Ci troviamo in galleria

Italia, 1953
con Carlo Dapporto, Nilla Pizzi, Sophia Loren, Mario Carotenuto, Gianni Cavalieri, Fiorenzo Fiorentini, Carletto Sposito, Gianni Agus, Giusi Raspani Dandolo, Lino Robiì, Maria Gloria Crociani, Lily Granado, Marta Marcelli, Alberto Sordi, Alberto Talegalli, Cino Tortorella, Franco Giacobini, Mario Passante, Enio Girolami, Franco Migliacci, Janet Vidor, Wilma Aris
regia di Mauro Bolognini

Gardenio è il capocomico di una sgangherata compagnia teatrale che gira nei più scalcagnati teatri della provincia romana. Una sera il pubblico li blocca per far cantare Caterina, la barista. La ragazza è davvero dotata e finisce per unirsi alla compagnia diventandone la stella. Quando un importante agente la contatta Gardenio le fa la proposta di matrimonio e inizia a lavorare in radio solo perchè i dirigenti vogliono compiacere Caterina. Stufo di essere l’eterno secondo Gardenio torna alla vita di tournée fino a quando Tittoni non gli offre di fare uno spettacolo al Sistina. solo alla fine dello spettacolo Gardenio scoprirà che è stato sovvenzionato dalla moglie che ha sempre creduto in lui.

Il festival di Sanremo debutta nel 1051 con la vittoria di Nilla Pizzi che al secondo anno si posiziona prima seconda e terza, nel 1953 esce questa commedia musicale che ha per protagonista la Pizzi, possiamo quindi definirlo un musicarello antelitteram.

A contornare la stella della musica italiana un po’ rigida sul grande schermo, una serie di attori, presenti anche solo come comparsa, penso ad Alberto Sordi che interpreta sé stesso rievocando il suo personaggio radiofonico del compagnuccio della parrocchietta.
Da segnalare la presenza di una giovanissima Sophia Loren dai capelli fulvi nel ruolo della prima balleriana Marisa Chanel.

Buona la prova di Carlo Dapporto in un ruolo che s’ispira vagamente al Calvero di Luci della ribalta; Chaplin è ulteriormente citato nell’unico numero decente del comico quando imita Monsieur Verdoux: fino a quel momento Gardenio aveva parodiato le macchiette d’anteguerra di Totò e Nino Taranto.

Ci troviamo in galleria è un film commerciale, nato per sfruttare il successo di Nilla Pizzi, vale la pena vederlo oggi come compendio di attori che hanno fatto grande il cinema e la televisione degli anni a venire, basti pensare che alla regia c’è un esordiente Mauro Bolognini

Il Moralista

Italia 1959
con Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Franca Valeri, Franco Fabrizi, Piera Arico, Nando Angelini, Mimo Billi, Renzo Cesana, Liana Del Balzo, Anna Filippini, Ciccio Barbi, Mara Berni, Gina Mattarolo, Christiane Nielsen, Alberto Plebani, Maria Perschy, Lidia Simoneschi, Leopoldo Trieste, Vincenzo Talarico, Enzo Tarascio, Ciccio Barbi
regia di Giorgio Bianchi



Ilmoralista


L’ente privato, Organizzazione Internazionale della Moralità Pubblica, ha un nuovo irreprensibile segretario, Agostino che in breve tempo entra nelle grazie del Presidente che cerca di accasarlo con la figlia bruttina e lo manda in sua vece a Monaco a un importante congresso. Qui Agostino rivela la sua vera natura: dietro la maschera del severo moralista si nasconde un marpione che organizza la tratta delle bianche. Scoperto Agostino, ricatta gli altri menbri dell’organizzazione minacciando di svelare tutti i loro segreti ma la giustizia farà (?) il suo corso.



