Il rewind dei frammenti di vetro di una bottiglia che si ricompongono e il suo volo al contrario per tornare nella mano del ragazzo che la lancia contro la volante di polizia che provocatoriamente passa davanti alla scuola Diaz. Quel lancio di bottiglia tornerà più volte a scandire la pellicola di Vicari, per distinguere i diversi punti di vista di chi quella terribile notte si trovò coinvolto in una delle vicende più tragiche e vergognose della nostra storia che il film ricostruisce seguendo gli atti giudiziari del processo contro i responsabili delle violenze alla Scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante l’ultimo giorno del G8 di Genova nel 2001.
Benchè gli eventi di quel G8 siano stati i primi in cui le riprese (amatoriali o meno) abbiano seguito quasi ogni momento di quel disastroso vertice e il materiale sia stato rimontato in diversi documentari, non ultimo Black block andato in onda su Rai3 domenica 15 aprile, a due giorni dall’uscita nelle sale del film di Vicari, l’opera di fiction ha un alto valore civile e politico che rende universale una storia di cui era possibile, e da tempo, sapere tutto o quasi.
La mattanza nella scuola che sembra la sequenza di un film horror è sicuramente il segmento più ruscito di un film nel complesso molto buono che riesce a “far volare” i 127 minuti di durata inchiodando lo spettatore a una realtà terribile e incredibile.
Le torture nella caserma di Bolzaneto sono invece un contraltare anche stilistico alla violenza della Diaz se nella scuola la violenza esplode inattesa e violenta, di Bolzaneto rimane impressa la stupidita’ del torturatore (ecco il messaggio universale che trascende la vergognosa pagina di storia italiana) farò l’esempio più leggero: quando Alma viene introdotta in caserma la poliziotta che la trascina malamente per i capelli si ferma come secondo un copione stabilito davanti a un poliziotto che sputa in faccia alla ragazza e più che indignare l’offesa (si è già assistito a trattamenti più disumani) colpisce la stupidità di uno che sta lì, con l’unico compito di sputare in faccia alla gente. Chi ci starebbe? verrebbe da chiedersi se non ci fosse stato l’esperimento della prigione di Stanford che ha dimostrato scientificamente che l’individuo demanda il suo giudizio critico e la sua umanità al gruppo di appartenenza. Quello scioccante esperimento è stato narrato anche in alcuni film, The experiment (rifatto nel 2010) uscì proprio nel 2001, nel 2002 in Italia. Vorrei chiarire che il fatto che l’individuo perda la sua libertà di giudizio quando viene inserito in un gruppo, non è certo una giustificazione per gli atti di Bolzaneto, casomai un ulteriore colpa per chi dirige le forze dell’ordine che non dovrebbe mai creare il presupposto per situazioni così esplosive.
La validità nella pellicola sta quindi nel raccontare quanto accadde in luoghi preclusi alle telecamere, mostrarne l’orrore e la follia riuscendo a mantenere una lucidità di giudizio per cui i poliziotti non vengono visti solo come colpevoli e c’e’ un finale tenerissimo che forse è la scena che resta più impressa: Alma che quando vede la madre si mette una mano davanti alla bocca: quello che a prima vista sembra un’innato gesto di stupore è il tentativo dignitoso di nascondere alla madre la vistosa ferita sul labbro.
Biancaneve
Tarsem Singh vorrebbe ribaltare la fiaba di Biancaneve ma la rivoluzione riesce solo a metà e questo inficia lo spettacolo la cui trama risulta altalenante e questo è un vero peccato perchè il film è una vera gioia per gli occhi.
