenta l’unico punto di riferimento: che siano nel loro paese d’origine o in quello straniero che li ospita, Fausto e Nadine non possono contare su nessun altro che sé stessi, della loro vita non viene mai raccontato nulla su qualche persona che rappresenti un legame; l’amicizia è solo un vincolo da sfruttare per far carriera come dimostra il rapporto tra Nadine e Nicolas che la aiuta a far carriera in cambio di sesso e quello tra Fausto e Sandro il cinquantenne gabazzone che finisce suicida dopo che Fausto ha lasciato l’Alaska per lavorare per il futuro suocero.




Alaska


Uno spaccato di società contemporanea raccontato anche con uno stile contemporaneo: l’antefatto, fino a quando Fausto non esce di galera, è ambientato tutto in Francia ed è recitato tutta in francese e sottotitolato.
Cupellini, per altro, è uno dei registi di Gomorra la serie fin dalla prima stagione del 2014 e la terza stagione è affidata solo a lui e Francesca Comencini visto il trasferimento di Sollima a Hollywood per Sicario 2. In Alaska si può trovare uno stile di regia che è diventato caratteristico anche della serie tv: il gioco tra i campi lunghi degli esterni, le geometrie stranianti di una città ostile contrapposti alle riprese ravvicinate dei personaggi, a sottolineare l’intima lotta senza quartiere necessaria per sopravvivere anche fuori dal ghetto criminale di Gomorra.

Dunkirk ***vos***

Il film corale di Christopher Nolan sull’Operazione Dynamo, ovvero l’evacuazione da Dunkerque dell’esercito inglese sconfitto dall’inarrestabile marcia tedesca del maggio 1940 che a metà giugno occuperà Parigi, è un film molto bello ma come spesso mi capita con i film di Nolan, non lo trovo un capolavoro.



Dunkirk


Dunkirk è inappuntabile da un punto di vista tecnico dalla composizione dell’immagine all’uso della colonna sonora, una partitura diversa per ogni linea narrativa strutturata secondo un canone ascendente che sottolinea l’ansia crescente del plot.
Come è risaputo il film alterna tre linee narrative: “di cielo, di terra e di mare” come diceva qualcuno una settimana dopo l’operazione Dynamo portando l’Italia in guerra, i tre livelli narrativi s’intrecciano nonostante la differenza temporale: l’attesa dei soldati sul molo dura una settimana, l’attraversamento della Manica da parte delle imbarcazioni private inglesi per andarsi a riprendere i soldati dura un giorno, l’operazione di copertura dei tre aerei Spitfire dura un’ora. L’intreccio delle tre linee temporali diverse funziona benissimo ma la cosa non mi stupisce più di tanto: la destrutturazione temporale è una nota caratteristica della teoretica del regista inglese e mi pare che abbia affrontato combinazioni spazio-temporali anche più azzardate in opere precedenti (ammetto di non essermi mai ripresa dalla montagna di cappelli di The Prestige).




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Quello che non mi convince troppo di Dunkirk è il “messaggio”: non sono certo l’unica a trovare una latente esaltazione della Brexit nella storia narrata e certo non ci sarebbe nulla di male ad essere probrexit, per altro non ritengo che la figura del soldato francese sia così negativa, l’ho letta più come un’esaltazione dell’individualismo: Gibson non si accontenta di fingersi inglese, sarà sempre all’erta e non per paura di essere riconosciuto ma perché è cosciente che il pericolo è sempre in agguato ed ecco il perché del suo viaggio fuori dalla stiva dell’incrociatore nonostante la fame; la sua scelta lungimirante gli permetterà di aprire lo sportello e salvare moltissimi soldati riscattandosi così la sua “codardia” che lo ha portato a scappare dalla Francia.




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Quello che veramente non ho sopportato è l’eccesso di retorica nella lacrima del roccioso comandante Bolton alla vista dell’arrivo delle imbarcazioni, commozione comprensibile e contagiosa ma sorge una domanda: una scena così l’avremmo accettata dal repubblicano Clint Eastwood che nel trattare la guerra si è sempre dimostrato molto più equilibrato e critico dell’osannato Nolan?