Il moralista


La messa all’indice del falso moralismo dell’Italia anni 50 oggi ha perso smalto, ammesso che ne abbia mai avuto visto che la commedia mostra presto la corda. A salvarlo la caratterizzazione precisa e a tratti inquietante di Alberto Sordi, contornato da due grandissimi comprimari, Vittorio de Sica, nei passi svagati del Presidente e Franca Valeri, l’attempata (29 anni!) figlia del Presidente disposta a tutto pur di trovare marito, anche far riaprire il locale di Giovanni, almeno fino a quando non scopre che anche la nuova preda è già accasata.
L’unico vero plot twist divertente è quello di Eleonora, la segaligna segretaria di Agostino, suo fedele braccio destro anche nel racket dello sfruttamento.



Il moralista


La canzone di testa e di coda, Il moralista è cantata da Fred Buscaglione.

Gastone

Gastone

Italia, 1960
con Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Anna Maria Ferrero, Magali Noël, Chelo Alonso, Paolo Stoppa, Franca Marzi,Livio Lorenzon, Nanda Primavera, Tino Scotti, Mario Frera, Salvatore Cafiero, Nando Bruno
regia di Mario Bonnard

Roma, primi anni ’20, Gastone le Beau, ballerino di tabarin, con una sua scuola di ballo, incontra Nannina, una servetta che sogna il mondo dello spettacolo. La ragazza ha delle qualità e l’artista decide di puntare su di lei con l’aiuto di un vecchio principe vittima degli usurai che verrà interdetto dalla moglie. Per lanciare Anna la belle, Gastone decide di affittare il Salone Margherita ma lo spettacolo sarà un insuccesso clamoroso perché Gastone è ancora legato allo spettacolo d’anteguerra e non si è accorto che i tempi saranno cambiati. Nannina con la sua verve sarà l’unica ad avere successo mentre Gastone, con una vecchia fiamma ormai imbolsita si ridurrà ad esibirsi nei più squallidi teatrini romani.

l regista Mario Bonnard era stato anche un azzimato attore del cinema muto italiano e proprio a lui Petrolini s’era ispirato per creare il personaggio di Gastone, il fine dicitore da cui nasce l’idea del film diretto da Bonnard: una perfetta quadratura del cerchio.
Il film ha una trama non troppo originale: il vecchio artista che s’innamora della giovane talentuosa promessa che avrà successo mentre lui è destinato al declino è alla base delle varie versioni di E’ nata una stella fin dal primo a Che prezzo Hollywood e Chaplin ne ha fatto un capolavoro in Luci della città.



Gastone


Gastone si distingue per l’amara ironia della nascente commedia all’italiana: Gastone è un gaglioffo che non ha mai avuto un vero successo, truffaldino, sempre a un passo dalla galera e soprattutto totalmente convinto del suo fascino irresistibile sulle donne, anche dopo l’ultimo incontro con la protetta ormai vedette internazionale, Gastone rimarrà convinto della propria superiorità artistica che si riassume nella sua fedeltà al frac.



Gastone


Il film non va oltre al bozzetto seppure divertente a funzionare è sicuramente il cast: De Sica è il principe squattrinato che si bea di sguazzare nel sottobosco artistico dell’Apollo, il locale dove si esibisce Gastone, Paolo Stoppa è lo strozzino ingannato da tutti che s’innamora delle vedette, prima di Sonia, la ballerina a cui si accompagna Gastone che sostiene essere una nobildonna russa sfuggita alla rivoluzione e poi della caliente Carmencita ma è soprattutto Alberto Sordi a dare una magistrale interpretazione del protagonista mischiando un aplomb glaciale al suo solito cinico retropensiero romanesco

Thrilling

Italia 1965, Dino de Laurentiis Cinematografica
con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi, Sylva Koscina, Alexandra Stewart, Dorian Gray, Tino Buazzelli, Nicoletta Machiavelli, Oretta Fiume, Rossana Martini, Milena Vukotic, Giampiero Albertini, Magda Konopka, Alessandro Cutolo, Cesare Gelli, Federico Boido, Luciano Bonanni
regia di Ettore Scola, Gian Luigi Polidoro, Carlo Lizzani