Dovrebbe essere la storia della matrigna di Biancaneve, donna bellissima che ha fatto innamorare il padre della sua figliastra con la magia per poi eliminarlo e usare le ricchezze del regno per la propria vanità, sulla soglia della bancarotta la regina è pronta a sposare il principe Alcott più per il suo denaro che per la sua avvenenza. Purtroppo come ci dice anche lo specchio nel finale, il film ritorna ad essere la storia di Biancaneve in versione eroina moderna che si salva da sola, archetipo di ragazza contemporanea a cui ci hanno già abituato le ultime eroine di casa Disney
Spostare l’attenzione sulla Regina crea un’interessante e quanto mai attuale lettura della fiaba: il rapporto conflittuale tra una fanciulla in fiore e una donna matura che non vuole rinunciare la proprio fascino (azzeccata la scena della cura di bellezza a base di guano di uccelli e altre bestioline disgustose e la precisa citazione di Via col Vento nella scena del busto). Che la matrigna sia più vanitosa che cattiva lo dimostrano gli evidenti riferimenti al mito di Narciso: come il bel giovane la donna ama specchiarsi (Mirror Mirror è il titolo originale della pellicola) e il magico specchio parlante è riposto sulle rive di un lago in un’altra dimensione dove emerge la regina per i suoi colloqui, al pari di Narciso che cadeva nell’acqua per raggiungere il proprio riflesso. Col procedere della storia l’attenzione si sposta verso altri aspetti più convenzionali e il confronto tra le due donne, vero motore del film, viene a mancare..
Resta comunque il divertimento dei dialoghi e di alcune scene molto spassose grazie al segretario personale Brighton interpretato da Nathan Lane degna spalla comica di una Julia Roberts che regala la prova più interessante della sua carriera.
La pellicola è un’ulteriore conferma del talento visivo del regista e l’apoteosi (purtroppo postuma) della costumista Eiko Ishioka (autrice anche dei costumi di Dracula di Bram Stoker) che se stupisce con i trampoli pressurizzati dei nani, riesce a incantare con l’elmo delle guardie ispirato ai comignoli modernisti di Casa Milà a Barcellona. Di derivazione art nouveau sono anche parte delle magnifiche scenografie (di Tom Foden) che ci riportano all’epoca d’oro di Hollywood: ormai il film storico pretende una minuziosa ricostruzione filologica quindi le fiabe e le storie fantastiche restano l’ultimo baluardo per fantasmagoriche scenografie.
I più grandi di tutti
Loris, sulla soglia dei quaranta, vive facendo lavoretti saltuari con cui aiutare il budget familiare sostenuto prevalentemente dalla moglie sotto lo sguardo critico del figlio Alessio di sette anni. Un giorno riceve la lettera calorosa di un fan che vorrebbe intervistare Loris e gli altri componenti del gruppo Pluto, attivo sulla scena musicale labronica sul finire degli anni ’90. Loris si reca all’apputamento con l’intenzione di spiegare che non è più in contatto con i membri della band ma si trova davanti un ragazzo entusiasta e paraplegico. Per accontentarlo e guadagnarsi la caparra dell’ingaggio Loris si mette sulle tracce degli altri musicisti..
Carlo Virzì, fratello minore di Paolo, ebbe un discreto successo con il gruppo Snaporaz sciolto nel 2001, da allora si è dedicato prevalentemente alla composizione delle colonne sonore dei film del fratello. Il suo secondo lungometraggio è un’opera che sicuramente risente dell’influenza dello stile dolce amaro da commedia all’italiana di Paolo Virzì ma che risulta credibile e piacevole perchè racconta un mondo che Virzì jr. conosce molto bene, la scena rock livornese a cavallo degli anni novanta e il duemila.