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Ho visto il film domenica scorsa al Palazzo del Cinema appena inaugurato a Milano e l’esperienza non è stata così entusiasmante come mi aspettavo. solo per dire la cosa più grave il pubblico che entrava a film già abbondantemente iniziato, più o meno fino a quando Gibson sotterra il soldato a cui ha rubato la divisa: se solo gli ingressi non si fossero trovati di lato allo schermo!
Spero solo che si tratti di qualche inconveniente dovuto all’impaccio iniziale, sarebbe un peccato che un’iniziativa così lodevole e di successo cadesse sulle solite disattenzioni verso il pubblico delle sale cinematografiche.

Torna a settembre

Come September
USA 1961 Universal
con Rock Hudson, Gina Lollobrigida, Sandra Dee, Bobby Darin, Walter Slezak
regia di Robert Mulligan



Tornaasettembre


Il magnate americano Robert Talbot ha l’abitudine di trascorrere il mese di settembre in Italia nella sua splendida villa e in compagnia dell’amante italiana Lisa. Quando per affari, Talbot anticipa la visita italiana al mese di luglio, troverà la fidanzata italiana sul punto di sposarsi con un inglese e scoprirà che, nei sui undici mesi di assenza, il fidato maggiordomo Maurice trasforma la sua residenza in un hotel..



Tornaasettembre


So benissimo che Torna a Settembre è solo una commediola disimpegnata ma ogni volta che la vedo riesce sempre a farmi sorridere. Rock Hudson è molto bravo nella parte dell’americano di successo ed anche astuto che però finisce gabbato dal cerimonioso maggiordomo (francese e non italiano).
L’Italia è quella da cartolina del boom economico: alle bellezze paesaggistiche, al pittoresco gesticolare e al lassismo italiano (il telegramma che avvisa dell’arrivo di Talbot è consegnato dopo che lui è già arrivato) si unisce lo sguardo moderno su Milano dei titoli di testa, forse il vero motivo d’interesse per guardare il film: Talbot arriva nel moderno aeroporto di Linate con il suo aereo privato, attraversa tutti i punti d’interesse della città dal Duomo, alle Colonne di San Lorenzo per entrare con la macchina dentro il Pirellone dove tiene un incontro d’affari. Ogni ripresa della città è scandita dalla presenza di una o più modelle in abiti alla moda.
La vera ambasciatrice dell’italianità è però la protagonista, la bellissima Gina Lollobrigida: da anni fidanzata per un mese con Talbot e stanca di un rapporto senza prospettive, Lisa sta per sposare un uomo che non ama ma che almeno è presente e affidabile. L’arrivo improvviso di Robert scombussola i suoi piani matrimoniali e l’incontro con le ragazze americane ospiti dell’hotel gestito da Maurice le fanno capire cosa ha sbagliato nel suo rapporto con Robert, in fondo un bigotto americano il cui moralismo, sciorinato per salvare l’onore delle ospiti diciottenni del “suo” hotel, gli si ritorce contro facendolo capitolare nei confronti di Lisa.
Sul set nacque l’amore vero tra l’altra coppia di protagonisti. Sandra Dee e Bobby Darin che si sposarono a fine riprese, l’incontro e quindi anche il make off del film è narrato del biopic sul cantante e attore, Beyond the Sea (2004) interpetato e diretto da Kevin Spacey.

Sangue e Arena

Locandina Blood and Sand
Usa 1922 Paramount
con Rodolfo Valentino, Nita Naldi, Lila Lee
regia di Fred Niblo

Juan Gallardo, povero ragazzo di Siviglia, diventa uno dei più grandi matador della Spagna, felice e sposato con la compagna d’infanzia Carmen, fino all’incontro con la marchesa Doña Sol che lo seduce e non vuole lasciarlo, mettendolo in imbarazzo anche davanti alla madre e alla sposa. Lo scandalo travolge anche la sua carriera di torero e Juan rimane mortalmente ferito nell’arena ma prima di spirare ottiene il perdono dell’amata Carmen.

Sangue e Arena ha aperto la settima edizione stagione del Gran Festival del Cinema Muto di Milano, quest’anno tutto dedicato a Rodolfo Valentino, di cui ricorre il novantesimo anniversario della morte.
Il film è noto per il remake del 1941 diretto da Rouben Mamoulian ed interpretato da Tyrone Power e Rita Hayworth, pellicola che riprende piuttosto fedelmente la trama della prima versione con Valentino.
Il film del 1922 non spicca per meriti artistici, è una grande produzione costruita su misura per il divo italiano che ha per comprimarie due grandi star del cinema muto come Nita Naldi e Lila Lee; ancora una volta, pur non trovando Valentino bellissimo nelle fotografie, sono rimasta affascinata dalla sua capacità di “bucare” lo schermo e ammaliare ancora oggi gli spettatori.