Thrilling-


Film a episodi il cui valore è pari alla fama del regista.
Il primo episodio, Il vittimista, è diretto da Ettore Scola: un professore di latino è convinto che la moglie tedesca voglia ucciderlo. Lo psicanalista in una sola seduta gli spiega che il suo è solo un senso di colpa dovuto alla relazione extraconiugale: la pace familiare torna quando Nanni lascia l’amante ma..
L’episodio più lungo e più riuscito dove Scola gioca smaccatamente con Hitchcock: una delle bambole su cui Frida riversa le frustrazioni della mancata maternità assomiglia alla mamma di Psyco, il caffè che potrebbe essere avvelenato viene seguito nel percorso dalla cucina al bagno come il bicchiere di latte ne Il Sospetto ma in perfetto stile commedia all’italiana, Nanni lo versa direttamente nel cesso. Esilarante il dialogo con lo psicanalista che si conclude con un “c’hai l’amica” davanti al quale il professore nega e solo da quel momento entra in scena la figura dell’amante di cui nemmeno lo spettatore sospettava l’esistenza.


Thrilling

Sadik, il secondo episodio diretto da Gian Luigi Polidoro è il più debole: l’ingegner Bertazzi rischia il fallimento se non riceverà la conferma di un fido bancario dalla Svizzera. Tornato a casa trova la moglie come sempre immersa nella lettura dei fumetti e proprio quella sera gli chiede di mettere in pratica una fantasia erotica ispirata al suo personaggio preferito, Sadik. Nonostante abbia altro per la testa Renato indossa il costume e si appresta a scalare il palazzo con scenette anche simpatiche ma strangolerà la moglie quando questa riattacca il telefono alla banca svizzera.


Sadik

L’autostrada del sole è l’ultimo segmento diretto da Carlo Lizzani, con un Alberto Sordi spumeggiante nei panni di Fernando Boccetta, un automobilista gradasso in guantini da corsa, camicia sbottonata fino alla vita sul petto villoso e cappello di paglia, che con una vecchia seicento sfida veicoli molto più rombanti sull’autostrada del sole. Ha un piccolo incidente con un milanese che se ne va senza lasciargli i dati, Fernando lo insegue e la resa dei conti si avrà nell’albergo della Torre, i cui proprietari sono una manica di feroci assassini che riescono quasi ad incastrare Boccetta come il “killer dell’autostrada”
Episodio molto divertente retto da Alberto Sordi che dipinge da par suo un mediocre tanto borioso quanto piagnone. Interessante l’idea della famiglia di serial killer, sviluppata negli horror americani anni ’70, Lizzani mette l’accento sulle motivazioni economiche dell’abbrutimento: l’albergo è stato aperto per elevarsi dal rango di contadini ma l’impresa è presto fallita perché l’autostrada ha reso la locanda un posto fuori mano.


Thrilling

Ottima colonna sonora con le scanzonate hit anni ’60 che per contrasto sono perfette anche nei momenti thriller, Ciao Ciao è il tormentone del primo epidodio, la canzone di chiusura, La regola del gioco è scritta da Ennio Morricone.

Crimen

Italia 1960
con Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Franca Valeri, Dorian Gray, Bernard Blier, Georges Rivière, Tino Scotti
regia di Mario Camerini



Crimen-


L’edicolante Quirino Filonzi e la moglie Giovanna stanno andando a Montecarlo per restituire il bassotto perso da una ricca olandese, sul treno Roma Montecarlo incontrano il commendatore Franzetti che vorrebbe comprare la bestiola per far contenta la moglie, sempre Franzetti sul treno dispensa consigli ai coniugi Capretti che vanno a Montecarlo per tentar la sorte per potersi mettere in proprio. Quando i Filonzi arrivano alla villa scoprono che la vecchia signora è stata uccisa e temendo di essere sospettati del delitto fuggono maldestramente e coinvolgono nelle indagini anche le persone conosciute casualmente in treno. Con molta pazienza il commissario di polizia riuscirà a districarsi tra le bugie dei sei italiani e una volta risolto il caso farà loro una bella paternale così, nel viaggio di ritorno i sei saranno gli unici a collaborare con la polizia per un omicidio avvenuto in treno ma ancora una volta le loro testimonianze saranno così contraddittorie da finire nuovamente tra i sospettati.