La storia è quella di un gruppo che in realtà era il più sfigato di tutti, il cui massimo successo fu quello di prestare un brano per la pubblicità di un anticalcare. Quando i membri si ritrovano si capisce che si sono lasciati in malo modo e la stima reciproca e’ bassissima: Mao (diminutivo di Maurilio) il front man vivacchia facendo il cameriere con il solito stile sbruffone di sempre, Sabrina la bassista, si è rifatta una vita borghese che le sta stretta dopo essere uscita dalla droga, Loris ex batterista, ha una famiglia ma ha problemi con il lavoro e Rino il chitarrista è l’unico ad avere un lavoro a tempo indeterminato come operaio suscitando l’invidia di tutti. I componenti dei Pluto non hanno grandi ricordi del loro periodo musicale e rimangono colpiti dalla caparbietà con cui Federico, il giornalista si ostina a volerli ricordare come star potenziali del rock italiano; si scoprirà che la sua determinazione è legata al ricordo della fidanzata morta nell’incidente che lo ha paralizzato. Il quadro di una generazione fallita che non vuole o (non può?) crescere ben rappresentato da un cast di attori che da sempre ruota nell’orbita dei Verzì con l’aggiunta di un bravissimo Alessandro Roja, bolso e timido ben diverso dal Dandy elegantone e spavaldo che abbiamo imparato a conoscere on Romanzo Criminale – La serie.
La compiacenza verso Federico si trasforma nella speranza di una nuova opportunità musicale ma il beffardo destino dei Pluto è segnato, del resto nomen omen: il piccolo Alessio spiega al padre che che lo stesso pianeta Plutone è stato declassato da pianeta a satellite. Finiscono i sogni di gloria ma resta la voglia di suonare per il gusto della musica, perchè cari ggggiovani d’oggi fino a qualche tempo fa amare la musica non significava solo prepararsi per il provino di un talent show.
Romanzo di una strage
Il 1969 è un anno di forti tensione in Italia: diverse bombe esplodono a scopo dimostrativo. La Polizia Politica di Milano guidata dal Commissario Luigi Calabresi segue la pista anarchica e la strada di Calabresi incrocia spesso quella di Giuseppe Pinelli, ferroviere quarantenne a capo del movimento anarchico meneghino. I due uomini si rispettano, pur restando su posizioni profondamente diverse ma tutto cambia il pomeriggio del 12 dicembre 1969 quando la bomba che esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana uccide 17 persone e apre una scia di sangue che si concluderà oltre un decennio dopo.
Pare che non si possa parlare di questo film senza commentarne il titolo, quella parola “romanzo” applicata a un fatto realmente accaduto 43 anni fa che in una qualsiasi altra nazione avrebbe già avuto una sua codificazione processuale e storica mentre da noi resta una pagina incompiuta (la prima di tante) su cui si può solo costruire un romanzo.
Le teorie portate sullo schermo da Marco Tullio Giordana ovviamente hanno subito dato adito a recriminazioni di vario genere, resta il fatto che il regista riesce a costruire un romanzo avvincente, quei 130 minuti sono praticamente volati per l’abilità narrativa e sicuramente per la voglia di sapere e di capire di più quella strage che ci ha segnato profondamente.
Ritornano alla parola romanzo, mi è piaciuta molto la romanzatura lombrosiana dei personaggi i tre protagonisti destinati al martirio sono belli e portatori di valori: resta impresso lo sguardo buono e pulito del Pinelli di Favino, la postura eretta che corrisponde alla drittura morale di Calabresi di un Mastandrea che sorprende in un ruolo insolitamente compassato che valorizza la sua sottrazione recitativa e poi c’è l’Aldo Moro di Gifuni, tormentato da una politica che non cerca più il dignitoso compromesso ma il più bieco intrallazzo. Dietro i tre eroi si muovono le mogli di Calabresi e Pinelli e due caratteristi del cinema italiano che a me piacciono molto, Thomas Trabacchi nel ruolo del giornalista Marco Nozza e Antonio Pennarella, l’untuoso maresciallo Panessa a cui spettava il comando nel momento della caduta di Pinelli. Mi ha colpito la bellezza folle della faccia dei terroristi, l’imbiancato Giorgio Marchesi che interpretava Franco Freda mi ha ricordato il Marlon Brando de I giovani leoni. Dietro a questi personaggi che “ci mettono la faccia” arrivano i volti disgustosamente lombrosiani dei politicanti, dei servizi segreti, degli alti gradi della polizia e il film è riuscito a mettere in scena tutta la bruttura fisica e morale di chi da oltre 40 anni governa (e contemporaneamente) trama alle spalle di questa nazione.