BloodAndSand

In questa pellicola l’attore dimostra una buona capacità recitativa, infatti non interpreta il solito ruolo di seduttore ma un uomo che, pur essendo molto innamorato della moglie, ha il solo torto di non saper resistere alla maliarda che lo seduce solo per la sua celebrità.
SangueearenaDella vamp d’inizio secolo la star Nita Naldi mette in scena tutto il repertorio: le mani artigliate che si avvinghiano all’uomo, l’anello serpentino che appartenne addirittura a Cleopatra, i molli divani con pelli di tigre dove fumare droghe lasciando sconcertato Gallardo, che in fondo rimane sempre un semplice popolano che ha avuto successo e al primo appuntamento con la seduttrice non vuole lasciare andare via l’amico che lo ha accompagnato nella fastosa residenza perché non sa cosa dire alla smaliziata marchesa.
La vicenda personale di Gallardo s’intreccia con la sua vicenda pubblica di eroe nazionale per il coraggio come matador: le riprese della corrida sono poche e girate da lontano a Valentino spetta il compito di sfoderare le sue capacità di ballerino in un flamenco nella taverna.
A dare ancora più spessore al lato tragico, e per certi versi scaramantico, della trama c’è il personaggio dello studioso che dal suo antro dove raccoglie strumenti di tortura osserva il destino di Gallardo e lo annota su un grande libro, è una chiara rappresentazione del Destino: quando gira la clessidra inizia il fato nefasto del torero, con l’incontro della donna che lo porta alla rovina.

Giotto, l’Italia

Giottolocandina Chiuderà domenica prossima 10 gennaio la mostra milanese dedicata al genio di Giotto. Piccola perché gran parte delle opere del grande maestro del trecento giunte fino a noi sono affreschi, la mostra segue un criterio cronologico per raccontare l’arte del pittore. Si inizia con una chicca l’opera giovanile la Madonna con il Bambino di Borgo San Lorenzo. Un frammento di tempera su legno di quella che doveva essere una Maestà, resta solo il volto severo della Madonna e le mani del Bambino: una accarezza il volto materno e l’altra gioca con la mano della Vergine.
Un’opera giovanile che racchiude già tutta la grandezza di Giotto che la mostra va a spiegare nelle opere esposte: la monumentalità e la naturalezza del gesto. Il gusto per il colore, l’espressività dei volti si rivelano già nel Polittico di Badia, opera che risale agli ultimi anni del Duecento.
Dalla Cappella degli Scrovegni di Padova arriva un Dio Padre in Trono, una grande tavola che aveva il compito di celare un passaggio come una porta. Ora nella cappella vi è una copia e il dipinto è conservato presso i Musei Civici di Padova.
Come sottolinea il titolo dell’esposizione, la mostra vuole sottolineare l’attività imprenditoriale di Giotto, attivo in tutta Italia dal regno di Napoli fino a Padova, passando per Bologna, Milano, spesso con cantieri aperti contemporaneamente come Roma e Assisi. Quindi la grandezza di Giotto non sta solo nella sua abilità tecnica e nella sua originalità ma anche nella capacità di influenzare tanti regionalismi del trecento italiano.

Polittico baroncelli

Tra le varie opere la mia preferita rimane il Polittico Baroncelli che qui troviamo riunito almeno idealmente: dal Museum of Art di San Diego arriva la cuspide con Dio Padre tagliata nel tardo quattrocento per ornare il polittico con una cornice rinascimentale francamente molto pesante.
Nonostante le manomissioni il polittico resta un trionfo di colori, le tavole laterali con le teste dei santi, tutte diverse avvolte dall’oro delle aureole sono meravigliose e indirizzano lo sguardo verso la serena composizione centrale dell’incoronazione della Vergine.

Giotto, l’Italia
2 settembre 2015 – 10 gennaio 2016
Palazzo Reale
Piazza del Duomo 12, Milano