Crimen mangano


Mario Camerini, regista eclettico del cinema italiano, noto soprattutto per le commedie degli anni ’30 con Vittorio De Sica, si cimenta con Crimen nella nascente commedia all’italiana disegnando sei tipi d’italiani all’estero con i difetti più classici: Alberto Sordi è il commendator Alberto Franzetti che ha giurato alla moglie di liberarsi del vizio del gioco (è andato anche da Padre Pio!) e sul treno millanta di aver ritrovato la morigeratezza salvo la sera stessa giocare contemporaneamente a più tavoli senza esser neppure passato a salutare la moglie che ovviamente nel frattempo si è fatta un amante, notizia che non sconvolge più di tanto Franzetti quando intuisce che l’adulterio può tornargli utile per liberarsi dei sospetti dell’omicidio della vecchia signora.



Crimen


I Capretti sono due parrucchieri che vorrebbero mettersi in proprio e sono andati a Montecarlo per tentare la sorte con i loro pochi risparmi, il marito vedendo in azione Franzetti si attacca a lui per racimolare qualcosa mentre la moglie, che pure era restia all’idea di giocarsi i risparmi, finisce per vincere una bella cifra e perderla poco dopo. Marina Capretti è interpretata da Silvana Mangano, bellissima e molto brava nella parte della parvenu che appena entrata nel casinò vuole incontrare la principessa Grace e altri vip, ostenta una classe che non ha ma ha la forza di trascinarsi fino in bagno prima di urlare tutta la sua disperazione.



Crimen


Quirino Filonzi è un edicolante succube della moglie che con le sue pensate geniali finisce per inguaiarli sempre più più: esilarante la scena in cui Giovanna cerca di annegare il cagnolino e finisce per rischiare la vita.
La trama è un po’ sfilacciata, le coppie interagiscono poco tra di loro ma la pellicola sa regalare momenti gustosi, anche la parodia del thriller con la scoperta del cadavere funziona.
Lo stesso Camerini gira il remake (che dicono superiore) nel 1971: Io non vedo, tu non parli, lui non sente mentre è dimenticabile il remake americano del 1992, Sette criminali e un bassotto.

Lo Sceicco bianco

LoSceiccoBiancoItalia 1952
con Alberto Sordi, Brunella Bovo, Leopoldo Trieste, Giulietta Masina, Lilia Landi, Ernesto Almirante, Fanny Marchiò, Gina Mascetti, Enzo Maggio, Ugo Attanasio
regia di Federico Fellini

Ivan e Wanda arrivano a Roma in viaggio di nozze: lui ha organizzato il soggiorno nei minimi particolari e in funzione dell’incontro con lo zio che ha contatti in Vaticano utili per la sua futura carriera ma la sposina ha solo un desiderio, incontrare lo Sceicco Bianco, il suo eroe preferito dei fotoromanzi a cui ha scritto tre volte. Wanda pensa di sfuggire al ferreo programma del marito per poco tempo e incontrare velocemente il suo mito ma finisce sul lido di Ostia con un piccolo ruolo di comparsa e una cocente delusione riguardo lo Sceicco, Ivan passerà un’intera giornata cercando di giustificare l’assenza della moglie con i parenti invadenti. Dopo una notte terribile i due si ritroveranno e riusciranno a partecipare all’udienza papale.




Sceicco bianco


Il primo film interamente diretto da Federico Fellini che due anno prima aveva codiretto Luci del varietà con Alberto Lattuada. Il regista smonta dall’interno il meccanismo del neorealismo rosa, la svolta sentimentale del cinema realista della fine degli anni ’40, aggiungendovi gli elementi fantastici e grotteschi che diventeranno la sua cifra stilistica: l’apparizione dello Sceicco Bianco che dondola su un’altalena sospesa sulla boscaglia del lido ha qualcosa di mitico, una divinità che si materializza incantando definitivamente l’ingenua Wanda che arriva a credere che la moglie dello sceicco lo abbia costretto al matrimonio con un filtro magico strappandolo dalle braccia dell’amata Milena a un passo delle nozze e facendo sparire nel nulla la rivale.