Addio a Maria Pia Casilio
Si è spenta ieri a Roma la nota caratterista dal bel visetto sbarazzino che ha spesso interpretato il ruolo della cameriera impertinente nelle commedie anni ’50.
Nata a San Pio Delle Camere, in provincia dell’Aquila, il 5 maggio 1935, ha debuttato nel 1952 in Umberto D. di Vittorio De Sica. E’ stata Elvira, la fidanzata di Nando, l’americano a Roma di Alberto Sordi ed è stata la rivale della Lollobrigida nei primi due Pane e amore diretti da Comencini, che la volle anche per La valigia dei sogni. L’ultima apparizione sul grande schermo fu in Tre uomini e una gamba con Aldo Giovanni e Giacomo.
Su Pinterest una board con le locandine dei film più celebri a cui ha partecipato.
Pirati! Briganti da strapazzo
Capitan Pirata, amatissimo dalla sua strampalata ciurma, non è certo il terrore dei sette mari e sogna da decenni, invano, di vincere il premio di Pirata dell’Anno. Un giorno assale il Beagle con a bordo un timido Charles Darwin e scopre così che l’amato pappagallo Polly in realtà è un rarissimo Dodo considerato estinto da oltre un secolo. Capitan Pirata pensa di mettera frutto i guadagni della scoperta scientifica per vincere l’agognato trofeo dei pirati e per farlo si reca fino a Londra, dove impera la regina Vittoria, acerrima nemica dei Fratelli della Costa..
L’ultimo lavoro della casa di produzione Aardman che segna anche il debutto dei maestri della plastilina nel 3D, si ispira al romanzo per ragazzi Pirati di Gideon Defoe (l’autore ha anche collaborato alla sceneggiatura). L’opera si distacca dal filone corrente dei cartoon perchè non sfrutta il solito gioco cinefilo di riproporre in chiave comics scene di celebri film. Per gli adulti il divertimento ò dato da un surreale pastiche senza soluzione di continuità dove si ritrovano insieme protagonisti ed atmosfere dell’età vittoriana che in realtà non hanno nulla d spartire tra loro. Darwin è un represso sessuale che vorrebbe rubare il Dodo e accaparrarsi il merito della scoperta. Vive in una casa-studio degna del Dottor Jekyll in compagnia di Bobo, uno scimpanzè che funge da servitore muto. Le notti londinesi sono animate da Jane Austen e la popolarità di capitan Pirata eclissa quella della precedente attrazione, il povero Elephant Man che ormai siede solitario a un tavolo del pub con il suo telo a coprirgli la faccia. Il gioco sul positivismo londinese è la parte più divertente del film; la scoperta del lato oscuro della regina Vittoria segna una cesura nella trama e forse anche un calo nelle proposte di soluzioni fantastiche e surreali nonostante si sconfini nello steampunk.
Da sottolineare la colonna sonora che vanta perle della musica inglese, dai Pogues ai Clash, gruppi decisamente insoliti per la soundtrack di un cartone animato.
Anche il doppiaggio italiano è soddisfacente, se Christian DeSica aveva già convinto in Ortone, la scoperta di Pirati è probabilmente la Littizzetto che caratterizza molto bene la perfida regina Vittoria.
