Frida Kahlo e Diego Rivera

Mostrafrida

Sono stata praticamente tra gli ultimi ad essere ammessa alla mostra Frida Kahlo e Diego Rivera che chiudeva ieri a Genova, la mostra mi incuriosiva molto dalla sua prima fermata italiana a Roma alle Scuderie del Quirinale prima di arrivare in Liguria modificata in alcuni aspetti.
La curiosità nasceva dal fatto di notare una certa angelicazione della figura di Frida sui social, in primis su Pinterest dove mi capita spesso di visitare intere board dedicate alla pittrice senza (quasi) nessuna delle sue opere ma tantissime sue foto e quindi mi dicevo “Ah-Ah! Mo’ voglio vedere come vi confrontate con i suoi dipinti di dolore e sangue” perché fondamentalmente io sono un’ingenua e mai avrei creduto che una mostra avrebbe seguito il mood popolare su Frida Kahlo, nota per la vita tormentata, immortalata in quasi ogni momento della sua esistenza, anche sul letto d’ospedale ma vittima di una grande rimozione dei suoi quadri più drammatici che non siano gli autoritratti e le nature morte.


Unos cuantos piquetitos

A Palazzo Ducale mancava persino il quadro più famoso della pittrice Le due Frida mentre era notevolissimo l’apparato fotografico, chi come la sottoscritta ha visto la mostra veneziana del 2001 dedicata a Frida Kahlo e la pittura messicana che esponeva un numero ridotto di opere ma non temeva di mostrarne gli aspetti più sofferti, si è sicuramente trovato spiazzato nella delineazione contemporanea di Frida, sublimata in una icona pop ma disincarnata dalla narrazione martoriata e sanguinolenta del suo corpo e mi chiedo se l’artista approverebbe questo amore incondizionato ma superficiale, meno male che c’è stato modo di approfondire anche l’arte del suo Diego, questo lo avrebbe sicuramente apprezzato e io con lei.

Diaz – Don’t clean up this blood

Diaz Il rewind dei frammenti di vetro di una bottiglia che si ricompongono e il suo volo al contrario per tornare nella mano del ragazzo che la lancia contro la volante di polizia che provocatoriamente passa davanti alla scuola Diaz. Quel lancio di bottiglia tornerà più volte a scandire la pellicola di Vicari, per distinguere i diversi punti di vista di chi quella terribile notte si trovò coinvolto in una delle vicende più tragiche e vergognose della nostra storia che il film ricostruisce seguendo gli atti giudiziari del processo contro i responsabili delle violenze alla Scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante l’ultimo giorno del G8 di Genova nel 2001.
Benchè gli eventi di quel G8 siano stati i primi in cui le riprese (amatoriali o meno) abbiano seguito quasi ogni momento di quel disastroso vertice e il materiale sia stato rimontato in diversi documentari, non ultimo Black block andato in onda su Rai3 domenica 15 aprile, a due giorni dall’uscita nelle sale del film di Vicari, l’opera di fiction ha un alto valore civile e politico che rende universale una storia di cui era possibile, e da tempo, sapere tutto o quasi.
La mattanza nella scuola che sembra la sequenza di un film horror è sicuramente il segmento più ruscito di un film nel complesso molto buono che riesce a “far volare” i 127 minuti di durata inchiodando lo spettatore a una realtà terribile e incredibile.
Le torture nella caserma di Bolzaneto sono invece un contraltare anche stilistico alla violenza della Diaz se nella scuola la violenza esplode inattesa e violenta, di Bolzaneto rimane impressa la stupidita’ del torturatore (ecco il messaggio universale che trascende la vergognosa pagina di storia italiana) farò l’esempio più leggero: quando Alma viene introdotta in caserma la poliziotta che la trascina malamente per i capelli si ferma come secondo un copione stabilito davanti a un poliziotto che sputa in faccia alla ragazza e più che indignare l’offesa (si è già assistito a trattamenti più disumani) colpisce la stupidità di uno che sta lì, con l’unico compito di sputare in faccia alla gente. Chi ci starebbe? verrebbe da chiedersi se non ci fosse stato l’esperimento della prigione di Stanford che ha dimostrato scientificamente che l’individuo demanda il suo giudizio critico e la sua umanità al gruppo di appartenenza. Quello scioccante esperimento è stato narrato anche in alcuni film, The experiment (rifatto nel 2010) uscì proprio nel 2001, nel 2002 in Italia. Vorrei chiarire che il fatto che l’individuo perda la sua libertà di giudizio quando viene inserito in un gruppo, non è certo una giustificazione per gli atti di Bolzaneto, casomai un ulteriore colpa per chi dirige le forze dell’ordine che non dovrebbe mai creare il presupposto per situazioni così esplosive.
La validità nella pellicola sta quindi nel raccontare quanto accadde in luoghi preclusi alle telecamere, mostrarne l’orrore e la follia riuscendo a mantenere una lucidità di giudizio per cui i poliziotti non vengono visti solo come colpevoli e c’e’ un finale tenerissimo che forse è la scena che resta più impressa: Alma che quando vede la madre si mette una mano davanti alla bocca: quello che a prima vista sembra un’innato gesto di stupore è il tentativo dignitoso di nascondere alla madre la vistosa ferita sul labbro.