Lo_sceicco_bianco


Abbandonata dalla comitiva di artisti, Wanda viene sorpresa dall’apparizione del cammello che introduce il mondo magico della notte romana con i suoi pericoli: il Mambroni che fino all’ultimo tenta di sedurla dopo averla riaccompagnata davanti all’albergo, la mancanza di coraggio di rientrare nell’hotel vestita da bajadera, il patetico tentativo di suicidio nel punto più basso del Tevere. Anche a Ivan la notte riserva delle sorprese dopo la giornata trascorsa a tranquillizzare i parenti e mentre piange avvilito sul bordo di una fontana attira l’attenzione di due prostitute di buon cuore, una è Cabiria interpretata da Giulietta Masina, dallo sviluppo di questo cameo nascerà poi il film Le Notti di Cabiria.




Lo sceicco bianco


Ritrovatisi all’ospedale dove Wanda è stata ricoverata dopo il tentato suicidio, i due riusciranno a partecipare all’udienza papale per la felicità dello zio e ritornare sui binari di un’esistenza tranquilla, sotto lo sguardo sconsolato di una statua del colonnato di San Pietro che pure ne avrà viste di peggiori rispetto alla disavventura dei due giovani provinciali messi alla berlina da Fellini con uno sguardo bonario e giocoso: i passaggi sono quelli di una favola con il lieto fine di prammatica e la scoperta da parte di Wanda che il suo Sceicco Bianco in fondo è Ivan, il marito. La musichetta da circo di Nino Rota, le corse e le gag da film muto, con gli stupiti sguardi in macchina di Leopoldo Trieste sono la riprova dello sguardo affettuoso che il regista ha per i suoi sprovveduti protagonisti.

Nella città l’inferno

Nellacittàlinferno Italia 1958
con Anna Magnani, Giulietta Masina, Renato Salvatori, Alberto Sordi
regia di Renato Castellani

La domestica Lina, finisce alle Mantellate con l’accusa di aver rubato nella casa dei suoi padroni, in carcere le spiegano che il fidanzato che ha protetto probabilmente ha organizzato il colpo. Lina si affeziona a Egle, la più scafata delle compagne di cella che sembra averla presa sotto la sua protezione ma quando Lina viene scarcerta sarà proprio Egle a spezzare la scaramanzia che dovrebbe fare in modo che Lina non torni più in carcere..

Film molto sofferto sia nella genesi, per la rivalità tra le due attrici protagonisti che nella distribuzione: la copia che gira in televisione ha subito dei tagli ma nonostante questo il film conserva una forza notevole. Nella città l’inferno è un solido dramma carcerario che fu interpretato anche da vere detenute; il drammatico spaccato di vita, anche psicologico, è reso magistralmente dalla bravura delle due protagoniste.
Bravissima Giulietta Masina nel costruire il personaggio di Lina Borsani, la servetta veneta ingannata dal fidanzato Adone, interpretato da Alberto Sordi che ha una breve ma significativa comparsa nella scena dell’interrogatorio del giudice.
L’attrice cesella ogni passaggio del cambiamento di Lina che in carcere perde la sua ingenuità paesana per trasformarsi in una smaliziata prostituta che torna in carcere dopo qualche tempo: se la prima notte in carcere di Lina era stata una caduta nell’incubo, il rientro è una festa nel ritrovare le vecchie compagne, Egle per prima che però non accetta la trasformazione di Lina e la respinge con violenza.

Nellacittàl'inferno Fu proprio la Masina a fare il nome della Magnani per il ruolo della coprotagonista ma l’arrivo di Nannarella stravolge la pellicola che diventa un film della Magnani: il personaggio di Egle le permette di portare in scena tutta la sua romanità, contemporaneamente impunita e di buon cuore. Indifferente a tutte le regole del carcere, dorme di giorno e canta tutta la notte, Egle ha facile presa su tutte le altre detenute, il suo cinismo è una maschera di finta indifferenza che lei porta alle estreme conseguenze, vedi il dialogo con l’infanticida, ma che crolla quando si ritrova davanti Lina ormai perduta, e la porta ad aiutare Marietta una giovane carcerata che si è innamorata, ricambiata di un meccanico che vede dalla finestra della prigione.