Un fuorilegge a Hollywood. Il mondo di Roger Corman
rassegna cinematografica promossa da
Palazzo delle Esposizioni, Cineteca di Bologna, Museo del Cinema di Torino
Il genio del cinema indipendente americano, premio Oscar alla carriera nel 2010, arriva al Palazzo delle Esposizioni per inaugurare la sua retrospettiva. Re del B-movie, celebre per le trasposizioni cinematografiche dei racconti di Edgar Allan Poe, ha diretto e prodotto centinaia di film “senza perdere un dollaro” (come ha detto egli stesso). È l’uomo che non conosce lo spreco: avanzano uno scampolo di pellicola, due pezzi d’attrezzeria, tre battute di sceneggiatura o quattro ore di contratto? Diventano un film. Il talento registico e produttivo di Roger Corman è diventato leggenda e ancora oggi nulla è cambiato della sua vulcanica creatività, che ha sperimentato l’intero ventaglio dei generi, dal western alla fantascienza, dalla commedia nera all’horror, come testimonia questa panoramica appassionante della sua immensa produzione, dagli esordi meno noti ai colori tenebrosi dei suoi celebri horror, passando attraverso le produzioni con cui tenne a battesimo tre allievi d’eccezione: Coppola, Scorsese e Demme. Una lunga avventura ben ripercorsa dal documentario, sinora mai visto in Italia, che conclude la rassegna.
18/04/2012 21:00
INCONTRO CON ROGER CORMAN – condotto da Mario Sesti
a seguire Il pozzo e il pendolo di Roger Corman
(The Pit and the Pendulum, USA 1961, 80′ – v. it.)
Capolavoro della celebre serie tratta da Edgar Allan Poe, è un gioiello del cinema gotico dal fascino ancora oggi inquietante, un viaggio allucinante verso la follia tra spazi vertiginosi e luoghi decadenti, che unisce suspense e ironia grazie all’istrionismo del grande mattatore Vincent Price.
19/04/2012 21:00
La piccola bottega degli orrori di Roger Corman – cinema
ingresso libero
(The Little Shop of Horrors, USA 1960, 70′ – v.o. sott. it.)
Eccentrico cult movie su una pianta carnivora assetata di sangue umano, è l’emblema del modello produttivo ‘alla Corman’: budget ridottissimo, due giorni di riprese, set riciclato dal film precedente. Alla povertà dei mezzi sopperisce l’abilità del regista nel mescolare humour e horror, ordinario e bizzarro. Il paziente del dentista masochista è un giovanissimo Jack Nicholson.
20/04/2012 21:00
I vivi e i morti di Roger Corman – cinema
ingresso libero
(House of Usher, USA 1960, 80′ – v. it.)
Poe incontra Freud nel capolavoro horror che avvia il ciclo tratto dallo scrittore americano e la collaborazione con l’attore-feticcio Vincent Price. La cupa vicenda dei fratelli Usher, vittime designate del destino di follia e morte che affligge la casata, è letta da Corman come delirio di una mente allucinata.
21/04/2012 21:00
Terrore alla tredicesima ora di Francis Ford Coppola – cinema
ingresso libero
(Dementia 13, USA 1963, 75′ – v.o. sott. it.)
L’esordio del grande Francis Ford Coppola avviene all’insegna dell’eccesso gotico: il fantasma di una bimba annegata, un castello irlandese, bambole, omicidi a colpi d’ascia… Un thriller psicologico a bassissimo costo che Corman decide di far dirigere al suo giovane assistente, che rivela già il suo potente talento visionario.
22/04/2012 21:00
America 1929 – Sterminateli senza pietà di Martin Scorsese – cinema
ingresso libero
(Boxcar Bertha, USA 1972, 88′ – v.o. sott. it.)
Corman pensa a un film d’azione, sexy e violento, adatto alla programmazione estiva e lo affida a Martin Scorsese che invece si concentra, fortunatamente, sullo stato d’animo dei protagonisti – un gruppo di rinnegati che vive per strada – e realizza così il suo primo film importante, un ritratto crudo e impietoso dell’animo umano.
23/04/2012 21:00
L’odio esplode a Dallas di Roger Corman – cinema
ingresso libero
(The Intruder, USA 1962, 84′ – v.o. sott. it.)
Negli anni della presidenza Kennedy e del movimento per i diritti civili, Corman dirige il suo primo film “dettato da profonde convinzioni sociali e politiche” e con la storia di un fanatico razzista, che trascina nell’odio un’intera città, sconvolge lo spettatore con una durezza e un’intensità ininterrotte.