L’alba del pianeta delle scimmie

Un gruppo di scimpanze’, che vive allo stato brado nella foresta, viene catturato per essere portato in un laboratorio a San Francisco dove verra’ utilizzato per sperimentare nuovi farmaci contro l’alzheimer. Una femmina risponde in maniera eccezionale alla cura ma il giorno della presentazione del prodotto agli azionisti, l’animale diventa particolarmente aggressivo. Solo dopo l’eliminizione del gruppo si scoprira’ che la rabbia della scimmia non era una conseguenza del farmaco ma nasceva dall’istinto di protezione verso il suo piccolo nato all’insaputa dei veterinari che la controllavano. Will Rodman, lo scienziato che portava avanti la ricerca, si ritrova ad occuparsi del piccolo scimpanze’ che fara’ la gioia del vecchio padre malato di alzheimer e si accorge ben presto che il cucciolo ha assorbito per via fetale i medicinali somministrati alla madre sviluppando in maniera esponenziale il proprio quoziente intellettivo. Dopo alcuni anni Cesare, per difendere l’amato padrone, aggredisce il vicino di casa e finisce in un centro di accoglienza per primati, qui lo scimpanze’, che in virtu’ della sua intelligenza si poneva gia’ delle domande sulla propria natura, si vede costretto a scegliere tra il legame con gli uomini o l’appartenenza alla propria specie..


Lalbadelpianetadellescimmie

Pur essendo un buon film di genere dagli ineccepibili effetti speciali, L’alba del pianeta delle scimmie ha il sapore dell’occasione mancata perche’ la storia e’ estremamente originale ed interessante e se tutte le parti fossero state sviluppate con la medesima attenzione ci saremmo trovati davanti ad un capolavoro, o quasi. Se la presa di coscienza di se’ da parte di Cesare e’ seguita con cura, altrettanto non si puo’ dire del personaggio di Will, lo scienziato che suo malgrado si trova a fare da padre a Cesare. Non vengono analizzati i conflitti del legame con una creatura a cui lo lega un rapporto da una parte affettivo per la convivenza e dall’altra di sfruttamento visto che appartiene alla razza che viviseziona giornalmente per i suoi esperimenti; ne’ il fidanzamento con la bella veterinaria dello zoo introduce un dibattito sul diverso modo con cui rapportarsi agli animali. Attenzione, non voglio dire che questo film dovesse essere l’occasione per riflettere sulla cattivita’ e sulla vivisezione, ma piuttosto rileggere stilemi tipici dei film di mostri della Warner anni ‘30 perche’ e’ indubbio che il legame conflittuale tra Cesare il suo creatore faccia pensare al mito di Frankentein. Di certo la figura di Will Rodman avrebbe meritato maggiore cesellatura visto che la trama si evolve anche grazie a un potenziamento del farmaco che causera’ un contagio mortale tra gli esseri umani, tema rimasto un po’ in sordina ma che avra’ certamente spazio nel probabilissimo secondo capitolo, visti gli ottimi incassi. L’unico modello a cui sembra rifarsi il regista e’ The elephant man nella presa di coscienza della propria umanita’ da parte del “mostro” e la visita notturna del guardiano con l’amico e le due ragazze da broccolare cita espressamente una scena del capolavoro lynchiano, come anche il NO urlato da Cesare: l’autodeterminazione passa sempre attraverso la ribellione, quantomeno vocale.
Il regista, Rupert Wyatt, sta molto attento a non cadere nel citazionismo del cinema legato alle scimmie o forse lo fa in una maniera estremamente sofisticata: quando Buck, il gorilla luogotenente di Cesare si lancia sull’elicottero per salvare il suo capo e’ impossibile non pensare a una rivincita metacinematografica di King Kong e tutte le volte che le scimmie maneggiano un oggetto “tecnologico” in particolare il taser del guardiano bastardo, desideri fortemente che lo lancino in alto in omaggio a 2001, Odissea nello spazio: la citazione non piu’ espressa ma solo evocata.

The Pacific

Il fatto che mi sia trascinata per alcuni mesi le 10 puntate della costosissima miniserie HBO prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, andata in onda su Sky nel mese di maggio, dimostra chiaramente quanto poco mi sia piaciuto il prodotto: han ricostruito cosi’ bene il periodo storico della Seconda Guerra Mondiale che hanno recuperato anche lo spirito retorico dei film di propaganda bellica dell’epoca.
The Pacific chiude il dittico iniziato con Band of Brothers del 2001 (che non ho mai visto): se la prima serie ricostruiva il fronte europeo, la seconda analizza l’intero fronte di guerra americano sul Pacifico seguito all’attacco di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941: dalla battaglia di Guadalcanal fino alla conquista di Okinawa, chiudendosi con il primo dopoguerra che vede lo spaesato ritorno dei reduci. Gli scenari offrono poco allo spettatore: la maggior parte delle battaglie si sono svolte in sperdute isole dell’arcipelago Solomon battute dalle piogge monsoniche: fango e trincee, niente piu’. Non si vede praticamente mai il nemico ma solo l’eroico corpo dei Marines composto da bravi ragazzi che se causano qualche disastro, tipo la morte di un compagno, e’ solo per inesperienza. I superiori poi, sono sempre affidabili e comprensivi.
Protagonisti di quest’opera corale sono John Basilone, caduto ad Iwo Jima, Eugene Sledge e Robert Leckie (quello che mi stava piu’ simpatico) che anni dopo la guerra scrissero dei libri di memorie che sono stati utilizzati come spunto per creare la serie. Ogni singolo episodio e’ introdotto da immagini di repertorio e dai commenti di veterani ancora in vita.
La cosa davvero degna di menzione resta la sigla iniziale: si vede il dettaglio di un carboncino che tratteggia i volti dei personaggi. Il colore nero, la punta fatta con un coltello, introducono la nota drammatica e la pressione del carboncino sulla carta genera una frammentazione della mina che ricorda le esplosioni della battaglia. I ritratti a matita si trasformano nei volti degli attori sottolineando cosi’ il passaggio dal racconto scritto a quello per immagini che sta alla base della serie.


Thepacific