Sant’Elena piccola isola

Sant'elena piccola isola Italia 1943
con Ruggero Ruggeri, Mercedes Brignone, Carla Candiani, Salvo Randone, Paolo Stoppa, Alberto Sordi
regia di Renato Simoni e Umberto Scarpelli

Gli ultimi sei anni di vita di Napoleone Bonaparte esiliato dagli inglesi dopo la vittoria di Waterloo nell’isola di Sant’Elena, che negli appunti delle lezioni di geografia del Bonaparte studente rappresentava l’ultima laconica annotazione: Sant’Elena, piccola isola.

Il racconto storico è molto asciutto, condensando in meno di 90 minuti i sei anni di prigionia dell’imperatore decaduto, ci si limita a qualche didascalia sullo sciabordio delle onde sulla riva per indicare l’anno e gli unici due momenti in cui l’azione si sposta a Londra durante il cambio del governatorato inglese e a Roma dove la madre di Bonaparte cerca di smuovere le conoscenze per mitigare la prigionia del figlio, costretto al clima malsano dell’isola e a pagarsi le poche comodità.
Bonaparte viene rappresentato come un personaggio fiero, che sa anche conquistarsi la simpatia degli altri isolani. Una figura umorale ma sempre in grado di elevarsi sulla meschinità della sua piccola corte all’interno della quale non mancano le rivalità per conquistarsi la benevolenza (e la probabile eredità) dell’ex sovrano.
Tra inglesi sempre figli della perfida Albione e cortigiani interessati l’esilio napoleonico nasconde molto velatamente l’attualità del tempo: il film è del giugno 1943 e per quanto il duce si paragoni con una certa presunzione a Bonaparte l’aria melanconica di fine regime traspare chiaramente.
Resta la rara occasione di vedere sul grande schermo un grande attore del teatro italiano: Ruggero Ruggeri (classe 1871) che interpreta degnamente il grande Corso.
Da segnalare l’ottima fotografia di Mario Bava che ripropone fedelmente l’iconografia neoclassica di Bonaparte e una delle poche caratterizzazioni positive di Paolo Stoppa, il medico inglese che non si presta a spiare l’illustre prigioniero; c’è poi la presenza di Alberto Sordi nei panni di un capitano inglese.
Il film è conosciuto anche come Napoleone a Sant’Elena, in omonimia con lo sceneggiato Rai del 1973 diretto da Cottafavi.

La moglie celebre

FarmerDaughter The Farmer’s Daughter
USA 1947 RKO
con Loretta Young, Joseph Cotten, Ethel Barrymore
regia di Henry C. Potter

L’intraprendente campagnola Caterina Holstrom lascia la fattoria di famiglia per andare a Capitol City per studiare da infermiera ma durante il viaggio l’imbianchino che le aveva offerto un passaggio l’abbandona a metà strada dopo essersi fatto prestare tutti i risparmi. La pervicace fanciulla riesce a raggiungere la meta e si impiega come cameriera per riguadagnare il suo gruzzolo. S’innamorerà del datore di lavoro e della vita politica entrando anche lei al Congresso.

Lamogliecelebre Commedia gradevole ma come dice anche Il Mereghetti, H.C. Potter non è Frank Capra.
La pellicola valse l’Oscar come migliore attrice protagonista a Loretta Young, nonostante gli evidenti chignon posticci sulle orecchie, da finnica da manuale.
La satira politica interessa molto poco: i torbidi intrallazzi politici sono facilmente risolvibili da una scazzottata dei tre fratelli di Caterina, del resto la commedia punta di più sul confronto campagna vs città con l’indomita protagonista che riesce a conquistare tutti grazie alla voglia di lavorare e alla parlantina.
Le scaramucce amorose tra Morley e Katie restano ancora oggi le parti più piacevoli, finale da prammatica sulla scalinata del Capitolo ma per fortuna ci viene risparmiato il passaggio sotto la statua di Lincoln.
In televisione gira la copia con il doppiaggio dell’epoca e uno dei fratelli di Katie è doppiato da Alberto Sordi.