24/04/2012 21:00
I maghi del terrore di Roger Corman – cinema
ingresso libero
(The Raven, USA 1963, 86′ – v. it.)
Il riso sfida l’orrore e la vena comica prende il sopravvento nel quinto capitolo del ciclo Poe. Nel ruolo dei tre maghi protagonisti Corman può contare sui talenti prodigiosi di Vincent Price, Peter Lorre e Boris Karloff, “tre volti della paura”, ciascuno capace di conferire un proprio stile alla recitazione.
25/04/2012 21:00
La maschera della morte rossa di Roger Corman – cinema
ingresso libero
(The Masque of the Red Death, GB 1964, 85′ – v.o. sott. it.)
In un’Italia meridionale di pura fantasia, le gesta sataniche del tiranno Prospero meritano la severa punizione della Morte Rossa. Peste, riti demoniaci, cospiratori incappucciati, l’uso sanguigno del colore e un Price sempre più barocco ne fanno il capitolo surrealista della serie ispirata a Poe.
26/04/2012 21:00
I selvaggi di Roger Corman – cinema
ingresso libero
(The Wild Angels, USA 1966, 93′ – v.o. sott. it.)
Sostenuto da un team di futuri maestri (Hellman al montaggio, Peter Fonda protagonista, Bogdanovich supervisore), I selvaggi testimonia l’eclettismo di Corman, che filma la rude legge della strada di una banda di motociclisti, in una California pre-Easy Rider in cui s’intuisce una controcultura montante.
27/04/2012 21:00
Il clan dei Barker di Roger Corman – cinema
ingresso libero
(Bloody Mama, USA 1970, 90′ – v. it.)
Gangster movie crudo e realistico, dal ritmo visivo irrequieto come i suoi protagonisti, una famiglia ribelle che negli anni della Grande Depressione sceglie una vita di crimine e violenza. Un urlo selvaggio all’America ricca e borghese. La ‘madre sanguinaria’ del titolo originale è dominatrice spietata, che lega i figli in un abbraccio letale e incestuoso.
28/04/2012 21:00
Femmine in gabbia di Jonathan Demme – cinema
ingresso libero
(Caged heat, USA 1974, ’90 – v. it.)
Primo film di Demme, prodotto da Corman, con l’icona Barbara Steele nei panni della direttrice sadica di un carcere femminile, che sottopone le detenute a sevizie e torture di tipo nazista, fino alla ribellione finale al ritmo della musica di John Cale (Velvet Underground). Un tipico film d’exploitation tra violenze e nudità, che il regista maneggia con maestria e rigoroso distacco.
29/04/2012 21:00
Corman’s World: Exploits of a Hollywood Rebel di Alex Stapleton – cinema
ingresso libero
(USA 2011, 90′ – v.o. sott. it.)
La vita e le avventure dell’uomo che ha inventato un mondo e uno stile, nel documentario applaudito a Cannes 2011. A raccontarlo voci e volti oggi saldamente installati nella Hollywood mainstream, ma tutti cresciuti o passati alla sua scuola indipendente: da Scorsese a Bogdanovich, da Tarantino a Ron Howard, da Nicholson a De Niro.
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 A, Roma
INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
Possibilità di prenotare riservata ai possessori della membership card
Touch
Jake è un ragazzino undicenne autistico che non ha mai detto una parola in vita sua. Si prende cura di lui il padre, Martin Bohm, ex giornalista di successo ora ridotto a fare lavori di bassa manovalanza, la madre è rimasta vittima nell’attentato alle Torri Gemelle. Jake ha una bizzarra propensione per i cellulari e ama scappare per rifugiarsi su un ripetitore telefonico, il che causa il suo ricovero in una struttura specializzata ma proprio a quel punto il padre capisce che le ossessioni numeriche di Jake sono in realtà dei messaggi che in un qualche modo prevedono il futuro…
Chissà qual’è il mio reale problema con Kiefer Sutherland: ho abbandonato 24 perché troppo violento e dopo due puntate fuggo da Touch perchè troppo melenso: il messaggio di base per ora è che apparentemente connessi da tanta tecnologia siamo in realtà tutti profondamente soli.