Addio a Virna Lisi

Virna-lisi Si è spenta stamane una delle bellezze più sfolgoranti del cinema italiano, nata ad Ancona l’8 novembre 1936. Trasferitasi a Roma con la famiglia a soli quattordici anni viene introdotta nel mondo del cinema da un amico di famiglia, il cantante ed attore Giacomo Rondinella. Virna Lisi diventa una star del genere “strappalacrime” in film dai titoli eloquenti come Ripudiata, Piccola Santa o Vendicata! Il primo film degno di nota è Lo Scapolo di Pietrangeli accanto ad Alberto Sordi.
La notorietà arriva con la tv, con lo sceneggiato rai Ottocento (1959) di Anton Giulio Majano che rievoca gli eventi che portano all’Unità d’Italia e dove la Lisi interpreta la contessa di Castiglione mentre il Carosello della Clorodont di cui è protagonista diventa un tormentone con la frase ancora oggi in voga “con quella bocca può dire ciò che vuole”. L’attrice si sposa nel 1960 con Franco Pesci, scomparso lo scorso anno e intende ritirarsi dalle scene ma anche su consiglio del marito continua una carriera che le riserva grandiosi successi sia in televisione che al cinema, anche a livello internazionale.

Comeucciderevostramoglie Nel 1962 è protagonista dello sceneggiato Rai Una tragedia americana nel ruolo della ricca ereditiera che nella versione cinematografica americana del 1951, Un posto al sole, era stato di Liz Taylor e la sfolgorante bellezza di Virna Lisi non sfugge ad Hollywood che la vuole come risposta alla appena scomparsa Marilyn Monroe, ma l’attrice dopo aver girato nel 1965 Come uccidere vostra moglie, accanto a  Jack Lemmon  per la regia di Richard Quine, non si piega al ruolo di svampita e rifiuta anche il ruolo di Barbarella dopo aver rifiutato di essere la bond-girl  di 007, dalla Russia con amore nel 1963.
In Italia nel 1966 gira il film che la consacra alla storia del cinema, Signore&Signori di Pietro Germi, grazie alla parte della bella cassiera Milena che vorrebbe rifarsi una vita con il ragioniere oppresso dalla moglie ma il perbenismo della comunità impedisce il coronamento del nuovo sogno d’amore.

Signore&Signori

Da quel momento Virna Lisi gira almeno un film all’anno, pellicole dagli esiti diversi, a volte anche ingiustamente dimenticati come Roma Bene di Lizzani (1971).
Lacicala Il film che amo di più dell’attrice è La Cicala del 1980 di Alberto Lattuada dove il ritorno della figlia adolescente turba il mondo che gira attorno a Milva Malinverni, ex prostituta e ora proprietaria di un motel per camionisti. Il ruolo di Milva vale all’attrice un David di Donatello e una Grolla d’oro come miglior attrice; il ruolo di donna matura ancora piacente le viene definitivamente cucito addosso da Sapore di Mare (1983), la celeberrima commedia nostalgica di Carlo Vanzina in cui la bella Adriana Balestra fa perdere la testa al figlio di una coppia di amici, Gianni, facendogli scordare la bellissima fidanzatina interpretata da Isabella Ferrari.
Dagli anni ’90 Virna Lisi dirada le apparizioni cinematografiche ma è da ricordare la vittoria a Cannes come miglior attrice per il ruolo della mefistofelica Caterina de’ Medici, imbruttita ad arte ne La regina Margot. L’attrice si dedica principalmente alla televisione diventando una star indiscussa soprattutto delle fiction di Mediaset con progetti in realizzazione anche in questo periodo, anche al cinema la rivedremo presto in Latin Lover di Cristina Comencini.