Il trailer del serial mi aveva intrigato per il riferimento ai numeri e siccome la mia fissazione per i numeri primi è peggiorata speravo di poter trovare in Touch qualcosa di intrigante invece non si è andati oltre la serie di Fibonacci che da quando fa bella mostra di sè sulla Mole Antonelliana per noi piemontesi è pane quotidiano.
Idiosincrasie personali a parte, quello che manca in realtà a Touch è la trama orizzontale, quella che lega tutti gli episodi di una serie: la ricerca di un serial killer, la scoperta di un segreto ecc.. ecc..
Nel primo episodio, già un po’ lento, si introduce la storia di Jake e di suo padre e si nutre un qualche interesse per le vicende dei vari protagonisti sparsi per il mondo legati dal filo rosso della leggenda orientale raccontata con voce off da Jake. Il secondo episodio ripete fedelmente lo stesso gioco dei protagonisti apparentemente lontani tra loro che però si potranno salvare solo insieme ma a questo punto è ormai scontato che l’hostess in questione è la figlia dell’uomo malato di cancro con cui non parla da tempo; per giunta l‘episodio si chiude senza un cliffhanger, il colpo di scena tipico della trama orizzontale che lega l’episodio a quello successivo invogliando lo spettatore a seguire la serie.
The Lady – L’amore per la Libertà
Nel 1988 Aung San Suu Kyi, figlia del generale Aung San, martire della democrazia birmana, rientra in patria per accudire la madre morente. Fino a quel momento aveva condotto una vita tranquilla accanto al marito e ai due figli a Oxford. Nella Birmania stritolata dalla dittatura militare gli oppositori del regime si stringono attorno alla donna vedendo in lei un legame con il processo di democratizzazione auspicato dal padre ucciso nel 1947. Aung San Suu Kyi accetta di entrare nell’agone politico andando incontro a vessazioni terribili: non potendo fare di lei una nuova martire, i generali al potere la costringono agli arresti domiciliari nonostante avesse vinto le prime elezioni libere, impedendole di vedere anche il marito morente e tenendola per anni lontani dai figli.
Il film di Besson si apre con un padre che racconta una favola a una bambina, scopriremo poi che è l’ultimo gesto compiuto dal generale Aung San verso la figlia prima di essere ucciso. La scena ci dà però l’idea del taglio che Besson vuole dare al suo film, raccontare la vicenda di Aung San Suu Kyi come una sorta di melodramma amoroso incentrando tutta la vicenda sul legame intenso tra l’eroina birmana e il marito Michael Aris, interpretato degnamente da David Thewlis, il “potteriano” Remus Lupin. Il professore di Oxford si batterà con ogni mezzo per tenere accesa l’attenzione sulla moglie facendole conferire anche il meritatissimo premio Nobel per la Pace nel ‘91. Besson è estremamente misurato (insolitamente aggiungerei) nel racconto portando lo spettatore alla soglia della commozione ma non indulgendo mai al pietismo a cui pure si prestano molto momenti della vicenda umana di Ang Su Kyi.
Quello che mi colpisce è che, tenendo conto delle debite differenze, si potrebbe fare un parallelo con The Iron Lady: entrambi i biopic su due grandi donne politiche praticamente agli antipodi, non possono esimersi dal raccontare le vite sentimentali di due figure così diverse lasciando in secondo piano le scelte politiche: Suu viene mostrata incidentalmente leggere gli scritti di Ghandi a cui si è ispirata la sua lotta politica che tutti speriamo essersi conclusa ieri con il seggio guadagnato nelle elezioni avvenute appunto il 1 aprile 2012.
The Lady resta comunque un film solido un biopic molto classico che ha il merito di farci conoscere meglio la figura della leader dell’opposizione birmana, delude pero’ il finale che condensa la tragica rivolta dei monaci buddisti del 2007 in una pacifica camminata verso la casa di San Suu kyi con lei che appare dietro il cancello in una luce quasi divinatoria, purtroppo sappiamo molto bene che alla protesta dei monaci seguì una violenta repressione solo la vittoria di ieri, se non sarà l’ennesimo bluff dei militari, puo’ rendere accettabile quel lieto fine posticcio.
Star Wars: Episodio III – La Vendetta Dei Sith
Star Wars: Episode III – Revenge of the Sith
USA 2005
con Ewan McGregor, Natalie Portman, Hayden Christensen, Samuel L. Jackson, Frank Oz
regia di George Lucas
Come il giovane Anakin Skywalker cade affascinato dal lato oscuro della Forza diventando Darth Fener, braccio destro dell’Imperatore Galattico.
L’ultimo episodio della saga di StarWars e’ in continuo crescendo, sia nelle dinamiche interne al film che come segmento conclusivo della nuova trilogia: se il primo episodio, La minaccia fantasma, ha lasciato tiepidini anche i fan piu’ accaniti, nel secondo si iniziavano a intravedere le linee della trama che avrebbe trasformato il prescelto tra i cavalieri Jedi nel signore del lato oscuro ed ora, ne La vendetta dei Sith presente e passato dell’epopea creata da George Lucas si raccordano perfettamente.
La pellicola parte un po’ sottotono: ci sono da richiamare alla memoria le motivazioni che hanno portato la Repubblica a sgretolarsi sotto i colpi della guerra civile, a causa delle trame del Senatore Pulpatine, che mira a diventare Imperatore Galattico; quando finalmente Pulpatine manifesta la sua vera natura ad Anakin tentandolo con i poteri che derivano dal lato oscuro, il film assume toni cupamente tragici.
L’autoincoronazione ad Imperatore Galattico e’ una scena inquietante per le attinenze che ha con la nostra realta’ e la battuta dell’attonita Padme che assiste alla seduta del Senato: “è così che muore la libertà! In un applauso scrosciante” e’ un aforisma degno di un grande statista, che rivela come sotto l’impianto fantasy della saga, Lucas abbia sempre saputo stigmatizzare la situazione politica del momento in cui girava: i totalitarismi nella trilogia ‘77-’81 e il traballante equilibrio democratico dei nostri tempi nella seconda.
In crescendo e’ anche la capacita’ immaginifica del regista: se e’ innegabile la sua capacita’ di aver saputo creare mondi fantastici, abitati da esseri ancora piu’ fantasmagorici, in quest’episodio dove il loop temporale e’ dominante con il passato che diventa futuro del presente, l’annullamento temporale concesso dall’ambientazione in quella galassia lontana lontana, cosi’ aliena da noi, permette a Lucas di stupirci con un duello tra Obi Wan Kenobi a cavallo di un sauro preistorico e il Generale Grievous in sella ad una futuribile moto ad una sola ruota.
Le ambientazioni scelte per la tragica risoluzione del film sanciscono l’ingresso nel mondo degli archetipi dei personaggi di StarWars, ricollegandoli con modelli molto alti: il destino attende Anakin sul pianeta lavico di Mostfar e la sua trasformazione in Darth Fener inizia sulle rive di un fiume di fuoco, ideale ricostruzione di un infernale girone dantesco, mentre i funerali della bella Padme nella lagunare capitale del pianeta Naboo richiamano l’iconografia classica di Ofelia e del resto, come la sfortunata fanciulla shakespeariana, la principessa Amidala muore per la follia del suo amato.
Per celebrare il continuum temporale tra le due trilogie e innalzare definitivamente l’epopea a mito Lucas ricorre a un geniale montaggio parallelo tra l’operazione che conclude la trasformazione di Darth Fener e il parto di Padme: il signore del lato oscuro e i suoi figli nascono nello stesso momento.
recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro